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Lavoro intellettuale come passione politica. A proposito di Pierre Rosanvallon

Written by Massimiliano Panarari Tuesday, 01 June 2004 02:00 Print

Probabilmente la migliore delle definizioni è quella che ci rimanda alla figura di un prestigioso e grande intellettuale europeo riformista, nel senso più alto e profondo del termine. Un uomo di cultura cosmopolita, conosciuto in tutto il mondo e, al tempo stesso, profondamente francese. Il quale vive nella capitale di una nazione la cui sinistra palesa ancora, per immarcescibili ragioni storiche, non poche difficoltà e resistenze a riconoscere la piena dignità della visione politica cui si ispira la rivista che ci ospita e del cui comitato editoriale Rosanvallon rappresenta un autorevole membro.

 

Come definire Pierre Rosanvallon?

Probabilmente la migliore delle definizioni è quella che ci rimanda alla figura di un prestigioso e grande intellettuale europeo riformista, nel senso più alto e profondo del termine. Un uomo di cultura cosmopolita, conosciuto in tutto il mondo e, al tempo stesso, profondamente francese. Il quale vive nella capitale di una nazione la cui sinistra palesa ancora, per immarcescibili ragioni storiche, non poche difficoltà e resistenze a riconoscere la piena dignità della visione politica cui si ispira la rivista che ci ospita e del cui comitato editoriale Rosanvallon rappresenta un autorevole membro. Uno storico rigoroso e austero, capace, però, come pochi altri di ingaggiare la «battaglia delle idee» e protagonista di una lunghissima querelle con la gauche radicale del suo paese (e con il suo nume tutelare, il comunque grande e compianto sociologo Pierre Bourdieu) nel nome della impraticabilità di un progressismo che non si connoti come riformista e che non riconosca la piena cittadinanza a nozioni quali quelle di individuo e di mercato.

In poche parole, senza Rosanvallon – sottoposto a un costante fuoco di fila da parte dell’arcipelago intellettuale dell’ultragauche (e della sua punta di diamante, il mensile «Le Monde diplomatique»), che ne critica, guarda caso, il presunto «riformismo conservatore» – la sinistra democratica e liberale francese (assai capace di difendersi e con una notevole predilezione per la «tenzone dialettica») e quella europea non sarebbero sicuramente le stesse.

 

Uno storico anatomopatologo della democrazia

Un maestro, dunque, del socialismo liberale, impegnato da sempre in un’analisi lucida e sofisticata della storia della democrazia e in un’implacabile dissezione delle sue patologie, condotta all’insegna di una cifra stilistica e da una scrittura grazie alle quali ci troviamo restituita, mediante la scrittura, la precisa sensazione di un corpo a corpo con i testi e di un pensiero in continuo divenire.

L’allievo probabilmente per eccellenza di François Furet (il celebre storico che si rese protagonista di una «sovversiva» lettura liberale della Rivoluzione francese del 1789, divenendo così il principale bersaglio della storiografia marxista) e l’ancien conseiller di Edmond Maire (il segretario generale della CFDT-Confédération française démocratique du travail, negli anni dal 1971 al 1991, e soprattutto la «testa pensante» per antonomasia del sindacalismo francese). È tra questi «poli» che ha sempre oscillato l’avventura e l’impresa intellettuale rosanvalloniana, con il contrassegno distintivo di una vocazione speciale per l’organizzazione di reti e circoli culturali, da cui derivano, per molti versi, la peculiarità e l’originalità della sua fisionomia all’interno dell’articolata – e non poco litigiosa – geografia dell’intellighenzia parigina. Al punto di diventare una sorta di vero e proprio agit-prop del mondo culturale d’Oltralpe, prima come intellettuale sindacale, nelle vesti di caporedattore di «CFDT-Aujourd’hui», poi da animatore editoriale (dal periodico «Faire», di orientamento rocardiano, a «Esprit»), passando per quello strumento solo recentemente scoperto in Italia che è la fondazione culturale – ieri in qualità di segretario generale della Fondation Saint-Simon, vissuta per 17 anni; attualmente quale numero uno del think tank (o boîtes à idées, come preferiscono dire i suoi connazionali) La République des idées, il cui obiettivo, condiviso con il vicepresidente Olivier Mongin, risulta quello di rinverdire i fasti delle discussioni che infiammavano la République des Lettres di settecentesca memoria. E, ora, portabandiera per eccellenza e «principe» della gauche libérale e réformiste che unisce, in un ideale percorso privo di soluzione di continuità, tutto il variegato universo del progressismo francese di ascendenza non comunista il quale, a partire dall’antesignano solidarismo positivista della Terza Repubblica (una sorta di «Terza via» ottocentesca) giunge, nella seconda metà del Novecento, alla deuxième gauche antitotalitaria e antisovietica, al méndesisme (animato dai seguaci di Pierre Mendès France), a «Esprit» (figlia del personalismo alla Mounier e del cristianesimo sociale alla Maritain) e al modernismo di quella che i suoi detrattori radicaleggianti e «rossi» hanno sprezzantemente ribattezzato la «sinistra borghese».

