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Una strategia progressista contro la proliferazione nucleare

Written by Madeleine K. Albright e Robin Cook Wednesday, 01 September 2004 02:00 Print

Per oltre cinquant’anni il mondo ha tentato di controllare la diffusione delle armi di distruzione di massa (Weapons of Mass Destruction, WMD), i materiali con cui sono costruite e la tecnologia sulla quale si basano affidandosi alle norme giuridiche internazionali e ad altri strumenti di natura internazionale. Tale regime contro la proliferazione, il cui fulcro è il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP, Nuclear Non Proliferation Treaty), è stato un trionfo di una cooperazione internazionale attentamente congegnata, e ha fatto sì che le previsioni che negli anni Sessanta preconizzavano un mondo con decine di Stati in possesso di armi di distruzione di massa non si traducessero in realtà. Ma questo stesso regime comincia oggi a mostrare i segni del tempo: il consenso globale quanto al modo di scongiurare il diffondersi degli ordigni nucleari rischia di sgretolarsi.

 

Un progetto del Center for American Progress e di Global Alliances,* diretto da Madeleine K. Albright e Robin Cook

 

Per oltre cinquant’anni il mondo ha tentato di controllare la diffusione delle armi di distruzione di massa (Weapons of Mass Destruction, WMD), i materiali con cui sono costruite e la tecnologia sulla quale si basano affidandosi alle norme giuridiche internazionali e ad altri strumenti di natura internazionale. Tale regime contro la proliferazione, il cui fulcro è il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP, Nuclear Non Proliferation Treaty), è stato un trionfo di una cooperazione internazionale attentamente congegnata, e ha fatto sì che le previsioni che negli anni Sessanta preconizzavano un mondo con decine di Stati in possesso di armi di distruzione di massa non si traducessero in realtà. Ma questo stesso regime comincia oggi a mostrare i segni del tempo: il consenso globale quanto al modo di scongiurare il diffondersi degli ordigni nucleari rischia di sgretolarsi. Un vero coro di voci manifesta sempre più fortemente il proprio scontento in merito all’equità e alla bontà di quello che è stato chiamato il «Grande accordo», cioè il TNP, l’accordo di base raggiunto tra Stati nucleari e non nucleari per gestire la diffusione tanto delle armi quanto delle tecnologie nucleari. I materiali e le conoscenze necessari a costruire letali ordigni nucleari, ma anche chimici e biologici, si stanno diffondendo in tutto il pianeta e cresce il pessimismo quanto alla reale possibilità di arrestare questa tendenza. D’altronde, il regime contro la proliferazione non era stato concepito per affrontare l’eventualità di veder entrare in gioco soggetti che non fossero Stati nazionali.

I leader progressisti di Stati Uniti ed Europa, che si sono riuniti intorno al progetto «Costruiamo alleanze globali per il XXI secolo», ritengono che esista una necessità immediata di dar vita a uno sforzo generalizzato e concreto teso a rivitalizzare i tentativi contro la proliferazione a livello mondiale.

Vanno posti maggiore attenzione e maggiore impegno nei confronti del problema della proliferazione nucleare. Siamo profondamente preoccupati che la retorica dei leader internazionali relativa alla diffusione delle armi e dei materiali nucleari non abbia mai trovato rispondenza nella realtà dei fatti. Con questo documento viene presentata la matrice di un’azione da intraprendere, sviluppata sulla base delle nostre esperienze cumulative in materia di sicurezza nazionale, di diplomazia e di politica internazionale. In seguito sarà necessario riflettere su come combattere la diffusione delle altre armi di distruzione di massa.

Per arginare il dilagare delle armi e dei materiali nucleari abbiamo bisogno di un approccio generale e integrato. Qualsivoglia soluzione ad hoc si rivelerà inadeguata. Nello stesso modo in cui sono inadeguate le soluzioni ad hoc nella lotta al terrorismo. Mentre la lotta al terrorismo richiederà un controllo ad hoc di tutti gli elementi dei nostri rispettivi arsenali militari, politici ed economici, la lotta alla proliferazione nucleare dovrà imperniarsi sulla cooperazione tra gli Stati Uniti e l’Europa, e non solo. Ma sarà altresì necessario che gli Stati nucleari dimostrino il loro impegno a rafforzare le norme contro la proliferazione, se davvero vogliono cooperare con gli Stati non nucleari più importanti.

