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God bless America, comunque

Written by Carlo Pinzani Monday, 01 November 2004 02:00 Print

Seguendo in diretta i discorsi pronunciati da Kerry e da Bush per sanzionare il voto, l’invocazione usata nel titolo veniva spontanea a chiunque avesse seguito l’accanita competizione, e non certo perché i contendenti la utilizzassero a chiusura dei loro interventi. I due messaggi erano infatti convergenti, nonostante le inevitabili differenze: Kerry doveva ammettere una sconfitta dolorosa, in misura direttamente proporzionale all’enorme impegno profuso nella campagna, e Bush doveva evitare di eccedere nella soddisfazione per una vittoria evidente e, al tempo stesso, risicata. Entrambi riuscivano nel loro intento, con una marcata accentuazione del tasto dell’unità nazionale da parte di Kerry, utilizzato peraltro anche dal presidente confermato.

 

Seguendo in diretta i discorsi pronunciati da Kerry e da Bush per sanzionare il voto, l’invocazione usata nel titolo veniva spontanea a chiunque avesse seguito l’accanita competizione, e non certo perché i contendenti la utilizzassero a chiusura dei loro interventi. I due messaggi erano infatti convergenti, nonostante le inevitabili differenze: Kerry doveva ammettere una sconfitta dolorosa, in misura direttamente proporzionale all’enorme impegno profuso nella campagna, e Bush doveva evitare di eccedere nella soddisfazione per una vittoria evidente e, al tempo stesso, risicata. Entrambi riuscivano nel loro intento, con una marcata accentuazione del tasto dell’unità nazionale da parte di Kerry, utilizzato peraltro anche dal presidente confermato.

Questa sostanziale unità induce di per sé chiunque abbia a cuore le sorti della democrazia a un senso di sollievo e di ammirazione per un paese che sa dividersi in modo accanito, raggiungere livelli di partecipazione elettorale inusitati e che, al tempo stesso, è stato in grado di recepire la penosa lezione che subita nel 2000, con l’intervento diretto e risolutore della Corte Suprema nel procedimento elettorale. E quindi, veramente, per chi ci crede: che Dio benedica l’America.

Eppure, anche in questa occasione le premesse per un nuovo pasticcio giudiziario non mancavano. Appare anzi evidente, a questo punto, che la vicenda del 2000 non era stata casuale, ma potrebbe ripetersi a ogni elezione nella quale le forze in campo non siano eccessivamente squilibrate. Le tecniche di analisi statistica dell’opinione hanno raggiunto un livello di sofisticazione tale che, date le caratteristiche attuali del sistema elettorale americano, prima di ogni prova elettorale è possibile individuare lo Stato o i pochi Stati in cui la differenza tra gli schieramenti è molto ridotta, in modo da concentrare in essi gli sforzi della campagna, preparandosi eventualmente a combatterla anche sul piano giudiziario. E ciò si è puntualmente verificato anche questa volta. Nell’Ohio i repubblicani hanno ottenuto dalle Corti l’assenso preventivo a una vigilanza sulle procedure elettorali, che ha contribuito alla contestazione di un numero non trascurabile di voti. Tale numero, fortunatamente, si è rivelato soltanto di poco superiore alla differenza dei suffragi ottenuti dai candidati nel medesimo Stato, inducendo Kerry a non insistere nell’attesa del controllo di quei voti. Il discorso non cambia – e anzi viene rafforzato – anche tenendo conto dell’aumento dei voti elettorali di Bush in seguito ai conteggi definitivi in altri Stati.

Anche se il sistema di elezione di secondo grado del presidente presenta aspetti ampiamente positivi, e anzitutto il rispetto dell’autonomia degli Stati, sembra venuto il momento di un ripensamento complessivo delle procedure elettorali, anche alla luce dei profondi cambiamenti che negli ultimi cinquant’anni hanno coinvolto la società americana, in modo che non sia più possibile parlare di vittorie evidenti, ma, al tempo stesso risicate.

