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Modernizzazione e «fedeltà ai valori». A proposito di François Mitterand

Written by Marco Gervasoni Wednesday, 01 September 2004 02:00 Print

Il 1986 è un anno chiave nella storia della Francia della V Repubblica e della sinistra francese in particolare. Nelle elezioni legislative che si svolgono il 16 marzo, la destra ritorna al potere dopo la fragorosa, e per certi versi inaspettata, vittoria della sinistra nel 1981, prima alle presidenziali e poi alle legislative. A guidare il governo, Mitterrand sceglie Jacques Chirac, leader del principale partito dello schieramento conservatore, l’RPR. Inizia così il governo di coabitazione, dove il presidente della Repubblica, socialista, si trova una maggioranza parlamentare di centrodestra. Si tratta di una eventualità resa possibile dai vuoti e da certe ambiguità della Costituzione gollista del 1958, un’eventualità fino a quel momento esorcizzata perché vista come foriera di instabilità e addirittura come produttrice di un conflitto istituzionale capace di paralizzare l’attività politica.

 

Il 1986 è un anno chiave nella storia della Francia della V Repubblica e della sinistra francese in particolare. Nelle elezioni legislative che si svolgono il 16 marzo, la destra ritorna al potere dopo la fragorosa, e per certi versi inaspettata, vittoria della sinistra nel 1981, prima alle presidenziali e poi alle legislative. A guidare il governo, Mitterrand sceglie Jacques Chirac, leader del principale partito dello schieramento conservatore, l’RPR. Inizia così il governo di coabitazione, dove il presidente della Repubblica, socialista, si trova una maggioranza parlamentare di centrodestra. Si tratta di una eventualità resa possibile dai vuoti e da certe ambiguità della Costituzione gollista del 1958, un’eventualità fino a quel momento esorcizzata perché vista come foriera di instabilità e addirittura come produttrice di un conflitto istituzionale capace di paralizzare l’attività politica.1

La vittoria della coalizione gollista-giscardiana non è però uno scroscio di pioggia improvvisa. Fin dal 1984, i sondaggi mostrano che la fiducia concessa dai francesi a Mitterrand nel 1981 si è ben presto erosa. Dopo una prima fase, durata poco più di un anno, di grandi entusiasmi, di manifestazioni simboliche, ma anche di riforme sociali e istituzionali incisive (l’aumento del salario minimo, l’incremento degli investimenti al welfare, la decentralizzazione, l’abolizione della pena di morte, la liberalizzazione dell’etere), il governo presieduto da Pierre Mauroy è stato costretto, sulla spinta della caduta del franco e dell’accendersi dell’inflazione, prima a una pausa delle riforme, poi a una nuova politica economica, guidata dal ministro delle finanze Jacques Delors. Tale politica economica, essenzialmente deflattiva, costituisce un inversione di 180 gradi rispetto al programma economico di Mitterrand, tutto fondato su nazionalizzazioni di imprese e di banche (in larga parte effettuate) e sull’accentuarsi di una politica di pianificazione, tipica della Francia fin dal dopoguerra, ma che era stata sospesa negli ultimi anni della presidenza Giscard a favore di una politica di liberalizzazione dei mercati. La politica deflattiva seguita nella seconda fase del governo Mauroy porta l’elettorato tradizionale della gauche ad allontanarsi dai due partiti che costituiscono l’asse portante del governo, PS e PCF.

Tuttavia, a far cadere il governo Mauroy, cioè a far decidere Mitterrand di «licenziare» il suo primo ministro, non sono tanto le vicende economiche, ma le manifestazioni oceaniche organizzate dai partiti di centrodestra e dalle organizzazioni cattoliche nel 1984 contro la legge per la riforma della scuola del ministro Savary. E soprattutto le elezioni europee del 1984, che suonano come un’autentica disfatta: con poco più del 20% dei voti il PSF ha quasi dimezzato i suffragi raccolti nelle legislative del 1981, e il PCF è sceso all’11%, il suo risultato più basso dal 1928.