Per far progredire pace e sicurezza, dovremo plasmare una rete globale contro la proliferazione nucleare capace di intercettare armi, materiali e tecnologie nucleari e rafforzare il grande accordo che sottende all’attuale regime contro la proliferazione nucleare.

Le suddetta rete dovrebbe basarsi sui quattro principi seguenti: 

  • le nazioni devono riconoscere che la non proliferazione è una strada a due sensi; 
  • solo una vera coalizione globale ci permetterà di fare passi avanti; 
  • la non proliferazione necessita iniziative volte a frenare tanto l’offerta che la domanda di armi, materiali e tecnologie nucleari;
  • le nazioni trainanti dovranno ottimizzare le risorse disponibili per cogliere l’obiettivo prefissato.

Ed è per cominciare a tessere questa rete che si raccomanda ai paesi del G8: 

  • di sviluppare una strategia e accelerare i tempi di raccolta dei 20 miliardi di dollari di deposito da impegnare nella Partnership globale del G8 contro la Diffusione delle armi e dei materiali di distruzione di massa (G8 Global partnership); 
  • di estendere la portata e l’ambito della Partnership globale del G8 oltre l’ex Unione Sovietica, così da mettere in sicurezza i materiali fissili nucleari in tutto il mondo nel giro dei prossimi quattro-cinque anni; 
  • di mirare alla creazione di garanzie finanziarie, incentivi e sanzioni atti a capitalizzare al massimo i benefici della sicurezza; 
  • di operare al fine di limitare al massimo quelle scappatoie al ciclo del combustibile che permettono alle varie nazioni di produrre materiale fissile utilizzabile per la costruzione di armamenti sotto la copertura dei programmi di produzione di energia nucleare; 
  • di eliminare gli incentivi concessi agli Stati che arricchiscono l’uranio e riprocessano il plutonio; 
  • di impegnarsi a sviluppare, mantenere e monitorare una rete globale che colleghi quanto fatto a livello di servizi segreti e di controlli all’esportazione con le attività di sicurezza presso frontiere, porti e aeroporti; 
  • di migliorare il coordinamento tra le autorità nazionali di controllo all’esportazione dei paesi del G8 e sostenere i paesi non G8 per migliorare i loro sistemi di controllo; 
  •  di impegnarsi in prima persona a dar vita a una diplomazia attiva e diretta che possa contribuire a ridurre quelle tensioni regionali che sono terreno fertile per il ricorso all’utilizzo di armi nucleari.

Gli Stati nucleari dovranno fare la loro parte per il raggiungimento degli scopi del «Grande accordo», al fine di ottenere maggiore appoggio agli sforzi di rafforzamento del regime contro la proliferazione nucleare. Si raccomanda inoltre ai cinque Stati nucleari dell’accordo TNP di intraprendere queste azioni cruciali, per assolvere ai propri impegni in seno al «Grande accordo», ma anche per creare un presupposto irrinunciabile al rafforzamento del regime contro la proliferazione globale: 

  • arrestare la ricerca e lo sviluppo di nuove armi nucleari, quali i cosiddetti «bunker-buster», attualmente in fase di sviluppo negli Stati Uniti; 
  • negoziare un Trattato per l’esclusione dei materiali fissili (Fissile Materials Cut-Off Treaty) e ratificare il Trattato generale per l’interdizione dei test (Comprehensive Test Ban Treaty) 
  • reperire sostegno per gli sforzi contro la proliferazione al di là del G8, soprattutto eliminando dal TNP la scappatoia relativa al ciclo del combustibile.

