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Solo la crescita può salvare il modello sociale europeo

Written by Salvatore Biasco Monday, 01 November 2004 02:00 Print

Le rappresentazioni Se la varietà di soluzioni che incontriamo in Europa non consente di affermare che esista un «welfare europeo» definibile come tale, certamente esiste un «modello sociale europeo». Con questo intendiamo quel modello che associa alla proprietà un concetto di responsabilità, che punta sulla cittadinanza e valorizza l’idea di comunità, che affida a un intervento esteso dello Stato compiti pervasivi di mediazione sociale e di correzione degli esiti del mercato, che è informato dall’idea di patto che lega i cittadini alle istituzioni. Quindi, qualcosa che va al di là del welfare e che ricomprende quest’ultimo nelle singole articolazioni interne all’Unione.

 

Le rappresentazioni Se la varietà di soluzioni che incontriamo in Europa non consente di affermare che esista un «welfare europeo» definibile come tale, certamente esiste un «modello sociale europeo». Con questo intendiamo quel modello che associa alla proprietà un concetto di responsabilità, che punta sulla cittadinanza e valorizza l’idea di comunità, che affida a un intervento esteso dello Stato compiti pervasivi di mediazione sociale e di correzione degli esiti del mercato, che è informato dall’idea di patto che lega i cittadini alle istituzioni. Quindi, qualcosa che va al di là del welfare e che ricomprende quest’ultimo nelle singole articolazioni interne all’Unione.

Il modello sociale europeo può essere difeso (e trovare al suo interno convergenti e calibrati aggiustamenti di welfare) solo all’interno di un’economia comunitaria dinamica, capace di avere prestazioni soddisfacenti (e non dissimili da quelle degli USA). Se l’economia è stagnante, o semplicemente rimane manifestamente indietro rispetto alla crescita di altre parti del mondo, è inevitabile che policy makers, opinione professionale e opinione pubblica finiscano per puntare il dito contro il sistema di regolazione e protezione sociale, a cui i suoi critici attribuiscono le colpe  degli alti costi di mantenimento (e quindi dell’alta tassazione), di una tendenza al corporativismo, della scarsa produttività della spesa pubblica, dei disincentivi alla produttività di sistema. Questa diagnosi ha già forza oltreatlantico ed è diffusa anche in Europa. E poiché le rappresentazioni della società emanano, in epoca di globalizzazione, da correnti di pensiero uniformate, irrorate e legittimate dalle grandi istituzioni accademiche e culturali (in generale statunitensi, ma anche da quelle europee che si sono venute ad esse conformando), la forza dei giudizi finisce per pervadere burocrazie, accademie, sfere della politica, centri di diffusione culturale, fino a divenire senso comune ed essere irresistibile moloch politico. Già oggi ha universale accettazione il convincimento che la performance degli Stati Uniti sia unicamente dovuta allo small State, alla regolazione e flessibilità dei mercati, alla concorrenza e, in generale, ai fattori di offerta che hanno stimolato produttività e investimenti e che si avvalgono della propensione di quel paese a produrre tecnologia e capitale umano. La forza di quell’esempio costituisce il benchmark e le ragioni che la determinano l’insegnamento da trarre per ogni area che voglia essere competitiva e crescere soddisfacentemente, in special modo per l’Europa.

 

Visioni statiche e dinamiche dei fattori di offerta

Se da questa rappresentazione semplificata traggono forza gli elementi di giudizio citati, sarà bene allora dedicare un po’ di attenzione alla disanima dei suoi tasselli, sia per non sbagliare prospettiva di orientamento sia per trarre indicazioni normative libere da filtri ideologici o dottrinari. Questo, non per negare l’importanza dei fattori suscettibili di condurre a più alta produttività e investimento, ma per metterli in una giusta sequenza nei loro rapporti di causa-effetto.

