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Saragat e la legittimità socialista

Written by David Bidussa Wednesday, 01 September 2004 02:00 Print

Intorno alla figura di Giuseppe Saragat (1898-1988) è mancata a lungo una riflessione organica. La monografia che Federico Fornaro ha dedicato a Giuseppe Saragat, riempie decisamente un vuoto e permette che del leader socialista si abbia una ricostruzione d’insieme non solo delle sue vicende politiche, ma anche – e forse soprattutto – del profilo politico-culturale che ne ha caratterizzato la riflessione pubblica per almeno un sessantennio.

 

F. Fornaro, Giuseppe Saragat, Marsilio, Venezia 2004.

 

Intorno alla figura di Giuseppe Saragat (1898-1988) è mancata a lungo una riflessione organica. La monografia che Federico Fornaro ha dedicato a Giuseppe Saragat,1 riempie decisamente un vuoto e permette che del leader socialista si abbia una ricostruzione d’insieme non solo delle sue vicende politiche, ma anche – e forse soprattutto – del profilo politico-culturale che ne ha caratterizzato la riflessione pubblica per almeno un sessantennio.

Saragat è figura nota più per l’immagine pubblica legata alla scissione di «Palazzo Barberini» nel gennaio 1947, o per quella di padre di un partito che sostanzialmente stenta a decollare, e che alla vigilia della sua morte («La Stampa», 30 ottobre 1986) in un’intervista riconoscerà come destinato alla scomparsa, pur a fronte di un’opinione pubblica al cui interno l’ideale socialdemocratico si è egualmente fatto spazio (p. 340). La parabola che Fornaro descrive e ricostruisce è quella d’uomo d’azione ma fortemente caratterizzato da una precisa dimensione riflessiva, che ne sopravanza anche la dimensione d’uomo pubblico o di partito.

Un partito, peraltro, il PSDI, che ha riconosciuto in Giuseppe Saragat un’indiscussa guida morale, ma che più spesso l’ha trovato in minoranza e che, soprattutto, dopo il suo settenato presidenziale (1964-1971), sostanzialmente non lo segue.

Si potrebbe ritenere che alla scadenza del suo mandato presidenziale Saragat sia ormai un uomo anziano e dunque la parabola della sua marginalità politica a fronte di una autorevolezza morale costituisca una sorta di dato fisiologico. Così non è secondo la attenta ricostruzione che fornisce Fornaro. Saragat è un uomo politico che conduce la scissione perché convinto che nello PSIUP (come allora si chiamava il PSI tra Resistenza e Italia repubblicana) non ci sia più spazio, come afferma nel discorso che precede l’abbandono dell’aula congressuale dello PSIUP (11 gennaio 1947) e che «scopo essenziale del movimento socialista – come afferma nel discorso di fondazione dello PSLI il 12 gennaio a Palazzo Barberini – è di portare la parola socialismo nel seno delle classi lavoratrici italiane», (…) «senza essere necessariamente costretti a rivendicare questo diritto attraverso una polemica che potrebbe prestarsi all’accusa di anticomunismo».2

La storia successiva dirà invece che gran parte della battaglia politica del partito di Saragat si consumerà proprio sul piano dell’anticomunismo e che con lentezza la presenza e il radicamento del partito, pur non irrilevante all’inizio, in aree geografiche a forte connotazione operaia verranno lentamente erodendosi. Negli anni queste basi sociali saranno progressivamente sostituite da diversi attori sociali in gran parte legati all’apparato pubblico o alla burocrazia intermedia.3

Saragat soffrirà a lungo di una scelta, per cui negli anni del centrismo pagherà le conseguenze, di una politica di scontro sociale che subisce e non controlla – comunque non media4 – ma anche priva di una possibilità di incrementare il peso specifico di una tradizione laica e socialista in una coalizione all’interno della quale i risultati del 18 aprile 1948 eliminano molte possibilità di contrattazione. Da questo lato tutta la vicenda che timidamente tende ad aprirsi nell’agosto 1955 – quando a Pralognan si riprende una consuetudine di confronto tra le due anime del socialismo democratico italiano e che Fornaro descrive con attenzione, nelle tappe di incertezza fino alla definizione della formula del centrosinistra e poi nel processo artificiale dell’unificazione socialista (1966-1968) e che miseramente crolla nel luglio 1969 – è anche il sintomo di una scelta politica che non riesce a trovare una propria funzione e dunque a legittimarsi. Determina questa prospettiva un’alta conflittualità nella sinistra, il confronto aspro all’interno del movimento sindacale, le scelte che dividono la sinistra al proprio interno in merito alle questioni di politica estera.