 

Il TNP e la strategia contro la proliferazione

Originariamente il regime contro la proliferazione distingueva gli Stati sulla base del fatto che fossero o meno giuridicamente riconosciuti come Stati in possesso di armi nucleari ai sensi del TNP. Il TNP, entrato in vigore nel 1970, riconosceva infatti cinque Stati come possessori di armi nucleari: gli Stati Uniti, la Russia, il Regno Unito, la Francia e la Cina. In virtù di questo accordo i suddetti Stati concordarono un graduale disarmo, nonché la condivisione con il resto del mondo della tecnologia nucleare pacifica. In cambio, tutti gli altri Stati si impegnarono ad accantonare lo sviluppo di armi nucleari e accettarono che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) effettuasse la supervisione di tutte le loro attività nucleari. Ai sensi del TNP gli Stati nucleari non sono giuridicamente vincolati a porre le proprie strutture nucleari sotto il controllo AIEA.

Il TNP presenta comunque una grave scappatoia: un paese può infatti acquisire la capacità di produrre materiale nucleare utilizzabile per la costruzione di armi facendola passare per un pacifico programma per la ricerca o l’energia nucleare. Una volta rese operative le strutture di produzione, il paese membro TNP in questione potrà dichiarare il proprio ritiro dal trattato per ragioni di sicurezza nazionale. È quindi possibile divenire un paese nucleare virtuale in seno a quello stesso quadro, cioè il trattato, che esiste precisamente affinché ciò non avvenga. È esattamente questo il cammino intrapreso negli anni Settanta dall’Iraq di Saddam Hussein. E molti sono convinti che quello stesso cammino sia oggi contemplato dall’Iran.

Per evitare il ricorso a tale stratagemma, i fornitori di tecnologia nucleare hanno cercato di regolamentare in modo capillare l’esportazione di tecnologia nucleare. Ne è conseguito che la distinzione originaria nell’ambito del TNP tra Stati in possesso e non in possesso di armi nucleari si è evoluta, così che oggi si parla di Stati «aventi» o «non aventi» la tecnologia nucleare.

Alcune nazioni accusano ormai con regolarità i fornitori nucleari di mancata ottemperanza all’impegno di condividere la tecnologia nucleare, come sarebbe loro dovuto ai sensi del TNP.

Mentre emerge un vasto consenso quanto alla necessità di restringere le scappatoie al trattato in materia di ciclo del combustibile, poche sono le proposte concrete finora avanzate. Recentemente il presidente degli USA G.W. Bush ha proposto che il Nuclear Suppliers Group (NSG, Gruppo fornitori nucleari) – un raggruppamento informale composto da quaranta fornitori in campo nucleare che formula linee guida per l’esportazione di tecnologia nucleare sensibile – rifiuti di vendere strumentazione e tecnologie per l’arricchimento dell’uranio e il riprocessamento del plutonio a Stati che non siano già in grado di portare avanti queste attività. Il presidente Bush ha inoltre proposto che il diritto a importare strumentazione e tecnologia da utilizzare nei programmi nucleari civili sia limitato solo ai paesi che hanno sottoscritto il Protocollo aggiuntivo dell’AIEA, che conferisce a quest’ultima ulteriore autorità per condurre ispezioni presso strutture nucleari sospette.

Il presidente Bush ha perfettamente ragione nel considerare la scappatoia legata al ciclo combustibile una grave lacuna del regime globale contro la proliferazione nucleare. E ha altrettanto ragione quando suggerisce che l’esportazione di macchinari relativi al ciclo combustibile sia condizionato all’adesione del paese importatore al Protocollo aggiuntivo AIEA. Ma è anche vero che la sua proposta di bloccare l’esportazione di strumentazione per il ciclo combustibile verso quegli Stati che non l’abbiano già sarà sentita da molti paesi, a torto o a ragione, come un’alterazione del grande accordo TNP, senza che agli altri paesi vengano offerti incentivi a cooperare. In ultima analisi, le proposte del presidente Bush hanno ben poche probabilità di essere accolte, e andranno a corrodere ulteriormente il sostegno al regime contro la proliferazione globale.