A sostituire Mauroy, Mitterrand chiama il giovanissimo Laurent Fabius, vicino al presidente e su posizioni in materia economica più liberali rispetto al suo predecessore. Con il governo Fabius la politica economica deflattiva si accentua, si comincia a parlare di riforma dello Stato sociale, partono i licenziamenti in settori industriali ormai in crisi da anni (quello siderurgico) a cui lo Stato non intende porre mano. Tra i socialisti c’è chi afferma di aver previsto tutto questo, di avere messo in guardia nei confronti di una politica economica dirigista che, nella situazione di intensa circolazione dei capitali e di libera fluttuazione della moneta, non può più essere messa in pratica. Si tratta di Michel Rocard, leader della cosiddetta deuxième gauche che, fin dall’inizio degli anni Settanta si è opposto a un Mitterand definito «giacobino» e «statalista» in nome di un socialismo che faccia i conti con il mercato, una socialdemocrazia alla francese che stimoli gli investimenti privati anziché costringerli in maglie rigide. 

Crisi economica, disillusione e distacco dell’elettorato di appartenenza, ricompattamento delle forze di destra, sono tutti fattori che spiegano come i sondaggi nel corso del 1985 diano una schiacciante vittoria alla coalizione RPRUDF. Talmente schiacciante in termini di seggi che da più parti si ritiene che, in caso di vittoria del centrodestra, Mitterrand non potrà più governare e dovrà dimettersi. In Francia vige il sistema elettorale maggioritario a doppio turno, e c’è da ricordare che il PCF, già assai critico nei confronti del governo Mauroy di cui faceva parte, non entra ora nel governo Fabius, limitandosi ad appoggiarlo dall’esterno, ma minacciando persino l’opposizione, se la politica economica «liberale» dovesse continuare. I voti dei comunisti non sarebbero in quel momento necessari, poiché il PSF detiene la maggioranza dei voti all’Assemblea nazionale, ma è certo che la coalizione della sinistra si presenta divisa all’appuntamento elettorale. Vi è poi un nuovo soggetto politico, il Front National di Le Pen che miete nei sondaggi. Alle ultime elezioni europee ha ottenuto il 10% dei voti, rafforzato dal grande tema esploso negli ultimi due anni, quello dell’immigrazione – nel 1985 è nata, con il pieno appoggio del presidente della Repubblica, «SOS racisme» – e Mitterrand ha invitato pubblicamente a riflettere sul tema del voto agli immigrati.

Con il sistema elettorale maggioritario, la gauche andrebbe al disastro. È cosi che, su pressione di Mitterrand, il governo Fabius elabora una controversa riforma elettorale, che introduce lo scrutinio proporzionale nelle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea nazionale. Si tratta di una riforma citata nel programma presidenziale del 1981 e del resto sempre presente nella cultura della sinistra francese, dove il proporzionalismo andava a braccetto con l’antigollismo, visto che era stato de Gaulle, nel 1958, a reintrodurre il sistema elettorale maggioritario tipico della Francia della III Repubblica. Ma si tratta di una misura controversa poiché calata nel dibattito politico all’ultimo momento, ed è sospetta perciò di strumentalità. Con il voto proporzionale, infatti, Mitterrand pensa di limitare le perdite della sinistra, anche perché una parte dei voti della destra confluirebbero immediatamente sul Front National di Le Pen. Ed è la seconda ragione, oltre a quella della strumentalità, per la quale la riforma crea contrasti, anche all’interno dello stesso governo, Rocard si dimette infatti da ministro in esplicito disaccordo. Negli anni successivi, molti hanno accusato Mitterrand di avere cinicamente usato e fatto crescere Le Pen per indebolire il centrodestra. Tuttavia, dare rappresentanza in parlamento a un partito, poteva essere un modo per reintrodurlo nel gioco parlamentare e nel costituzionalizzarlo.

La riforma elettorale andrà in porto, la disfatta della gauche ci sarà, ma contenuta, (250 seggi per la sinistra contro i 288 di RPR e UDF) e il Front National di Le Pen porterà in parlamento 35 deputati. Il governo Chirac avrà una maggioranza non schiacciante, il che consentirà a Mitterrand di tenerlo sotto tutela e di fare sentire la propria voce. Il periodo dal 1986 al 1988 (data delle elezioni presidenziali) sarà sì turbolento, caratterizzato da frequenti scontri tra presidente e primo ministro, ma senza il blocco istituzionale paventato da molti.

