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Quale programma politico per una società attiva?

Written by Romano Benini Wednesday, 01 September 2004 02:00 Print

Riportare la politica ai programmi. Un’indicazione quantomai necessaria vista la prevalenza nello scenario politico italiano dei proclami, delle scenette, delle distinzioni tattiche e dell’angoscia della visibilità. La prevalenza della forma sui contenuti è sempre nefasta, soprattutto quando si dovrebbe scegliere chi governa. Questa fuga dai contenuti sembra essere un motivo di fondo della nostra politica nazionale e certo ha a che vedere con il nervo scoperto del nostro ambiguo bipolarismo: l’estrema frammentazione delle posizioni all’interno dei due schieramenti.

 

Programmi: blocchi sociali o interesse generale?

Riportare la politica ai programmi. Un’indicazione quantomai necessaria vista la prevalenza nello scenario politico italiano dei proclami, delle scenette, delle distinzioni tattiche e dell’angoscia della visibilità. La prevalenza della forma sui contenuti è sempre nefasta, soprattutto quando si dovrebbe scegliere chi governa. Questa fuga dai contenuti sembra essere un motivo di fondo della nostra politica nazionale e certo ha a che vedere con il nervo scoperto del nostro ambiguo bipolarismo: l’estrema frammentazione delle posizioni all’interno dei due schieramenti.

Se il fattore Berlusconi, come coagulo vincente (e in parte antipolitico) della attuale maggioranza, sembra in calo, nei prossimi mesi il centrodestra dovrà forse impegnarsi su un ritorno della politica e anche dell’appartenenza partitica. Vedremo se, in una fase economica di vacche magre e senza la concreta possibilità di tradurre in realtà gli slogan sul fisco, la Casa della Libertà riuscirà a trovare una sintesi politica in grado di condurla a fine legislatura. E di portare a fine legislatura un programma con un minimo di coerenza, senza intaccare troppo quell’elettorato sensibile al richiamo populista che rappresenta il principale punto di forza del nostro premier.

Il centrosinistra non sembra messo molto meglio. Le buone performance elettorali nelle province e nei comuni e il risultato interlocutorio delle consultazioni europee rendono in ogni modo necessaria l’alleanza dell’Ulivo con Rifondazione Comunista. Non sono casuali gli incontri europei tra Prodi e Bertinotti. Alla dichiarazione del centrosinistra e di Rifondazione di volere arrivare a un programma quantomeno condiviso non fa per ora riscontro molta sostanza. Sembra chiaro ciò che non si vuole: quasi tutto ciò che è stato prodotto dal governo Berlusconi in termini di leggi e leggine. Avanza per ora una sinistra abrogativa, che unisce uno schieramento trasversale che va da Bertinotti ad alcune componenti della Margherita, tenuta insieme dalla critica sostanziale alle scelte del governo più che da proposte condivise.

Eppure a pochi mesi dalle elezioni regionali e a meno di due anni dalle elezioni politiche (se la sintesi berlusconiana tiene) forse al centrosinistra servirebbe qualcosa in più. Per non ripetere l’«infausto» 1998 è utile non rimandare il confronto su quale idea del paese, quali riforme e quali scelte. Magari con la consapevolezza che molte delle leggi di questo governo che si intendono eliminare con un tratto di penna sono state rese necessarie dal mancato completamento delle riforme avviate o annunciate dall’Ulivo (soprattutto sui temi del welfare e del mercato del lavoro), sono state in parte condivise con importanti forze sociali (alle quali il centrosinistra chiede il sostegno, come la CISL) e che quelli comunque restano i nodi da sciogliere.

