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Il caso toscano. Oltre il modello dei distretti

Written by Riccardo Conti Monday, 01 November 2004 02:00 Print

Un tratto caratteristico e ricorrente del dibattito politico e culturale della sinistra (e non solo) toscana è rappresentato dal suo interrogarsi e riflettere sul modello toscano di sviluppo. Questo fatto ha portato con sé conseguenze non sempre positive. Vi si può talvolta leggere un elemento di autoreferenzialità che può sfociare in un certo provincialismo. È la storia di una sinistra forte e ben radicata (ancora oggi!) nel suo territorio, ma non sempre altrettanto influente nel dibattito e sulle scelte politiche più generali. Ma è anche la storia di una sinistra che conosce bene, indaga, si interroga sulla propria terra, sulle sue città e sulle forme di sviluppo. Un impasto, insomma, curioso e peculiare di alti livelli analitici e culturali e ristrettezze politiche, riflettere sul quale può essere operazione non banale. Prendiamo due temi che sono ingredienti fondamentali dell’esperienza toscana (del modello, appunto): lo sviluppo dei distretti e le politiche del governo del territorio.

 

Un tratto caratteristico e ricorrente del dibattito politico e culturale della sinistra (e non solo) toscana è rappresentato dal suo interrogarsi e riflettere sul modello toscano di sviluppo. Questo fatto ha portato con sé conseguenze non sempre positive. Vi si può talvolta leggere un elemento di autoreferenzialità che può sfociare in un certo provincialismo. È la storia di una sinistra forte e ben radicata (ancora oggi!) nel suo territorio, ma non sempre altrettanto influente nel dibattito e sulle scelte politiche più generali. Ma è anche la storia di una sinistra che conosce bene, indaga, si interroga sulla propria terra, sulle sue città e sulle forme di sviluppo. Un impasto, insomma, curioso e peculiare di alti livelli analitici e culturali e ristrettezze politiche, riflettere sul quale può essere operazione non banale. Prendiamo due temi che sono ingredienti fondamentali dell’esperienza toscana (del modello, appunto): lo sviluppo dei distretti e le politiche del governo del territorio.

Voglio avanzare una tesi estrema: i motori dello sviluppo della Toscana del dopoguerra, i luoghi del suo dinamismo e della modernizzazione, non sono state tanto le città, bensì i medi centri urbani. Arnaldo Bagnasco scrive «braudelianamente» di una lunga durata che vede riemergere con l’espansione dei distretti quei medi centri che già erano un’armatura urbana e mercantile nel Basso Medioevo.

Su questa Toscana si è discusso molto. Il modello delle piccole imprese e dei distretti, il rapporto tra questo sviluppo e la «subcultura rossa», il filo resistente dell’antifascismo hanno visto misurarsi con studi importanti studiosi del calibro di Becattini, Bagnasco, Trigilia e Mario Caciagli. Per non parlare di Giorgio Mori e della sua storia della Toscana. O del saggio che su «Critica Marxista» due (allora) giovani studiosi come Paolo Cantelli e Leonardo Paggi scrissero su queste forme di sviluppo, con un accento molto più critico.

Oggi una fase di maggiore globalizzazione ha però visto cambiare alcune regole del gioco: i distretti hanno perso una loro forza propulsiva (da un decennio ormai non producono più incrementi occupazionali), la piccola impresa pone nuove domande in termini di finanze, servizi, ricerca e cioè di città. È il tema della «rinascita urbana», che emerge e sposta l’accento dalle aree di «campagna urbanizzata» alle aree vaste della Toscana centrale e della costa. Cambia la geografia socio-politica della Toscana. E se la figura centrale di un certo sviluppo era stata un «nonnomezzadro» che si era fatto imprenditore, ma anche edificatore di Case del popolo e spesso amministratore municipale, oggi la figura critica è un nipote molto diverso: cosmopolita, con tratti e stili di vita urbani, informato e informatizzato, con un rapporto molto più elastico con il contesto territoriale e con le istituzioni della politica.

Emerge una forte domanda di innovazione che può essere interpretata dal punto di vista delle classi dirigenti solo in termini di «apertura» culturale e di visione politica. Occorre superare quel clima ristretto e localistico a cui si è fatto riferimento.