A ben vedere, tuttavia, tutte queste difficoltà stavano già all’interno non tanto della scissione del gennaio 1947, quanto nel modo in cui quella scissione è raccontata e costituisce «mito» identitario nella sinistra italiana. Al di là delle vicende che caratterizzano l’impegno governativo di Giuseppe Saragat negli anni del centrismo democristiano e di quelle legate al PSLI e poi al PSDI, in parte alla sostituzione politica come asse del coinvolgimento del socialismo democratico del PSI con l’operazione che avvierà verso il centrosinistra con il 1963, la questione della scissione di palazzo Barberini ha, infatti, un valore simbolico e di mito politico (anche e prevalentemente «negativo») con la quale è utile soffermarsi a riflettere. Fornaro vi si sofferma con attenzione (pp. 156-167) riprendendo non solo i giudizi di allora, ma soprattutto le riflessioni anche successive dei leader politici della sinistra italiana, che allora osservarono Palazzo Barberini come un tradimento o che introiettarono la memoria di quell’evento come un salto dalla parte opposta.

Palazzo Barberini – ciò che lo segue e ciò che lo precede – è entrato nel mito della storia politica italiana come la denunzia dell’eterodirezione della politica italiana5 e tuttavia andrebbe osservato come un evento e un segnale che blocca per molto tempo un possibile sviluppo della sinistra democratica italiana, al di là del profilo culturale su cui avviene. Fornaro giustamente rileva l’atteggiamento guardingo dei laburisti inglesi, una forza politica non classificabile come sostenitrice dell’interlocuzione con il PCI. Se a lungo la figura di Nenni prevale nell’interesse dei laburisti, più che quella di Saragat, ciò è anche conseguenza della spaccatura che Palazzo Barberini segna anche all’interno del sindacato. In altre parole, una forza di coesione sociale cui il movimento laburista guarda con attenzione e che non ritiene saggio coinvolgere nel confronto politico, ma di cui, invece, va salvaguardata l’unità. Il volume di Fornaro, tuttavia, più che una storia del PSLI (poi dal 1952 del PSDI), di cui ricostruisce molti passaggi essenziali, aiuta a comprendere e a collocare la figura di Giuseppe Saragat nella storia del socialismo italiano come uomo pubblico e politico dotato di una cultura di spessore. Una figura quella di Saragat che in parte è stata proposta con la prima edizione italiana di «Umanesimo marxista»6 e che, soprattutto nell’analisi che Fornaro propone del periodo del fuoriuscitismo (pp. 37-106), emerge con estremo vigore. Anche per questa via la vicenda intorno a Palazzo Barberini appare meno casuale e assume una dimensione di maggior spessore, in ogni caso si configura come un passaggio legittimo all’interno di una vicenda che per molti aspetti non è solo individuale o tutta interna a una riflessione culturale solitaria.

Per comprenderla, è allora necessario andare almeno alla metà degli anni Venti, non tanto all’esordio proprio di Saragat in politica all’indomani della Marcia su Roma, quanto soprattutto alle vicende che si aprono con il delitto Matteotti e, soprattutto, con il discorso mussoliniano del 3 gennaio 1925. Sono gli anni in cui inizia a formarsi una nuova leva dirigente del socialismo riformista italiano, il primo attore politico a interiorizzare l’idea della sconfitta di lunga durata, già nelle parole di Turati nel 1927 e poi nella relazione che Turati tiene al III congresso dell’Internazionale operaia e socialista a proposito del carattere moderno e non arretrato del fascismo, in quanto fenomeno che coinvolge e chiama in causa tutto l’assetto politico dell’Europa e non solo, né principalmente i paesi arretrati (i «paesi del cavallo») come invece si ostinano a ritenere gran parte dei partiti aderenti all’Internazionale socialista.7

