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Le ragioni per una leadership

Written by Salvatore Vassallo Wednesday, 01 September 2004 02:00 Print

Le interpretazioni dei risultati elettorali del 12 e 13 giugno hanno riportato in voga sotto vari punti di vista il rito levantino della «contabilità proporzionale del giorno dopo». Non poteva che essere così, dato che la competizione più carica di significati politici generali – quella per l’elezione dei parlamentari europei – si è appunto svolta con un sistema fatto per misurare il peso dei singoli partiti e non per scegliere una maggioranza di governo.

 

Le interpretazioni dei risultati elettorali del 12 e 13 giugno hanno riportato in voga sotto vari punti di vista il rito levantino della «contabilità proporzionale del giorno dopo». Non poteva che essere così, dato che la competizione più carica di significati politici generali – quella per l’elezione dei parlamentari europei – si è appunto svolta con un sistema fatto per misurare il peso dei singoli partiti e non per scegliere una maggioranza di governo.

Il principale vizio della «contabilità proporzionale del giorno dopo», come è noto, sta nell’attribuire a variazioni spesso impercettibili e statisticamente inevitabili nei consensi di ciascuna lista significati epocali, ad uso degli interessi contingenti degli interpreti. L’analisi dei dati che segue cerca di sfuggire a tale sindrome, soffermandosi soltanto sulle tendenze più robuste, le sole su cui ha senso riflettere se si intende trarre dal voto di giugno qualche indicazione in vista delle elezioni regionali del 2005 e delle elezioni politiche del 2006.

 

Il quadro generale

Il Grafico 1 mostra innanzitutto che le elezioni di giugno hanno segnato nel complesso un decremento di consensi per il centrodestra, con la caduta di Forza Italia, e un lieve incremento di consensi per il centrosinistra, con la riuscita ricucitura delle forze baricentriche del centrosinistra sotto l’etichetta comune della lista Uniti nell’Ulivo.

Sia nel Grafico 1 che nella Tabella 1, poiché si intende misurare la forza elettorale delle due «aree politiche» (di centrodestra e centrosinistra) così come potrebbero presentarsi nell’ambito di elezioni per il parlamento nazionale, vengono inclusi nel centrodestra (CD), oltre ai partiti della Casa delle Libertà, anche le liste socialiste guidate da De Michelis e le liste Sgarbi, così come nel centrosinistra (CS) sono inclusi anche il SVP e il Partito Sardo d’Azione. Le variazioni dello 0,5 o 0,6 nell’aggregato di ciascuna delle due aree, nonostante il valore simbolico attribuito al sorpasso di un’area sull’altra che tali variazioni possono generare, sono pressocché irrilevanti ai fini di una analisi delle tendenze elettorali di fondo. Rimanendo sulle tendenze più robuste, il Grafico 1 mette anche in evidenza la maggiore volatilità dell’elettorato di centrodestra, che riflette la ancor più accentuata volatilità dell’elettorato di Forza Italia, a fronte di una notevole stabilità dell’elettorato dei partiti di centrosinistra, la quale si accompagna a una altrettanto cospicua stabilità del baricentro riformista di quell’area. Fra le europee del 1999 (DS, PPI, Democratici, Dini, SDI) e quelle del 2004 (Uniti nell’Ulivo) tale componente ha perso solo 40.000 voti (su 10 milioni), nonstante la defezione di Di Pietro e Occhetto che ne hanno ottenuti circa 690.000. Forza Italia perde invece un milione di voti rispetto alle precedenti europee e 4 milioni di voti rispetto alle politiche del 2001.

Grafico 1

 

Se si fosse votato per il parlamento nazionale, e se gli elettori si fossero comportati come hanno fatto, ci sarebbe ancora una maggioranza di centrodestra?