Nella innegabile e chiarissima matrice francese del proprio tragitto, dunque, Rosanvallon si è sempre mostrato aperto e si è rivelato attratto da prospettive eccedenti la cultura ufficiale accademica dell’Esagono, certo straordinaria, ma esageratamente solenne e a tratti soffocante. In questi termini, va apprezzato pienamente il suo interesse per le forme di multidisciplinarietà, la frequente introduzione di tematiche, elaborazioni e suggestioni provenienti dal mondo culturale anglosassone (e dalla sua sinistra liberal e socialdemocratica) e la volontà di scandagliare senza pudori né reticenze i dogmi dell’identità francese (fino a giungere a teorizzarne, in un suo dibattuto e contestato libro, la fine dell’eccezionalità).1 Come pure la volontà di suscitare e alimentare a ogni pie’ sospinto la «battaglia delle idee» per fertilizzare e svecchiare il dibattito nazionale attraverso le sue attività editoriali e il «lobbismo politico-culturale», di cui la Fondation Saint-Simon ha offerto un esempio più unico che raro. Prodotto intellettuale per tanti versi inusitato nel panorama transalpino, in parte think tank all’americana, in parte club di riflessione classicamente francofono, la fondazione ha veicolato un’idea di «riforma sociale» esplosa come un fulmine a ciel sereno nella sinistra francese. Rifacendosi al conte di Saint-Simon (1760-1825) – anomala e precorritrice figura di imprenditore moderno e alfiere del socialismo – Rosanvallon e i suoi compagni di avventura (personaggi quali Furet stesso, Roger Fauroux, Emmanuel Le Roy-Ladurie, Pierre Nora, Alain Minc) crearono un luogo nel quale fare incontrare e discutere, «al di là delle ideologie» e all’insegna delle pratiche di networking, gli opinion-leader e i componenti della tecnocrazia e della classe imprenditoriale più «illuminata», accomunati da un progetto di modernizzazione progressista della società a cura delle sue élites più responsabili.

Al centro dei suoi interessi disciplinari stanno la storia politica e quella delle idee in età contemporanea (nell’accezione peculiare della storiografia, ossia nel corso dei secoli XVIII, XIX e XX) e, in particolare, la storia intellettuale della democrazia, oggetto di indagine, di fatto, di tutta la sua vasta produzione scientifica – da Le Capitalisme utopique. Histoire de l’idée de marché (1979) a Le Moment Guizot (1985), da L’État en France de 1789 à nos jours (1990) a La Monarchie impossible. Histoire des Chartes de 1814 et 1830, fino alla trilogia2 che, rileggendo lo straordinario dibattito francese intorno all’idea di rappresentanza politico-sociale, ci consegna un affresco pressoché completo della riflessione di tutta la cultura politica occidentale post-rivoluzionaria sulla nozione di regime democratico. Itinerario di ricerca che ne fa, per l’appunto, uno dei maggiori storici contemporanei e che Rosanvallon affianca al lavoro di osservazione, analisi, e quindi intervento sulla società francese (ed europea), di cui risulta testimonianza la sua vasta pubblicistica sociologica e saggistica: L’Âge de l’autogestion (1976), Pour une nouvelle culture politique (1977; insieme a Patrick Viveret), La Crise de l’État-providence (1981), La Question syndicale. Histoire et avenir d’une forme sociale (1988), La nouvelle question sociale. Repenser l’État-providence (1995), sino a Le nouvel âge des inégalités (1996). Ovvero, altrettante espressioni della vocazione di sincero e vigoroso riformatore dello «stato delle cose» di questo studioso.