Sarebbe questo, tra l’altro, un modo per rendere concreto quel bisogno di unità che il messaggio di accettazione del risultato di Kerry e quello di vittoria di Bush hanno così chiaramente espresso.

In realtà, ben altri e di ben diverso rilievo sono i motivi per i quali sarebbe auspicabile, non solo per gli Stati Uniti e per il mondo, che all’interno della società americana siano ridimensionati i conflitti ideologici e politici che l’hanno caratterizzata negli ultimi tre lustri. Anche se il processo di crescita del conservatorismo è in corso da quarant’anni, la sua radicalizzazione e la crescente contrapposizione allo schieramento progressista risalgono all’ultimo decennio del Novecento e, più precisamente, agli sconvolgimenti che condussero alla definitiva crisi del comunismo e alla fine della contrapposizione globale tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Nonostante fin dal suo inizio la guerra fredda avesse provocato contrasti vivaci tra le forze politiche americane a proposito della gestione del conflitto, l’esistenza di un nemico considerato mortale costituiva un elemento di coesione determinante per la società americana. In definitiva, gli Stati Uniti non si sottraevano all’effetto sostanzialmente stabilizzante esercitato dalla contrapposizione globale sul sistema delle relazioni internazionali e sugli equilibri interni di molti dei paesi, effetto che è apparso evidente soltanto con la caduta del comunismo.

Uno dei modi attraverso i quali più frequentemente si formano le identità nazionali ed etniche è quello della contrapposizione tra entità sociali, tra un «noi» che si definisce nel confronto con «gli altri». E gli Stati Uniti sono proprio sorti in un procedimento di questo tipo, anche prima di costituirsi in Stato indipendente. Già nel XVII secolo i coloni che abbandonavano le lotte religiose dell’Europa per affermare liberamente la propria fede in un mondo nuovo, si contrapponevano deliberatamente al Vecchio Continente, istituendo una realtà geografica, la Nuova Inghilterra, nella quale non ci si limitava a trasferire le tradizioni e la cultura di quella oltre Atlantico, ma si rivendicava una propria specificità anche sul terreno religioso, il più adatto alla coltivazione di un senso di appartenenza etnica.

La definizione di coloni, che non riguarda soltanto agli abitanti del New England, è molto significativa in quanto consente di contrapporre il nucleo originario degli americani a tutti coloro che sono arrivati nel Nuovo Continente in momenti successivi e ai quali è più corretto riferirsi come agli immigrati. Soltanto i primi riuscirono a elaborare un sistema di valori etici, religiosi e sociali al quale, più o meno liberamente, dovettero adeguarsi i secondi.

Il vero e proprio nocciolo politico di quel sistema di valori trova un’efficacissima espressione nella Dichiarazione di Indipendenza. Qui i rappresentanti dei coloni affermavano di ritenere «queste verità evidenti di per sé, e cioè che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che sono stati dotati dal Creatore di alcuni diritti inalienabili, tra i quali figurano la vita, la libertà e il perseguimento della felicità».

Il significato di queste parole – che costituiscono il credo americano – può essere compreso appieno non solo inserendole nel contesto storico in cui furono formulate (per cui, ad esempio, gli uomini «creati uguali» sono i maschi di razza bianca), ma anche tenendo conto del fatto che alla loro formulazione si poté giungere anche grazie all’elaborazione di alcune convinzioni. Tra queste meritano di essere ricordate: quella che applica ai coloni americani e ai loro discendenti il principio biblico del «popolo eletto» e quella che considera la nazione americana come espressione della natura. I due miti sono tra loro collegati, nel senso che il «popolo eletto» è stato oggetto della scelta divina non solo per la sua fede e le sue virtù religiose e morali, ma anche perché le esercita in uno spazio incontaminato, in condizioni simili allo stato di natura.1