Il discorso di Mitterand qui riprodotto è tenuto poche settimane prima delle elezioni del 1986 ed è una vera rivendicazione del ruolo modernizzatore svolto dalla presidenza e dai governi socialisti fino a quel momento. L’accento modernizzatore era stato sempre presente nelle prese di posizione di Mitterand: le stesse nazionalizzazioni del 1981 erano rivendicate perché esse avrebbero svecchiato e reso dinamico il sistema economico francese. Mutamento della società (e mobilità degli attori) e diffusione della eguaglianza sociale non sono per Mitterrand due processi in conflitto tra loro. O meglio lo sono, nel pensiero di Mitterand, se a guidare la politica di un paese sono le forze di destra, che tendono ad accrescere il livello di ricchezza a scapito dell’eguaglianza. Le forze di sinistra «moderna» devono invece condurre i due processi parallelamente. E, secondo Mitterrand, tra il 1981 e il 1986 ci sarebbero riuscite. Modernizzazione non solo nell’ambito economico, ma in quello, altrettanto importante e rilevante, dei diritti civili, delle libertà di espressione, del pluralismo delle culture.

Mitterrand tiene qui, in piena campagna elettorale, solo una comprensibile difesa del proprio operato e di quello della maggioranza, o vi è del vero in quanto afferma? Senza dubbio il decennio Ottanta, rispetto a quello precedente, pur già di crisi, vede in Francia l’abbassamento del Prodotto interno lordo e una diminuzione dei salari. Tuttavia, gli studi successivi hanno dimostrato come questa fase di crisi sia stata necessaria per svecchiare il sistema economico francese. Le nazionalizzazioni, così arcaiche, hanno prodotto un rafforzamento e un risanamento delle imprese. La nuova politica, inaugurata da Delors e poi portata avanti da Fabius, ha fatto entrare nuovi attori nel mercato, attraverso l’afflusso di una nuova generazione di manager, pubblici e privati, più aperti alla competizione con l’estero. Anche il sistema bancario è stato ristrutturato in alcuni suoi elementi grazie alla parentesi nazionalizzatrice.2 Per Mitterrand la Francia deve tornare a esser il volano dell’unità europea, con la Germania di Kohl, e questo sarebbe possibile solo grazie all’abbandono di alcune caratteristiche dirigistiche e vagamente «autarchiche» ereditate dalla stagione gollista.

Tutto ciò a discapito della giustizia sociale e della difesa della tutela delle classi meno fortunate? Osservando il trend della spesa sociale per i servizi pubblici, i governi della prima presidenza Mitterrand hanno un bilancio positivo, attraverso l’aumento degli assegni familiari e il rafforzamento del sistema sanitario pubblico. Lo stesso Mitterand si batterà, durante la coabitazione con Chirac, contro il governo, allora invaghitosi delle ricette di Reagan e della Thatcher, intenzionato ad operare tagli radicali allo Stato sociale. Probabilmente non si poteva chiedere di più a governi, come quelli socialisti, che operavano in congiunture economiche assai difficili.

Il limite va piuttosto cercato altrove: la svolta del 1983 in tema di politica economica sarà sempre presentata come una «pausa» rispetto al «vero» programma socialista, legato alle nazionalizzazioni e a una visione classista della società. Il Congresso del PSF nel 1984 che lancia lo slogan «Modernisation et progrès social», avrebbe potuto essere l’occasione di un’autentica svolta, ma le sue tesi non avranno abbastanza eco e non resteranno nella cultura politica dei dirigenti e dei militanti. Questo ha fatto sì che la cultura politica del socialismo francese, a parte Rocard, abbia sempre vissuto come un cedimento quello che invece poteva essere occasione per un suo rinnovamento. Con il risultato di una schizofrenia tra una pratica di governo orientata in senso liberale e una cultura politica, anche dei dirigenti, che ancora negli anni Novanta in alcuni casi parla di «rottura con il capitalismo». Una schizofrenia presente, più recentemente, nel governo Jospin, tra i più «privatizzatori» (con discreti risultati) della storia francese recente, però tutto teso a lanciare un messaggio radicale. Del resto, le recenti elezioni amministrative francesi sono state vinte dalla sinistra su un programma che, in tema di diritti sociali, è puro mitterandismo prima maniera, rifiutando una riflessione su riforme con cui, quando essa tornerà al potere, dovrà comunque misurarsi.