C’è un’opzione culturale di base nella sequenza di deduzioni con cui ci confrontiamo correntemente. Al fondo, c’è tutta l’influenza dell’impostazione statica e di equilibrio cui ci ha abituato la teoria economica dominante. Un’impostazione meccanicistica nei rapporti causa-effetto, che da un insieme di dati iniziali fa discendere un esito finale parametrico di equilibrio in relazione stabile con quei dati di partenza. Per concepire un mutamento di quell’equilibrio (che a questo punto poco importa che riguardi una configurazione determinata di arrivo, il modo come la si raggiunga o il ritmo di sua espansione proporzionale nel tempo) occorre far riferimento a una diversa configurazione dei dati iniziali (o di qualche relazione) e vederne le conseguenze nei nuovi esiti (di equilibrio). Un’impostazione, quindi, che porta conseguentemente a rivolgere l’attenzione verso le condizioni esogene di partenza e a trarre dalla diversità che esse possono presentare in contesti diversi le ragioni della diversità degli approdi corrispondenti di equilibrio (statica comparata).

A questa forma mentis – a ben guardare – attengono l’interpretazione e le conseguenze normative tratte dall’esempio vincente dell’economia statunitense. Perché quando viene commisurata la dotazione dei «fattori di crescita» alle potenzialità di crescita non si fanno altro che ragionamenti di statica comparata: più se ne ha più si cresce, meno se ne ha e meno si cresce. E quindi, quanto più ci si dota di tali fattori tanto più si allargano le capacità di crescita. Una concezione meccanicistica e senza tempo. Senza negare l’importanza del capitale umano, del progresso tecnico, delle infrastrutture e quanto altro possa essere considerato favorevole alla crescita, non significa che le dotazioni di questi fattori corrispondano necessariamente nell’esperienza concreta alle prestazioni nel tempo delle singole economie (e con il loro confronto in punti del tempo): per gli studiosi del campo, una parte dello sviluppo (o delle sue difficoltà) su questa base rimane inspiegato.

Una visione liberata da questo modo ortodosso di impostare il ragionamento economico e che puntasse a una rappresentazione effettivamente dinamica del processo economico ci insegnerebbe che i bivi sono molti, che il cammino di una economia non è predeterminato e che molti dei fattori strutturali prendono connotazione in rapporto al tragitto stesso che l’economia segue e non sono autonomi da esso, ma ne sono conseguenza. E all’occorrenza ne attivano altri, in un processo cumulativo che può mettersi in moto ma che comunque non ha esiti deterministici.

Un abito mentale iscritto in questa impostazione renderebbe allora lecito porsi alcune domande rilevanti. In primo luogo, se per gli USA produttività, alto investimento, progresso tecnico (e quant’altro derivi da fattori «autonomi», quand’anche influenzati da politiche e strutture proprie dell’economia) siano solo causa e non anche effetto della soddisfacente performance e dell’alto livello dell’attività economica. Sarebbe lecito chiedersi, in altre parole, se i fattori di offerta non abbiano avuto un contesto favorevole e delle cause scatenati e di sollecitazione dal lato della domanda e della politica pubblica, nonché di altre condizioni che hanno consentito la sostenutezza dell’attività economica. Tale sostenutezza, a sua volta, si è dispiegata in un contesto del tutto peculiare, che pure è parte in causa. Racconteremmo una ben altra prestazione di quell’economia se essa fosse stata costretta negli ultimi venti anni a un vincolo esterno e se l’assenza di quel vincolo non avesse sostenuto consumi e debiti di famiglie, imprese (e oggi Stato) e reso ciò compatibile, inoltre, con importazioni a basso costo. Il ruolo esercitato dal protezionismo strategico e dalla capacità di determinare senza vincoli i tassi di interesse più consoni all’attività interna sono elementi dimenticati nella selezione degli elementi chiave attribuiti al «modello». E va compreso – last but not least – che, oltre a sollecitare elementi strutturali favorevoli, la sostenutezza dell’attività economica ha agito favorevolmente sulle aspettative, sul clima di fiducia, sulla propensione al rischio e ad allargare la capacità produttiva.