 

Un affaire complesso: reinventare la sinistra

La «messa in forma politica del sociale» costituisce, dunque, per il nostro autore non solo un tema di ricerca storiografica, ma anche il problema centrale cui dedica le proprie energie di indagatore dell’oggi, insieme all’individuazione delle ricette attraverso cui risanare una sinistra malata. Sofferente perché incapace di trovare soluzioni alla crisi della rappresentanza sociale che è, di fatto e innanzitutto, crisi della società medesima, divenuta ormai «illeggibile» e indecifrabile. Per rispondere – e fornire soddisfazione – alle domande, incessantemente nuove, molteplici e differenti, di sicurezza sociale e di autonomia al tempo stesso, espresse dalla cittadinanza dell’Occidente, per interpretare una «questione sociale» che si presenta differenziata e rinnovata a ogni epoca storica, e particolarmente complessa nel corso della nostra età postmoderna, occorre rimboccarsi le maniche, inforcare gli occhiali (o, se preferite, le lenti epistemologiche) e rimettersi a osservare e studiare. L’impotenza della sinistra non è una mera «malattia della volontà», ma costituisce l’esito di una enorme e pesantissima difficoltà nel ritrovare il bandolo della matassa di un discorso sociale che è divenuto a tal punto complesso da aver vanificato due secoli di sociologia progressista.

Da oltre un trentennio ormai, il nostro autore insegue e reintreccia pazientemente e intelligentemente il filo di Arianna del pensiero sociale della sinistra, invitandola a dotarsi di volta in volta della cassetta degli attrezzi concettuali e delle categorie – necessariamente mutevoli – con cui tentare di interpretare il presente in divenire, fino al punto di invitarla, potendoselo ben permettere senza il rischio di essere tacciato di nostalgia, a «ridiventare marxista per decodificare con precisione i nuovi modi di produzione e organizzazione».3

Per questo si ripropongono qui, in tutta la loro inalterata capacità di suggestione politica, alcune pagine di un suo testo, «L’età dell’autogestione», che ci giunge direttamente e «in presa diretta» da una stagione di sperimentazione e fermento del socialismo di sinistra europeo, a proposito del quale Giorgio Ruffolo, autore dell’introduzione, scriveva: «il libro di Pierre Rosanvallon, giovane studioso e militante politico e sindacalista, è la lucida e densa sintesi di un pensiero critico di alto livello».4 In quel dibattito, apparentemente lontano ma così fecondo di spunti, attraverso la proposta di una via autogestionaria al governo delle società complesse – o postindustriali, come egli stesso le definisce – Rosanvallon apre a temi quali la contaminazione della teoria socialista con il liberalismo (si badi bene: l’etica dell’individuo portatore di istanze irriducibili alla dimensione collettiva, e non l’inaccettabile neoliberismo!), il riconoscimento ante-litteram del Terzo settore e di una logica non mercantilista né utilitarista, il rifiuto (di fatto post-strutturalista e tipico della Parigi anni Settanta) del «feticismo delle merci» e il rinnovamento dei diritti sociali in una chiave di «rifondazione della solidarietà» e di profetico ripensamento dello «Stato-provvidenza», sulla strada di quella che, successivamente, si sarebbe considerata la sua «modernizzazione».

Uno storico eminente, dunque, ed estremamente rigoroso, ma anche – ed è la sua dimensione che ci piace di più e che ne fa un «compagno di strada» prezioso quanto pochi altri – un intellettuale dei nostri tempi, per niente timoroso di misurarsi con le sfide che la contemporaneità, incessantemente, ci lancia. Un uomo di cultura libero, intriso di spirito critico (e gusto per la polemica) ed engagé, nemico degli assolutismi ideologici, che non ha mai avuto paura delle accuse di revisionismo e che interpreta il lavoro intellettuale come passione.

Una passione che, con un ossimoro, potremmo definire «fredda» e limpidamente meditata, e che ci piacerebbe descrivere come una inusuale «passione al calor bianco».

 

PIERRE ROSANVALLON

L’età dell’autogestione. La politica al posto del comando 

Il socialismo è nato nell’ambito dell’ideologia industriale produttivistica. Dal momento che effettivamente l’economia domina la società capitalistica, Marx ha tratto la conclusione che ogni società si definiva dal suo modo di produzione e che si poteva imparare la storia a partire dalla successione delle forme di proprietà. Pretendere che lo sviluppo delle forze produttive sia l’elemento determinante di ogni forma di vita e di espressione sociale significa in realtà estrapolare da tutta la storia dell’umanità le caratteristiche proprie della società capitalistica. È già un fatto che questa estrapolazione sia abusiva per quel che riguarda la moltitudine delle società precapitalistiche. Georges Bataille, molto prima di altri, ha dimostrato come la società borghese avesse ridotto progressivamente l’uomo, a partire dal XVI secolo, a produttore, riportando tutte le attività umane al solo lavoro: è con il capitalismo che la società si è richiusa sulla sua attività di produzione economica. D’altronde sappiamo che Marx aveva avuto delle difficoltà a far rientrare nei suoi schemi la realtà di quelle società definite in senso lato di tipo asiatico, caratterizzate dall’organizzazione burocratica e dalla proprietà fondiaria di stato; sappiamo anche che la sua analisi delle società primitive era corroborata solamente da studi limitati e balbettanti e, d’altro canto, principalmente dai lavori di Morgan, autore di «La società antica». Pochi etnologi potrebbero oggi sostenere che le società primitive si definiscono in primo luogo a partire dal loro modo di produzione materiale. Non insisteremo in realtà mai abbastanza sul punto che il materialismo storico si è costituito solo a partire dallo stadio di un periodo limitato (centrato sulla prima rivoluzione industriale), nello spazio limitato dell’Occidente. Considerato sullo sfondo di un periodo più lungo e di uno spazio più vasto, il capitalismo può apparire al contrario, paradossalmente, come un «caso» storico, piuttosto che come una necessità storica. Ma questa interpretazione del passato, erronea perché limitata, sarebbe in fine dei conti di secondaria importanza, se non fosse proiettata anche nell’avvenire per definire il socialismo a partire unicamente dal suo modo di produzione.