È questo filo rosso che può aiutarci nel leggere le più recenti esperienze di governo: in particolare, ma non solo, quella della giunta Martini. Intendiamoci, il filo della continuità è molto forte, per alcuni aspetti strutturale.

È un fatto che, al contrario di altre regioni «rosse», la sinistra toscana abbia intrattenuto un rapporto più critico con quel modello di sviluppo di cui pure era protagonista. Non solo attraverso una lettura articolata dello sviluppo della piccola impresa, ma anche misurandosi con esperienze di riformismo «municipale» che attenuavano e condizionavano il clima produttivistico che alimentava lo sviluppo dei distretti. La «subcultura rossa» in Toscana era anche rappresentata da forme peculiari di associazionismo e di sviluppo del capitale sociale. Insieme alle piccole imprese nascevano consultori e doposcuola, laboratori teatrali e consorzi sociosanitari. La stessa azione centrale dei comuni assumeva forme aperte e produceva singolari esperienze di «keynesismo» a scala locale. Si è prodotta una forma di localismo democratico che è un po’ la sintesi della forza e dei limiti dello sviluppo toscano. Comunque, si tratta di una risorsa non priva di una sua attualità.

In epoca di globalizzazione – usando tale termine consapevoli della sua ambiguità – le risorse locali rappresentano un valore aggiunto. Naturalmente a certe condizioni. La prima è che il modello divenga piuttosto laboratorio, un luogo aperto di sperimentazione politica e istituzionale. Luogo di innovazione e di ricerca di nuove costruzioni interistituzionali e di progettualità più integrate. Oltre i confini comunali. C’è un punto da non trascurare: la tigre nel motore dello sviluppo toscano è stata e resta l’alto grado di coesione sociale.1

Basti rilevare che in Veneto oggi c’è la Lega, in Toscana governa il centrosinistra. La «subcultura rossa» ha manifestato caratteri di tenuta e radicamento più forti. Le due subculture non erano varianti dello stesso modello, ma due modelli diversi di azione sociale e di governo; non esenti da possibili commistioni positive, ma diversi. Da una parte più welfare municipale, dall’altra più assistenzialismo sociale, oppure modelli di governo del territorio basati sul policentrismo o fenomeni, per dirla con Fuà, di industrializzazione senza fratture. La coesione toscana ha retto a complesse trasformazioni politiche e istituzionali e a cambiamenti radicali degli scenari sociali ed economici. Oggi, di fronte al nipote di cui abbiamo parlato (e che, a proposito, sarà prevalentemente una nipote!), di fronte alla rinascita urbana, di fronte alla crisi degli orizzonti localistici, coesione e innovazione si trovano a braccetto, come due facce di un’inedita stessa medaglia.

Quindi, passare dal modello al laboratorio Toscana non può che significare innalzare il tasso di riforma dell’azione di governo; trovare anche più referenti e più ascolto nelle politiche nazionali; disegnarci addosso un profilo di moderna regione d’Europa. Queste esigenze si trovano a incontrare un mix di fattori di varia natura. Non è semplice porsi il problema di definire i profili di un nuovo riformismo toscano in presenza di uno scenario economico così negativo.

Dalla crisi della finanza pubblica, al dollaro «debole», si stanno creando condizioni complesse per un’azione di riforma in una regione ad alto tasso di politiche pubbliche e ad alta propensione all’export (in settori molto insidiati dalle Tigri asiatiche). D’altra parte, siamo di fronte ad azioni di governo regionale già fortemente volte all’innovazione e alla riforma. Anzi, proprio in relazione ai temi programmatici e di progettazione politica del centrosinistra, è giunto il momento di porsi il problema di un migliore raccordo fra i governi regionali e locali e lo scenario programmatico e politico della Federazione e della Grande Alleanza Democratica. Ciò richiede uno sforzo reciproco, oltre le ristrettezze e i ripiegamenti nel locale, ma anche oltre una qualche pratica neocentralista che fa capolino anche dalle nostre file. Ruffolo ha posto il problema di una convenzione per il programma; lì potrebbero trovare spazio le tante esperienze di riformismo «governante» che vedono impegnate molte delle nostre forze. La coalizione Toscana democratica ha in questi anni sviluppato una sua vita anche politica: ciò pone il problema che il suo allargamento ad altre forze – in primis Rifondazione – non può essere solo un prodotto di importazione. Rendere esplicito e visibile il carattere riformista di molte politiche regionali, la valenza più complessiva di alcune scelte, è terreno su cui accentuare quegli sforzi di innovazione e di apertura a si faceva riferimento.