 

Al primo posto, le aspettative

Partiamo proprio da quest’ultima annotazione. Il ruolo delle aspettative di crescita futura è fondamentale. In una economia tenuta per un certo tempo a un buon livello di attività economica esse si affermano come proiezione in avanti dell’esperienza in corso e di quella passata. Quando questo avviene, tale proiezione in avanti dell’espansione dei mercati allunga gli orizzonti di pianificazione temporale, porta a decisioni di spesa più audaci e induce un accrescimento del potenziale produttivo, che crea esso stesso le premesse affinché gli incrementi di capacità di offerta, generati in anticipazione del futuro attraverso gli investimenti, siano poi riempiti da addizioni effettive di domanda interna e da nuove esportazioni, venendo così a convalidare la giustezza dello scenario assunto ed estendendolo nel tempo. Come conseguenza, la produttività sale per via delle economie di scala e dell’introduzione di nuova tecnologia incorporata negli investimenti; vengono assorbiti gli incrementi dei redditi da lavoro, che vanno in parallelo con l’aumento dei profitti, cresce la competizione, l’inflazione rimane contenuta e l’economia trova spontaneamente elementi di flessibilità. Questa rimozione dell’incertezza che trova conferma in se stessa è un processo che si avvia lentamente e poi si regge da solo (ammesso che non vi siano ostacoli insiti nelle situazioni finanziarie e di portafoglio degli agenti). Solo allora la spesa privata è un motore che da solo tiene in vita il processo, in un meccanismo autosostenuto, e dà l’impressione di averlo determinato. Il ruolo delle aspettative di crescita continua della domanda è stato centrale nell’Europa del miracolo economico (anni Cinquanta e Sessanta), negli USA di Reagan e Clinton e ora si ripete col Sud-Est asiatico e con la Cina.

È proprio partendo dalle aspettative, più che dai vari raffronti tra questa o quella caratteristica strutturale, che si può marcare la diversità degli USA dall’Europa. Se le aspettative sono depresse – e in Europa lo sono a causa della bassa crescita passata, della scarsa fiducia nella capacità delle istituzioni ad affrontare la situazione, della svalutazione del dollaro, nonché delle deprimenti prospettive della domanda – la spesa rimane compressa e prevalgono comportamenti precauzionali e difensivi, che portano i privati a tenere a freno programmi a vasto raggio, l’allargamento della capacità produttiva o l’avventura in mercati rischiosi. Tutto va in senso contrario. Girando a basso ritmo, il settore privato autoconvalida i presupposti dei suoi comportamenti ed è indotto a perpetuarli. Investimenti e produttività ne risentono; il clima è sfavorevole all’adozione rapida di nuove tecnologie. Ma un mutamento nelle aspettative non è semplice. Il problema è che non possono affermarsi aspettative di crescita, né prodursi comportamenti virtuosi che le riflettano, senza che la spinta della domanda porti a un’espansione effettiva, che prema sulla capacità produttiva per qualche tempo (e con regolarità) e venga giudicata non episodica. Quindi quel mutamento può essere prodotto dal mutamento profondo delle politiche macroeconomiche.