La strada giusta è quella del rafforzamento, e non già dell’abbandono, del grande accordo TNP. Con la diffusione globale dei materiali, della tecnologia e delle conoscenze per la creazione di ordigni nucleari, l’unico modo realistico per eliminare la minaccia rappresentata dalla proliferazione nucleare è raggiungere più paesi possibile e assicurarsi il sostegno globale ai principi di non proliferazione. Bisogna riuscire a convincere tutti che eliminare la possibilità di aggirare le regole con l’escamotage del ciclo combustibile è anche un loro interesse nazionale, e non solo degli Stati Uniti o dell’Europa. Inoltre, qualsivoglia tentativo di prevenire la diffusione delle armi nucleari dovrà intervenire anche presso gli Stati nucleari, tanto per inibire quanto per intralciare le loro ambizioni di sviluppare armi nucleari.

La strategia di non proliferazione elaborata in questo documento si basa sui quattro principi che seguono: 

Le nazioni devono rendersi conto che la non proliferazione è una strada a due vie. Secondo il TNP gli Stati nucleari hanno il diritto di mantenere i propri arsenali nucleari, ma anche il dovere di ridurli progressivamente, nonché di mettere in comune i benefici derivanti dalla tecnologia nucleare pacifica con gli Stati non nucleari. Questi, a loro volta, hanno il diritto di utilizzare l’energia nucleare a scopi pacifici e di ricevere assistenza a tal fine; e il dovere di soprassedere alla costruzione di armi nucleari. Qualsiasi tentativo unilaterale di turbare l’equilibrio di diritti e doveri dell’accordo insito nel TNP è destinato a far sì che altre nazioni non nucleari riconsiderino il loro impegno nei confronti dell’accordo stesso. Rafforzare il «Grande accordo» e attualizzare il regime globale contro la proliferazione richiede dunque che tutte le parti in causa svolgano un ruolo attivo.

Solo una vera e propria coalizione globale permetterà di fare passi avanti. Le armi e la tecnologia nucleari sono ormai diffuse ovunque. Di conseguenza, non c’è alcuna possibilità che un singolo paese, o un semplice manipolo di paesi, possa opporsi da solo alla proliferazione.  

Un’eventuale rete globale contro la proliferazione dovrebbe essere congegnata in modo tale da essere in grado di intercettare armi, materiali e tecnologie nucleari, senza per questo impedire le forme di commercio legittime e pacifiche. Si dovrebbe insomma concepire un sistema articolato di incentivi e sanzioni, di normative sui controlli nazionali all’esportazione, di iniziative atte a ridurre la minaccia nucleare a livello globale, di trattati e istituzioni fondamentali, di verifiche vigorose e di vigorosi provvedimenti di applicazione. La rete dovrebbe fungere da collegamento tra le attività dei servizi segreti e delle autorità di controllo all’esportazione da una parte e i sistemi di sicurezza di frontiere, porti e aeroporti dall’altra, così da individuare con efficacia qualsivoglia movimentazione di materiali e tecnologie nucleari.

Importanti iniziative hanno preso vita in tempi recenti, quali l’Iniziativa per la sicurezza nella proliferazione (Proliferation Security Iniziative, PSI), che stabilisce i principi per l’interdizione delle spedizioni di armi di distruzione di massa. Un ulteriore importante passo avanti è rappresentato dall’Iniziativa per la riduzione della minaccia globale (Global Threat Reduction Iniziative, GTRI) recentemente annunciata dall’Amministrazione Bush. È proprio questo il tipo di azione multilaterale che può aiutare ad assicurare il tipo di cooperazione internazionale adeguata a soffocare la proliferazione.

 

Le iniziative contro la proliferazione dovranno esser finalizzate alla riduzione tanto della domanda che dell’offerta di armi, materiali e tecnologie nucleari. Gli sforzi contro la proliferazione dovranno andare ben oltre il controllo dell’offerta di materiali e conoscenze nucleari: sarà imprescindibile operare al fine di alleggerire la tensione tra quegli Stati che ritengono che le armi nucleari costituiscano la risposta ai loro problemi di sicurezza. Questo implica però che noi tutti accantoniamo i preconcetti ideologici e le abitudini passate per congegnare strategie su misura per quelle che sono le circostanze specifiche delle nazioni o delle regioni in questione. Solo tentativi permeati di realismo e impostati sulla base del ragionamento che spinge questa o quella nazione a voler sviluppare armi nucleari potrà permetterci di scavalcare le prese di posizione retoriche che affliggono tanta parte dell’odierna politica contro la proliferazione. Dobbiamo prefiggerci obiettivi pragmatici, con politiche contro la proliferazione adeguate tanto ai rischi che alle minacce odierne.