Se la Strategia di Lisbona ci pone il problema di politiche di riforma del welfare che assumono un carattere «nuovo» verso inediti modelli di Stato sociale e di politiche pubbliche, è anche vero che il modello toscano di governo della salute, o i processi di liberalizzazione abbondantemente in corso nel campo dei servizi pubblici (in particolare dei trasporti locali) pongono già la nostra esperienza di governo su una pratica molto avanzata. Programmi integrati di governo delle aree metropolitane possono in Toscana assumere volto e forma in progetti di piattaforma logistica costiera, di avanzate esperienze nel campo di una nuova mobilità sostenibile, di sperimentazioni di governo del territorio molto integrato e di valutazioni strategiche degli interventi in atto, del tutto in linea con la prassi dell’Unione. Sono processi, mai costruiti a tavolino, ma di «riformismo con il popolo» che comunque rappresentano test impegnativi sulle capacità effettive di innovazione delle forze del governo toscano.

Non vorrei dare l’impressione di una qualche astrattezza e di un ricorso disinvolto alla categoria che Alfredo Reichlin chiama «dell’occorrismo» (occorre che… occorre che…). Il fatto è che, per motivi su cui meriterebbe indagare più a fondo, si è aperta nell’ultimo decennio una stagione di forte dinamismo istituzionale. Le città toscane, a partire da Firenze, sono un cantiere; grossi programmi di infrastrutturazione sono in corso. Se pensiamo all’area tra Firenze e Bologna, ci troviamo di fronte al più imponente programma di infrastrutturazione in Europa: si tratta di un tunnel ferroviario che unirà le due città, di lavori della nuova Variante di Valico, della riorganizzazione dell’anello autostradale fiorentino verso un rapporto intermodale con le città del tutto diverso. A Firenze si stanno realizzando progetti importanti: a Novoli il nuovo Palazzo di giustizia, il Polo delle scienze sociali (con la più grande biblioteca specializzata d’Italia); a Sesto Fiorentino il nuovo Polo scientifico; nel centro il progetto dei Grandi Uffizi e della trasformazione dell’area della Fortezza in un grande parco di scambi. A Pisa, a Livorno, a Prato nuove funzioni espositive, ferroviarie, di scambio, di riorganizzazione e riqualificazione urbana.

A questo la regione aggiunge un suo programma di investimenti, finanziato con un prestito internazionale, di ormai quasi di due miliardi di euro: strutture per il diritto allo studio, opere di difesa idraulica del suolo e della costa, riqualificazione infrastrutturale, programmi di investimento in treni e metropolitane di ultima generazione.

Per non soffermarmi oltre vorrei solo ricordare la riorganizzazione di tutta la rete ospedaliera, con il «Nuovo Meyer», che diventerà il polo pediatrico più importante d’Italia. Questo dinamismo istituzionale ha ora bisogno di due sbocchi: un intreccio maggiore con una crescita del mercato e dell’investimento privato e una sorta di alleanza fra il meglio del pubblico e il meglio del privato, che è un obiettivo a cui possiamo e dobbiamo tendere. Ma anche una più forte finalizzazione riformistica, che dia più senso e contenuto a questo gigantesco programma di modernizzazione. Allora non l’astrattezza, ma un certo pragmatismo spicciolo può essere in pericolo.