Ma sono anche gli anni in cui la riflessione sulla sconfitta politica ha al centro il tema della ricostruzione complessiva di una forza politica socialista che rinnovi non solo l’impianto strutturale del partito, ma anche, e forse soprattutto, il suo linguaggio politico, la sua fisionomia culturale. È una battaglia che Saragat – rileva giustamente Fornaro – ha iniziato anche prima di intraprendere la via dell’esilio nel novembre 1926, dapprima in Austria e poi in Francia, sulle pagine de «La Giustizia» e su quelle de «Il Quarto Stato» di Nenni e Rosselli. Una battaglia che Saragat riprenderà non senza incertezze sulle pagine di «Rinascita socialista» e del settimanale della Concentrazione antifascista «La libertà». E che in parte riversa in «Democrazia e marxismo», il volume che anticipa i temi di «Humanisme marxiste»,8 ma anche molte delle riflessioni politiche e culturali che successivamente al patto Molotov-Ribbentropp egli riconsidera, dopo aver strenuamente difeso con Nenni la necessità dell’alleanza con i comunisti.9

Nei tre anni successivi la riflessione sul rinnovamento del socialismo e sul rapporto tra socialismo ed europeismo che attraversa le molte dissidenze antinenniane del PSI già a partire dal 1937 – le quali trovano nuovo vigore dopo l’agosto 193910 – Saragat apparentemente si ritira dalla politica fino ad esserne nuovamente coinvolto nel 1941-1942 nella stagione preparatoria delle «tesi di Tolosa».11 In quella nuova fase prende corpo la dimensione dell’impegno politico che lo conduce verso la rivendicazione autonomista e poi a Palazzo Barberini.

Tuttavia, Palazzo Barberini va anche intravisto in una dimensione di lungo periodo, che non è solo definita dalle possibilità bloccate o dalle forzature che in quel momento si operano all’interno del movimento socialista italiano. Dentro a quella scena convulsa che «precipita» nel gennaio 1947, si consuma nello spazio breve di pochi mesi la possibilità di coabitazione nello stesso partito a partire dal confronto, che pure costituisce un rinvio più che una soluzione rappresentato dal XXIV Congresso del PSIUP (Firenze, 11-16 aprile 1946).12 In quell’occasione Saragat pronuncia un discorso politico di grande spessore13 – forse il testo che più del discorso pronunciato il 12 gennaio 1947 all’atto di fondazione del PSLI, rappresenta la riflessione politica e culturale di un’ipotesi di rinnovato socialismo democratico in Italia. Un testo che va valutato non tanto per le indicazioni specifiche che contiene, quanto per la sintesi problematica che rappresenta.

In quel testo Saragat insiste sulla necessità di ripensare non solo una tattica, ma soprattutto una strategia e un lessico politico per rinnovare e dare corpo alla possibilità di affermazione e in un certo senso di egemonia nella sinistra, laddove per egemonia è da intendersi non solo e non tanto il predominio e l’indiscussa supremazia nei confronti dei propri alleati e dei propri avversari, ma anche l’organizzazione di una cultura politica e di una proposta capaci di obbligare sia i propri alleati che i propri avversari a misurarsi con la propria riflessione.

In questo senso la vicenda che si consuma nel gennaio 1947 va colta sia per i segni di «lunga durata» che contiene, sia per quelli che denuncia rispetto al passato, ma anche per quelli che conferma rispetto al presente e alla fase che contribuisce ad aprire. In altre parole, a chi segue da vicino le vicende interne allo PSIUP in Italia tra il 1946 e il 1947 il ventennio di esilio può apparire un tempo inutilizzato. Infatti, qual è il quadro che si presenta a chi guardasse con occhio disincantato il panorama socialista? Sostanzialmente quello di un cosmo litigioso, popolato da tendenze e correnti in reciproco contrasto: un partito che in meno di quattro anni cambia più volte segreteria politica, ogni volta a prezzo di pesanti conflitti interni; una scissione convulsa e consumata nel giro di un anno; una lunga e permanente «stagione congressuale» che attraversa l’intera stagione della Ricostruzione.