L’esigenza di ridare centralità ai programmi e alle proposte ha anche a che vedere con un sacrosanto bisogno di chiarezza e di certezza. Da rivolgere in particolare a quella parte del paese che non fa il tifo per uno schieramento in modo fideista o che non vota per partito preso. Per chi non vota semplicemente contro e non ritiene di per sé un buon risultato la sconfitta di uno dei due schieramenti. Per chi vuole davvero vedere se le sintesi tra la Lega e Follini da una parte, e tra Bertinotti e Martinazzoli dall’altra, non si basano su una alchimia momentanea dettata dall’interesse al potere, ma su una analisi dei problemi e sulla condivisione delle soluzioni, se possibile chiare e semplici, così come sono oggi chiari e semplici i problemi di un paese spaventato dal caro vita e dal calo delle opportunità. Questa Italia senza partito non è quella di chi annusa l’aria e sale sul carro del vincitore (questi sono semmai i partigiani dell’ultima ora e del dopo elezioni, altra razza italica). Si tratta semmai di una componente del nostro corpo sociale interessante e in crescita. Italiani seri e attenti, laboriosi e potenziali, determinanti senza necessariamente essere opinion leaders. Gli analisti politici più accreditati ormai da anni ci chiedono di stare molto attenti a questo elettorato mobile. Non necessariamente moderato o instabile, ma la cui scelta ha a che vedere con il senso, nemmeno troppo vago, di ciò che può andar meglio. Una componente fondamentale dell’elettorato, che se coglie la vacuità della proposta politica può decidere di non votare, e a cui ci si rivolge solo con idee e messaggi semplici, chiari e condivisi. Non si tratta in senso proprio di un «blocco sociale», ma di gruppi sociali che decidono e spostano consenso.

In una società articolata e certo complessa è sempre più difficile per partiti e schieramenti individuare blocchi sociali di riferimento. In una economia e in un mercato del lavoro dove si impongono il dinamismo, la capacità di relazione e di comunicare, la costruzione delle reti e la valorizzazione del territorio, da anni assistiamo allo smottamento dei blocchi sociali tradizionali e alla formazione di identità, interessi e bisogni collettivi o individuali su logiche nuove e in parte inedite. Forse non ha più senso parlare di blocchi sociali intendendo come tali persone in carne e ossa e ceti ben identificati, o addirittura organizzati. Anzi, l’analisi dei comportamenti elettorali dei corpi sociali organizzati (quei pochi che il postfordismo non ha disperso), come gli iscritti alle organizzazioni sindacali del lavoro dipendente o agli ordini professionali, mostra come ormai da anni l’appartenenza a una condizione tradizionalmente aggregante, come quella lavorativa, non determini affatto comportamenti elettorali omogenei.

In una stessa persona convivono bisogni complessi, che hanno certo a che vedere con il lavoro e il ceto di provenienza, ma che sempre di più sono condizionati da tutti quei fattori che oggi fanno identità: la famiglia, gli amici, il territorio, le aspettative, la formazione, il consumo culturale. In una società «degli individui», come tale studiata da sociologi come Sennett, Bauman o Castel, forse non ha molto senso cercare l’arca perduta del blocco sociale o del riferimento prevalente che condiziona la scelta di voto (e comunque si deve fare attenzione a considerare il lavoro o il reddito in questo senso molto significativi). Forse ha più senso cercare di dare centralità ai programmi, analizzare i fattori di fondo che creano i bisogni e proporre risposte chiare, ridare significato all’idea e al principio di interesse generale. In una società semplificata e rappresentata, come quella delineata in parte dalla vecchia organizzazione produttiva fordista, è stato forse comodo delineare per le forze politiche di allora gruppi e interessi di riferimento e trovare in questo modo conferma dell’opportunità delle scelte di parte. Questa pratica, comunque semplificatoria, ha di fatto contribuito all’indebolimento di uno dei principi di fondo di una democrazia che funzioni: l’identificazione e il perseguimento dell’interesse generale, che non è la semplice sommatoria degli interessi particolari rappresentati, ma la ricerca dei fattori condivisi che motivano l’idea stessa di cittadinanza e danno significato all’appartenenza a un contesto sociale e politico, alla democrazia.

