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Diario americano 4

Written by Giulio Sapelli Tuesday, 01 June 2004 02:00 Print

Se c’è qualcosa che è veramente cambiato a New York e su cui nessuno pone mai l’accento, si tratta delle hall dei grandi alberghi. Guardate cosa è divenuto il Plaza. Prima si poteva entrare e comprare il giornale e passare un po’ di tempo a leggere fumando una sigaretta, guardando il panorama umano maschile e femminile che passava dinanzi a voi e che veniva da ogni parte del globo terracqueo e soprattutto dalla provincia nordamericana. Uno spettacolo che potevate godervi senza che nessuno vi disturbasse. Questo era fantastico nelle serate d’inverno, quando non trovavate taxi e potevate passare un po’ di tempo al riparo dalle intemperie e poi godere dei servizi – i taxi, appunto – della concergie.

 

Non solo hall di grandi alberghi

Se c’è qualcosa che è veramente cambiato a New York e su cui nessuno pone mai l’accento, si tratta delle hall dei grandi alberghi. Guardate cosa è divenuto il Plaza. Prima si poteva entrare e comprare il giornale e passare un po’ di tempo a leggere fumando una sigaretta, guardando il panorama umano maschile e femminile che passava dinanzi a voi e che veniva da ogni parte del globo terracqueo e soprattutto dalla provincia nordamericana. Uno spettacolo che potevate godervi senza che nessuno vi disturbasse. Questo era fantastico nelle serate d’inverno, quando non trovavate taxi e potevate passare un po’ di tempo al riparo dalle intemperie e poi godere dei servizi – i taxi, appunto – della concergie. E che dire del Pierre? La sua incantevole hall francesizzante, da cui potevate accedere sia dal ristorante sia dalla strada, direttamente, era una meraviglia di tranquillità e di eleganza. E di spaesamento, ossia di quell’aura tipica degli USA che è il ricreare altri mondi nella fiction della quotidianità. Imitare, alludere, produrre e riprodurre mimesi, è l’arte sovrana della convivenza e della convivialità nordamericana, tanto del ricco quanto del povero e in maggior misura della classe media.

Quest’ultima fa della fiction della vita vissuta lo status symbol più eclatante e forte. Bisogna conversare e mangiare e fare l’amore e litigare e urlare e dirsi paroline dolci, tra finti mobili veneziani, tra finti rococò spagnoleggianti, tra strafinti mobili da cucina moreschi, tra strafinti balconcini valenziani e tra eccitantissimi e fintissimi letti in ferro battuto di chissà dove.

Le hall dei grandi alberghi – insieme ad alcuni ristoranti italiani regionali divertentissimi con le loro quinte da studio televisivo – sono sempre state l’emblema di tutto ciò. Ossia del dispiegamento del rimpianto dell’Europa che si traduce in cattivo gusto. Oppure in imitazione straniante, appunto, per cui non si sa più dove ci si collochi nel mondo e ci si possa sentire ancora più soli. Il Pierre è un luogo dove il dispiegamento straniante è al massimo diapason, soprattutto se mangiate a mezzodì al ristorante che è uno dei più tranquilli e dei più raffinati della città. E qui il buon gusto è di casa, anche nel personale, che è ispirato da una cultura dell’ospitalità di antichissima origine e di alto livello. Ma poi, oltre al Plaza e al Pierre, altri hotel vi offrivano i loro servizi, gratis o a pagamento che fossero, ma sempre con quella classe che nasce dall’internazionalizzazione della clientela e dal tipico gusto nordamericano – invece – dell’attenzione per il cliente, che qui è sempre al primo posto nell’esercizio relazionale di natura economica. Oggi la situazione è radicalmente cambiata. Pensate al Plaza: non si entra più in nessuna caverna di lusso senza consumare immediatamente qualcosa; cibo, bevanda, lettura, aria: tutto è a pagamento. E questo passi. Ma tutto è altresì regolato dalla ferrea macina della circolazione ininterrotta e continua: la hall nel senso antico e classico non esiste più. Vi sentite continuamente controllati e seguiti. Frutto, naturalmente e in primo luogo, della psicosi comprensibilissima seguita all’attentato dell’11 settembre e della paura di massa che ne è scaturita. Non tanto in chi frequenta, quanto, invece, in chi segue e dirige e gestisce, in ogni grado gerarchico, locali aperti al pubblico con un’affluenza e un vai e vieni tipici delle hall. Queste, negli alberghi nuovi di zecca, e sono molti, da Central Park a Union Square, sono sempre più piccole e sempre più controllabili e offrono sempre meno servizi. È meglio se si consuma e si «vive» in camera o negli spazi appositi – ristoranti e bar – che possono essere controllati continuamente. Si aumentano anche i ricavi dell’hotel, del resto, e nulla è lasciato al caso e alla vecchia e inveterata abitudine newyorkerse di ritrovarsi negli hotel per passare un po’ di tempo per discutere e mangiare. Certo, resistono isole di civiltà, come l’Algonquin, per esempio, dove nello spazio, ristretto ma bellissimo, sembra sempre di vedere apparire Virginia Woolf e dove la vita letteraria ancor oggi manifesta un po’ di forza sociale. Il ristorante è ancora un incanto, nel suo rievocare una società che ora non c’è più. Parlo della società letteraria e bohemienne che tanto faceva di New York, assai più di San Francisco, un luogo di innovazione e di conservazione intellettuale insieme. Di innovazione spirituale, di confronto che vivificava e dava a tutte le attività letterarie una forza creativa e di cui qualche eco rimane solo nel New Yorker. E conservazione dell’aura che passava attraverso la vita del poeta, dello scrittore, dell’editore, dell’agente letterario, i quali conducevano un’attività che poteva non essere totalmente scandita dall’industria culturale. Essi potevano operare nei suoi poli interstiziali, ossia grazie a quelle relazioni sociali pre-mercantili che fondavano la rete che avrebbe, sì, consentito di accedere al mercato, ma senza perdere di autenticità e di verità. Ora tutto questo sta lentamente spegnendosi.