 

Le grandi nazioni devono ottimizzare tutte le risorse disponibili per il raggiungimento dello scopo finale . Non possiamo neppure sperare di proteggere noi stessi da un attacco portato con armi nucleari se non dedichiamo risorse adeguate agli sforzi contro la proliferazione. Un’alleanza globale finalizzata a prevenire la diffusione di materiali e tecnologie nucleari è di gran lunga meno costosa e certo più efficace nella lotta alla proliferazione di una guerra preventiva unilaterale, o del tentativo di gestire le terribili conseguenze del terrorismo nucleare, o di un conflitto in cui si ricorra a ordigni nucleari.

 

Il G8 e la lotta alla proliferazione nucleare. Il G8 dovrebbe gettare le basi per un regime contro la proliferazione rivitalizzato, inteso a rafforzare, e non già a minare, il TNP. Il G8 dovrebbe prendere l’impegno di migliorare concretamente gli attuali sforzi contro la proliferazione nucleare, in modo particolare la Partnership globale del G8 contro la diffusione delle armi e dei materiali di distruzione di massa.

L’obiettivo della Partnership globale del G8 è di raccogliere 20 miliardi di dollari dai paesi G8 e da altri paesi in un lasso di tempo di 10 anni per svolgere un lavoro collegiale di riduzione della minaccia proveniente dall’ex Unione Sovietica. Una componente essenziale di questo lavoro – che è modellato sul programma statunitense Nunn-Lugar – è quella rappresentata dall’impegno di coadiuvare la Russia a smantellare, garantire la sicurezza e smaltire senza rischi le proprie armi e materiali nucleari in eccesso. L’esperienza accumulata con il programma statunitense Nunn-Lugar per la riduzione della minaccia dimostra che un lavoro così articolato costituisce un modo efficace e conveniente rispetto ai costi per bloccare l’accesso alle fonti esistenti di armi nucleari e materiale fissile agli eventuali «fautori» della proliferazione. Programmi di siffatta natura contribuiscono inoltre a proteggere noi tutti dalle catastrofi ambientali che potrebbero derivare dall’ormai malandata infrastruttura nucleare russa.

Gli Stati nucleari del G8 – ossia Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti – dovrebbero intraprendere le seguenti iniziative, al fine di contribuire a ripristinare il proprio ruolo trainante e la propria credibilità contro la proliferazione nucleare:

 

Sviluppare e realizzare una strategia e un calendario relativi all’operazione di raccolta dei 20 miliardi di fondi da impegnare nella Partnership globale del G8. Al G8 mancano ancora 3 miliardi di dollari per arrivare alla cifra di 20 miliardi di dollari che rappresenta l’obiettivo dell’operazione, ma la volontà tanto politica quanto diplomatica di proseguire sembra già affievolirsi. Il G8 dovrà raddoppiare i propri sforzi politici e diplomatici per arrivare a raggiungere la cifra tonda. I paesi del G8 dovrebbero concordare che, in caso di mancato raggiungimento della cifra prevista, saranno proprio loro a versare l’importo mancante.

 

Ampliare la portata e accelerare i tempi delle attività volte a garantire la sicurezza di materiali fissili e tecnologie nucleari al di fuori dell’ex Unione Sovietica. Il lavoro della Partnership globale del G8 si limita al parco di armamenti nucleari dell’Unione Sovietica. Ma esistono materiali fissili nucleari da garantire la sicurezza in istallazioni tanto civili che militari un po’ ovunque nel mondo. Inoltre, quand’anche l’intero deposito di 20 miliardi di dollari impegnato per la Partnership globale fosse interamente consacrato a garantire la sicurezza del solo materiale fissile, cosa che sicuramente non avverrà, mancheranno comunque 10 miliardi di dollari per terminare il lavoro nella sola Russia. Per non parlare di tutte le altre parti del mondo. I paesi del G8 dovranno dunque provare di voler rilanciare il proprio impegno finanziario nella Partnership globale, incrementando la partecipazione al lavoro cooperativo di riduzione della minaccia nucleare, e non diminuendola, come ha invece proposto l’Amministrazione Bush per la Finanziaria del 2005.