Pensare che un diverso quadro di aspettative passi per il varo delle riforme strutturali, perché è lì l’elemento chiave per il ripristino della fiducia negli operatori europei, non è che un atto di fede. Presuppone infatti che l’insorgere di un nuovo spirito imprenditoriale (parliamo di «spirito imprenditoriale» e non di convenienze al margine) sia la conseguenza diretta della riforma delle pensioni, del mercato del lavoro, della riduzione della presenza e della protezione statale, della predisposizione di incentivi alla ricerca e alla formazione (o, ultimo arrivato nella lista, l’allungamento dell’orario di lavoro). Ammesso che la struttura degli incentivi, delle norme e della tassazione sia concepita in modo appropriato ed efficiente (attraverso le famose riforme), essa predispone solo condizioni favorevoli, ma non accende automaticamente in sé un meccanismo di crescita. Il paragone che calza meglio è quello di una politica monetaria accomodante o di bassi tassi di interesse quando pone in essere condizioni che incentivano la crescita, ma che non è in grado di determinare di per sé (come è avvenuto spesso, non ultimo negli anni recenti). Si tratta di condizioni coadiuvanti, ma da sole non sufficienti (e, talvolta, neppure necessarie, come ancora l’analogia con la politica monetaria insegna). La visione di offerta ci lascia solo un elenco amorfo di influenze possibili sulla crescita (su cui si esaurisce l’attenzione dei policy makers in Europa), ma in sé non disegna un meccanismo di crescita né definisce l’orizzonte temporale entro cui esso si dispieghi. Forse nei tempi lunghi quelle influenze agiscono nella direzione supposta (comunque da verificare), ma il punto è che la scienza economica poco sa delle relazioni di lungo periodo e, soprattutto, di come il breve si connetta al lungo. Orizzonti temporali troppo lunghi potrebbero essere adeguati a cogliere gli alberi di tante verità parziali, ma non a vedere la foresta di una condizione che può implodere su se stessa e, attraverso un eccesso di shock (o di mortificazioni della domanda) impressi oggi per benefici futuri, trascinare il breve periodo nel lungo periodo.

 

L’insegnamento fuori dall’ideologia

L’insegnamento da trarre è quindi ben diverso dalla vulgata. Dobbiamo renderci conto che il vantaggio degli USA rispetto all’Europa, prima che nella «dotazione di fattori favorevoli alla crescita», è nell’esistenza di un governo che sa dove vuole arrivare, che offre ad essi un contesto favorevole e che è attore nel processo. Questo in Europa non c’è, in un duplice senso.

In primo luogo, negli USA c’è una guida pubblica dell’economia nelle questioni strategiche e nella tecnologia, nella destinazione di spesa al punto giusto e con masse critiche, nell’affermazione degli standard, nel protezionismo strategico implicito (già citato), nell’utilizzo della spesa militare a fini industriali. In sé questa potrebbe essere solo una faccenda di politiche e non di architettura istituzionale. Ma la farraginosità dei meccanismi e delle competenze codificate nell’assetto costituzionale europeo, nonché la collocazione delle responsabilità in prevalenza sui singoli paesi, rende molto dubbio che possano determinarsi decisive azioni comunitarie in questi campi. La tanto decantata Agenda di Lisbona non individua né regole, né strumenti di intervento. Né tantomeno un’apposita istituzione comune che miri a realizzare gli obiettivi per tutta l’Unione. Lascia l’incombenza ai singoli Stati, come se la performance degli USA sia stata frutto degli indirizzi seguiti dai singoli Stati americani e non piuttosto dell’azione intrapresa dal governo centrale nell’interesse comune.

In secondo luogo – e qui è lo svantaggio chiave che ha l’Europa verso gli Stati Uniti – c’è un gap irrecuperabile nell’esistenza (negli USA) della leva di comando centrale per la conduzione macroeconomica: un gap insito nella libertà con cui la leva viene usata nelle scelte dei mix di politica economica, nel loro cambio repentino, nella loro intelligibilità e capacità di costituire orientamento per ogni singola parte del sistema.

Questo in Europa non è dato avere. E, senza questo, la crescita o è spontanea e prodotta dal settore privato (magari attraverso la domanda estera) o non ha luogo e le aspettative degli operatori europei difficilmente la scontano nella loro proiezione del futuro di medio periodo. In un certo senso, la debolezza politica dell’Europa ha i suoi effetti più dirompenti sull’economia. Non si può pensare che il coordinamento delle politiche economiche, nelle modalità più farraginose che si possono pensare, sia di supplenza e che questo possa essere una guida per gli operatori.