Per questo insisto su alcuni grandi progetti a fortissima caratura riformistica, punti di forza di un laboratorio toscano che possa parlare al paese. Penso in particolare ai progetti legati all’Alta capacità ferroviaria. Non solo non è senza rilievo il fatto che Firenze si trovi a cambiare una sua collocazione geografico-temporale: a un’ora e mezzo da Roma e Milano, a venticinque minuti da Bologna, già i primi sintomi di attenzione da parte di importanti investitori si avvertono. Ma il nocciolo del progetto sta in una rivoluzione del ferro che, attraverso gli investimenti sui nodi e le reti, può dotare l’asse centrale e quello costiero della regione di standard infrastrutturali di tipo europeo. Naturalmente il progetto avrà un futuro se può essere accompagnato da investimenti in treni, tranvie, intermodalità, piani urbani della mobilità. Nulla di tutto ciò pare solleticare l’attenzione del governo attuale. E questi sono programmi che solo attraverso consistenti e selettive forme di co-finanziamento, anche aperto al mercato, Stato-regioni-autonomie possono essere portati avanti. Riguardando l’Alta capacità le grandi aree urbane lungo l’asse Nord-Sud (da Napoli a Milano e Torino) e giungendo l’investimento infrastrutturale al primo compimento nei prossimi cinquesei anni, qui sta la prima e più grande priorità per il futuro centrosinistra. Non solo nelle regioni. Completare l’Alta capacità ferroviaria è un programma integrato che parla di industria, servizi, qualificazione urbana; di alto contenuto di riforma con un alto moltiplicatore di reddito e innovazione. Per noi la riforma è già in corso; via via che gli investimenti procedono, aumenteranno i servizi, nasceranno navette, primi tratti metropolitani, tranvie. Ma da soli potremmo non farcela.

Una regione come la Toscana può essere il terreno di sperimentazione di un riformismo urbanistico di alto livello e con forti caratteristiche nazionali. Intanto perché il dinamismo di cui abbiamo parlato richiede e richiederà tanto governo del territorio. In secondo luogo, perché il crollo di attenzione su questi temi sta creando un pericoloso vuoto in cui entrano spinte di ogni genere: condoni, modelli lombardi di intreccio subalterno del pubblico al privato, illusorie grandi opere, un centralismo ciarliero e inconcludente. Penso sia giunto il momento in cui la sinistra, e il centrosinistra, possa riappropriarsi del tema governo del territorio, possa ridarsi una politica per la città, possa porsi in termini nuovi le problematiche dei beni culturali e dei grandi paesaggi.

Ormai in Toscana siamo ben oltre l’urbanistica tradizionale. Con la legge n.5 del 1995, oggi in via di aggiornamento, si è aperto il capitolo del governo del territorio. Voglio portare solo un dato: in una regione stagnante sul piano demografico i vecchi piani regolatori al 1990 portavano con loro previsioni di una Toscana di otto milioni di abitanti (qualcosa più del doppio degli attuali). Su un campione di 600.000 abitanti i nuovi piani strutturali prevedono un incremento medio del 14%. Sviluppo sostenibile, quindi. Governo realistico dell’espansione possibile. Politiche perequative. Nuove politiche della casa. Ma anche visione unitaria di un territorio policentrico, aperto, con paesaggi che ne fanno un unicum per la cultura mondiale.

Non c’è un solo metro del territorio toscano che non porti i segni di una forte antropizzazione, della storia di decine di generazioni, in un intreccio spesso mirabile. Questo porta con sé un grande tema: non è solo con politiche di difesa e tutela che potremo riprodurre questo patrimonio. Per dirla con Ruffolo: è l’ora di rimediare al divorzio tra architettura e paesaggio. Ma più in generale, questo territorio della coesione sociale e del policentrismo urbano, segnato dai grandi paesaggi ma anche da episodi di cattiva urbanizzazione, va governato tutto. Esso stesso è una risorsa, ma una risorsa «finita», non neutra né illimitata. È funzione dello sviluppo, se non altro per l’abbinamento che anche nei luoghi più remoti si crea fra la Toscana e l’idea di un’alta qualità, di un buon ben-essere (il trattino sta a sottolineare un carattere sobrio, non opulento che vorremmo caratterizzasse il nostro stare, vivere, lavorare insieme).

Insomma, la Toscana non può essere solo una cartolina, quanto piuttosto una terra di produttori, anche di ospitalità, aperta al mondo, dove una forte identità sia sinonimo di progetti volti al futuro, di civilizzazione continua, e non l’estremo riflesso conservativo di nostalgie di piccole patrie e di chiusure regressive. Per dirla con Italo Calvino, mi piace pensare all’identità toscana come lavoro «per diventare senza smettere di essere e per essere senza smettere di diventare». Leggere questa identità come l’intreccio tra Toscana e toscani dà il senso di un moderno orgoglio di essere di sinistra, di essere toscani, anche con la pelle di un altro colore, in un intreccio complesso di generazioni, gente che va e che viene, produttori di conoscenza e di merci di qualità. La Toscana non è solo questo: la qualità senza riforme può portare a esiti di segregazione e separazione, di allentamento della coesione, di forme di ineguaglianza generate da uno sviluppo asfissiante di vecchie e nuove forme di rendita. Ma parliamo appunto di un progetto di futuro a cui tendere, di una rendita politica da investire ora, senza cullarsi in forme di pigra attesa.

