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Quale uso della forza? Percezioni europee e americane a confronto

Written by Ronald Asmus, Philip P. Everts, Pierangelo Isernia Wednesday, 01 September 2004 02:00 Print

In vista delle elezioni presidenziali americane di novembre si è intensificato l’interesse per l’influenza che l’opinione pubblica è in grado di esercitare sulle scelte di politica estera; e per le conseguenze che potrà avere una vittoria elettorale dell’attuale presidente George W. Bush o del candidato democratico John Kerry sulla gestione della politica estera. In Europa e negli Stati Uniti tale interrogativo assume un significato fondamentale alla luce delle divergenze che hanno caratterizzato le relazioni transatlantiche negli ultimi anni.

 

In vista delle elezioni presidenziali americane di novembre si è intensificato l’interesse per l’influenza che l’opinione pubblica è in grado di esercitare sulle scelte di politica estera; e per le conseguenze che potrà avere una vittoria elettorale dell’attuale presidente George W. Bush o del candidato democratico John Kerry sulla gestione della politica estera. In Europa e negli Stati Uniti tale interrogativo assume un significato fondamentale alla luce delle divergenze che hanno caratterizzato le relazioni transatlantiche negli ultimi anni.

Nel corso degli ultimi tre anni il German Marshall Fund (GMF) e la Compagnia di san Paolo hanno, condotto uno studio sugli atteggiamenti delle opinioni pubbliche americane ed europee, con l’obiettivo di analizzare le differenze che dividono gli americani e gli europei sui principali temi di politica estera. Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali, il GMF ha concentrato l’attenzione sul divario esistente tra repubblicani e democratici, in particolare rispetto alle problematiche di sicurezza nazionale e di politica estera. I risultati dello studio sulle «Tendenze transatlantiche» dell’anno in corso confermano le differenze che esistono tra l’Europa e gli Stati Uniti, ma mettono anche in evidenza il profondo gap tra gli schieramenti politici statunitensi in merito agli stessi temi che costituiscono l’origine delle controversie alla base delle relazioni transatlantiche.

Mentre la grande varietà di opinioni e divergenze in seno a un’Unione europea che si compone di venticinque paesi può essere più facilmente intuibile, negli Stati Uniti la diversità di posizioni che si registra sugli stessi temi tra repubblicani e democratici è senza dubbio un elemento che necessita alcune considerazioni. Le divergenze in politica estera attribuibili agli schieramenti partitici non rappresentano una novità negli Stati Uniti. La gestione delle politiche verso dell’Europa hanno costituito tuttavia una sfera su cui per la maggior parte della seconda metà del Ventesimo secolo vi è stato un consenso trasversale.1 Ma con i nuovi scenari internazionali che si sono delineati dopo l’11 settembre, potrebbe non essere più così. Si prefigura infatti con ogni probabilità una duplice spaccatura nelle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Europa: quella transatlantica, e quella tra gli schieramenti repubblicano e democratico in seno agli Stati Uniti.

Su entrambe le sponde dell’Atlantico gli analisti politici si sono chiesti in che modo il risultato delle elezioni negli Stati Uniti possa influenzare le relazioni transatlantiche. Alcuni hanno osservato che il futuro presidente, indipendentemente da chi verrà eletto, dovrà affrontare gli stessi problemi, i vincoli e le divergenze che hanno caratterizzato tale relazione in tempi recenti. Secondo un diverso punto di vista, invece, è probabile che il risultato delle elezioni produrrà un effetto concreto, in ragione delle diverse posizioni esplicitamente assunte da ciascuno dei candidati nelle questioni di politica estera. I principali temi politici che sono oggi d’attualità molto probabilmente non si modificheranno dopo le elezioni. Ciò che cambierà, considerando il gap sostanziale che si registra tra i potenziali sostenitori di entrambi i maggiori partiti politici statunitensi, sarà il modo che la nuova Amministrazione, di Bush o di Kerry, sceglierà per affrontare tali problemi, con il sostegno di una base politica che ha opinioni profondamente diverse rispetto all’altro schieramento sulla gestione del potere, sulle alleanze, sull’uso della forza e sulla legittimità. Sebbene l’opinione pubblica spesso non abbia un’influenza diretta sulle questioni di politica estera, è tuttavia vero che essa è in grado di determinare l’orientamento generale e i limiti entro i quali i politici si trovano a dover operare.