Il principio della lettura diretta dei testi biblici affermato dalla Riforma protestante fornì, attraverso la tematica del «popolo eletto», uno dei presupposti fondamentali per la successiva nascita di molti dei nazionalismi moderni, con l’affermazione dei diversi «primati» nazionali, da Hegel a Gioberti. Nel caso dei coloni americani, la convinzione di godere di una speciale predilezione divina era funzionale anche all’enormità e alla novità del compito che avevano di fronte e anche alla loro precedente vicenda nei conflitti religiosi europei. Allontanandosi da quei conflitti i coloni protestanti nel Nuovo Mondo si sottraevano alla storia e ai condizionamenti del passato, stabilendo un rapporto diretto e privilegiato con la divinità, mediato soltanto dalle scritture. Quanto alle diverse letture che di queste venivano date dalle varie sette nelle quali i coloni si dividevano, il problema veniva risolto dalla naturalità dei valori comuni che, al pari della natura, confermavano i voleri del creatore.

Non desta dunque meraviglia che negli abitanti delle colonie si sia sviluppata una sorta di millenarismo, la convinzione cioè di aver stretto un patto con la divinità per dar luogo a un novus ordo saeclorum (non per niente il motto virgiliano figura nel sigillo degli Stati Uniti).

Questi convincimenti erano già stati sostanzialmente elaborati al momento della Dichiarazione di Indipendenza; sposandosi subito dopo con le elaborazioni politiche e filosofiche di Locke e di Montesquieu, finirono per informare di sé anche la Costituzione. Questa appariva ed era ispirata al principio della laicità dello Stato, pur essendo pervasa di contenuti religiosi. Il fatto che essi non si traducessero in norme istituzionalmente regolatrici dei rapporti tra la nuova Repubblica e le chiese è riconducibile sia alla «naturalità» della religione cristiana per la maggior parte degli americani, sia al minor grado d’istituzionalizzazione delle chiese protestanti e al loro continuo aggiornamento in una serie di «risvegli», che hanno trovato manifestazioni anche assai recenti, nelle quali si sono moltiplicati i «cristiani rinati».

Nella Costituzione, dunque, si ritrovano i tratti essenziali dell’identità americana, che hanno addirittura superato le tensioni di una crudele e sanguinosa guerra civile, combattuta, fra l’altro, anche al fine di superare l’interpretazione restrittiva del principio dell’eguaglianza fra gli uomini, estendendola anche agli schiavi.

Nasceva così il patriottismo americano, che si qualificava prevalentemente come «patriottismo della Costituzione», incentrato sui cardini della libertà, dell’uguaglianza, del predominio della legge e della divisione dei poteri; vale a dire, in prima approssimazione, del tutto disgiunto da qualificazioni di appartenenza etnica, ma anche profondamente cristiano. Era questo il sistema di valori dei WASP (white anglo-saxon person) al quale si dovevano adeguare, e di fatto si adeguavano, in ondate successive, tutti gli immigranti in America. A questi non era lasciata alcuna possibilità: a cominciare dai tedeschi e dagli scandinavi, seguiti dagli irlandesi e dagli ebrei e, successivamente, dagli europei del Sud (prevalentemente italiani) e dell’Est (prevalentemente polacchi), tutti hanno dovuto, più o meno gradualmente, stemperare le loro appartenenze originarie per perseguire l’integrazione individuale o, al massimo, familiare.

Nonostante la sua grande popolarità, la metafora del melting pot, formulata agli inizi del Novecento, ha avuto un’attuazione soltanto parziale nel senso che, sinora, dal crogiuolo degli Stati Uniti non è uscito un nuovo tipo di uomo, l’uomo americano, ma si è realizzata soltanto la parte dell’assimilazione nella cultura anglo-protestante dal momento che oggi, in prima approssimazione, anche il cattolicesimo americano può essere considerato un’anomala forma di settarismo protestante.

