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Oltre la furia ideologica

Written by Natale D’Amico Wednesday, 01 September 2004 02:00 Print

Capita, purtroppo, che un minore di età muoia in circostanze traumatiche; troppo spesso in un incidente stradale. Sempre più spesso i genitori consentono che alcuni organi del minore deceduto vengano utilizzati per essere trapiantati in altre persone. I genitori traggono da questa dolorosa decisione un qualche conforto. La generalità dei cittadini, indipendentemente dalle loro credenze in materia religiosa, e solo con limitatissime eccezioni, danno un giudizio moralmente positivo di questo atto di generosità. La stessa Chiesa cattolica ha ormai chiarito, in atti ufficiali, il proprio favore verso i trapianti di organo. Questa pratica non è più divisiva all’interno delle nostre società, e anzi si fa di tutto per incoraggiarla (forse addirittura più di quanto si faccia per impedire che l’evento tragico si produca, ad esempio accrescendo la sicurezza stradale).

 

Capita, purtroppo, che un minore di età muoia in circostanze traumatiche; troppo spesso in un incidente stradale. Sempre più spesso i genitori consentono che alcuni organi del minore deceduto vengano utilizzati per essere trapiantati in altre persone. I genitori traggono da questa dolorosa decisione un qualche conforto. La generalità dei cittadini, indipendentemente dalle loro credenze in materia religiosa, e solo con limitatissime eccezioni, danno un giudizio moralmente positivo di questo atto di generosità. La stessa Chiesa cattolica ha ormai chiarito, in atti ufficiali, il proprio favore verso i trapianti di organo. Questa pratica non è più divisiva all’interno delle nostre società, e anzi si fa di tutto per incoraggiarla (forse addirittura più di quanto si faccia per impedire che l’evento tragico si produca, ad esempio accrescendo la sicurezza stradale).

In senato, durante la discussione che portò all’approvazione della legge sulla fecondazione assistita, fu presentato un emendamento (il 13.10 a firma Amato, D’Amico e Dato) che utilizzava l’analogia con i trapianti – e in particolare con il diritto dei genitori a dare il loro consenso all’espianto di organi di un minore defunto – per rendere possibile l’utilizzazione degli embrioni crio-conservati a fini di cura. In particolare, quell’emendamento partiva dal dato di fatto costituito dalla presenza nel nostro paese di alcune decine di migliaia di embrioni crio-conservati, e non interveniva sul sistema dei divieti codificati nella nuova legge per evitare che se ne producessero altri. Si proponeva che, a seguito della verifica di non vitalità di embrioni congelati, cioè della loro incapacità di evolvere – anche ove impiantati – in un essere umano, fosse possibile per i «genitori», cioè per l’uomo e la donna che avevano fornito i gameti, dare il loro assenso affinché quegli embrioni non più vitali fossero utilizzati per «finalità teraupetiche», cioè per l’estrazione di cellule staminali. L’analogia con i trapianti era totale. E tuttavia il centrodestra alzò in senato un muro anche verso quella modifica che non poneva alcun problema etico – o almeno alcun problema etico ulteriore – rispetto a quelli posti, e superati dalla generalità dei cittadini e delle credenze religiose, con riferimento ai trapianti di organi. Nonostante fosse ormai stato chiarito nel corso dei lavori parlamentari che comunque, per motivi tecnici di copertura finanziaria, si sarebbe resa necessaria una ulteriore lettura da parte della camera dei deputati, e quindi la modifica proposta non avrebbe in alcun modo allungato i tempi di approvazione della legge.