 

François Mitterand

Moderniser

«Che cosa abbiamo fatto? Che cosa abbiamo trovato? Lo riassumerò in cinque definizioni rapide: una società bloccata: una classe dirigente rinchiusa su se stessa e sui suoi privilegi, il privilegio del potere e il privilegio del denaro (...). Una classe dirigente rinchiusa su se stessa e delle ineguaglianze che andavano crescendo: sociali, fiscali, economiche, culturali, per non tacere di altre. Quale era il secondo carattere che, nel 1981, colpiva immediatamente chiunque guardasse bene in faccia lo Stato della Francia? Una società bloccata, ho detto, e aggiungo un potere statale dirigista, con i suoi corollari: la burocrazia, la centralizzazione. Ovunque, da tutte le parti dell’orizzonte politico di eri e di oggi, non erano il piano né l’organizzazione della libertà del lavoro (...) e neppure il libero mercato che dominavano, ma qualcosa di indefinibile e che si può semplicemente chiamare «dirigismo». Molti condannavano il socialismo ma difendevano il dirigismo senza regole e senza legge. Di fatto, a causa di un potere esercitato da pochi, la nazione era senza garanzie e voi ne avete sofferto. In terzo luogo, abbiamo trovato una economia in declino (...). La quarta parte del paesaggio che abbiamo trovato, era costituita da un gran numero di libertà compromesse. Una giurisdizione di eccezione, tribunali inventati, a disposizione del potere esecutivo, estranei alle regole fondamentali della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Era il rifiuto di elargire o di conquistare nuove libertà, e penso in particolare al settore audiovisivo.

Che cosa abbiamo fatto? (...) Noi abbiamo prima di tutto voluto costruire una società aperta, ogni giorno più aperta, di fronte a questa società bloccata (...). Una società aperta! (...). Abbiamo subito richiesto giustizia contro le ineguaglianze sociali, per i bassi salari, che hanno conosciuto un aumento del 15% nel corso degli ultimi anni (...) Giustizia per gli anziani! Abbiamo cresciuto la pensione minima, nel tempo, del 25% del potere d’acquisto (...) Si dirà, non è abbastanza. È molto! Non è sufficiente? Ma la direzione è quella buona. Giustizia per le famiglie! Le famiglie con due bambini hanno ottenuto un aumento di più del 35%. Giustizia per i lavoratori! La pensione a 60 anni. Non credete che la Francia si senta meglio quando i lavoratori sono più felici, hanno più speranza, vivendo senza essere tormentati, perché sanno che la società nella quale vivono è una società aperta, che il paese si è fatto per loro fraterno ed amicale? (…) I diritti e le libertà dei lavoratori nell’impresa sono una conquista degli ultimi anni. Ne è prova la legge sulla negoziazione collettiva, e ora, il dibattito sulla gestione del lavoro, che lascia ai lavoratori la possibilità di discutere tra loro in particolare con i capi dell’impresa, di ciò che conviene fare per migliorare il loro modo di vivere, il loro modo di gestire il tempo nell’impresa.

La generalizzazione della copertura sociale, non è poca cosa! Sono nuove categorie che, ormai, si sentono protette grazie al nostro diritto sociale. Non credete che la Francia si senta meglio quando ogni individuo, invece che essere obbligato a ricorrere ai propri mezzi personali, solo ai propri mezzi personali, a cavarsela da solo, a ricorrere alle proprie relazioni, veda invece il proprio diritto preservato?

Giustizia per i contribuenti modesti! Abbiamo esentato dalle imposte sul reddito circa 500.000 famiglie. Ve ne sono ventidue milioni in Francia. Abbiamo ridotto l’imposta tra il 3% e l’8%. Certo, le abbiamo accresciute per le trecento mila famiglie più ricche (…) Non è possibile non vedere che, allorché si voglia abbassare di dieci miliardi di franchi le tasse ai più ricchi, a pagare saranno per forza gli altri, i più modesti. E questo non colpirà solo i poveri, ma anche le classi medie. Sarebbe assai pericoloso, per la pace sociale e per quella civile volere rivedere i principi di base della giustizia elementare: che i più ricchi (…) facciano uno sforzo supplementare, che non li schiacci, perché gli altri possano sentirsi meno in difficoltà nei contributi fiscali per lo Stato. Non è normale?

Giustizia per i risparmiatori! Sono circa tre milioni a detenere il libretto di risparmio popolare. Prima del 1981 perdevano dei soldi quando depositavano alla Cassa di risparmio. Oggi ne guadagnano, non solo beneficiano anche di esenzioni e, grazie all’abbassamento del tasso di inflazione, si trovano a beneficiare delle garanzie e dei redditi superiori al tasso di inflazione.