Oggi ci troviamo di fronte a una economia frammentata, a una società che trova con difficoltà denominatori comuni rispetto ai bisogni individuali, in cui la crisi delle tradizionali forme di rappresentanza è evidente e in cui il rischio della scorciatoia neopopulista e demagogica è sempre presente. Proprio una società articolata e una economia complessa rendono tuttavia i bisogni più trasversali, obbligando il cittadino, se non trova una casta in cui rifugiarsi, a relazionarsi con gli altri. Ritrova così significato concreto l’aspirazione all’interesse generale, dal territorio alla nazione. Si parla in questo caso di «voglia di comunità». Chissà che in questa prevalenza dell’insicurezza non possa allora trovare spazio, nei programmi e nella proposta politica, una rinnovata aspirazione all’interesse generale. Chissà che in un sistema in cui la solitudine dell’individuo di fronte alla difficoltà di poter essere decisore del proprio destino individuale, non possa trovare spazio una politica che ripercorra in forma nuova l’idea di interesse generale. Termine da declinare come concreto interesse del cittadino di accedere a strumenti e servizi in grado di permettere una scelta di vita e di lavoro che sia dettata più dalle aspirazioni e dalle attitudini e meno dai condizionamenti del territorio, della famiglia e del ceto di provenienza.

 

L’insicurezza e la società inattiva

Il fattore insicurezza rappresenta oggi uno dei principali nodi che una politica comprensibile e condivisa è chiamata ad aggredire, dando riferimenti ed evitando quel ripiegarsi nel familismo e nel ceto di provenienza che costituisce oggi uno dei sintomi più evidenti della mancanza di fiducia e che coinvolge soprattutto le nuove generazioni. Creare servizi e strumenti per liberare opportunità, nella logica della competenza e non dell’appartenenza.

Il nostro paese è quello in Europa in cui chi nasce in una certa condizione sociale ha le minori possibilità di migliorare il proprio status. Non a caso l’Italia, nonostante i nuovi servizi per l’impiego, resta il paese in cui la scelta del lavoro è più dettata dalle indicazioni dei familiari e dal contesto sociale e ha meno a che vedere con un corretto percorso di orientamento, formazione e valorizzazione delle attitudini. Il costo sulla nostra economia, che ha invece bisogno di competenze e dinamismo, di un lavoro per imposizione e non per vocazione è pesante. Come è pesante il condizionamento del capitalismo familiare: meno del 40% delle migliaia di microimprese familiari sopravvive alla seconda generazione. Entro i prossimi tre anni chiuderanno circa centoventimila piccole imprese familiari per incapacità di gestire il salto generazionale. Con costi anche in questo caso pesantissimi. Senza che nessuno pensi a provvedimenti in grado di dare continuità all’impresa (che rappresenta un valore sociale in sé) oltre all’appartenenza familiare, di mettere l’aspirante neo-imprenditore «senza genitore» in condizione di rilevare un’attività a rischio di chiusura. Per salvare gli elementi positivi di un capitalismo familiare che spesso è anche la misura della vitalità di un territorio è forse utile incominciare anche da noi a puntare sulla sana e liberale scelta di distinguere, anche nelle piccole imprese (spesso generatrici di buon reddito finanziario), tra proprietà e gestione. Servono buoni proprietari e buoni manager, e in un’economia dinamica e competitiva spesso non si tratta della stessa persona.

In ogni caso le ragioni per essere insicuri sono forti e ben presenti: l’Italia è il paese europeo con il più basso tasso di occupazione. Il paese in cui si lavora meno, almeno in modo regolare. E quello in cui l’economia locale stenta maggiormente a trovare in tempi adeguati le competenze necessarie. Forse una proposta politica comprensibile dovrebbe partire proprio da queste contraddizioni. Solo apparenti, in un paese che è tra gli ultimi posti in Europa per spesa in servizi per il lavoro, in interventi e indennità per rendere occupabili le persone, in cui si mantiene un welfare sostanzialmente assistenziale e che eroga prestazioni per categorie e non si sono ancora affrontati gli snodi per passare a un welfare promozionale (che crea lavoro) e reciproco (che crea vantaggi all’economia).