Al contrario di quanto ci si attendeva sulla base dei sondaggi pre-elettorali, non si è verificato un completo ribaltamento negli equilibri tra le due aree. Quelle aspettative risentivano della riluttanza di una quota consistente di elettori del centrodestra a dichiarare le proprie intenzioni di voto e della loro forte tentazione di astenersi, a dimostrazione che la fiducia che molti di loro avevano riposto nella Casa delle Libertà e nei suoi leader si andava appannando. Ma gli appelli del presidente del consiglio e, soprattutto, la decisione di far votare di sabato pomeriggio hanno sortito l’effetto atteso (naturalmente anche Berlusconi aveva buoni sondaggi a disposizione e conosceva la natura del suo problema). L’astensione aggiuntiva a danno del centrodestra non c’è stata e si è dissolto il vantaggio, in una certa misura fittizio, di due o tre punti in percentuale sui votanti che alcuni leader della lista Uniti nell’Ulivo si attendevano.

I risultati sono stati comunque positivi per il centrosinistra, tanto far ritenere ad alcuni suoi autorevoli esponenti che, se si fosse votato per il parlamento nazionale, il centrosinistra avrebbe ottenuto la maggioranza dei seggi. Questa conclusione si basa su un argomento in parte plausibile. In passato il centrosinistra ha ottenuto meno voti verso i propri partiti e più voti verso i simboli di coalizione affiancati ai candidati nei collegi uninominali o ai candidati alle cariche monocratiche di governo (sindaco, presidente di provincia o di regione), mentre accadeva il contrario per il centrodestra. Il centrodestra ha inoltre sempre ottenuto molti più voti del centrosinistra nelle elezioni condotte con metodo proporzionale. Cosicché, continua questo argomento, se il differenziale con il centrodestra ha cambiato di segno, seppure di poco, in una elezione proporzionale, l’effetto sarà ancora maggiore in elezioni che si svolgano con sistema maggioritario. L’argomento ha una sua plausibilità, ma non è verificabile. Come pure rimane una congettura altamente plausibile quella evocata dallo stesso presidente del consiglio qualche settimana dopo il voto: se il centrodestra fosse stato costretto a tornare di fronte agli elettori nello stato confusionale a cui era giunto all’inizio di luglio (all’indomani delle dimissioni del ministro Tremonti) sarebbe stato sconfitto.

Pur considerando tali congetture del tutto sensate, è meglio attenersi ai (o quanto meno partire dai) dati certi di cui disponiamo e cercare di capire cosa esattamente ci dicono i risultati delle elezioni europee. Se poi questi dati li si vuole considerare come un test (come un mega-sondaggio) in vista delle politiche, va tenuto bene a mente che con il sistema uninominale maggioritario vale assai poco che, su base nazionale, una coalizione abbia ricevuto lo zero virgola in più dell’altra, perché bisogna vedere come è distribuito territorialmente il voto alle due coalizioni. Con il sistema uninominale, per governare una coalizione deve prevalere infatti nel maggior numero di collegi. Purtroppo non disponiamo della distribuzione del voto delle europee al livello dei collegi uninominali della camera o del senato. Non avendo a disposizione i dati per collegio, il massimo che si possa fare per mettere alla prova la tesi del sorpasso, tenendo in qualche modo conto della distribuzione territoriale del voto, è verificare in quante province (intese come territori provinciali) l’ago della bilancia elettorale si sia effettivamente spostato a favore dell’una o dell’altra area politica.

La Tabella 1 riporta i risultati di questo test, raggruppando per ciascuna area geografica coincidente con le circoscrizioni europee le province in cui prevale per più di cinque punti percentuali il centrodestra, quelle in cui prevale per più di 5 punti percentuali il centrosinistra e quelle nelle quali i rapporti di forza sono equilibrati.

Come si può notare dalla Tabella 1, sebbene rispetto alle politiche del 2001 il centrosinistra abbia ottenuto un risultato positivo in termini aggregati al livello nazionale, cresce solo di poco il numero delle aree territoriali provinciali in cui, alle europee, il centrosinistra registra un margine di vantaggio minimamente apprezzabile rispetto al centrodestra. Si noti peraltro che, usando il medesimo metro (numero di province in cui una delle due aree supera l’altra per almeno il 5% dei voti), la posizione del centrosinistra «certificata» dalle europee del 1999 era ancora migliore di quella certificata dalle europee del 2004.