Va accolto dunque con soddisfazione il recente annuncio da parte dell’Amministrazione Bush, con il quale Stati Uniti e Russia dichiarano che coopereranno strettamente per garantire la sicurezza, rimuovere o smaltire i materiali fissili nucleari vulnerabili dislocati in altre nazioni del globo. Per anni gli esperti della non proliferazione hanno chiesto a gran voce che si desse vita a un’iniziativa come questa. Ma è pur vero che i dieci anni previsti dal calendario del programma danno ai terroristi e a chiunque sia intenzionati a sviluppare armi nucleari fin troppo tempo per prepararsi a colpire. Se i leader della terra decidessero di impegnarsi ad affrontare il problema, si potrebbe archiviare la pratica in non più di quattro o cinque anni.

 

Mirare al reperimento di fondi, allo sviluppo di incentivi e alla determinazioni di sanzioni per capitalizzare al massimo i benefici per la sicurezza. Stati Uniti e Russia dovrebbero unire le forze per garantire che i fondi impegnati nella riduzione cooperativa della minaccia nucleare siano spesi con efficacia, mantenendo comunque la segretezza delle strutture d’arsenale. I fondi dovrebbero, ad esempio, essere consacrati a una celere riconversione in sicurezza delle oltre 300 tonnellate metriche di materiali fissili nucleari utilizzabili per la produzione di armi che ancora non hanno beneficiato di tale trattamento.

 

Migliorare il coordinamento tra autorità nazionali di controllo all’esportazione. I paesi del G8 sono membri chiave del Nuclear Suppliers Group e dell’organismo per il regime di controllo all’esportazione che da questo emana, cioè la Commissione Zangger. Nonostante la maggior parte delle norme di controllo del regime siano assolutamente adeguate, sono di fatto indebolite da un’applicazione non omogenea e dall’incapacità del sistema di condividere informazioni sulle domande di licenze d’esportazione sospette.

Il G8 dovrebbe decidersi a stabilire chiare e costanti linee di comunicazione tra le autorità di regolamentazione nazionali competenti in materia di vendita ed esportazione di tecnologia degli armamenti nucleari, segnatamente di quella relativa al ciclo combustibile. Questo aiuterebbe a intercettare tracce rivelatrici di attività proliferative e quindi a porre fine alle stesse. I paesi del G8 dovranno anche applicare attivamente essi stessi le norme di controllo all’esportazione e migliorare notevolmente il sistema di scambio di informazioni relativo alle licenze concesse o negate. Infine, non potranno fare a meno di adottare nuovi provvedimenti per richiedere ad altri paesi di evitare l’esportazione di materiali o tecnologie che a loro avviso potrebbero essere utilizzati per sviluppare o costruire armi nucleari.

 

Cooperare con i paesi non membri del G8 e assisterli nel migliorare i propri sistemi nazionali di controllo all’esportazione. La cooperazione e il sostegno attivo verso i paesi non membri del G8 è un elemento essenziale per il buon funzionamento dei regimi di controllo all’esportazione, con benefiche ripercussioni anche sugli sforzi contro la proliferazione. Oltre alla creazione di canali di comunicazione con tutti i paesi in possesso di tecnologia nucleare, il G8 dovrebbe fornire assistenza tecnica e, se del caso, finanziaria a tutti i paesi che desiderino attualizzare le proprie regole di controllo all’esportazione.