Giustizia per le donne, quando si decide l’eguaglianza d’accesso agli impieghi pubblici, quando si decide l’eguaglianza professionale e quando si fa avanzare questa eguaglianza nei fatti (…). Giustizia per il consumo popolare. Non è poco aver ridotto il tasso della TVA3 dei prodotti di prima necessità dal 7% al 5,5%. Ogni giorno occorre acquistare questi beni, e ogni giorno ci si può rendere condotto che le disposizioni prese costituiscono un progresso (...). Giustizia per gli immigrati (…). Quello che valorizza una maggioranza progressista, come quella che io ho l’onore di orientare, è l’aver rifiutato di lasciarsi coinvolgere da formule scontate che non risvegliano che la discordia – o addirittura l’odio – e che distruggono un paese come il nostro, costruito nel tempo da coloro che sono nati in queste terre ma anche da chi ha appreso ad amare il nostro paese, fornendo il proprio sforzo, il frutto della sua intelligenza, il lavoro delle sue mani. Rifiutiamo la discriminazione e abbiamo fatto ammettere un diritto d’associazione per i lavoratori immigrati, abbiamo creato un Consiglio Nazionale degli immigrati, abbiamo fatto votare una legge contro il razzismo che permette ormai a ogni associazione di presentarsi come parte civile quando si tratti di difendere i suoi diritti...

Ho detto, una società aperta. Continuerei dicendo: un potere condiviso. Che cosa significa? Vuol dire essenzialmente, ma non solo questo, la legge fondamentale sulla decentralizzazione, che permette ormai agli eletti regionali e dipartimentali, e, in larga misura, ai sindaci dei nostri comuni, di non essere solo gli esecutori dell’amministrazione centrale, gli esecutori dello Stato, quando si tratta di decidere di gestire le loro finanze e di decidere dei lavori pubblici. Una enorme leggenda ha voluto che il processo che vi ho descritto sia presentato, in forme caricaturali, come un decorso di carattere statalista. È vero il contrario. Vi sono ora per lo meno centoundici poteri in Francia, ventidue poteri istituzionali sul piano della Regione (…). E qualche centinaia di dipartimenti (…). È il primo movimento che si è diretto in questo senso, dopo Colbert, i Giacobini, Napoleone I e II, la III, la IV e la V Repubblica. È la prima volta che si rende una larga parte di potere ai rappresentanti diretti del nostro popolo. Ecco cosa vuol dire un potere condiviso».

Da F. Mitterand, Moderniser, discorso letto a Lille il 7 febbraio 1986 e pubblicato in F. Mitterrand, Discours 1981-1995, Europolis, Parigi, 1995 pp. 181-192.

 

Chi è François Mitterrand? (1916-1996) Più volte ministro durante la IV Repubblica, leader di un gruppo parlamentare radical-socialista, si oppone subito a de Gaulle e alla fondazione della v Repubblica nel 1958. Nel 1965 è candidato della sinistra unita alle elezioni presidenziali e riesce a costringere de Gaulle al ballottaggio. Dopo la crisi del 1968, diventa nel 1971 segretario del rifondato Partito socialista francese. È artefice della Union de la gauche, e sfiora la vittoria alle presidenziali del 1974 contro Giscard d’Estaing e alle legislative del 1978. Nel 1981 viene eletto per la prima volta presidente della repubblica francese, con un mandato riconfermato di larga misura sette anni dopo.

 

 

 

Bibliografia

1 Per un quadro più generale mi permetto di rimandare al mio volume, Storia dei paesi europei nel XX secolo. La Francia, Unicopli, Milano 2003.

2 J. Friend, The Long Presidency. France in the Mitterrand’s years 1981-1995, Westreview press, Oxford 1998, pp. 196 e sgg.; V. Schmidt, And End to the French Exceptionalism?, In A. Daley (a cura di), The Mitterrand era. Policy Alternatives and Political Mobilitation in France, MacMillan, Londra 1996, pp. 125-172; E. Cohen, A Dirigiste end to Dirigisme?, in M. McAleay (a cura di)), The Mitterrand years. Legacy and Evolution, McMillan, Londra 1998, pp. 40-50.

3 L’equivalente della nostra IVA.

 

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