Naturalmente, questo non pregiudica affatto il possibile risultato delle politiche del 2006, anche perché quel risultato dipenderà, oltre che da ulteriori flussi di voto, dalla capacità delle due coalizioni di far effettivamente confluire il complesso della loro rispettiva «area elettorale» su candidati comuni. Da questo punto di vista il centrosinistra appare oggi avvantaggiato, come dimostra anche l’elevatissimo numero di casi in cui ha conquistato la presidenza delle amministrazioni provinciali. A scanso di equivoci, già variamente sorti nelle letture giornalistiche di questi stessi dati, è forse utile insistere sul punto. Un conto è considerare la dotazione complessiva di voti delle due aree politiche nelle varie province (intese come territori provinciali): in questo caso il centrodestra, stando ai dati delle europee 2004, continua a prevalere sul centrosinistra. La platea di elettori su cui può potenzialmente contare il centrodestra è ancora sufficientemente ampia ed è dislocata territorialmente in modo tale da consentirgli di vincere le elezioni con il sistema uninominale maggioritario. Un altro conto è considerare la capacità dei due schieramenti di far confluire tutti i potenziali elettori della propria «area» su candidati comuni: in quest’altro caso, stando ai risultati delle provinciali 2004, il centrosinistra appare in condizioni di partenza migliori. Il fatto che il centrosinistra abbia «conquistato un elevato numero di province» (intese come istituzioni provinciali) dipende dalla sua capacità di trovare candidati comuni per la carica di presidente su cui far convergere la gran parte del suo elettorato potenziale, riuscendo anche ad attrarre su di essi una limitata ma rilevante quota di elettori mobili tra i blocchi (elettori che alle europee hanno votato per partiti di centrodestra), disorientati dalle divisioni nella Casa delle Libertà o scoraggiati da candidati inadeguati.

Tabella 1

 

La strategia unitaria adottata per le elezioni europee ha premiato oppure no i principali partiti che costituiscono l’Ulivo?

Ci si può ora chiedere se la «strategia unitaria» promossa da Romano Prodi si sia rivelata più o meno efficiente, in termini strettamente elettorali, della strategia «non unitaria». Si è già visto che, nonostante la fuoriuscita di Di Pietro e Occhetto, l’aggregazione ulivista ha mantenuto, nel complesso sul piano nazionale, un livello di consensi pari a quello ottenuto in passato dai partiti che le hanno dato vita. Al netto di quella defezione, il saldo è quindi positivo. Tuttavia il dato nazionale nasconde variazioni territoriali di un certo rilievo: il raggruppamento (sempre al lordo dell’effetto Di Pietro-Occhetto) perde più di 5 punti percentuali in tutta l’area del Sud; perde molto meno, rimanendo sostanzialmente stabile, nelle regioni cosiddette «rosse» (Emilia-Romagna, Marche e Toscana); mentre guadagna in tutto il Nord (con i risultati migliori in Trentino Alto Adige, Liguria e Friuli Venezia Giulia). Possiamo supporre che al Sud, soprattutto nel contesto di una elezione con regole proporzionali e voto di preferenza, siano state premiate le forze politiche che hanno presentato liste distinte e hanno messo quindi in campo molti candidati. Qui non è stata premiata la scelta dell’unità, perché contano di più le relazioni dirette tra elettori e candidati. Al contrario, al Nord, nonostante il voto proporzionale, ha prevalso la valutazione positiva della scelta unitaria.

Una ulteriore verifica del relativo rendimento delle due strategie (unitaria e non unitaria) la si può svolgere confrontando i risultati delle europee del 2004 con quelli delle provinciali svoltesi negli stessi due giorni di giugno in 63 province. Nel comparare le elezioni provinciali con le europee occorre però considerare che nel primo caso gli elettori hanno la possibilità di votare per il solo candidato a presidente (senza votare per nessuno dei partiti che lo sostengono), mentre se esprimono solo la preferenza per un partito questa vale anche come voto al candidato presidente collegato. Va infine considerato che non è ammesso il voto disgiunto. Quindi, mentre alle europee il «paniere» dei voti raccolti da ciascuna delle due aree politiche è costituito semplicemente dalla somma dei voti ricevuti dai partiti che le compongono, alle provinciali è costituito, oltre che dai voti ricevuti dai partiti, da quelli rivolti ai soli candidati a presidente. Questi ultimi potrebbero peraltro venire sia da elettori stabilmente identificati con la coalizione in questione (identificati a tal punto con la coalizione da non voler dare il loro voto a uno dei partiti che la compongono), sia da elettori che votano il solo candidato a presidente per ragioni attinenti alle sue specifiche caratteristiche personali pur non condividendone l’orientamento politico-partitico.