 

Una tipologia relativa a potere, guerra e opinione pubblica

Abbiamo elaborato2 nel 2003 una tipologia di analisi che esaminava le diverse posizioni rispetto alla concezione del potere e alla guerra emerse nel contesto delle relazioni transatlantiche, e all’interno degli Stati Uniti e dei paesi europei. La tipologia si basava sulle preferenze registrate verso diverse rappresentazioni del potere – il potere «soft» o quello «hard» – e sulle opinioni rispetto alla legittimità morale del ricorso alla forza. Agli interpellati è stato chiesto di concordare o discordare con le seguenti affermazioni:

  • nel mondo il potere economico sta diventando più importante della potenza militare; 
  • vi sono circostanze in cui la guerra è necessaria per ottenere giustizia.

Combinando le diverse posizioni emerse si ottenne una tipologia in quattro parti, illustrata nella Figura 1.

Figura 1

  • I falchi ritengono che la potenza militare sia più importante del potere economico e che la guerra sia talvolta necessaria per ottenere giustizia. Tendono a diffidare delle istituzioni internazionali. Non nutrono interesse nel rafforzamento delle Nazioni Unite e sono piuttosto inclini a trascurarne il ruolo. 
  • I pragmatici credono che il potere economico sia più importante della potenza militare e che la guerra sia talvolta necessaria per ottenere giustizia. Riconoscono un ruolo importante alle istituzioni internazionali, comprese le Nazioni Unite, e ne auspicano il rafforzamento. Preferiscono agire nell’ambito della legittimità internazionale, ma sono anche preparati a prescinderne per difendere gli interessi nazionali nel caso in cui le circostanze lo richiedessero.
  • Le colombe nutrono la convinzione che il potere economico sia più importante della potenza militare e rifiutano l’idea che la guerra possa talvolta divenire necessaria per ottenere giustizia. A differenza dei pragmatici, sono fortemente riluttanti a utilizzare la forza in mancanza di una legittimazione multilaterale. 
  • Gli isolazionisti non credono né che la guerra possa dimostrarsi in alcuni casi necessaria per ottenere giustizia, né che il potere economico sia importante rispetto alle questioni internazionali.

Rispetto al sondaggio dello scorso anno si riscontra che nell’ambito del dibattito transatlantico emergono opinioni sempre più distanti tra di loro rispetto all’opportunità e al sostegno alla guerra in Iraq, probabilmente come conseguenza dei movimenti di protesta contro la campagna militare statunitense. In Europa prevale quasi sempre una posizione di opposizione radicale alla guerra. Secondo il sondaggio di quest’anno sulle «Tendenze transatlantiche», ad esempio, circa l’80% degli interpellati nei paesi europei ha affermato di ritenere che le motivazioni della guerra in Iraq non valessero il prezzo che è stato pagato e il 73% ha dichiarato di credere che la guerra abbia di fatto aumentato la minaccia terroristica.3 Mentre un anno fa una solida maggioranza di americani sosteneva la guerra, si è assistito a un costante affievolimento di tale sostegno. Lo studio sulle «Tendenze transatlantiche» ha riscontrato che l’opinione pubblica americana è divisa a metà rispetto all’opportunità dell’intervento militare guidato dagli Stati Uniti, con il 50% che ritiene che non sia stata una scelta giusta e il 44% che è invece del parere contrario.

L’oscillazione delle posizioni registrate rispetto all’opportunità della guerra in Iraq non ha prodotto un effetto sostanziale sugli atteggiamenti di fondo riguardo al potere e alla guerra alla base della tipologia sopra tracciata. Questo dato conferma la solidità della tipologia configurata lo scorso anno, ma suggerisce anche che siamo di fronte a convinzioni di fondo che non mutano in rapporto a eventi specifici. In altri termini, l’opinione pubblica è capace di distinguere tra l’atteggiamento da tenere rispetto all’adozione di una linea dura o moderata e rispetto all’opportunità o meno della guerra, sia come principio che in un caso specifico tale è quello della guerra in Iraq.4

Nella Tabella 1 figurano i dati aggregati delle posizioni emerse sulle due sponde dell’Atlantico, con una visione d’insieme dell’intero campione sia del 2003 che del 2004. La tabella evidenzia che Stati Uniti ed Europa insieme hanno fatto registrare una lieve riduzione del sostegno per i pragmatici e un aumento corrispondente di quello per le colombe. In generale, comunque, si osserva una notevole stabilità nella distribuzione dei pareri.