Non voglio sottovalutare i passi avanti che il superamento del diritto di veto potrebbe far fare sulla via dell’armonizzazione, delle regole comuni, soprattutto nel campo della regolazione finanziaria, dei servizi pubblici, degli standard, delle procedure che rendono effettivamente unificati i mercati e senza i quali è difficile contrastare la forza di attrazione esercitata in modo spontaneo sulle singole legislazioni dalla regolazione e dagli standard di un mercato effettivamente unificato e funzionante, come quello degli USA. Ma presumibilmente non cancellerà il metodo della contrattazione e delle concessioni reciproche. E certamente questo non produrrà un governo macroeconomico in senso proprio.

Non si può pensare che l’Europa debba tirare avanti senza una gestione europea della politica economica europea. O che debba continuare a coltivare un modello di crescita basato sulle esportazioni (o meglio, 25 modelli di crescita di questo tipo), quindi tributario degli effetti che la domanda statunitense produce sulla domanda mondiale. Una economia, il cui interscambio con l’esterno supera di poco il 10% del PIL, deve tendere a uscire da (o ad attenuare) questo modello, rendendosi più autonoma dal ciclo mondiale e trovando il propellente primario della crescita anche nella domanda interna. Per produrre questo risultato deve essere regolata macroeconomicamente in modo attivo. Su tale strada, essa non solo renderebbe un servizio a se stessa, ma anche all’economia globale, dotando questa di un motore supplementare e contribuendo al riequilibrio del deficit esterno statunitense. Se ne gioverebbero le sue imprese, che vivrebbero in un contesto più dinamico e meno incerto, da cui trarrebbero un atteggiamento più fiducioso verso il futuro, una maggiore propensione al rischio, la spinta ad assumere orizzonti temporali lunghi, con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista della dinamica produttiva, della competitività e del mutamento tecnologico.

 

In un sistema di contrappesi non c’è bisogno di abbandonare il rigore

Non c’è bisogno – anzi è controproducente e illusorio – che per puntare a questo risultato si debba consentire un «fai da te» alle singole economie (magari sotto forma di diversa contabilizzazione degli investimenti pubblici). Sarebbe un errore impostare il problema della regolazione macroeconomica come attenuazione degli indirizzi tesi al miglioramento delle condizioni di offerta e di efficienza complessiva del sistema. O concepirlo come deroga alla stretta osservanza del vincolo di sostenibilità finanziaria di lungo periodo dei programmi pubblici in capo ai singoli Stati (riflesso nella formula del close to balance) e alla sollecitazione a orientare tali programmi verso una migliore qualità in funzione strutturale. Le autorità europee dovranno continuare a guidare una politica per una popolazione destinata all’invecchiamento, a chiedere la liberalizzazione di alcuni servizi essenziali, a puntare sulla ricerca e il progresso tecnico come fonti indispensabili di competitività; a vigilare che l’ambiente economico rimanga favorevole all’investimento, alla libera impresa, alla competizione. Non è in gioco questo, ma l’unilateralità di una impostazione tutta sbilanciata verso la ricerca di sollecitazioni dal lato microeconomico (tanto più quanto più le risposte tardano a venire) e che affida il quadro macroeconomico solo ai vincoli di garanzia reciproca. Anche su questo è bene non vi siano fraintendimenti: ben venga anche il quadro di garanzia reciproca, ma proprio la sua esistenza richiederebbe un contrappeso nelle prerogative assegnate ai vari livelli istituzionali. E quindi l’affidamento di sovranità economica al centro del sistema, con un mandato definito a regolare l’economia europea nel suo complesso attraverso l’attivazione all’occorrenza di spesa comunitaria.