La sorte di quell’emendamento aiuta a comprendere più in generale come si è giunti all’approvazione di una legge sulla fecondazione assistita tanto sbagliata. In una materia così delicata è stata adottata una sorta di furia ideologica. Ne è scaturita una legge estremista, cioè una legge che configura una disciplina estrema, in senso restrittivo, fra quelle analoghe presenti nella totalità dei paesi sviluppati (in nessun altro paese convivono il divieto di ricorso alla procreazione assistita per coloro che sono portatori di malattie a trasmissione genetica, il divieto assoluto di fecondazione eterologa, il vincolo di legge al numero massimo di ovuli fecondati, l’obbligo di impiantare tutti gli ovuli fecondati, il divieto di crio-conservazione, il divieto di diagnosi pre-impianto). Probabilmente al furore ideologico si è sommato un calcolo politico: come altrimenti si spiegherebbe il no a una proposta di modifica che non poneva problemi di natura etica? Il calcolo politico è consistito nella decisione di dare comunque un «segnale» al mondo cattolico (o alle sue gerarchie?); e allora non contava tanto il concreto contenuto delle disposizioni di legge, ma contava che nel suo complesso la legge apparisse tale da far proprio l’orientamento restrittivo manifestato in questa materia dal mondo cattolico; e allora, se «segnale» doveva essere, tanto più restrittiva era la legge, tanto più chiaro questo sarebbe stato. Addirittura fu teorizzato, anche nelle aule parlamentari, che avere una cattiva legge sarebbe stato meglio che non avere alcuna legge. Come se non fosse responsabilità, «professionale» e morale, dei legislatori produrre buone leggi.

Ma i fatti hanno una loro forza. E i fatti si sono presto incaricati di mettere alla prova, anzitutto alla prova della coerenza con i convincimenti etici di ciascuno, disposizioni di legge dettate dal furore ideologico e dal calcolo politico. Il fatto, che ha finito per l’assumere un valore emblematico, è costituito dalla vicenda del bambino di cinque anni che ormai tutti hanno convenuto di chiamare Luca. Luca era talassemico; nel settembre di quest’anno gli sono state trapiantate cellule staminali estratte dal cordone ombelicale di due sorelle gemelle nate in aprile. Sembra, e speriamo che sia così, che Luca sia guarito dal suo male. Il ministro della salute esulta, e tutti noi con lui. Poi si viene a sapere che le due gemelline sono state concepite, in Turchia, grazie a una procreazione assistita. Con la nuova legge in Italia questo sarebbe impossibile: il ricorso alla fecondazione in vitro è consentito solo per «la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dall’infertilità», e i genitori di Luca sono portatori di talassemia, non hanno problemi di infertilità. Il ministro della salute ha poco di che esultare; e con lui noi italiani: con le nostre regole, Luca non sarebbe guarito.

Un fatto si incarica di mettere in evidenza l’incongruenza presente nella legge da poco approvata. Si può, in nome dei principi etici di cui la legge intende farsi portatrice, rinunciare a curare Luca?

Da subito qualcuno prova a sostenere che non è bene generare nuovi figli allo scopo di curarne altri; si realizzerebbe così una tara nelle motivazioni alla maternità e alla paternità, che prima o poi finirebbe per danneggiare i figli concepiti con un obiettivo strumentale. Ma si tratta di posizioni nelle quali presto si manifesta un pregiudizio di partenza: perché mai non dovremmo invece supporre che le due gemelline tanto più saranno, e si sentiranno, desiderate, in quanto la loro nascita ha prodotto nei loro genitori, oltre che la gioia per la loro esistenza in sé, anche la gioia perché esse sono state decisive nell’assicurare una esistenza sana al fratellino maggiore?

Certo, i problemi etici non si fermano qui. Presto si apprende che con la fecondazione in vitro erano stati prodotti molti più embrioni di quelli poi impiantati; sembra 12. La gran parte dei quali, in conformità alle probabilità a priori, o erano malati di talassemia (la probabilità è il 25%), o erano essi stessi portatori della malattia, come i genitori (la probabilità è il 50%). Attraverso una diagnosi pre-impianto, erano dunque stati selezionati gli embrioni sani; questi soli impiantati, e da questi erano nate le gemelline.