Tabella 1

Il quadro diventa più interessante se consideriamo più da vicino le posizioni che emergono all’interno degli Stati Uniti e dei paesi europei in cui si è svolto il sondaggio. Negli Stati Uniti lo scorso anno avevamo identificato una prevalenza dei pragmatici e dei falchi che totalizzavano rispettivamente il 65% e il 22%. Ciò che rende davvero unico il caso americano è proprio la categoria dei falchi, di cui fa parte un quinto degli americani e che al contrario in nessun paese europeo riesce a raggiungere percentuali di rilievo. Nei paesi europei sono infatti i pragmatici e le colombe le due scuole di pensiero dominanti.

Negli Stati Uniti la dinamica politica dominante è quella dell’alternanza tra pragmatici e falchi, soprattutto con la guida di un presidente conservatore come George Bush. Come è emerso durante il dibattito sull’Iraq negli Stati Uniti, ad esempio, un presidente conservatore può assicurarsi il sostegno della maggioranza ottenendo il consenso sia dei pragmatici che dei falchi, senza alcuna necessità di ricorrere al più modesto elettorato delle colombe. In Europa invece la dinamica politica fondamentale si svolge tra i pragmatici e le colombe, entrambi necessari per ottenere un consenso di maggioranza. Negli Stati Uniti, le colombe rappresentano una forza politica modesta, che costituisce il 10% dei voti, mentre in Europa sono i falchi l’entità politica minoritaria.

La Tabella 2 dimostra che nel corso del 2003 si è assistito a una lieve flessione nella tenuta dei pragmatici e a un incremento dei falchi e delle colombe, a indicazione della polarizzazione che ha caratterizzato gli Stati Uniti sulla questione della guerra in Iraq. Il segmento dei falchi in seno all’elettorato repubblicano è salito nel 2004 fino al 38%, e oggi costituisce il doppio rispetto alla percentuale di falchi all’interno del partito democratico. Dall’altra parte, tra i democratici le colombe sono decisamente aumentate, così come tra gli indipendenti, confermando l’esistenza di differenze crescenti tra gli schieramenti politici. In media i democratici e gli indipendenti sono comunque più inclini ad assumere «posizioni da falco» rispetto all’europeo medio, ma il divario tra i sostenitori del Grand Old Party, il partito repubblicano, e la maggioranza degli europei è ulteriormente aumentato.

Tabella 2

Cosa è successo, dunque, in Europa nel corso dell’anno passato? La Tabella 3 documenta un lieve spostamento dei pragmatici verso le colombe in molti, ma non in tutti, i paesi europei. Nel Regno Unito e in Polonia, ad esempio, la distribuzione è rimasta stabile. Si nota inoltre uno spostamento, modesto per entità ma evidente, dai pragmatici verso le colombe, già predominanti in Francia, Germania, Italia e Portogallo.6

Il sostegno per i falchi, già debole in Europa, ha registrato un ulteriore declino. A confronto con il 38% di repubblicani americani vicini alle posizioni di falchi, colpisce il fatto che in Francia, Germania e Spagna, ad esempio, il numero dei falchi rappresenti in percentuale rispettivamente il 7, 3, e 2%. Nel Regno Unito la percentuale di falchi è più alta che altrove, con il 9,3%. Il partito conservatore britannico è quello che, con il 12.3%, annovera il maggior numero di falchi di qualsiasi altro partito europeo di centrodestra.

Tabella 3

In conclusione, le dinamiche e le differenze chiave identificate lo scorso anno negli Stati Uniti e in Europa rimangono invariate, ma con sfumature rilevanti. L’opinione pubblica americana resta dominata dai pragmatici e dai falchi. Insieme questi due gruppi possono formare una solida maggioranza senza necessariamente includere le colombe. Contestualmente è possibile osservare l’effetto polarizzante dell’attuale campagna elettorale e del dibattito sulla guerra in Iraq che rafforza il sostegno sia per i falchi che per le colombe.