Un inadeguato livello di occupati – soprattutto se in rapporto con il dato della popolazione in età da lavoro – costituisce il sintomo rilevante di una società e una economia in cattiva salute ed è la fonte primaria dei problemi che riguardano il gettito fiscale e l’equilibrio finanziario; la propensione e il livello dei consumi; l’equilibrio della spesa previdenziale e del sistema pensionistico; l’accesso alle opportunità e l’inclusione sociale; la mobilità sociale e la coesione tra i territori; la qualità, la legalità e regolarità del mercato del lavoro.

Buona parte dei temi di fondo del dibattito politico ed economico e delle situazioni di rischio in cui si trova la nostra economia derivano dalla persistenza in questi anni di un numero di occupati in forma regolare mediamente inadeguato e inferiore rispetto al dato europeo. La crescita dei maggiori paesi europei avvenuta negli scorsi anni in termini di competività e di qualità del welfare (vista come capacità dello Stato sociale di assecondare la creazione di occupazione) si è infatti in generale accompagnata con un corrispondente incremento dell’occupazione sensibilmente maggiore di quanto sia accaduto nello stesso periodo nel nostro paese. Questi ultimi mesi di stagnazione dell’economia europea non hanno certo determinato una inversione di rotta nella creazione di opportunità. La limitata tenuta dell’occupazione al contrario si accompagna alla ripresa degli elementi di crisi del mercato del lavoro, che in Italia riguardano soprattutto: l’occupazione femminile, il lavoro sommerso, i mercati del lavoro di buona parte delle regioni centro-meridionali e la crescita dei fattori e delle condizioni di precarietà, elemento, questo, dell’organizzazione del lavoro postfordista, non ancora sostenuto e gestito da un organico, condiviso e accessibile sistema di garanzie (ammortizzatori generali, statuto dei lavori ecc).

Il rapporto negativo tra popolazione attiva e occupati costituisce quindi da tempo in Italia una componente del nostro mercato del lavoro, che segnala la persistenza di quei fenomeni critici di rilievo che le politiche economiche e di welfare devono saper affrontare con incisività: la persistenza del lavoro sommerso come componente strutturale di parte dell’economia del paese (con gli squilibri in termini di concorrenza e regolarità che questa determina); la crescita nelle regioni meridionali del divario tra occupazione femminile e maschile (dato in controtendenza rispetto all’Europa e che segnala la permanenza di un sistema produttivo obsoleto e di inadeguati servizi sociali e alla famiglia); l’inadeguatezza del sistema di servizi per il mercato del lavoro (che si accompagna, specialmente al Sud, con una scarsa qualità dei servizi per l’impiego e una bassa capacità di spesa delle risorse comunitarie destinate all’occupabilità e all’inclusione sociale e all’assenza di una coerente programmazione integrata del lavoro); l’inefficace rapporto tra domanda e offerta di lavoro (alla crescita dei disoccupati corrisponde quasi ovunque la difficoltà delle imprese nel reperire manodopera formata o idonea).

La crescita di un’occupazione regolare, di qualità e più stabile costituisce sicuramente il principale indicatore della competitività dei sistemi produttivi in un sistema che si pone l’obiettivo della crescita sostenibile, dell’inclusione sociale e della promozione delle opportunità. I dati dell’evoluzione e delle tendenze prossime del nostro mercato del lavoro da questo punto di vista smentiscono qualsiasi previsione positiva e rassicurante: così come le riforme attuate nel periodo 1997-2001 e la crescita economica non sono riuscite da sole a far venire meno il fatto di fondo di debolezza del nostro mercato del lavoro, il possibile miglioramento dei mercati internazionali (auspicato da alcuni indicatori per il 2005), qualora intervenga, non sarà in grado da solo di migliorare il nostro mercato del lavoro in termini di maggiore capacità di inclusione sociale. Serve quindi una nuova stagione della programmazione economica e sociale.