Non si può chiedere ai singoli paesi di reindirizzare la spesa, fare aggiustamenti, rendere sostenibili i programmi e orientarli a quegli indirizzi che migliorano efficienza, conoscenza, allargamento della capacità produttiva, ricerca e progresso tecnico (Agenda di Lisbona) in un contesto di economia frenata o dipendente per la domanda solo dall’esterno. E, al contempo, non si può neppure lasciare in alternativa che ciascun paese dia il via libera a programmi di spesa pubblica resi inevitabili dalla necessità di conciliare quegli indirizzi con il compromesso sociale interno. Di conseguenza, se si vuole escludere di rimanere invischiati in questo dilemma, occorre che sia trasferita al centro tutta la politica «discrezionale» necessaria alla regolazione macroeconomica della domanda nell’Unione come un tutto, lasciando che i singoli paesi esercitino la funzione allocativa e distributiva che loro compete – e che deve rimanere loro autonoma prerogativa – dentro una stretta e definita disciplina fiscale, ma al contempo usufruiscano del bene pubblico «responsabilità centrale nella regolazione dell’economia».

In questo necessario passaggio si incontra il problema delle cabine di comando (e del bilancio comunitario), perché non è concepibile che l’economia europea non abbia un alter ego dell’Agenzia di governo monetario (la BCE) costituito da una Agenzia di spesa, che presieda al bilancio comunitario anche al di là delle risorse proprie e che all’occorrenza sia in grado di spendere in conto capitale (infrastrutture europee, ricerca, programmi tecnologici comuni ecc.) emettendo debito comunitario. Un organo a responsabilità politica, capace di costituire, in coordinamento con la BCE, una coerente e intellegibile politica economica che sia di guida e orientamento per l’intero sistema europeo. (Né è pensabile che manchi di una istituzione specifica per le azioni settoriali di sviluppo). Non è questo il luogo per sostare sul come l’Agenzia avrebbe potuto essere concepita, sui limiti da congegnare per l’indebitamento, su modalità e indirizzi di spesa (in deficit), sui rapporti istituzionali interni tra Agenzia, Commissione, Ecofin e Parlamento europeo.

Solo questo mutamento di quadro è compatibile col ruolo internazionale dell’euro. E anche con la sua inevitabile rivalutazione, cui non vale opporsi, perché comporta sollecitazioni benefiche dal lato dell’offerta, ma «se e solo se» le imprese trovano compensazione alla rivalutazione del cambio dal lato della domanda. Far leva sull’espansione internazionale dei portafogli in euro per sostenere la domanda dovrebbe essere il primo degli orientamenti dati al sistema (il che implica interventi strutturali di armonizzazione finanziaria e creazione di un mercato finanziario autenticamente europeo). Si può immaginare l’obiezione che i fattori esterni di contorno a una gestione attiva ed espansiva della domanda su cui hanno potuto contare gli Stati Uniti (essenzialmente il ruolo del dollaro) non possono giocare per l’Europa. Ed è vero, se ci riferiamo a questa Europa. Non sarebbe invece vero in un’Europa che avesse le istituzioni per governare il quadro generale di una economia integrata e armonizzata, che certo non troverebbe vincoli più alti di quella statunitense, se lo ritenesse desiderabile, né alle importazioni nette di capitale né (sua controparte) all’assorbimento netto di merci mondiali. 

 

Non c’è tempo

Si è qui rimasti sul piano delle deduzioni mentali e degli eventi desiderabili, non dell’analisi realistica dei processi. La Costituzione è molto al di sotto della percezione di questi problemi e già ha trovato difficoltà ad essere approvata. Ma sono le forzature intellettuali a indicare direzioni di marcia che andrebbero perse nell’immersione nel realismo (come ha insegnato la stessa affermazione del liberismo negli anni Settanta). Mentre è vero che gli umori e gli scenari culturali e politici mutano con una rapidità straordinaria al mutare di situazioni (è ancora l’affermazione del liberismo a insegnarlo e il declino che sta subendo ora), e che si aprono improvvisamente scenari alternativi e vere e proprie  svolte che anni prima si sarebbero pensate impossibili, che hanno bisogno, però, per materializzarsi, di essere già state elaborate e di aleggiare nell’aria. È, inoltre, bene possedere una costruzione sullo sfondo della quale misurare le direzioni in cui si sta andando e i passi che oggi si è in grado di compiere. Ed è utile inquadrare, al di là degli ostacoli politici, la selva di radicamenti culturali che assumono determinante forza politica.