La paura e il mercato, quando si uniscono e divengono forze sociali dirompenti e non contrastate, possono produrre effetti disgreganti, imprevisti e imprevedibili, nelle relazioni umane. L’impoverimento di queste ultime si produce e si riflette, allora, anche sull’insieme gestionale delle stesse infrastrutture della vita associata: ossia nei luoghi in cui essa si svolge.

Le hall dei grandi alberghi newyorkesi erano un tempo luoghi pieni di fascino e di quiete. Ora sono divenute sinonimo del crescente controllo sociale difensivo e del degrado relazionale a cui, via via, il mondo intero, o meglio quello occidentale, sta avviandosi.

 

Hamburger per mai sentirsi soli

C’è qualcosa di fantastico in questi locali in cui la gente viene la sera poco dopo le cinque, finito il lavoro con un’aria dapprima circospetta e attenta e poi trasfigurata dal sorriso per il motivo più vero e caro che si possa immaginare: vedere di lontano il proprio innamorato, oppure l’amico, l’amica, il gruppo di compagne e compagni con i quali, lo capisci immediatamente, passa gran parte di queste brevi pause tra la fatica quotidiana, da un lato, e la vita domestica e le obbligazioni famigliari, dall’altro. In generale si stanno riducendo sempre più, questi locali. Ve ne sono in tutta New York solo due veramente all’altezza della loro fama, e un paio di altri, decisamente inferiori per qualità dell’offerta e per originalità e simpatia dell’arredamento. Qualità che sono assicurate dall’assoluta conservazione dei mobili e degli utensili, salvo quelli della cucina, di trenta-quarant’anni or sono, quando si inaugurarono. Per lo stile della nazione è un vero record di storica longevità e già questo spiega perché essi sono molto amati e strapieni a partire dall’ora fatidica della chiusura degli uffici. D’estate e nelle stagioni di mezzo – che si stanno accorciando sempre di più in tutto il mondo – si formano lunghe file dinanzi all’ingresso e la gente attende paziente, chiacchierando e ridendo di gusto. Questo è il côté fantastico degli americani del Nord: sono straordinariamente controllati dalle norme sociali e sentono una profonda obbligazione nei confronti delle medesime. Si fa la coda e la si fa ordinatamente, perché si comprende che in tal modo i disagi per tutti diminuiscono e tutti più celermente potranno fruire del bene di cui qui sono venuti a godere. Ed è stupefacente comprendere – e qui si può fare di primo acchito – quanta capacità amalgamante vi sia in questa obbligazione, indiscutibilmente di origine puritana e alto borghese. E come essa sia discesa per «i rami» dell’organizzazione sociale, trasmessa a tutti ceti e le classi e a tutte le etnie. Una simile obbligazione sociale mi colpì anni or sono a Melbourne, città immensa e affascinate, tra mare e deserto, di hollywoodiane e immaginifiche spiagge, di grandi nebbie e foschie, di lunghe piogge e di accecanti giornate di sole. Essa è un insieme di tre nazionalità: quella anglosassone di storico insediamento, che rappresenta un decimo degli abitanti; quella greca, che ne rappresenta la metà dei nove decimi restanti e che conta all’incirca gli stessi abitanti dell’altra nazionalità che fa l’altra metà: l’italiana. Ebbene, per le strade e le sterminate spiagge di Melbourne, non si trova un pezzetto di carta, una sigaretta, un rifiuto e tutti fanno ordinatamente la coda in ogni dove e con una disciplina ammirabile. Qualità dell’ordine sociale che sicuramente perdono immediatamente allorquando pongono piede sul suolo di origine delle loro nazioni primigenie, come può testimoniare chiunque conosca la Grecia o il Mezzogiorno d’Italia d’estate e abbia visto come si comportano gli immigrati tornati nei paesi d’origine per le vacanze. Mezzo milione d’inglesi tengono a bada, culturalmente, sul piano delle regole della convivenza, un numero sproporzionato di cittadini, come i seicento di Bailaklava. La differenza è che in quel caso furono sconfitti in battaglia: in questo, invece, hanno vinto la guerra. Pensavo a Melbourne e alla sua storia, mentre, seduto al mio tavolino, vedevo la gente che entrava, oppure attendeva il suo turno per trovare un minuscolo sgabello allineato lungo il bancone del bar.