Per oltre due secoli il patriottismo americano ha potuto presentarsi come patriottismo della Costituzione e quindi privo di connotazioni etniche per una serie di circostanze, tra le quali primeggiano l’isolamento fisico del Nuovo Continente e la decisione degli Stati Uniti di seguire l’indicazione di George Washington di estraniarsi dai conflitti europei, per concentrarsi invece sull’emisfero occidentale e sui suoi problemi. Fra l’altro, in quest’ambito non mancarono le occasioni nelle quali il carattere etnico del nazionalismo americano venne chiaramente in primo piano, come nel caso dell’annessione del Texas e di tutti i territori messicani fino al Pacifico dopo la guerra del 1846-48 o di quello del conflitto con la Spagna a proposito di Cuba.

Soltanto dopo aver completato l’unificazione continentale e aver raggiunto un livello di potenza economica assai elevato anche sul piano mondiale l’isolamento americano cessò di essere una risorsa per diventare un problema. Fu il grande acume politico di due presidenti democratici, Wilson e Roosevelt, a inserire gli Stati Uniti nei due conflitti europei del Novecento, in un modo che consentì di mantenere al patriottismo americano il suo carattere valoriale e di continuare a lasciare sullo sfondo la componente etnica e nazionalistica.

Tanto l’intervento contro il militarismo prussiano quanto quello contro i fascismi, pur ricchi di vantaggi concreti per gli Stati Uniti, apparvero e furono guidati dall’esigenza di difendere il bene della libertà e i principi della democrazia. Fu sicuramente anche per questo motivo che sia Wilson sia Roosevelt dovettero superare resistenze interne formidabili che vennero meno soltanto nel prolungato, durissimo contrasto con l’Unione Sovietica. Anche in questo caso, l’intervento americano mantenne il carattere di appoggio decisivo agli stessi principi che avevano guidato i due precedenti.

Così fino all’ultimo decennio del Novecento il nazionalismo americano è apparso all’esterno ed è stato, di fatto, prevalentemente ispirato a valori più che a interessi, mentre all’interno si verificavano trasformazioni di dimensioni e profondità tali da porre in discussione il principio stesso dell’assimilazione e, quindi, uno dei cardini dell’identità americana. La fine della contrapposizione globale ha fatto venire clamorosamente alla luce queste trasformazioni e ha quindi riproposto, negli ultimi tre lustri, il problema dell’identità americana. Ed è probabilmente questa la chiave migliore per comprendere il significato delle recenti elezioni.

Il funzionamento soltanto parziale del melting pot ha reso possibile, come si è detto, la prevalenza dell’assimilazione degli immigrati nella cultura anglo-protestante favorendo la soluzione che è stata definita della tomato soup (la zuppa di pomodoro), ove la varietà degli ingredienti è assorbita dal colore di quello prevalente.2 Col tempo, tuttavia, la varietà degli ingredienti e della loro specifica colorazione hanno reso sempre più sbiadita la zuppa di pomodoro, anche perché la colorazione dell’ingrediente principale si stemperava. Fuor di metafora: mentre l’immigrazione aumentava quantitativamente e si differenziava sul piano qualitativo, nel senso che la provenienza principale degli immigrati cessava di essere l’Europa, le precedenti ondate sottoposte all’integrazione si ponevano il problema di mantenere la loro specificità etnica di provenienza e quello che non era stato possibile nelle fasi anteriori – vale a dire il mantenimento di comunità omogenee per appartenenza etnica – diventava possibile a un diverso livello, una volta realizzatasi l’assimilazione al sistema di valori anglo-protestante.

Contemporaneamente, il pieno e aperto coinvolgimento degli Stati Uniti negli affari mondiali sul piano politico, e ancor più su quello economico, determinava la formazione di nutrite élite, dislocate prevalentemente sulle fasce costiere, che, mantenendo la loro fedeltà al credo americano, erano molto più aperte nei confronti del mondo e della diversità etno-culturale.