In uno scenario europeo con caratteristiche diametralmente opposte, i falchi sono praticamente irrilevanti dal punto di vista politico, mentre le colombe rappresentano la forza politica principale. Non vi è un solo paese in Europa dove si possa prescindere dalle colombe per avere il sostegno dell’opinione pubblica. Un presidente americano, e  soprattutto un presidente conservatore come George W. Bush ha ben poco, anzi forse nessun bisogno, di perseguire politiche che incontrino in qualche modo il favore delle colombe: di fatto quasi l’opposto di quanto avviene in Europa, dove tutti i leader dovranno inevitabilmente prendere in considerazione le idee dell’elettorato moderato.

Se consideriamo questo dato in termini di affiliazione di partito negli Stati Uniti emerge chiaramente il dilemma che si trova a dover affrontare il partito repubblicano. I falchi repubblicani non hanno una controparte reale in nessun paese europeo.7 Per molti versi, il vero gap atlantico è proprio quello tra questi elettori repubblicani e la stragrande maggioranza degli europei. Un partito repubblicano dominato da falchi e pragmatici non ha una controparte equivalente in Europa, neppure tra i conservatori europei, che sono semmai spesso comparabili ai democratici e agli indipendenti per le loro idee sul potere e sull’uso della forza. Nel caso del partito democratico, la questione presenta più sfaccettature, sotto due punti di vista. Prima di tutto, gli elettori democratici sono più eterogenei dei repubblicani. Anche il centro di gravità degli elettori democratici è rappresentato dalla scuola di pensiero dei pragmatici, con un sostegno del 57%. Ma il partito annovera una minoranza significativa sia di falchi sia di colombe, che rispettivamente costituiscono il 18% e il 16%. Queste due ali del partito possono o annullarsi a vicenda oppure rendere ancora più impegnativa la costituzione di un consenso in seno all’elettorato democratico. In media, democratici e indipendenti hanno una maggiore inclinazione verso posizioni «da falco» rispetto all’europeo medio, ma il divario tra i sostenitori del GOP e la maggioranza dei cittadini europei è assai profondo. Gli elettori democratici e indipendenti sono per molti aspetti da assimilare a paesi europei come il Regno Unito e i Paesi Bassi, dove i pragmatici sono il raggruppamento dominante pur dovendo competere anche con le colombe e, in misura minore, con i falchi.

 

Come misurare la propensione atlantica

Le posizioni nei confronti del potere soft o hard, e riguardo al ricorso alla forza sono state un elemento centrale delle relazioni transatlantiche negli ultimi anni. E tuttavia, non sono l’unica questione sulla quale si deciderà il futuro delle relazioni tra gli USA e l’Europa. Un tema altrettanto critico è quello della volontà reciproca di continuare a cooperare strettamente all’interno della NATO e delle Nazioni Unite, cui si contrappone la spinta ad acquisire maggiore autonomia e ad agire separatamente. Uno dei risultati chiave dello studio sulle «Tendenze transatlantiche» di questo anno è il contrasto tra un’opinione pubblica americana che nutre ancora forti preferenze per una stretta cooperazione tra gli Stati Uniti e l’Europa e il crescente desiderio d’indipendenza riscontrato in molti dei paesi europei studiati nel sondaggio.8 Tra i principali fattori che determinano questa tendenza sul versante europeo compare l’Iraq e il declino della fiducia nel ruolo di leader globale svolto dagli Stati Uniti. Il fenomeno è comune ai quattro gruppi della nostra tipologia in tutti i paesi europei del campione.

Quest’anno è stato sviluppato uno strumento metodologico per misurare quali segmenti dell’opinione pubblica europea siano più propensi alla cooperazione transatlantica e quali invece preferiscano una maggiore indipendenza. Le risposte sono a una serie di domande del sondaggio relative alla natura degli atteggiamenti nei confronti degli USA e della UE; all’auspicabilità di una leadership globale americana; al ruolo della NATO; alla condivisione di valori comuni tra gli USA e la UE e, infine, all’importanza di avere alleati nel momento in cui si intraprende un’azione militare state aggregate. I risultati sono illustrati dalla Tabella 4.9