Io, di solito, in questi locali amo andarci non nelle ore di punta. La condizione privilegiata in cui vivo qui a New York in questo periodo mi consente di farlo, soprattutto quando altre obbligazioni scientifiche o accademiche o sociali mi strappano dal lavoro in biblioteca, che è divenuto una droga da cui non so liberarmi per tutta la giornata. Così, nella tarda mattinata, oppure a mezzodì, mi piace entrare in questi santuari dell’anima nordamericana e godermi la scena dei pochi affezionatissimi clienti che, in quelle ore dei solitari, entrano, ordinano e come me si immergono nella lettura, oppure nelle chiacchiere con le ragazze o gli anziani camerieri al banco, oppure in giochi di abilità come l’enigmistica o ancora in qualche diavoleria elettronica che si portano dietro con orgoglio e che mostrano ai camerieri, con i quali sono in grande confidenza.

In questi locali, debbo finalmente rivelarlo, si mangiano i più buoni hamburger del Nord America e del mondo, con una deliziosa cura nella cottura della carne, della composizione dei contorni che nel gigantesco panino vengono raccolti e schiacciati. Si beve di tutto, ma in genere birre. Si beve la birra fatta da piccole – si fa per dire, siamo nel paese delle grandi corporations – aziende, da birrai artigianali, che è buonissima e ben valorizza il cibo che viene offerto. Non è molto economico, ma è molto più economico di qualsivoglia altra alimentazione disponibile fuori dalle mura domestiche. E poi si tratta, in primo luogo, di un formidabile luogo di civilizzazione, dove il mito della nourriture per eccellenza dell’America fa da attrattore simbolico per le persone più simpatiche di questa città. Sì, perché, secondo il mio parere, qui viene chi è differente dalla media della densità sociale umana. O è un artista, ma allora viene nelle ore che mi sono care, o è un intellettuale, e quindi vale la medesima considerazione.

Oppure, se non lo è ed è, allora, un semplice lavoratore di ogni ordine e grado, dal professore universitario all’istitutore, al manager, all’impiegato ecc., maschio o femmina che sia, chi viene qui, certamente ha un pensiero trasversale rispetto alla vita e alla sua socialità. Mantiene un certo distacco dall’offerta omologante della ricreazione di massa che si dissipa nelle mille vie cittadine con canoni più o meno fissi in quanto arredamento, offerta alimentare e compagnia. Qui non si viene per mettersi in mostra, non si viene per fare sesso con chi si incontra casualmente, qui non si viene perché venire qui è uno status simbol. Venire qui è manifestare un particolarissimo modo di essere americani, trasversale rispetto a tutte le affiliazioni politiche e sociali, di ogni genere. Qui si viene perché si ama la vecchia America con il suo spirito del pioniere costruttore e costruttivo, semplice e diretto, animato da un grado di accoglienza e di socialità verso tutti, i «tuoi» e i diversi, che è un amalgama di identità e di apertura e rispetto e riconoscimento nell’altro che è rarissimo trovare in altri parti del mondo. È un «essere americano» tipico degli Stati del Nord, dei grandi laghi, e da cui rimane estraneo colui che si identifica con i valori del Sud e della riproposizione della sua terribile eredità razzista che sempre, di fatto, si rinnova, pur sotto altre forme.