Diveniva così possibile riprendere una concezione dell’identità americana, già avanzata agli inizi del Novecento, fondata sul pluralismo e sulla diversità e che, in quanto tale, potesse riconoscersi soltanto nel patriottismo della Costituzione e dei suoi valori, conservando per il resto le proprie caratteristiche. E, in questo caso, la metafora culinaria era quella dell’insalata. Da questo punto di vista la coesione indotta dalla guerra fredda doveva rivelarsi determinante.

Ma, anche prima che il confronto con l’Unione Sovietica terminasse, questa teoria aveva trovato nel rapporto con gli afro-americani e in quello con i messicani due ostacoli insormontabili, che già nel passato si erano presentati congiuntamente, determinando la più drammatica lacerazione nella storia della società americana: la guerra civile. «Il Messico ci avvelenerà», aveva scritto R.W. Emerson:3 il processo che in poco più di un decennio doveva condurre alla secessione degli Stati del Sud fu innescato dalla controversia sull’estensione della schiavitù ai territori strappati al Messico nel 1846-48.

Il primo ostacolo coincide con il più annoso e grave dei problemi americani, quello dell’integrazione della comunità afro-americana. Per realizzarla non sono bastate né le innovazioni legislative assunte dall’Amministrazione Johnson, né il movimento progressista degli anni Sessanta. Anzi, l’insistenza del governo federale nel promuovere l’integrazione, ovviamente graduata diversamente nel tempo a seconda che esso fosse in mani democratiche o repubblicane, avevano inasprito e accentuato le resistenze, favorendo l’onda lunga della ripresa e della diffusione del conservatorismo.

Tanto le iniziative nella politica dei trasporti scolastici per integrare le comunità, quanto e ancor più quelle, assunte in sede legislativa o giurisdizionale, per favorire l’ascesa economica, sociale e culturale delle minoranze tradizionalmente sfavorite, mediante la riserva di quote negli impieghi e nelle università, non hanno mai ottenuto il favore dell’opinione pubblica prevalente, e non soltanto nelle fila dei repubblicani, proprio in quanto considerate nocive per la maggioranza anglo-protestante.

Negli ultimi quindici anni, poi, un altro insuperabile ostacolo si è presentato sulla via di quanti ritengono che una franca accettazione del multiculturalismo e della diversità attorno ai valori politici e ideali della Costituzione non metterebbe in pericolo l’identità americana: l’immigrazione ispanica e soprattutto messicana ha raggiunto livelli tali da costituire di per sé un grave pericolo per la prevalenza della componente anglo-protestante, tenuto conto delle tendenze demografiche in atto e della concreta impossibilità di arrestare il flusso migratorio proveniente da sud del Rio Grande. E c’è chi è giunto a paventare, o ad auspicare, a seconda dei punti di vista, una sorta di reconquista dei vastissimi territori sottratti al Messico nell’Ottocento.

Si tratta chiaramente di esagerazioni, ma l’immigrazione ispano-americana è giunta a un livello tale da porre in discussione in alcuni Stati, come la California e la Florida, non soltanto la prevalenza dell’inglese, ma anche ad affermare un bilinguismo che non è più soltanto di fatto, ma comincia a ricevere riconoscimenti ufficiali. Se si considera che, finora, la conoscenza dell’inglese era il presupposto formale e sostanziale dell’integrazione, il fatto non ha solo una valenza culturale, tanto più che le caratteristiche degli attuali flussi migratori non sono più quelle di un tempo. La rivoluzione dei trasporti e la mondializzazione dell’economia non solo contribuiscono a internazionalizzare consistenti minoranze di anglo-protestanti, ma rendono anche meno diffusamente definitiva l’immigrazione negli Stati Uniti, e specialmente quella di origine ispanica.

Di fronte a problematiche di lunga durata come quelle qui evocate, si comprende come la coesione nazionale indotta dal pur gravissimo trauma dell’11 settembre non potesse che essere effimera e che le divisioni fondate sui problemi identitari siano riemerse con veemenza, influenzando, con livelli variegati di consapevolezza, tanto le decisioni dell’Amministrazione quanto quelle dell’opposizione democratica.