Tabella 4

Secondo questa classifica, gli Stati Uniti sarebbero il paese con la maggiore propensione atlantista, con il 71% di preferenze. All’interno degli Stati Uniti, gli elettori democratici manifestano una maggiore propensione atlantica dei repubblicani. Tra i democratici l’81% totalizza punteggi alti in classifica, contro il 58% dei repubblicani. In Europa, invece, l’affievolirsi della fiducia nella leadership statunitense e l’auspicio di una maggiore indipendenza ha determinato i punteggi più bassi nella nostra classifica. Solo quattro paesi hanno registrato un punteggio superiore al 50%: i Paesi Bassi, il Regno Unito, l’Italia e la Germania, seguiti da Polonia e Portogallo, con rispettivamente il 47 e il 46%. Un terzo gruppo di paesi si colloca nella parte finale dello spettro, attorno a 40 o su valori inferiori, ed è composto da Francia, Spagna, Slovacchia e Turchia. Le posizioni negative nei confronti della leadership americana e della guerra in Iraq hanno fortemente pregiudicato il desiderio di una stretta collaborazione con Washington.

Abbiamo inoltre cercato di verificare se la propensione Atlantica in Europa fosse più pronunciata nella destra o nella sinistra, e l’entità delle differenze tra i diversi schieramenti politici rispetto alla natura delle relazioni transatlantiche. È emerso che in alcuni paesi europei esiste un chiaro consenso sul tema, mentre in altri la questione delle relazioni con Washington è all’origine di sensibili spaccature tra gli schieramenti politici. Nel Regno Unito, ad esempio, non sono presenti divergenze tra i partiti rispetto all’atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti.

Una lieve differenza di 7-8 punti percentuali divide gli schieramenti politici in Germania, Paesi Bassi e Polonia, mentre in Spagna, Italia, Portogallo e Slovacchia il divario tra i partiti supera i 20 punti percentuali. In questi paesi esiste quindi un notevole grado di polarizzazione sul tema della cooperazione con gli Stati Uniti. In Europa, la propensione atlantica è più forte nei i partiti di centrodestra, mentre negli Stati Uniti è più pronunciata nel centrosinistra e tra i democratici. Se si considera la questione secondo i criteri della nostra tipologia, emerge che negli Stati Uniti i pragmatici e le colombe tendono a essere più atlantisti dei falchi. In Europa il quadro è ben più variegato.10 Nel Regno Unito i falchi hanno una forte propensione atlantica, ma è anche vero che in molti paesi, come la Germania, l’Italia, i Paesi Bassi, la Polonia, la Spagna e la Turchia, i principali sostenitori della propensione atlantica sono i pragmatici. Diverso invece il caso di Francia, Portogallo e Slovacchia.

Tabella 5

La questione di quanto strettamente l’Europa abbia intenzione di cooperare con gli Stati Uniti o di adottare un atteggiamento indipendente costituisce senza dubbio una dimensione importante nell’economia delle relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Tuttavia, un punteggio alto nella classifica della propensione atlantica esprime una predilezione o al massimo un desiderio di cooperare strettamente con Washington, e non significa necessariamente che il consenso verso gli Stati Uniti sarà continuo o automatico rispetto al merito delle controverse politiche transatlantiche. Basti pensare alla nostra precedente analisi, da cui emergeva che le diverse prese di posizione nei confronti del potere e del ricorso alla forza rappresentano una dimensione altrettanto importante. In teoria, sarebbe possibile essere una colomba atlantista o un falco indipendente e viceversa.

La diatriba tra atlantisti e indipendenti costituisce, soprattutto in Europa, una sfera importante del dibattito sul ruolo dell’Europa nel mondo e su come l’Europa dovrebbe perseguire i propri scopi, ma in questo contesto entra in gioco una seconda dimensione. Si tratta di capire se l’Europa deciderà di prediligere una forza di natura militare, hard, piuttosto che investire forme di potere soft, come quello economico.

Combinando queste due dimensioni arriviamo a quattro categorie fondamentali di posizioni rispetto all’Europa, al rapporto dell’Europa con gli Stati Uniti e al ruolo dell’Europa nel mondo:11

  • Una Europa à la Blair che si affida all’alleanza con gli USA e alla potenza militare; 
  • Una Europa à la Schroeder, stretta alleata degli USA ma con forte preferenza per il potere civile o soft
  • Una Europa à la Chirac, indipendente dagli Stati Uniti ma anche capace di intraprendere azioni militari;

Una Europa in stile svizzero, indipendente e che si affida unicamente al potere civile o soft.