Non c’è un futuro solo, per la Toscana; ci sono cose nelle nostre mani e cose che si collocano in ambiti più grandi di noi. Sta anche a noi scegliere le strade che non ci confinino al ruolo di una regione di giardinieri, dediti a curare i fine settimana degli europei più ricchi (e domani magari dei cinesi!). Né ad accettare forme di declino strisciante, magari dorato, in un profilo di stasi demografica e di pigra attesa e chiusura al mondo (e ai problemi che aprirsi comporta), come un popolo di arzilli vecchietti progressisti, appagati ma declinanti. La valenza strategica del governo del territorio sta qui e si lega ai temi dell’innovazione e di un moderno riformismo per una via diretta.

«Piano pubblico e progetti privati»: così ha intitolato un suo libretto Romano Viviani, uno dei decani dell’urbanistica toscana di sinistra. Qui sta il nostro programma: riscoprire parole nostre declinandole al presente come «piano pubblico». Riscoprire un’idea ricca dei rapporti pubblico-privato; le distinzioni fra moderne politiche di piano (non prescrittive, snelle, fondate su livelli elevati di conoscenza, suscitatrici di progetti anche privati) e un’idea della programmazione, dei rapporti con il mercato, delle politiche di attuazione non più confinate nella sola logica dell’«occasione», né irrigidite in orizzonti temporali e spaziali spropositati o indefiniti.

Ormai stiamo producendo una generazione di piani di struttura (non più solo e essenzialmente urbanistici) e di politiche di attuazione che meritano un’attenzione e forse cominciano a definire un modello. Meglio ancora un laboratorio a cui sta contribuendo il meglio della cultura italiana in campo urbanistico e delle scienze sociali. Potremmo avere più ascolto.

I giorni del Social Forum ci hanno riproposto un’immagine bella e aperta di Firenze e della Toscana, dove l’ospitalità ha vinto sulla chiusura, dove tanti colori e tante esperienze culturali e di vita hanno popolato una città aperta.

Dopo pochi giorni iniziammo con Claudio Martini un giro per i distretti, un «tour» dell’economia. Si trattava di rendere esplicito che c’era un progetto che teneva insieme esperienze diverse. Che apertura, coesione, dinamismo potevano marciare in un progetto di riformismo avanzato. Che l’impresa rappresentava un’interlocutrice e una protagonista della nostra modernità. C’era un messaggio insidioso, infatti, che i movimenti dei professori e altre esperienze di radicalismo dei ceti urbani (i ceti medi riflessivi, ha scritto Ginsborg) potevano diffondere. Quello di una separazione dai ceti medi produttivi, e una qualche incrinatura i risultati elettorali ce la stavano segnalando. Anche vistosa, in alcune aree dove con troppe remore avevamo affrontato i processi di mutamento. Come d’altra parte è sempre più visibile che riemergono fenomeni di difficoltà di dialogo con ceti più deboli e le forme di povertà ed esclusione. Ad alcune forme aristocratiche di presenza politica non andava ceduto terreno.

Il tema, in società sempre più complesse (e ormai la Toscana lo è), è quello di fornire un’offerta politica unificatrice. Credo che il nostro riformismo possa ben essere compendiato sul piano istituzionale, come su quello dei rapporti sociali socio-politici, da un’offerta di politiche e di politica ispirate a un motto: «far da sé ma non da soli». Nei rapporti tra comuni e regione, così come nell’idea di un moderno welfare, nei rapporti intergenerazionali e nelle politiche di sviluppo. E ancora, nel rapporto più generale fra la sinistra toscana e l’esperienza del riformismo del centrosinistra italiano.

1 Esiste una letteratura che ha indagato la questione, che va dagli studi di Trigilia sulle subculture «rossa» e «bianca», ai saggi di Bagnasco, ai lavori di Massimo Morisi.

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