Non vi è dubbio che si ponga un problema di natura etica: si possono «scartare», senza porsi problemi, dieci embrioni? Non è meglio interdire questa via, come fa la legge italiana? Ma se la via seguita pone problemi morali, anche non seguirla ne pone, e altrettanto rilevanti. Anzitutto: e Luca? Il problema morale di non consentire a Luca (che ha 5 anni e che, indipendentemente dalle credenze religiose di ciascuno, è sicuramente persona) di guarire, può essere superato a pie’ pari? E poi, cosa altrimenti sarebbe successo (cioè cosa sarebbe successo se non fosse esistita una Turchia più liberale dell’Italia, e se la legge italiana fosse stata la legge universale)? È probabile che i genitori avrebbero deciso di soprassedere: di fronte al rischio di produrre altri figli malati, avrebbero cioè rinunciato a procreare ulteriormente. In quel caso al problema Luca, non guarito, si sarebbe aggiunto il problema delle due gemelline mai nate; non è anche questo un problema morale? Ovvero, confidando nelle ridotte probabilità favorevoli, i genitori avrebbero proceduto comunque, attraverso la procreazione naturale. Con elevate probabilità però di non risolvere il problema di Luca (il 75%), e con consistenti probabilità di produrre un nuovo figlio malato (il 25%). In questo ultimo caso, come la legge italiana consente, e come di fatto è ampiamente avvenuto prima che la tecnica della diagnosi pre-impianto si sviluppasse, è possibile che i genitori avrebbero fatto ricorso alla diagnosi pre-natale; ed è possibile che di fronte alla evidenza di un feto malato, avrebbero optato per l’aborto. Quegli embrioni della cui soppressione selettiva ci si preoccupa, avrebbero avuto elevate probabilità di non essere concepiti, ovvero di essere soppressi allo stato di feto (che è forse, ammesso che queste graduazioni abbiano un senso, «un po’ più persona» dell’embrione).

La questione morale è dunque più complicata di quanto la si voglia fare apparire. Non può essere risolta, una volta per tutte, in modo generale e astratto, da un sistema di rigidi divieti. Forse è meglio fare affidamento sulla serietà deontologica delle professioni coinvolte; e soprattutto sulla responsabilità dei genitori; tanto più che nella nostra società una quantità enorme di decisioni che riguardano i figli, quelli già viventi, viene demandata alla responsabilità dei genitori, anche in materia di salute (ad esempio, di fronte a un intervento chirurgico rischioso su un minore, ai genitori è demandato il bilanciamento di rischi e benefici, di presente e futuro, e quindi essi sono chiamati a dare o a negare l’assenso).

La vicenda di Luca assume dunque un significato emblematico tale da mettere in crisi la legge, con il suo sistema di divieti assoluti e astratti. E si può immaginare che altri fatti interverranno. La quantità di malattie a trasmissione genetica è elevata; e la diagnosi preimpianto fa progressi veloci. Il numero di malattie potenzialmente curabili con il ricorso alle cellule staminali è amplissimo (secondo la Commissione Dulbecco queste cure interessano potenzialmente dieci milioni di italiani). I Luca che bisognerà scegliere se curare o no rischiano di essere tantissimi. La scelta fra fecondazione in vitro all’estero, conseguente diagnosi pre-impianto e selezione degli embrioni sani da un lato, fecondazione naturale, diagnosi pre-natale e aborto dall’altro rischia di essere esplosiva, anche per il contenuto classista che implica (andare all’estero costa, e si rischia di dare luogo a un aumento degli aborti nelle classi sociali meno favorite). Tutto ciò è insostenibile, anche sul terreno morale.

Dunque, che fare? Come è noto sono state avviate iniziative referendarie tese a cancellare per intero la legge, ovvero a cancellarne singole parti (chi scrive è fra i promotori di alcuni quesiti parzialmente abrogativi). Nel momento in cui si scrive, la raccolta delle firme è in corso, e non è ancora noto se saranno raccolte nel numero necessario. Resterà poi il giudizio di ammissibilità della Corte costituzionale, sempre impreve dibile (con un eufemismo, si può dire che la giurisprudenza in materia è tutt’altro che consolidata). Se le firme saranno raccolte, è comunque improbabile che tutti i quesiti referendari vengano considerati inammissibili. Ci si avvierebbe così a una stagione referendaria. Con i timori che hanno accompagnato tutti i referendum: lo strumento è rozzo, per la sua natura abrogativa; anche quel tanto di contenuto manipolativo che è possibile dargli è vincolato dal contenuto testuale della legge; c’è il rischio di innalzare nuovamente storici steccati fra laici e cattolici; più sottile di tutte, l’obiezione secondo la quale questi steccati, sovrapponendosi alla ancora instabile struttura bipolare del nostro sistema politico, finirebbero per contraddirla, rilanciando ipotesi di «partito dei cattolici».