Questo mercato del lavoro, nelle attuali condizioni, quando l’economia cresce ragionevolmente tende a includere gli inclusi (per casta, condizione, competenza, territorio o ceto), quando cala, provvede ad aumentare la fascia degli esclusi e le disparità nell’accesso ( per territorio, formazione o ceto di provenienza), stimolando la ricerca del privilegio. Come sta avvenendo in questi anni in molte aree del paese: nelle regioni del Centro-Sud, nelle aree interne e nei quartieri in degrado di molte città aumentano i fattori di esclusione. In questi anni il fattore lavoro resta l’elemento di maggiore distinzione tra Centro-Nord e Centro-Sud e la differente presenza e qualità dei servizi per la formazione e il lavoro contribuisce ad aumentare questo divario. L’intervento sul mercato del lavoro e per un welfare in grado di promuovere opportunità e inclusione costituisce quindi il presupposto per la crescita economica sostenibile: formazione e servizi per il capitale umano come snodo, come punto in cui le esigenze delle imprese si incontrano con le aspirazioni dei cittadini, dei lavoratori e delle nuove generazioni.

 

Il lavoro si crea: quale intervento pubblico?

Eppure è vero che il lavoro si crea o quantomeno che esistono gli strumenti e le politiche per promuoverlo. Il ruolo delle politiche pubbliche per la promozione del lavoro, anzi dell’occupabilità (la possibilità di stare sul mercato del lavoro) è decisivo: anche nei paesi europei in cui la presenza dello Stato nella regolazione dell’economia è meno forte, la programmazione del welfare per il lavoro attraverso i servizi pubblici costituisce un aspetto decisivo della governance. Si tratta di un tema di fondo per ogni competizione elettorale, di grande importanza per un paese che chiede sicurezza e opportunità e un sistema di welfare in grado non solo di assistere, ma anche di integrare, promuovere e di sostenere lo sviluppo.

Orientare le politiche pubbliche verso il lavoro significa per il nostro paese fare scelte precise e ancora non del tutto compiute: per esempio riformare un sistema di sicurezza sociale ancora su base assistenziale e con prestazioni accessibili per categoria in un sistema di promozione sociale basato sulla reciprocità e su prestazioni automatiche. L’Unione europea ci offre in questo senso indicazioni precise e ben definite: chiedendo alla nostra legislazione e alla programmazione delle risorse comunitarie di orientare la spesa verso la creazione di servizi e strumenti per rendere le persone più occupabili, per migliorare le competenze, per consentire la formazione per tutto l’arco della vita, per favorire l’accesso alle opportunità in un percorso di vita che ci porterà più spesso a cambiare lavoro.

Perché oggi quanto mai il lavoro stabile è l’esito non di una contingenza, ma di un percorso fatto di formazione, di orientamento, di valutazione delle attitudini e di incontro con le richieste dell’impresa (matching), mentre il mantenimento al lavoro vuol dire anche formazione continua e aggiornamento delle competenze. Tutto questo ha bisogno di servizi, strumenti e incentivi, soprattutto in un’economia fatta di distretti e piccole imprese, e vede un ruolo decisivo per la capacità di programmazione del governo, delle regioni e di quelle autonomie locali alle quali le riforme del decentramento amministrativo hanno giustamente assegnato un fondamentale ruolo di gestione e promozione delle opportunità.

Almeno dal 1997, con il Trattato di Amsterdam, queste raccomandazioni dell’Unione europea si traducono in indicazioni e riferimenti a cui è collegata l’erogazione delle risorse comunitarie per il rafforzamento dei sistemi di welfare. Eppure in questi anni il nostro paese non ha brillato nella capacità di creare occupazione e servizi per il lavoro, nonostante le riforme avviate e le risorse spese. La percentuale di quota della spesa sociale per servizi promozionali e di integrazione nel mercato del lavoro è tra le più basse d’Europa. Resta ancora bassa anche la qualità e la presenza sul territorio dei servizi per l’impiego pubblico e privato, che da noi intermediano non più del 15% delle opportunità di impiego, contro il 35% di posti di lavoro che negli altri paesi passano in media attraverso i servizi per il lavoro. Ancora peggiore il dato relativo alla capacità di spesa e di progettazione di interventi di politica attiva e l’integrazione tra servizi pubblici e privati.