Tornando al quesito da cui eravamo partiti, se si confrontano i dati delle provinciali e delle europee (Tabella 2) si vede che ancora una volta nessuna delle due strategie (unitaria e non unitaria) appare a prima vista molto più efficiente dell’altra.5 Le forze politiche della lista Uniti nell’Ulivo ottengono nel complesso, su base nazionale, praticamente lo stesso numero di voti alle provinciali e alle europee. Ci sono tuttavia anche in questo caso differenze significative sul piano territoriale. Come è già emerso dalla comparazione diacronica, anche la comparazione sincronica mostra che la strategia unitaria, per le ragioni menzionate, paga elettoralmente al Nord mentre non paga al Sud. Ma mentre nessuna delle due strategie appare molto più efficiente dell’altra sul piano strettamente elettorale, gli effetti sulla credibilità della coalizione, sulla sua coesione interna e sulla reputazione del suo leader sarebbero stati sicuramente assai peggiori se la strategia non unitaria fosse stata adottata anche nel caso delle elezioni europee. Basta vedere cosa è successo dentro il centrodestra all’indomani del voto per averne una vaga idea. E se l’Ulivo vuole vincere le elezioni del 2006, cosa come si è detto non facile e non scontata, deve investire ancora parecchio nella sua coesione e nella (in parte conseguente) reputazione della sua leadership. I dati emersi dal voto sono del resto sufficientemente incoraggianti perché leader e sostenitori del centrosinistra non perdano la determinazione che avevano acquisito sull’onda delle attese (troppo) ottimistiche della vigilia, pur restando consapevoli che la strada per le politiche del 2006, come si visto, è ancora parecchio in salita. Per poter affrontare il non facile compito di riguadagnare la maggioranza degli elettori in un numero sufficiente di collegi l’Ulivo deve prima di tutto difendersi da se stesso e da alcune ricorrenti pulsioni, che potrebbero essere oggi stimolate da una interpretazione inadeguata dei flussi di voti, registrati alle provinciali, tra i partiti che lo compongono, e in particolare della flessione della Margherita, di cui è venuto il momento di parlare. 

Tabella 2

 

Dove sono andati a finire i voti che ha perso la Margherita?

L’inatteso successo della Margherita nel 2001, quando le sue liste raccolsero il 14% dei consensi sul piano proporzionale, fu dovuto a vari fattori. In primo luogo all’identificazione della lista come di una genuina novità nel panorama del centrosinistra e al suo essere il primo serio tentativo di evocare e prefigurare l’unità più ampia di tutto l’Ulivo. Esattamente per questa ragione il suo elettorato (lo mostrano i dati dei sondaggi Itanes) era composto per almeno un terzo (34,8%) da elettori che nel 1996 avevano votato per il PDS e soltanto per il 12% da elettori popolari e diniani. Per una componente non precisamente misurabile, ma stimabile in circa il 2-3% dell’intero elettorato, era composto da sostenitori forse addirittura inconsapevoli e guidati dalla sovrapposizione della leadership della lista e della coalizione nella persona di Rutelli. Si trattava in ogni caso in una componente rilevante di un elettorato «ulivista», temporaneamente deluso dai DS e attratto dalla maggiore identificazione della Margherita con un progetto unificante.