Identificare il socialismo con un qualunque «modo di produzione socialista», significa in ultima analisi rimanere prigionieri dell’ideologia produttivistica e dell’ideologia del lavoro, che ha marcato un pericolo della civiltà, tutto sommato limitato.

È solo con il capitalismo che il lavoro è diventato la vera ragion d’essere della società, mentre prima non era che una delle sue condizioni di esistenza. Con la rivoluzione industriale (da non ridurre a una rivoluzione tecnologica) la fabbrica sostituisce la chiesa nel centro della città. Il movimento operaio e il movimento socialista aderiscono allora globalmente all’umanesimo dominante del lavoro. Per Marx, Proudhon e Saint-Simon il lavoro è civilizzatore, liberatore, creatore dell’uomo e della società. Eliminare l’alienazione e lo sfruttamento significa in primo luogo liberare il lavoro alienato e pervertito della società capitalistica. Fourier e Lafargue appariranno come figure isolate in questo inno al lavoro. Lo slogan liberale di Adam Smith: «ogni ricchezza proviene dal lavoro», che era certamente rivoluzionario in rapporto al diritto faudale, che ripartiva le ricchezze in funzione dei privilegi, diventerà ugualmente il credo del movimento socialista. Con il capitalismo la ragion d’essere della società è diventata la produzione delle merci e l’accumulazione. Georges Bataille ha dimostrato, a questo proposito, che ciò che distingue l’economia medioevale dall’economia capitalistica consiste essenzialmente nel fatto che la prima faceva un consumo improduttivo delle eccedenze, mentre la seconda accumulava a vantaggio dell’apparato produttivo. Ed è ancora con il capitalismo che la merce costituisce l’oggetto d’uso superiore all’opera d’arte.

Il socialismo non può essere concepito come mezzo storico di questa civiltà del lavoro nella gioia produttiva. Poiché oggi l’ideologia del lavoro e l’ideologia produttivistica sono contestate, il movimento socialista non può più attaccarsi alla sua eredità del XIX secolo. E vi è ancora molto lavoro da fare per spazzare via dalla nostra mentalità e dal nostro comportamento l’eredità di questo secolo ambiguo che, per aver visto nascere insieme l’industria, il proletariato e il socialismo, si è mostrato incapace di dissociarli.

Occorre dirlo francamente: continuare ad affermare che «il socialismo è una società di produttori fondata sulla produzione e l’uso dei mezzi di produzione» non può in alcun modo definire una società nuova, ma caratterizzare tutt’al più un capitalismo collettivo. Non basta cambiare il controllo dei mezzi di produzione per distruggere il capitalismo: è la società intera che deve essere liberata dal feticismo della merce e della produzione, che culmina nel feticismo delle forze produttive. Non siamo lontani dal pensare a questo proposito, come Jean Baudrillard, che «di fronte all’idealismo assoluto del lavoro, il materialismo dialettico non può essere che un idealismo dialettico delle forze produttive». E i «lavoratori» (è significativo che oggi non si sappia più parlare in altro modo e che non si osi più parlare di proletari) non sono molto preoccupati dalla loro «missione storica» concepita in termini di liberazione dagli ostacoli allo sviluppo delle forze produttive, più di quanto non siano pronti a fidarsi delle necessità storiche che tardano a manifestarsi. Il socialismo non può costituirsi che come capovolgimento di questa eredità del capitalismo: è una politica prima che un’economia. Occorre rimettere l’economia, che è grande ma non è tutta la vita sociale, al suo posto, senza ridurre ogni attività al lavoro, ogni sfera economica a quella produttiva, ogni bene e servizio a merce. Il socialismo, prima di essere un modo di produzione economica, è un modo di organizzazione sociale: la sua preoccupazione sarà piuttosto quella di contenere il campo dell’economia piuttosto che di allargarlo. (…)