Così, per quanto riguarda le prime, la precocissima decisione di collegare l’11 settembre all’Iraq e di fare della lotta al terrorismo una nuova forma di contrapposizione globale, tale da giustificare l’esplicito abbandono del multilateralismo, è soprattutto l’espressione di un disagio profondo di fronte ai problemi della globalizzazione economica e dell’internazionalizzazione delle società, disagio che accomuna gli Stati Uniti al resto dei paesi avanzati. È dunque vero che le elezioni presidenziali del 2004 si sono svolte sulla base della paura: ma questa non riguarda né esclusivamente né principalmente il terrorismo e i suoi attacchi. L’oggetto principale della paura sembra essere il destino degli Stati Uniti e della loro identità nel contesto globale. In questa chiave si possono interpretare anche le diffuse e vivaci preoccupazioni economiche. Dal futuro destino del dollaro al pericolo rappresentato dal doppio disavanzo dei conti con l’estero e del bilancio pubblico, alla delocalizzazione della produzione gli elettori si sono trovati di fronte a questioni che riguardano la collocazione degli Stati Uniti nel mondo. Fra l’altro, su queste tematiche non mancano certo precedenti di politiche radicalmente unilateraliste: basti pensare alla decisione di Nixon nel 1971 di porre fine, dalla sera alla mattina, al sistema dei cambi fissi instaurato a Bretton Woods.

In questo modo è possibile valutare criticamente anche altri giudizi sulla vicenda elettorale che, comunque la si voglia considerare, appare una svolta durevole e rilevante nella politica americana. Così, la vittoria di G. W. Bush è stata considerata la vittoria dell’America «profonda» o, addirittura, di quella «rurale». Ma, a parte il fatto che il peso dell’agricoltura nella società e nell’economia americane non eccede, nonostante gli aiuti, quello usuale nelle società industriali avanzate, la connotazione di arretratezza evidente nei due aggettivi è del tutto fuori luogo. La maggioranza che ha eletto Bush è composta di elettori socialmente ed economicamente non diversi da quelli che non lo hanno votato, ivi compresi i ceti popolari e meno abbienti. E l’economia degli Stati solidamente repubblicani del Sud-Ovest non è mediamente più arretrata di quella degli Stati della East Coast, come risulta anche dal saldo a essi favorevole dei flussi migratori interni, che ha portato a una diversa ripartizione dei voti nel collegio elettorale di secondo grado. Discorso non diverso deve essere fatto a proposito delle questioni etiche che avrebbero deciso la campagna. Certamente la mobilitazione religiosa a favore di Bush è stata massiccia, ma la sostanza del fenomeno era già emersa chiaramente nel 2000. Del pari, indubbio è che la questione del matrimonio omosessuale è dibattuta in tutti i paesi economicamente più avanzati dell’Occidente. Ma è altrettanto vero che la destra conservatrice aveva già mostrato, durante lo scandalo Lewinsky, una elevatissima capacità di strumentalizzare a fini politici le questioni di etica sessuale.4 In definitiva, è abbastanza certo che l’antipatia nei confronti dei liberals da parte di moltissimi elettori repubblicani abbia investito la loro spregiudicatezza nelle questioni sessuali almeno quanto la loro propensione a portare avanti l’azione affermativa per realizzare l’integrazione, che non è gradita neppure a molti democratici.

Anche il gradimento personale nei confronti dei due candidati non ha mancato di risentire di valutazioni ideologiche: per quanto Kerry si sia sforzato di mostrare la sua sincera religiosità, è risultato assai meno credibile del suo avversario, la cui «rinascita» come evangelico texano dai suoi trascorsi episcopali del New England si è dimostrata molto meno strumentale di quanto era apparsa nelle prime fasi del suo mandato.