Questi dati erano noti alla dirigenza della Margherita, che tuttavia in varie sue componenti ha continuato a operare come se il principale patrimonio elettorale da difendere fosse il riferimento al tradizionale elettorato cattolico e post-democristiano. Il recupero di credibilità ulivista della leadership dei DS ha fatto il resto. Non a caso, come si vede chiaramente dalla Tabella 3 con i confronti diacronici tra i due partiti, è al Nord e al Centro, al contrario che al Sud, che la flessione della Margherita e la ripresa dei DS sono più significative. Questi dati indicano chiaramente che esiste una quota abbastanza ampia di elettori che DS e Margherita possono contendersi. Mentre analisi più accurate, che è stato possibile svolgere solo su singoli comuni, mostrano che i flussi tra Margherita e «centristi del Polo», sia in uscita sia in entrata, sono pressoché inesistenti. Sulla base di questi dati di fatto, non è chiaro a cosa tenda la preferenza espressa da alcune componenti interne della Margherita e dei DS per il «marciare divisi». È certo che se DS e Margherita decidessero sul serio di marciare divisi, piuttosto che colpire uniti, non potrebbero che farsi, più semplicemente, concorrenza a vicenda. Mentre ciò di cui il centrosinistra ha bisogno per provare a vincere le elezioni del 2006 e governare nella XV legislatura sono un solido baricentro riformista e una solida leadership.

Dall’analisi dei dati elettorali e dal risultato di numerosi sondaggi si ricava che i flussi tra le due coalizioni sono molto limitati e che l’esito delle elezioni è dovuto in larga misura a due fattori: alla composizione dei cartelli elettorali (il maggioritario premia chi riesce a mettere insieme tutte le componenti della sua area); al grado di «mobilitazione» degli elettori di una parte (che li porta ad andare in massa alle urne) e di «demoralizzazione» degli elettori della parte avversa (che li spinge per lo più a rimanere a casa o a votare per candidati eccentrici, piuttosto che a passare il guado che separa le due coalizioni). Per qualche buona ragione, peraltro, l’ampiezza delle coalizioni e il grado di mobilitazione che esse sono riuscite a suscitare nel proprio elettorato sono andate di pari passo con la solidità e la reputazione della loro leadership. Così è stato nel 1994, nel 1996 e nel 2001. Il paradosso in cui si dibatte la transizione italiana è che, mentre per vincere le elezioni sono necessarie coalizioni larghe, queste finiscono per creare tensioni suicide a metà legislatura, anche perché i leader che sono stati utili per vincere le elezioni non dispongono delle risorse istituzionali necessarie a tenere a freno il riemergere delle esigenze di visibilità dei singoli partiti, rese impellenti dalle tornate proporzionali variamente disseminate lungo il percorso. Lo si è già visto nel 1995, nel 1998 e nel 2004.7

Tabella 3

 

 

 

Bibliografia

1 È esclusa dall’analisi la provincia di Aosta, in cui è assente la dinamica bipolare.

2 Numero di province in cui il complesso dell’area elettorale del CD supera per più di 5 punti percentuali il complesso dell’area elettorale del CS.

3 Numero di province in cui le aree elettorali del CS e del CD sono separate da meno di 5 punti percentuali sul totale dei votanti.

4 Numero di province in cui il complesso dell’area elettorale del CS supera per più di 5 punti percentuali il complesso dell’area elettorale del CD.

5 La Tabella 2 consente anche di mettere in evidenza come mai il centrosinistra, pur avendo pareggiato con il centrodestra alle europee, abbia poi conquistato quasi tutte le presidenze di provincia. Non solo è riuscito a identificare più spesso del centrodestra candidati comuni, ma questi ultimi hanno anche apportato alla loro coalizione una più elevata quota aggiuntiva di voti diretti a loro personalmente.

6 Un segno meno indica che il raggruppamento in questione ha preso meno voti alle provinciali che alle europee.

7 Questo articolo costituisce una sintesi di due Analisi dell’Istituto Cattaneo (www.cattaneo.org), una delle quali scritta con Piergiorgio Corbetta (che ringrazio anche per le sue osservazioni a una prima versione dell’articolo), e riprende parti di un articolo apparso su «Il Riformista».

8 Mancano i risultati della provincia di Pordenone.

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