Quel che occorre definire nuovamente è l’utilizzazione del tempo della società, nel suo duplice rapporto con la ripartizione delle diverse forme di attività sociale (produzione industriale, produzione personale, attività creative, relazioni sociali ecc.) e la ripartizione dei beni prodotti. Oggi la scelta è tra una società produttivistica assistenziale, dalle strutture inegualitarie, e una società post-industriale di partecipazione generalizzata all’attività sociale, dalle strutture egualitarie. In effetti il problema va al di là del milione di scioperanti; concerne ugualmente il ruolo e l’attività sociale degli anziani, lo statuto delle donne senza salario ecc.

Alla logica del pieno impiego degli anni sessanta, che appare oggi come troppo stretta, occorre sostituire una logica della piena attività in una società economicamente più egualitaria.

Non si rilancerà l’economia senza rilanciare la società, non si riconvertirà l’apparato produttivo senza cambiare i rapporti sociali. Questo movimento di riconversione industriale, chiamato dalla crisi, si iscrive tuttavia all’interno di una doppia ristrettezza: quella dell’eredità delle strutture produttive attuali da un lato e quella degli scambi internazionali dall’altro. La gestione di una eredità è cosa complessa, ma si può affrontarla come un problema di rinnovamento: solo che gli obbiettivi del rinnovamento sono modificati. La ristrettezza internazionale appare cosa più seria. Attualmente la chiave delle relazioni internazionali è costituita dai problemi della difesa: è dunque questo settore, con le sue radici e i suoi prolungamenti, a esercitare le pressioni tecnologiche più forti affinché solo una società capace di difendere la sua indipendenza possa aspirare all’autonomia. Ma non si vede perché la padronanza dell’atomo – mezzo essenziale nel sistema difensivo moderno – sarebbe inseparabile da una società dei consumi di tipo produttivistico. Per quel poco che sappiamo, l’esempio cinese, in cui la diversità tecnologica riflette la diverse dimensioni delle sfere di scambio, è interessante. Là dove la dimensione degli scambi è molto ampia (problemi di difesa, informatica per esempio), il livello tecnologico è necessariamente molto elevato; può essere molto basso là dove la dimensione degli scambi è più ridotta (economia familiare). Una società autonoma non può essere che una società a livelli di economia molto variati, secondo la natura delle attività e la dimensione degli scambi necessari. Un nuovo modello di sviluppo non consiste solo nella produzione diversa di cose diverse; consiste anche nel far cessare la confusione tra sviluppo e produzione industriale.

da P. Rosanvallon, L’età dell’autogestione. La politica al posto del comando, Marsilio, Venezia 1978, pp. 151-154; pp. 167-169.

 

Chi è Pierre Rosanvallon?

Nato nel 1948, lo storico e sociologo Pierre Rosanvallon ha iniziato la propria attività intellettuale nell’ambito del sindacato, di cui è stato anche consigliere e dirigente (all’interno della centrale della CFDT-Confédération française démocratique du travail).

Docente all’Université Paris IX, dal 1989 diviene directeur d’études presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales e quindi dal 1992 direttore del Centre de Recherches Politiques «Raymond Aron» (affiliato al CNRS). A partire dal 2001 viene chiamato al Collège de France (il venerabile «tempio del sapere» d’Oltralpe) per la cattedra di Histoire moderne et contemporaine du politique. Già segretario generale della Fondation Saint-Simon, è oggi presidente (e fondatore) de La République des idées, atelier intellectuel che si è ricavato uno spazio importante nel reticolo internazionale dei pensatoi; è, inoltre, membro del comitato editoriale di «Italianieuropei».

 

 

Bibliografia

1 P. Rosanvallon, La République du centre ou la fin de l’exception française, Calmann-Lévy, Parigi 1988.

2 Rosanvallon, Le Sacre du citoyen. Histoire du suffrage universel en France (1992; trad. it. La rivoluzione dell’uguaglianza. Storia del suffragio universale in Francia, Anabasi, Milano 1994); Le peuple introuvable. Histoire de la représentation démocratique en France (1998); La Démocratie inachevée. Histoire de la souveraineté du peuple en France (2000).

3 «Le Nouvel Observateur», n. 1959, maggio 2002.

4 G. Ruffolo, Introduzione, in P. Rosanvallon, L’età dell’autogestione. La politica al posto del comando, Marsilio, Venezia 1978, p. 7.

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