Non si può tuttavia ritenere che la vicenda irachena e le esigenze della lotta al terrorismo non abbiano svolto alcun ruolo nelle scelte degli elettori. Anzi, è proprio sul terreno della politica internazionale che, facendo leva sui timori di fondo degli americani, si sono registrati i cambiamenti più profondi. Le teorie sulla necessità che gli Stati Uniti facciano valere la loro egemonia in modo unilaterale anche, quando è opportuno, con il ricorso alla guerra preventiva, sono anche un modo efficace per affermare il patriottismo etnico di una grande potenza, senza le mediazioni che il multilateralismo comporta. Come ha ricordato un conservatore moderato di spicco, la destra religiosa, una componente essenziale della maggioranza repubblicana, è ferma sostenitrice delle teorie apocalittiche in base alle quali la fine del mondo avverrà con l’Armageddon, il conflitto definitivo tra il Bene e il Male, e del corollario per cui quel conflitto si stia attualmente svolgendo in Palestina tra israeliani e palestinesi. E nella propaganda a favore della guerra in Iraq non sono mancati gli accenni alla corruzione di Babilonia.5

È evidente che nessuno può pensare seriamente che considerazioni di questo tipo abbiano una qualche influenza sulla politica internazionale degli Stati Uniti, anche se, per avventura, esse fossero condivise intimamente dal presidente. Questi, però, da buon politico, non può fare a meno di utilizzarle per massimizzare il proprio consenso: qui si sono evocate solo per sottolineare come nella maggioranza di G. W. Bush sussistano rilevanti elementi d’insicurezza identitaria, di nazionalismo etnico e di un bigottismo religioso che, nelle sue punte estreme, evoca lontane suggestioni di lettere scarlatte e di roghi sull’Atlantico. E, tuttavia, la scelta del popolo americano è stata chiara e inequivocabile e tanto vale prenderne atto, non certo per contrapporvisi programmaticamente, ma per elaborare risposte ai problemi che la prima Amministrazione Bush ha posto con grande chiarezza e decisione e che, con ogni probabilità, la seconda continuerà a porre al popolo americano e al mondo con decisione non minore. Non vi sono molti elementi che possano far pensare a rilevanti cambiamenti di linea: la rivoluzione conservatrice è in atto e, verosimilmente, proseguirà per un tempo tale da modificare durevolmente i rapporti di forza nell’America, avvolta nei suoi timori e pure ormai impossibilitata ad arroccarsi e isolarsi. Winston Churchill, nell’omaggio funebre a Roosevelt, aveva affermato che le conseguenze dell’azione politica del grande presidente democratico «si riconosceranno a lungo fra gli uomini». È probabile che si assista ora al loro superamento: un esito che non appare confortante né per gli Stati Uniti né per il resto del mondo. Per questo, ancora una volta, e ancora una volta per chi ci crede: God bless America.

 

 

Bibliografia

1 Cfr. R. T. Hughes, Myths America Lives By, Prefazione di R.N. Bellah, University of Illinois Press, Chicago 2003.

2 Per le metafore culinarie e il loro successo nei dibattiti sull’identità americana si veda S. P. Huntington, Who are We? The Challenges to America’s National Identity, Simon and Schuster, New York 2004, pp. 128-131. Il lavoro di Huntington, per quanto ideologicamente assai orientato in modo conforme alle teorie dell’autore sugli «scontri di civiltà», è una rassegna di grande interesse per le problematiche qui affrontate.

3 Citato in J. Mc Pherson, Battle Cry of Freedom. The Civil War Era, Oxford University Press, Oxford-New York 1988, p.51.

4 A titolo puramente esemplificativo si veda B. Clinton, My Life, Alfred A. Knopf, New York 2004, pp. 779-780.

5 K. Phillips, American Dynasty. Aristocracy, Fortune and the politics of Deceit in the House of Bush, Penguin, New York 2004, pp. 238-244.

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