Tutto, o quasi, vero. Ma qual è l’alternativa? Manca la controprova, ma forse possiamo ammettere che, in assenza dell’iniziativa referendaria, anche quelle modeste, recenti aperture che si sono prodotte nei confronti di modifiche alla legge sarebbero mancate. Ci saremmo tenuti una legge sbagliata. Fin qui l’iniziativa referendaria ha dunque generato risultati positivi. Sufficienti a produrre una modifica in parlamento della legge? Ancora no. A un certo punto della vicenda politica e parlamentare, la legge sulla fecondazione assistita è divenuta una questione di maggioranza e di governo. Anche formalmente: il rappresentante del governo, che in Commissione non si era pronunciato, in Aula ha cambiato il suo atteggiamento, esprimendo parere contrario a tutti gli emendamenti. E, come sappiamo, in parlamento il centrodestra dispone di una maggioranza amplissima. Non bastano le disponibilità manifestate da singoli esponenti della Casa delle Libertà per produrre, anche se potessero assommarsi alla totalità dell’opposizione, una nuova maggioranza sufficiente a cambiare la legge; ma è necessario che o l’intero centrodestra esprima una posizione più aperta, o che lo faccia un numero molto consistente di suoi componenti (il che ancora non è). A ciò si aggiunga che questa legge è stata votata anche da esponenti dell’opposizione, in particolare dalla maggioranza dei gruppi della Margherita nonché dai rappresentanti dell’UDEUR. I numeri si fanno ancora più difficili, a meno che questi parlamentari non cambino la loro posizione. Anche al fine di creare condizioni che rendano possibile una modifica per via parlamentare, non c’è altra via che continuare con l’iniziativa referendaria; e valorizzare i fatti, che si stanno incaricando di mostrare all’opinione pubblica come alcuni divieti contenuti nella legge siano contraddittori, controproducenti, non risolvano tutti i problemi morali ma finiscano per porne di nuovi.

Qualche considerazione in più merita il timore relativo a una nuova contrapposizione fra laici e cattolici. Questo timore può essere esplicitato come segue. Il bipolarismo italiano presuppone il superamento del partito unico dei cattolici. Se questo partito dovesse rinascere, finirebbe per occupare la parte centrale dello schieramento politico; sarebbe naturalmente indotto a perseguire la «politica dei due forni»; finirebbe per impedire un fisiologico regime di alternanza, con tutto ciò che ne consegue. È certamente vero che la rinascita di un simile partito trova altissimo ostacolo nella legge elettorale di impianto maggioritario; ma quell’ostacolo potrebbe essere rimosso; e comunque sarebbe più facile superarlo se uno scontro ideologico su temi sensibili quali quelli che attengono alla natura dell’embrione e all’origine della vita spingesse tutti i cattolici impegnati in politica su uno stesso fronte.

Sennonché non è questo lo scontro in corso. Non lo è stato anzitutto nei lavori parlamentari. Molti, anche se non tutti, dei laici presenti nel centrodestra hanno votato questa legge. Dall’altro lato, il gruppo dei DS ha sostenuto la propria battaglia parlamentare articolandola su proposte, niente affatto radicalmente libertarie, elaborate e rappresentate, fra gli altri ma in un ruolo di particolare rilevanza e visibilità, dal senatore Tonini, il quale è persona non solo di fede cattolica, ma che ha anche svolto ruoli rilevanti nell’organizzazione del mondo cattolico (è stato presidente della FUCI). All’interno degli stessi gruppi della Margherita la divisione non ha affatto ripercorso, come con troppa faciloneria hanno scritto molti giornali, lo schema laici-cattolici; numerosi parlamentari nella cui attività i sentieri della politica intrecciano i percorsi della fede religiosa hanno votato a favore di modifiche a questa legge e infine hanno votato contro la sua approvazione (fra gli altri Tiziano Treu, Albertina Soliani, Marina Magistrelli; ma l’elenco è solo esemplificativo).