 

Verso il rafforzamento del «Grande accordo»

Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti dovrebbero annunciare le seguenti iniziative, volte a gettare le basi per il rafforzamento del grande accordo TNP:

 

Fermare la ricerca e lo sviluppo di nuove armi nucleari, compresi i cosiddetti «bunker-buster». Gli Stati in possesso di armi nucleari non possono invocare controlli più severi sull’esportazione di materiali e tecnologie utilizzabili negli ordigni nucleari, soprattutto di tecnologie del ciclo combustibile, e continuare imperterriti a sviluppare essi stessi nuove armi nucleari. La ricerca condotta dagli Stati Uniti sugli ordigni nucleari «bunker buster» e l’opposizione palesata sempre dagli USA al Trattato generale per l’interdizione dei test (CTBT) hanno un effetto particolarmente nefasto. Gli Stati Uniti dovrebbero senz’altro porre fine a tali attività di ricerca e sviluppo e, come già fatto da Francia, Russia e Regno Unito, ratificare il CTBT. La Cina, da parte sua, ha già fatto sapere che è pronta a mettersi al lavoro per ratificare il trattato qualora anche gli Stati Uniti decidano in favore della ratifica.

 

Negoziare il Trattato per l’esclusione dei materiali fissili (Fissile Materials Cut-Off Treaty) con meccanismi di verifica reali. Il suddetto trattato avrebbe l’effetto di rendere illegale qualsivoglia nuova produzione di materiali fissili nucleari da utilizzare negli armamenti e sarebbe di aiuto a rispettare l’impegno assunto dagli Stati in possesso di armi nucleari a realizzare un graduale disarmo nucleare. Il livello attuale di forniture di materiali fissili nucleari è più che sufficiente a mantenere gli arsenali nucleari degli Stati membri. Il trattato dovrebbe essere accompagnato da un rigido regime di verifica che ne garantisca l’applicazione. Tutti gli Stati in possesso di armi nucleari dovrebbero volontariamente e immediatamente porre fine alla produzione. Gli Stati Uniti e la Russia, inoltre, che hanno entrambe solo firmato il Protocollo aggiuntivo dell’AIEA tramite il quale si conferiscono all’Agenzia poteri supplementari per ispezionare i siti nucleari, seguano l’esempio della Cina, della Francia e del Regno Unito e passino alla ratifica.

 

Trovare sostegno al di là del G8 per la causa della non proliferazione nucleare, soprattutto limitando al massimo la scappatoia rappresentata dal ciclo combustibile in seno al TNP. La guida del G8 è essenziale ai fini della creazione della «rete» contro la proliferazione nucleare globale, e le iniziative raccomandate in questo documento contribuirebbero senza dubbio a ripristinare questo ruolo di guida. Ma la non proliferazione non è solo un problema del G8. Eliminare la scappatoia del ciclo combustibile, ad esempio, richiede molto di più che non la sola regolamentazione dell’esportazione di materiali e tecnologia nucleare dai nostri paesi. Dobbiamo fornire incentivi tali da incoraggiare altre nazioni con ambizioni nucleari o programmi nel campo dell’energia nucleare a unirsi a noi. È necessario eliminare qualsivoglia incentivo legittimo per uno Stato a produrre combustibile per conto proprio e farlo in termini trasparenti, sostenibili e soprattutto equi per tutte le parti in causa.

 

 

Nota

* Il progetto Global Alliances intende concorrere alla sicurezza internazionale promuovendo soluzioni progressiste alle problematiche transnazionali attraverso la cooperazione globale. Global Alliances è coordinato da un comitato direttivo composto da Urban Ahlin, Madeleine K. Albright, Robin Cook, Antonio Guterres, Morton H. Halperin, Lee Hamilton, John Monks, John D. Podesta, Poul Nyrup Rasmussen, Maria Joao Rodriguez e John Sweeney, con la collaborazione di Andy Grotto. All’iniziativa prendono parte inoltre leader latino-americani, africani e di altre parti del mondo. I partecipanti al progetto Global Alliances condividono lo spirito del documento qui pubblicato sebbene non ne debbano necessariamente condividere ogni dettaglio o proposta operativa. Il Center for American Progress cura l’organizzazione per gli Stati Uniti di Global Alliances e ha diretto l’elaborazione di questo testo.

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