La Figura 2 mostra dove ognuno dei paesi europei del campione «Tendenze transatlantiche» si colloca in queste due dimensioni. Nel contesto europeo, le voci fuori dal coro sono la Turchia, che spicca per un orientamento militare ben più accentuato degli altri paesi europei, e la Slovacchia, che occupa la posizione più estrema tra quelli che propendono per il potere civile. Paesi Bassi, Polonia e Regno Unito sono i più prossimi alla posizione americana nel suo insieme. Ma ancora una volta siamo costretti a rilevare l’enorme divario che separa negli USA i democratici dai repubblicani.

Figura 2

Non risulta immediatamente evidente quale posizione sarebbe la più auspicabile o la più propizia a colmare il divario transatlantico. Ciò non dipende unicamente da opinioni specifiche sull’importanza relativa delle diverse forme di potere, ma anche dai diversi modi di concepire le relazioni transatlantiche, a seconda che questi siano considerati rapporti tra alleati, tra antagonisti o come una semplice ripartizione di ruoli.

 

L’America divisa

Uno dei risultati principali del sondaggio sulle «Tendenze transatlantiche» di questo anno indica che sulla scena politica statunitense esistono differenze significative su molte delle stesse tematiche che hanno diviso gli Stati Uniti e l’Europa negli ultimi anni. Almeno in parte tali divergenze possono essere attribuibili al particolare stato d’animo suscitato dal periodo di campagna elettorale, e alle profonde differenze tra partiti sulla questione della guerra in Iraq. Colpisce, ad esempio, che l’88% degli elettori repubblicani sia a favore della politica internazionale di Bush mentre l’82% di quelli democratici sia contrario. Se si esamina l’intensità delle convinzioni degli elettori, emerge che il 35% dei repubblicani sono «molto a favore» e che il 28% dei democratici sono «nettamente contrari» alla politica del presidente Bush.12 La stessa discrepanza emerge quando si tratta di esprimere un giudizio sulla guerra in Iraq.

Eppure, pur considerando la particolarità di un anno elettorale, esiste sullo spettro politico una spaccatura reale, che con ogni probabilità contribuirà a complicare ulteriormente il futuro delle relazioni transatlantiche. Mentre – come è stato osservato in precedenza – posizioni diverse tra i partiti nelle questioni di politica estera non rappresentano per Stati Uniti una novità, la politica nei confronti dell’Europa, tradizionalmente un ambito su cui si registra il consenso di tutte le parti, nei nuovi equilibri del dopo-11 settembre muterà aspetto. Su che cosa dissentono repubblicani e democratici? Come si schierano gli elettori dei due maggiori partiti americani rispetto all’opinione pubblica europea? Sia la tipologia sviluppata in questo articolo sia la classifica sulla propensione atlantica possono essere utilizzate per far luce su questi interrogativi.

Un punto di partenza per l’analisi può essere la verifica dei temi sui quali non si registrano differenze. Si osserva una vasta convergenza tra repubblicani e democratici e tra americani ed europei rispetto alla percezione di minacce su vasta scala. Negli Stati Uniti e nella maggior parte dei paesi europei la maggioranza dell’opinione pubblica concorda sul fatto che il ricorso all’azione militare contro le organizzazioni terroristiche sia il modo più appropriato per contrastare il terrorismo. Esisteranno senza dubbio divergenze in merito a minacce specifiche, ma il disaccordo reale dipende dal modo in cui repubblicani e democratici ritengono che si debba reagire a tali minacce.

Differenze concrete emergono rispetto all’uso del potere economico o della potenza militare e dell’efficacia del ricorso alla forza, incluso il ricorso alla guerra, come strumento di politica estera. La tipologia da noi definita lo scorso anno, e confermata dai dati di quest’anno, mostra che gli Stati Uniti si distinguono dalla maggioranza degli europei, soprattutto in virtù dell’esistenza di una forte minoranza di falchi all’interno del partito repubblicano. Minoranza che ritiene la potenza militare più importante di quella economica e la guerra talvolta necessaria per ottenere giustizia. In questo senso i repubblicani non sono solo in contrasto con i democratici, ma anche con tutti i paesi europei del sondaggio sulle «Tendenze transatlantiche». Rispetto a questo tema non esiste una controparte europea dei repubblicani, in nessun paese e in nessun segmento dello ventaglio politico.

