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Fecondazione assistita: una breve premessa

Written by Giuliano Amato Wednesday, 01 September 2004 02:00 Print

La mia è solo una breve premessa ai due contributi che «Italianieuropei» ha ricevuto sulla fecondazione assistita. La scrivo al solo scopo di sottolineare ciò che li accomuna, pur nella diversità delle ispirazioni e delle premesse culturali dei loro autori, Natale D’Amico e Livia Turco. E quello che li accomuna è ciò di cui più abbiamo bisogno in una vicenda che non possiamo lasciare al rifiuto di capire le ragioni dell’altro, e quindi all’intolleranza praticata in nome ora di verità, ora di libertà intolleranti.

 

La mia è solo una breve premessa ai due contributi che «Italianieuropei» ha ricevuto sulla fecondazione assistita. La scrivo al solo scopo di sottolineare ciò che li accomuna, pur nella diversità delle ispirazioni e delle premesse culturali dei loro autori, Natale D’Amico e Livia Turco. E quello che li accomuna è ciò di cui più abbiamo bisogno in una vicenda che non possiamo lasciare al rifiuto di capire le ragioni dell’altro, e quindi all’intolleranza praticata in nome ora di verità, ora di libertà intolleranti.

La responsabilità di evitare che una società sia penetrata da fratture incomponibili di questa natura è della politica, ed è qui la prima sottolineatura che voglio fare. La legge di cui ora si discute – osservano entrambi i nostri autori – pecca proprio su questo cruciale e pregiudiziale terreno e manifesta palesemente l’assenza di ciò che mai era così vistosamente mancato nei decenni in cui la nostra Repubblica era stata governata dal partito allora unico dei cattolici: la mediazione fra le istanze legittimamente avanzate dalle autorità spirituali della Chiesa su un tema di grande rilievo etico e le complessive ragioni presenti nella società italiana sul medesimo tema. Il che non significa, né ha mai significato in passato, disconoscere le istanze della Chiesa. Ma che in più circostanze quello che chiamiamo «il senso dello Stato» impone che si cerchi di comporle con altre, per non mettere a repentaglio i legami di fondo che tengono unita la nostra società. La DC questo senso dello Stato col tempo lo acquistò. È amaro constatare che di esso non c’è stata traccia nell’impostazione e nella gestione di una legge il cui esserci è stato fatto caparbiamente coincidere con il suo specchiare, senza mediazioni, posizioni unilaterali, che forse attendevano esse stesse l’occasione per essere mediate, e talora arricchite, dal concorso di altre. Di qui un peccato originale di cui ora scontiamo le conseguenze, con il crescere di contrapposizioni che la reciproca intolleranza rischia di rendere incomponibili. Anche se incomponibili non sono le questioni con cui le si alimenta.

Non sono questioni incomponibili – e qui viene la mia seconda sottolineatura – non perché la morale sia il regno del relativismo, ma più semplicemente e pianamente perché vi sono vicende della vita nelle quali non ci è facile trovare la soluzione più conforme agli imperativi morali in cui tutti ci riconosciamo; e tanto più è così in un tempo nel quale l’intensità delle innovazioni e delle loro conseguenze ci pone davanti a situazioni che mai abbiamo sperimentato in passato. Davanti alla nuova e stupefacente possibilità di far nascere degli esseri umani al solo scopo di assegnarli a un compito specifico (per esempio, badare a impianti nucleari, avendo manipolato il loro DNA in modo da renderli immuni alle radiazioni), è chiaro che tutti noi inorriditi ci aggrappiamo al principio che nessun essere umano può essere trattato come un mezzo e non come un fine. Ma siamo sicuri che il principio sia parimenti violato quando si fa nascere un figlio anche perché potrà far guarire un fratello destinato altrimenti a morire? Siamo sicuri – scrive Natale D’Amico – che questo non aumenti invece l’amore da cui sarà circondato? Siamo sicuri che fosse migliore e meno problematica la realtà dei millenni trascorsi (che è ancora il presente in più parti del mondo), quando i figli si facevano in abbondanza al solo o prevalente scopo di garantire il sostentamento dei genitori invecchiati, in società senza pensioni? E ancora: è vero che è inumano, e sono personalmente disposto a dire «impuro», pensare a una vita senza dolore. Ma fermiamoci lì e non ci pavoneggiamo più di tanto sul pulpito della predicazione della necessità del dolore. Non è altrettanto umana l’aspirazione a guarire la malattia e, quando la malattia c’è, a soffrirne il meno possibile? Non è né inumano né immorale lenire e anche prevenire la sofferenza. Anche qui, in presenza delle nuove tecnologie, siamo di fronte a quesiti che non si risolvono risalendo all’assoluto, ma cercando, con umiltà, di definire i limiti. Tra l’eugenetica e la prevenzione di malattie irrimediabili c’è un confine che è nostra responsabilità trovare e tracciare.

E la responsabilità del limite non grava solo su chi, sentendone l’importanza, tende ad allargare l’area dei divieti, ma anche su chi, temendone le restrizioni, finisce per rendere assoluta e intollerante la libertà. Nella materia della fecondazione assistita una legge ci vuole, proprio per non lasciarla a questo irrisolto confronto fra opposti. Il che ci porterebbe – scrive qui Livia Turco – a «una politica minima esposta di volta in volta al ricatto della potenza del mercato o al paternalismo di altre, pur autorevoli e legittime autorità, come quella religiosa».

Una legge ci vuole e una legge giusta è possibile. Che corregga le distorsioni di quella da poco approvata e salvaguardi allo stesso tempo le buone ragioni che l’hanno ispirata. Lo dimostrano D’Amico e la Turco. E non ho ragione in questa sede di andare oltre i loro argomenti. Alla Chiesa non serve un comandamento tanto rigido, quanto destinato a essere aggirato e offeso, in nome non del peccato, ma di umanissime esigenze soffocate da quella rigidità. Non serve ai tanti italiani interessati alle molteplici implicazioni di questa disciplina che la celebrazione di un referendum sia ancora una volta un fine in se stesso e non un mezzo. Esiste infatti un mezzo migliore – la legge del parlamento – ai fini di una disciplina migliore, che possa anticiparlo e renderlo inutile. Non serve a nessuno che su una materia come questa vi sia un’Italia che vince e un’Italia che perde, giacché nella coscienza di ciascuno di noi non possono non essere compresenti, sia pure con accenti diversi, le ragioni di entrambe.  

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