Con un rapido salto indietro di venticinque anni, si può dire che anche all’inizio degli anni Venti la situazione non fosse diversa. Anche allora un partito inizialmente forte si divide nel giro di un biennio in tre forze politiche (senza contare il neonato PCD’I a guida bordighiana); si disperdono forze e intelligenze, in cui opera la presenza critica e litigiosa di forze intellettuali scontente di una identità politica debole; infine, ciò che emerge spesso, è il dichiarato esaurimento di una ricerca in grado di riqualificare e aggiornare una politica socialista.14

Due stagioni della storia politica socialista in Italia entrambe segnate da una forte passione intellettuale sotto il segno di «colmare le distanze» (oggi diremmo di «modernizzarsi»).

Tuttavia, non credo che sia la spiegazione esaustiva, pur considerando non del tutto infondata questa superficiale analogia. In ogni caso le cause non risiedono in un dibattito mancato, bensì nella mancata – questa sì – appropriazione di riflessioni che popolano il ventennio del fuoriuscitismo da parte di un partito che pure nel suo quadro dirigente annovera forti personalità intellettuali, senza che esse confluiscano e determinino un patrimonio politico acquisito. Ovvero l’impressione è quella che nell’area socialista, nel corso del ventennio di esilio e di silenzio forzato interno, si producano meditate riflessioni individuali, ma che esse non si trasformino in cultura politica condivisa. In altri termini, il fatto che si diano personalità dirigenti, politicamente e intellettualmente aperte, ma non si fondi un gruppo dirigente e, in ultima analisi, che non sia codificata e consolidata una cultura politica capace di esprimere una politica articolata e programmaticamente definita. Questo, peraltro, dietro la spinta o l’impulso negativo di un’urgenza che acquista la fisionomia di un tratto permanente. Nello scontro interno che caratterizza il PSIUP tra Liberazione e prima legislatura repubblicana si aggira un mito negativo all’interno del partito: quello di essere – o di temere di rappresentare – ancora una forza politica «senza nerbo», incapace di decidere, una sorta di nuovo «asino di Buridano». La svolta militantista di allora sembra determinata più da un’ansia di «legittimità storica»,15 che non da una vera e propria linea politica interiorizzata e serenamente coltivata. Sarà questa una delle cause che costringeranno il PSI, in questo secondo dopoguerra, a ritornare spesso sul senso della propria esistenza.

A ben vedere, tuttavia, è anche il motivo che costituisce la riflessione di Saragat negli anni del fuoriuscitismo e poi del partito che fonda a Palazzo Barberini. Una riflessione che lì non si esaurisce, come documenta la monografia di Fornaro.

 

 

Bibliografia

1 Finora l’unico studio d’insieme dedicato a Saragat si fermava al 1946 (U. Indrio, Saragat e il socxialismo italiano dal 1922 al 1946, Marsilio, Venezia 1984) e si configurava più come una memoria che non come uno studio critico organico.

2 Cfr. G. Saragat, Il discorso di Palazzo Barberini, 12 gennaio 1947, ora ricompreso in Id., Quaranta anni di lotta per la democrazia. Scritti e discorsi 1925-1965, Mursia, Milano 1966, pp. 321 e 322.

3 Le appendici statistiche divise per aree geografiche che Fornaro appone in appendice (pp. 344-349) sono da questo punto di vista un utile strumento per verificare le caratteristiche della trasformazione geografica e sociale dell’elettorato del partito tra il 1947 e il 1992.

4 È il caso per esempio del disagio che Saragat prova nel gennaio 1950, nei giorni degli scontri di piazza a Modena (pp. 210-212).

5 È la questione dei finanziamenti per la costruzione del partito, su cui i documenti proposti da Stefano Merli e da Pier Carlo Masini tratti dalle Carte Giuseppe Faravelli (Il socialismo al bivio. L’archivio di Giuseppe Faravelli. 1945-1950, in «Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli», XXVI, 1988/1989) hanno non solo fatto chiarezza, ma anche definito un tema di indagine che dovrebbe essere esteso analogamente per altre forze politiche, possibilmente senza scandalo.