Qui mangiare un hamburger e bere una birra è molto di più che concelebrare un rito gastronomico e sociale. Si tratta di una liturgia nordamericana della vita metropolitana che solo una minoranza rinnova con una serena calma, con una tranquilla affermazione di sé, che pur non vi fa mai sentire estranei, che pur non vi fa mai sentire soli. Anche se siete uno straniero. Ed è questa la vera forza degli USA, che noi amiamo.

 

ONU e lotta del bene e del male

Oggi sono stato invitato all’ONU per un conferenza e mi trovo a disagio nell’entrare in questo palazzo sulle rive del fiume. Ma questo stato d’animo non deriva né da una sorta di timore per gli attentati – che invade tutto e tutti – né dalla deferenza che sarebbe naturalissimo avere dinanzi a una istituzione sovranazionale così celebrata e al centro del dibattito internazionale, oggi più che mai. No, il senso che mi assale è di inadeguatezza, di sproporzione tra i compiti che a questa istituzione sono affidati e l’esiguità del complesso materiale che ne simboleggia quel ruolo medesimo. Il grattacielo dell’ONU, che tutte le televisioni del mondo inquadrano singolarmente e dal basso, visto da vicino e nel contesto abitativo e ambientale che lo circonda, appare piccolo, minuscolo, di obsoleta fattura, quasi come se rappresentasse – nel suo stesso porsi dinanzi al mondo della verità e non dell’immagine, ossia nella sua realtà – la povertà di mezzi, di uomini e, lo devo dire a me stesso, di idee che lo caratterizza. Nulla, al suo interno, richiama qualcosa di differente da un modesto ministero. In esso, del resto, alcune delle stanze sono affittate da giornalisti indipendenti o inviati di giornali di media importanza di tutto il mondo. E impressiona vedere l’immenso numero di persone di ambo i sessi che girano per i suoi corridoi, che affollano i punti di sosta e di riposo, tracannando bottiglie e bottigliette, bicchieri e bicchierini. Conosco taluni che lavorano qui come interinali. Alcuni sono miei studenti italiani e non ve n’è uno che non sia giunto a occupare il ruolo che svolge, per modesto che sia, senza una raccomandazione parentale, amicale o politica. Di norma sono i miei peggiori allievi, i più distaccati da ogni impegno, ma generalmente i più ricchi e «potenti». È diverso il caso di una volenterosa ragazza che è qui per vocazione, combattendo una difficile situazione spirituale che la sovrasta. E poi colpisce la maleducazione di gran parte del suo personale e dei suoi gruppi dirigenti. Spesso vi sono risse nei garage qui accanto, perché molti non pagano il dovuto e non è raro vederli impegnati in litigi di più o meno grande intensità, che mettono in grave imbarazzo le rappresentanze diplomatiche dei rispettivi paesi di appartenenza. I gradienti di civilizzazione e di repressione degli istinti che esistono su scala planetaria, con disuguaglianze profonde in quelle che Elias avrebbe chiamato le «civiltà delle buone maniere», risaltano agli occhi di tutti. Una visita all’ONU, non in delegazione, ma come semplice visitatore disincantato, sarebbe utilissima per coloro che continuano a osannare la retorica postmoderna. Quella per cui le disuguaglianze, non solo economiche, del mondo non esistono e sono solo il frutto delle vocazioni imperialistiche delle antiche potenze, prima coloniali e poi imperialiste! Non mi riferisco, naturalmente, a quelle antropologico-culturali, che sono ineliminabili, benefiche e inscritte nei diritti naturali di ogni persona, prima che di ogni popolo.

I libri non sono la realtà (è questo che dimenticano i postmoderni), anche se la realtà può essere letta come un libro... Ma ciascuno scrive il suo, di libro, quale che sia quello che gli altri scrivono su di lui, e questo libro scritto da autodidatta è diverso da quello scritto da chi ha fatto lunghi anni di studi. Questa differenza è ineliminabile.

Affronto questi temi, ossia quelli «della riflessione attuale sulla modernizzazione senza sviluppo» – che è stata uno dei miei cavalli di battaglia in anni non lontani della mia attività scientifica – dinanzi a una platea attenta, convocata volontariamente da un gruppo di studio che lavora, appunto, su tale argomento.