Democratici e indipendenti sono invece più vicini alla maggioranza degli europei, pur rimanendo comunque tendenzialmente molto più falchi a confronto della generalità degli europei. Riscontriamo che i primi sono più prossimi a paesi come il Regno Unito e i Paesi Bassi rispetto ad altri «paesi colomba» del continente, come la Francia, la Germania o la Spagna. Non è dunque una sorpresa che un candidato democratico come John Kerry sia visto con notevole simpatia in Europa, visto che le sue posizioni e quelle del partito democratico sono più vicine a quelle della maggioranza degli europei. Anche molti partiti europei di centrodestra su molti di questi temi sono in realtà più vicini ai democratici che ai repubblicani. La vera spaccatura atlantica è dunque quella tra i conservatori americani e la maggioranza degli europei.

In secondo luogo, esiste un divario reale negli Stati Uniti tra democratici e repubblicani a proposito del ricorso alle istituzioni multilaterali per affrontare le minacce internazionali. In quest’ambito scopriamo infatti che i democratici non sono solo più multilateralisti ed idealisti dei repubblicani, ma anche di molti europei. Fedeli alla tradizione di Wilson, Roosevelt e Truman, gli elettori democratici manifestano grande sostegno per le Nazioni Unite e riluttanza a sminuirne l’autorità. L’81% degli elettori democratici dimostra di avere un’opinione positiva delle Nazioni Unite, contro il 41% dei repubblicani. Mentre l’84% dei repubblicani è pronto a passare oltre le Nazioni Unite se ritiene che gli interessi vitali dell’America siano minacciati, solo il 40% dei democratici è disposto a fare altrettanto.

Ma non è solo sul ruolo delle Nazioni Unite che si nota la differenza tra repubblicani e democratici: esiste un divario che diventa sempre più profondo anche sul tema della NATO. In passato gli elettori repubblicani e democratici esprimevano livelli di favore quasi equivalenti nei confronti dell’Alleanza Atlantica. Oggi la situazione è diversa, e mentre nel 2004 il 72% dei democratici ritiene ancora la NATO essenziale ai fini della sicurezza americana, solo il 55% dei repubblicani è dello stesso avviso. I democratici hanno un’opinione più positiva dei repubblicani verso l’Unione Europea e sono più inclini a ritenere che gli USA e la UE condividano sufficienti valori comuni da poter essere in grado di cooperare nelle questioni internazionali. Inoltre i democratici non approvano lo scarso favore degli elettori repubblicani nei confronti della Francia.

Tabella 6

La Tabella 6 mostra in relazione a diverse tematiche il grado di sostegno o di accordo rilevato in quattro gruppi: paesi europei (UE9), Stati Uniti nel loro insieme, democratici USA, indipendenti USA e repubblicani USA. Ed evidenzia le differenze tra alcuni di loro. Si osservi, ad esempio, che il solo 3% degli europei contro il 63% dei repubblicani negli USA approva «fortemente» la politica internazionale di Bush, producendo un differenziale di 60.

In media, relativamente a tutte le principali tematiche affrontate nel sondaggio, la differenza tra la UE e gli USA è di 16 punti percentuali, mentre quella tra democratici e repubblicani è di 24. Se analizziamo le differenze tra la UE e i democratici, la media è di 12 punti percentuali. Quella tra Unione europea e repubblicani sale a 25 punti percentuali (si veda la figura 3).