L’evoluzione dei servizi per il lavoro e degli strumenti per l’occupabilità sta aggravando il divario tra le regioni del Nord, che cercano lavoratori e si appoggiano su servizi per l’impiego e la formazione dignitosi, e le regioni del Sud, in cui chi cerca lavoro non può accedere al diritto a decenti servizi di orientamento, di valutazione delle competenze, di preselezione, di formazione. È proprio il Sud dunque il luogo in cui stiamo perdendo la sfida per affermare la libertà di scelta sul lavoro. Non è un caso che siamo rimasti, con la Grecia e il Portogallo, l’unico paese in Europa in cui non esiste per chi cerca lavoro il diritto a una indennità di inserimento al lavoro che sia subordinata alla partecipazione obbligatoria a programmi per migliorare l’occupabilità. Ogni serio tentativo di riforma è ostacolato dal rischio che tutto ciò che si muove per far funzionare in senso europeo il nostro mercato del lavoro e che afferma il diritto ai servizi porti a una deriva assistenzialista.

La legislazione del mercato del lavoro non riesce quindi a coordinarsi con la programmazione delle risorse: in questo modo si stanno perdendo opportunità (in milioni di euro) e non si riesce a cogliere l’occasione di una riforma complessiva del welfare e del mercato del lavoro in grado di aiutare lo sviluppo creando le condizioni per servizi per il lavoro accessibili per diritto e presenti sul territorio in modo capillare.

La crisi della legislazione del lavoro non è solo italiana e riguarda, come ben descrive il giurista francese Supiot, la difficoltà del diritto del lavoro in questo sistema economico e sociale di essere da solo regolatore dei fenomeni e produttivo di effetti. Una buona legge sul lavoro e per lo Stato sociale è oggi allo stesso tempo prodotto del diritto, dell’economia, delle scienze sociali. Così come una programmazione territoriale è allo stesso tempo figlia della sintesi politica e di una visione condivisa dello sviluppo locale.

Questo è il limite di buona parte della nostra legislazione e queste sono le difficoltà della nostra programmazione in cui le emergenze, la propaganda e le esigenze di parte prevalgono sulla condivisa analisi dei bisogni, sulla sintesi politica e sull’interesse generale. Il nostro diritto del lavoro è stato per anni ostaggio di ideologie giuridiche che hanno di fatto prodotto una legislazione spesso parziale e in genere poco efficace. Perché una legge sul lavoro non promuove o genera effetti se non è condivisa e non fa sintesi dei diversi interessi, che vanno ben oltre la stantia contrapposizione tra padrone e operaio, in un sistema in cui il conflitto si propone in modalità e forme ben più complesse.

L’eredità di D’Antona e Biagi è forse proprio quella di aver cercato di portare il diritto del lavoro al servizio della società nel suo complesso, superando gli scogli delle ideologie giuridiche e delle visioni parziali (il lavoratore ha sempre ragione, l’impresa ha sempre ragione). Se c’è invece un limite evidente nella legge 30 del 2003, che i promotori hanno voluto intitolare al professor Biagi, forse è proprio la sua parzialità; soprattutto nella convinzione che ogni esigenza di manodopera dell’imprenditore (in qualsiasi modo, tempo e condizione) vada comunque soddisfatta con soluzioni contrattuali specifiche. Questo fa della legge Biagi un provvedimento in parte ideologico e che come tale rischia di funzionare poco e male. Attenzione però all’ansia abrogativa: si tratta anche in questo caso di una legge che cerca di completare un processo di riforma del mercato del lavoro avviato e non completato dal centrosinistra, basti pensare ai servizi per l’impiego e agli ammortizzatori sociali.