Il concetto di modernizzazione va sostituito con la convinzione che ciò che è fondamentale comprendere è la riattualizzazione della tradizione nella modernità. Riattualizzazione che non conduce al rifiuto del concetto di civilizzazione. Lo pone, invece, a confronto con quello relativistico di cultura, realizzandone un’osmosi benefica e proficua sul piano euristico.

Quando termino di rispondere alle domande, mi avvio all’uscita e incontro una signora giovanissima, nera, che ha in braccio un bimbo piccolissimo e bellissimo. Mi racconta che è in partenza da New York, per tornare nel suo paese di origine, nel Centro Africa, dove lavorerà come coadiuvante dell’ONU nel contesto di uno dei molteplici programmi. Mi porta i saluti di un mio vecchio (non per età, ma per il tempo trascorso dall’insegnamento) allievo di una delle università straniere in cui lavoravo un tempo. Ora assolve, nel paese della signora, a un importante incarico governativo. Ella mi dice che sarebbero lieti di avermi per qualche tempo come docente in quella università statale. Ricordo benissimo l’amico in questione. Gli scriverò. Camminavamo un giorno a fianco della Sorbona. Erano gli anni Ottanta, era l’inizio di quella decade in cui non avevo ancora deciso che fare della mia vita, tra Italia ed estero, tra università e impresa. Tutto mi sembrava, tuttavia, molto più spiritualmente e intellettualmente certo di quanto non mi appaia oggi, sia rispetto a me stesso, sia rispetto alla visione che, allora, avevo del mondo. Parlavamo animatamente dell’Africa. E che altro potevamo fare, del resto, dopo aver insieme lasciato quella piccola libreria allora sita in una traversa di Rue des Ecole, in cui un anziano signore originario del Camerun, emigrato politico, raccoglieva e vendeva libri antichi e nuovi e usati, su quel continente che voleva far amare e conoscere ai giovani, agli studenti, agli intellettuali? Essi frequentavano quelle pareti che si piegavano sotto il peso dei libri e compivano acrobazie per non rovesciare pile di volumi ammonticchiati e pieni di tesori straordinari e fantastici. Era un luogo pieno di vitalità e di amore che non scorderò mai e che ora non è più, come il suo mentore. Invitai il mio giovane compagno peripatetico a pranzare con me. Ci recammo insieme a colazione da Balzar, dove sedemmo al mio solito tavolo, la schiena allo specchio e dinanzi lo spettacolo della classe dirigente parigina di antica matrice sociale e intellettuale. Discorrevamo del Sud Africa e io gli raccontavo come nelle mie giovanili esperienze in Olivetti (l’impresa che per me è rimasta una meteora luminosa di impegno etico e civile, oltre che direttivo), i giovani dirigenti improvvisarono un giorno una pubblica discussione sull’opportunità di continuare a operare in quel paese tramite una filiale, e financo tramite una consociata.

A questo punto del mio raccontare avvenne un episodio che ricordo come un evento emblematico e simbolico della mia entelechia. Un evento che molto ha contribuito a cambiare e a trasformare il rapporto tra la mia vita interiore e il mondo. E il rapporto che istituisco con il riconoscimento degli archetipi inconsci e collettivi che mi sovrastano e quindi il mio sé e il mio processo di individuazione.

Il giovane amico cessò di mangiare la sua tartare che tanto gli piaceva, mi fissò e mi disse: «Ma lei crede veramente che Mandela sarebbe sopravvissuto in un carcere in Angola o in Burundi o nel Ciad?».

Dinanzi a quella proposizione enunciata da un emigrato politico capii, dapprima confusamente,  poi sempre più profondamente, io credo, che la lotta del bene con il male non si compie attraverso la riproposizione di principi europei e giudaico-cristiani che si presentano uniti sempre e soltanto con lo spirito del bene che scaccia l’angelo del male. Questo non è avvenuto mai e la storia europea è la rappresentazione più evidente di quanto questi valori, unitisi alla ragione strumentale e all’angelo del male, non abbiano saputo impedire devastazioni, distruzioni, annichilimenti, annientamenti. Ma quegli stessi principi, tuttavia – così come quelli straordinari del buddismo e dell’induismo – possono essere, sì, intrecciati al male, ma per limitarlo e far sì che non pervada tutto l’essere sociale e che un brandello preziosissimo di civiltà e di umanità permanga anche sotto il dominio più malefico e ingiusto. Ecco la ragione per cui Mandela era sopravvissuto.