L’Europa dei veti, della complessità decisionale, della difficoltà di armonizzazione e della contrattazione continua non è sostenibile. Nell’attuale configurazione internazionale è condannata, perché non può produrre crescita soddisfacente o illudersi che ciò sia dietro l’angolo con sollecitazioni tutte sbilanciate dal lato dell’offerta o con la magia di riforme strutturali. Certo, l’Europa non è solo economia e potrebbe già giustificare se stessa svolgendo un ruolo di allargamento e consolidamento di un’area di democrazia e pace, e attraendo paesi di recente democrazia. Ma dubito che sia così. E guai a coltivare l’illusione che ciò basti, perché lo scarso prestigio, ruolo e dinamismo può portare rapidamente a una dissoluzione, una volta esaudite (o verificate impossibili da esaudire) le finalità opportunistiche di molti nuovi entrati (e non solo), che già guardano agli Stati Uniti come punto di riferimento e di loro rassicurazione nella scena internazionale. Né, sotto altro profilo, l’Europa può esercitare attrazione, con una nuova linfa, verso quei paesi, soprattutto nordici, che sono stati in grado finora di tenere assieme all’interno la loro articolazione del modello sociale europeo e il dinamismo dell’economia, e che, per abbandonare quell’equilibrio interno tra ragioni della socialità e dell’economia avrebbero bisogno di una sintesi superiore.

Perché questa sintesi venga abbiamo bisogno di battaglie politiche. Ma, al loro fianco, anche di battaglie culturali, che hanno il loro fulcro proprio nella rettifica della lezione che un’illusione ottica e un pregiudizio ideologico hanno fatto trarre dall’esperienza statunitense. È in gioco la sfida tra modelli sociali (che alla lunga è una sfida per l’egemonia culturale internazionale in senso lato, con maggior impatto rispetto a quella che si svolge sul piano delle potenzialità militari); sfida che non si può vincere senza dimostrare che il proprio modello (sicuramente più giusto sul piano sociale di quello statunitense) è capace di generare crescita produttiva costante, autonoma, sostenibile. In sua vece, una rincorsa inevitabile all’omologazione verso il modello sociale «vincente» (alla ricerca di malintese fonti di crescita, e nelle tragica sopravvalutazione del ruolo che esso ha avuto nella crescita statunitense) non servirà certo a tamponare un destino di riduzione progressiva del ruolo europeo nel mondo, sia sul piano economico che su quello culturale e politico. E nemmeno susciterà maggiore unità, perché il rischio è che, senza superare il guado di darsi un qualche governo dell’economia (e non solo), la costruzione non regga come semplice mercato comune (attualmente neppure unificato in senso stretto da strutture, normative e standard comuni). In altre epoche si è dato tempo al tempo per gli aggiustamenti istituzionali e il conferimento di poteri all’Unione; ma appunto erano altre epoche. La forza e la rapidità dei meccanismi di riorganizzazione spontanea dell’economia mondiale non concedono più la gradualità dei processi integrativi che abbiamo conosciuto in passato.1

 

 

Bibliografia

1 Questo testo nasce come realizzazione al convegno Welfare scandinavo, welfare italiano: il modello sociale europeo, Roma 22/23 aprile 2004. Molti passi di questa relazione riprendono quanto apportato al documento NENS, L’economia europea: prospettive di sviluppo e i rapporti interatlantici. Difficoltà e opportunità, sul sito www.nens.it, di cui il sottoscritto è coautore con M. De Cecco, R. Faini, e V. Visco. I temi ora esposti sono anche stati sviluppati in S. Biasco, Così va rivisto il patto di Maastricht, in «Gli Argomenti Umani», febbraio 2004 e Biasco, Un’economia da sbloccare, anche dai dogmi, «Il Mulino», settembre 2003.

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