Per creare lavoro regolare mancano ancora strumenti e servizi. Mancano strumenti europei fondamentali. Come una cornice generale delle tutele per tutti i lavori (Statuto dei lavori), mentre la regolazione delle collaborazioni coordinate lascia ancora molti spazi all’uso improprio delle consulenze e agli imbrogli. Manca una indennità di disoccupazione generale, automatica e non contrattata a cui collegare la partecipazione obbligatoria a programmi pubblici per l’inserimento al lavoro. Manca una revisione della spesa sociale che preveda il finanziamento di un welfare orientato allo sviluppo e alla promozione delle opportunità, integrando nel mercato del lavoro chi ne è fuori o rischia di uscirne. Non a caso siamo il paese europeo con il minor numero di disabili al lavoro: nonostante l’obbligo di legge solo il 18% dei disabili italiani lavora. E siamo anche il paese europeo in cui chi perde l’impiego ha minori possibilità di rientrare in tempi brevi nel mercato e in cui è più alta la possibilità di perdere condizioni favorevoli e diritti nel passaggio da lavoro a lavoro. Questo accade anche perché abbiamo servizi inadeguati e determina quell’italico attaccamento al posto, che ci fa tener stretta la tutela dell’articolo 18 per i pochi che possono ricorrere al reintegro, e che è un generale sintomo di debolezza del mercato del lavoro (chi è forte sul mercato tende infatti a cambiare lavoro per migliorare).

Mancano servizi e strumenti che aiutino le regioni e le province a programmare la spesa sociale con efficacia, a creare servizi che funzionino, a mettere in rete il lavoro e le opportunità formative, a creare sinergie tra i soggetti pubblici e privati. La legge Biagi, nella sua prima parte, prova a intervenire proprio su questi aspetti. In modo a volte confuso (per esempio attribuendo anche ai comuni le funzioni proprie delle province) e cercando di completare con la Borsa del lavoro lo storico ritardo delle banche dati per l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. Serve altro, ma anche in questo caso se qualcosa rischia di non funzionare potrebbe non essere solo colpa del legislatore. Mancano infatti programmi e strumenti di assistenza alle regioni e alle province impegnate nella decisiva sfida di utilizzare le opportunità concesse dal Fondo sociale europeo per creare opportunità di formazione, di impiego e per la creazione di impresa. Non è un caso che un buon numero di regioni del Sud abbiano spostato il termine degli impegni di spesa dal 2006 al 2008, e che ad oggi la capacità di destinare queste ingenti somme non superi il 30% del totale. La destinazione corretta ed efficace delle risorse europee per l’occupazione e lo sviluppo sociale costituisce un’occasione che non possiamo perdere, soprattutto al Sud. Eppure il rischio è grave. Latitano le agenzie tecniche nazionali (ItaliaLavoro, Formez e Isfol), tra loro poco coordinate, con management in parte inadeguato e di nomina politica, sensibili a interessi parziali e la cui riforma dovrebbe essere oggetto di un intervento di legge che renda questi costosi enti pubblici più simili a soggetti erogatori di servizi tecnici e di consulenza di qualità, e meno somiglianti ai vecchi baracconi dello Stato assistenziale. Latitano le agenzie tecniche regionali, sprovviste di uomini, mezzi e a volte anche di idee. Mancano i «manager del lavoro», siano essi orientatori, programmatori dello sviluppo, consulenti o esperti in risorse umane e servizi per l’impiego.

Eppure ogni euro erogato dall’Europa per creare sviluppo e lavoro e non speso o speso male costituisce una responsabilità su cui misurare la capacità dei nostri amministratori pubblici. Su cui valutare l’attendibilità dei programmi e dei proclami elettorali.

Se proviamo a dare centralità ai contenuti, ecco che le riforme del lavoro e dello Stato sociale, mancate o realizzate, ci offrono grandi spunti. Chissà se avremo modo di capire qualcosa di più chiaro delle idee e delle soluzioni di chi si candida a governarci nei prossimi programmi e per le prossime competizioni. Per ora sappiamo che su questi aspetti, decisivi per le scelte elettorali, si scrive e si afferma di tutto, ma in entrambi gli schieramenti non si intuisce ancora un punto di vista che faccia da orientamento per l’elettore.

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