6 Il testo è scritto da Saragat tra il 1934 e il 1935 e pubblicato con il titolo: L’humanisme marxiste, ESIL, Marsiglia 1936. Il libro nasce nel clima di discussione politica e teorica intorno a Marx che si sviluppa nella prima metà degli anni Trenta, soprattutto in area francofona in relazione al tema della crisi generale del capitalismo e il tema delle classi medie e ha in Angelo Tasca il suo maggiore interlocutore italiano. Saragat in questo libro dimostra una raffinata dimestichezza non solo con i classici del marxismo, ma anche con le riflessioni coeve di molti leader politici dell’Ios e storici del pensiero socialista. In gran parte il suo debito è con la corrente dell’austromarxismo legata a Otto Bauer, ma anche al gruppo di Otto Leichter e Rudolf Hilferding di «Zeitschrift für Sozialismus». Nei confronti di Hilferding, Saragat ha un debito di riflessioni che si manifesta anche nel 1940 a proposito della sua lettura di totalitarismo che sviluppa sul «Nuovo avanti!». (Cfr. Saragat, Socialismo e totalitarismo, in «Nuovo Avanti!», 6 gennaio 1940, su cui vedi: Fornaro, La passione per la libertà. A proposito di socialismo, totalitarismo e Giuseppe Saragat, in «Italianieuropei», 3/2002).

7 Cfr. F. Turati, Le problème du fascisme au Congrès Internationale Socialiste, L’Eglantine, Bruxelles 1928. Per il giudizio dell’Ios sul fascismo si veda Milos Hájek, Il fascismo nell’analisi dell’Internazionale Operaia e Socialista, in E. Collotti (a cura di), L’internazionale operaia e socialista tra le due guerre, in «Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli», XXIII, 1983/1984, pp. 389-430.

8 Saragat, Democrazia e marxismo, ESIL, Marsiglia 1929; Id., L’humanisme marxiste, ESIL, Marsiglia 1936.

9 Gran parte di questi interventi sono ricompresi nel volume: Saragat, Quaranta anni di lotta per la democrazia cit., pp. 5-241. Nel volume l’ultimo scritto che chiude la sezione dedicata al fuoriuscitismo si ferma all’intervento sul «patto di Monaco» a cui Saragat si oppone, mentre una parte consistente dell’Ios lo considera un passo necessario e condivisibile. Sono esclusi dal volume gli scritti del 1939 e 1940 da cui si potrebbero trarre indicazioni e suggestioni utili – come opportunamente sottolinea Fornaro – per comprendere le linee della sua riflessione politica nel dopoguerra.

10 Cfr. L. Rapone, Il Partito socialista italiano tra Pietro Nenni e Angelo Tasca, in L’internazionale operaia e socialista tra le due guerre, cit., p. 694 e sgg.; A. Panaccione, Il problema dell’Europa nel socialismo degli anni ’30, in Aldo Agosti (e altri), Esperienze e problemi del movimento socialista fra le due guerre mondiali, Angeli, Milano 1987, pp. 89-106.

11 Per una ricostruzione si veda S. Merli, I socialisti, la guerra, la nuova Europa, Fondazione Anna Kuliscioff, Milano 1993.

12 Per un’analisi dei lavori del congresso di Firenze si veda Stefano Merli: Il “partito nuovo” di Lelio Basso. 1945-1946, Marsilio, Venezia 1981 e Id., La costituente socialista. Temi e strategie al XXIV Congresso del Psiup, in S. Secchi e Merli, Dimenticare Livorno. Sul partito unico dei lavoratori in Italia. 1944-1947, Sugar, Milano 1985, pp. 83-213 e più in generale F. Taddei, Il socialismo italiano del dopoguerra: correnti ideologiche e scelte politiche (1943-1947), Angeli, Milano 1984.

13 Per il testo di Saragat si veda: Saragat, Quaranta anni di lotta per la democrazia cit., pp. 285-316.

14 Chi in quegli anni prova a tirare un bilancio, senza per questo avere alcuna intenzione di «tornare a casa» (Saragat è fra questi), individua il nodo del problema nell’incapacità di articolare una politica sociale tesa a far acquisire cittadinanza politica a uno specifico attore (il proletariato industriale) con un respiro generale – nel gergo politico degli anni Trenta e Quaranta diventerà «nazionale», capace di parlare «a tutti e per tutti».

15 Si veda a titolo esemplare l’articolo, non firmato, Intransigenza socialista, in «Avanti!» (edizione clandestina milanese), 10 febbraio 1945.

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