Né può essere rappresentato in modo manicheo il dibattito in corso in ambito accademico e scientifico. Ancora una volta, e solo a titolo di esempio, è utile ricordare le importanti aperture verso soluzioni più liberali contenute in un intervento sulla stampa del professor Forleo, persona che da molti anni costituisce un riferimento in queste materie per ampia parte del mondo cattolico. In un recente articolo apparso sul quotidiano «Europa»,1 egli ha utilizzato argomentazioni che aprirebbero la via alla cosiddetta «clonazione terapeutica» (ottenuta inserendo il nucleo di una cellula adulta nel protoplasma di un uovo). Argomenta il professor Forleo che non è possibile definire «embrione» il risultato di questo processo, al quale è estranea la fecondazione fra due gameti: «Questo cumulo di cellule se posto nell’utero di un animale incubatore può dar luogo ad un essere vivente (...), mentre se posto in altro ambiente, si ottengono solo tessuti specifici». Dunque, argomenta Forleo, in questo ultimo caso è errato parlare di clonazione, sia pur terapeutica. Si tratta solo di «produzione di cellule tessurali di pelle, fegato, eccetera». La pratica di recente autorizzata in Gran Bretagna, che in Italia ha suscitato molte perplessità anche in ambienti politici e scientifici di estrazione non confessionale, trova invece un’apertura in un autorevole esponente del mondo scientifico di ispirazione cattolica.

Infine, solo a fini politici, e senza voler qui discutere la rilevanza ad altri fini del magistero della Chiesa su questi temi, occorre considerare che da molti anni, secondo un’ampia evidenza empirica, i comportamenti degli italiani nella sfera sessuale e riproduttiva non si discostano da quelli seguiti in paesi nei quali la diffusione della religione cattolica è molto inferiore rispetto a quanto sia da noi.

Per tutti questi motivi, l’argomentazione «evitare lo scontro fra laici e cattolici» è molto meno forte di quanto appaia; comunque, si vada al referendum o alle modifiche parlamentari della legge, quello scontro non è affatto ovvio. In larga misura dipende dalla gestione politica che verrà fatta della vicenda.

Resta da dire qualcosa sui contenuti minimi accettabili di una riforma. Anche qui, se possibile, rifuggendo da furori ideologici. Ma questi contenuti sono già in larga misura noti, e comunque indotti dal contenuto dei quesiti referendari. Misure meno restrittive nei confronti della libertà di una ricerca scientifica eticamente avvertita. Accesso alle tecniche di fecondazione assistita non solo come rimedio alla infertilità, ma anche nel caso delle malattie a trasmissione genetica, con connessa possibilità di diagnosi pre-impianto. Possibilità di ricorso controllato alla fecondazione eterologa (si pensi almeno alle migliaia di persone che sono sterili a seguito di cure anticancro). Superamento dei limiti quantitativi che vincolano al di là del ragionevole la professione medica, e che rischiano di generare danni per la salute delle donne, con conseguente superamento del divieto di crio-conservazione degli embrioni. Una legge così fatta non soddisferebbe appieno gli spiriti più radicalmente liberali (come quello di chi scrive), ma sarebbe una legge più in linea con la sensibilità collettiva su questi temi, e più in linea con la media delle regolamentazioni vigenti nei paesi sviluppati; pur senza giungere fino alla libertà riconosciuta dallo Stato ai propri cittadini nella cattolicissima Spagna. 

 

 

Bibliografia

1 Cfr. «Europa», 10 settembre 2004.

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