Figura 3

La presenza di una duplice spaccatura tra Stati Uniti ed Europa e all’interno degli schieramenti politici statunitensi indica chiaramente che le future relazioni tra gli Stati Uniti e l’Europa saranno non solo più impegnative ma anche meno prevedibili che in passato. Indipendentemente dall’esito delle elezioni negli Stati Uniti, la politica di Washington nei confronti dell’Europa potrebbe rivelarsi molto meno lineare vista la profonda divisione che caratterizza lo spettro politico americano su numerose questioni fondamentali per le relazioni tra le due parti. Si osserva una convergenza delle posizioni europee su molti temi di politica estera, ma tale convergenza sembrerebbe scaturire più dall’opinione negativa sull’attuale politica americana che da una visione costruttiva di ciò che gli europei intendono realizzare. È dunque lecito chiedersi se questa possa costituire una base solida e sostenibile su cui impostare le relazioni transatlantiche. Allo stesso tempo, un dato importante su cui riflettere è il fatto che la crisi degli ultimi anni abbia alimentato non solo il desiderio di un ruolo più visibile dell’Unione europea sulla scena mondiale, ma abbia anche in parte eroso la fede degli europei nell’efficacia delle istituzioni internazionali come la NATO e le Nazioni Unite. Chiunque sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti, avrà di fronte il compito critico di ripristinare un rapporto di stretta cooperazione tra le due sponde dell’Atlantico. Molto dipenderà non solo da cosa accadrà a Washington ma anche dalle misure che i governi europei intenderanno adottare per ricucire lo strappo transatlantico.

 

 

 

Bibliografia

1 Le differenze esistenti tra i partiti già prima dell’11 settembre e dell’intervento in Iraq, e in particolare gli «atteggiamenti europei» dei democratici, possono essere desunte da E. Wittkopf, What Americans really Think About Foreign Policy, in «The Washington Quarterly», 19/1996, pp. 91-106.

2 Cfr. R. Asmus, P. P. Everts, P. Isernia, Potere, guerra e opinione pubblica. Falchi e colombe in Europa e Stati Uniti dopo l’Iraq, in «Italianieuropei», 4/2003.

3 Cfr. Rapporto «Transatlantic Trends 2004» e dati correlati su www.transatlantictrends.org.

4 Per verificarne gli effetti sulla tipologia, abbiamo aggiunto una ulteriore componente alla dimensione del potere hard e verificato l’accordo/disaccordo con un’altro punto del sondaggio 2004: «il modo migliore per assicurare la pace è il ricorso alla forza militare». L’asimmetria della distribuzione relativa a questo elemento produce alcuni effetti: incrementa il numero dei pragmatici (del 9%) e diminuisce quello delle colombe (dell’8%). Non ha effetto sui falchi e sugli isolazionisti. Pur riconoscendo che questo elemento arricchisce l’indicatore e pur avendo conferma che la tipologia è valida anche rispetto a una gamma più ampia di quesiti, è stato deciso di mantenere la configurazione operativa originale, soprattutto al fine di ottenere massima comparabilità. Un’analisi fattoriale ha inoltre evidenziato l’indipendenza delle due dimensioni.

5 Per ragioni di comparabilità, le cifre del 2004 non includono i dati relativi a Slovacchia, Spagna e Turchia, paesi invece compresi in questo sondaggio.

6 Si veda la nota 3.

7 Cfr nota 2.

8 Si veda la nota 5.

9 Ordinando i dati dal basso verso l’alto in termini di «propensione atlantica», con una gamma che varia da 5 a 25, abbiamo classificato i punteggi ottenuti in due gruppi, ossia bassi ed alti, o anche indipendenti e atlantisti, laddove il punto di separazione è rappresentato dal livello medio, collocato in corrispondenza del punteggio 17. Abbiamo classificato come «bassi» i punteggi uguali o inferiori a 17 e come «alti» quelli superiori a 17.

10 Questo potrebbe costituire una possibile fonte di malinteso tra USA e UE nel caso in cui Kerry dovesse vincere nelle presidenziali del novembre 2004. I democratici tenderanno a dimostrare un’alta propensione atlantica, a favore della NATO, con una parte degli Europei, ovvero il centrosinistra, che probabilmente non ne sarà così favorevolmente impressionato e preferirà l’organizzazione di una difesa impostata su direttrici più squisitamente europee.

11 I punteggi relativi alla potenza militare (hard) e civile (soft) sono stati calcolati sulla base di tre assunti formulati nel sondaggio: 1) preferenza per la spesa militare; 2) nelle questioni internazionali il potere economico è più importante della potenza militare; 3) il modo migliore per assicurare la pace è il ricorso alla forza militare.

12 Si veda la nota 5.

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