Quell’intreccio indissolubilmente problematico del principio del bene con il principio del male mi si presentava dinanzi guarendomi definitivamente dalla boria illuministica dei dotti, contro la quale mio padre, nella sua precoce vecchiaia che accompagnava la mia giovinezza operaia, non cessava mai di pormi in guardia. Quella boria, puerile schermo della perennità del male e della sovrapposizione indissolubile, invece, di male e di bene, di Leviatano e di Behemoth, di pulsione pneumatica liberatrice e di razionalità strumentale distruttrice! Figli dell’unico creatore, il principio duale del bene e quello del male combattono un’eterna lotta senza tregua e senza terre di nessuno, insinuandosi reciprocamente nei territori l’uno dell’altro. Ciò che mi colpì fu l’interrogarmi, a un tratto, sul perché quella conversazione fosse risalita dal profondo dell’Es alla debolezza del mio conscio, lì a New York, dopo anni e anni di dimenticanza. Certo, la signora con il bimbo, quasi una figura mitica di riconciliazione con l’essere, era la ragione per cui quella conversazione era scaturita dagli abissi: la sua visione doveva esserne stata la causa scatenante, archetipo ancora nascosto, ma che pulsava in profondità dentro di me…

Ma non bastava. Mentre passeggiavo per i corridoi dell’ONU, nella città che per eccellenza presenta l’intreccio e l’amalgama dei giacimenti morali e spirituali più vari e complessi, mi era riapparsa dal passato una rivelazione, una meditazione, che ritrovavo e che era molto attuale. Ed era riapparsa mentre riflettevo su una delle componenti spirituali più terribili e affascinanti della città che mi ospitava. Tanto l’ONU quanto New York, insieme e distintamente, rappresentano la falsificazione di ogni puerile idea di facile unificazione e assimilazione di ciò che né unificato né assimilato potrà mai essere, e di cui è già miracoloso assicurare la convivenza, in un mondo che vede la continua lotta degli eterni e divisi angeli fratelli del bene e del male.

 

Neri

È tardi. Sono le 22. Ho approfittato di ogni minuto, di ogni secondo sempre, in questi ultimi giorni di permanenza in questa città, che per me via via si sta trasformando in un’occasione per leggere leggere leggere, e per compilare minuscole schede che non saprò più interpretare al mio ritorno, e per far pile di fotocopie che non saprò come spedire e che leggerò nella mia casa milanese o laddove deciderò di scrivere il libro che mi preme nella mente. Insomma, una frenesia mi pervade tutto; ne spiego razionalmente le fondamenta: qui riesco ad accumulare materiale di ricerca per il quale in Italia occorrerebbero mesi e mesi di lavoro, lunghe attese, snervanti discussioni con uscieri, bidelli, bibliotecari svogliati, bibliotecari isterici, bibliotecari assenti e perduti in lontanissimi anfratti e il cui unico scopo è sottrarsi al lettore potenziale e sottrarre al lettore attivo e presente tempo, spazio, volontà e disposizione di spirito aperta e favorevole verso loro stessi, che divengono così oggetto di risentimento, di commiserazione. Qui è il contrario: tutti sono non al loro e al vostro servizio, ma a quello della lettura, dello studio e al centro è posta la valorizzazione della cultura e dell’apprendimento. Da ciò tutto dipende e discende e tutti ne sono servi, compresi i dipendenti delle biblioteche e i lettori, che debbono rispettare regole di comportamento precise e inflessibili. Tra queste ci sono gli orari e anch’io, ormai drogato dalla lettura, debbo lasciare le tranquille sale di una piccola e specializzata biblioteca posta anch’essa nel cuore della città per essere scaraventato nella strada dove fumanti caldaie eruttano vapori dai meandri sotterranei. Le luci non sono più continue e tenui, ma discontinue e violente. Dove arriva d’improvviso la notte, si odono gli ululati delle sirene e lo scalpiccio sereno ma frettoloso di piedi e piedini di donne che battono i tacchi sulla Quinta Avenue. E mi trovo a guardare il cielo oltre i grattacieli. La borsa è pesante quanto mai. Le membra sono stanche. Non mi sento di recarmi al mio consueto ristorante serale da solitario, a pochi passi dalla biblioteca: un ristorante giapponese buonissimo e frequentato solo da eredi della cultura e della immensa rete di kinship del Sol Levante. Eredi che mi circondano sempre del loro vociare allegro e dei piattini multicolori che fanno roteare dinanzi alla sedia del mio tavolino. Ci vado sia per la qualità eccellente del cibo sia per lo spettacolo magnifico di un popolo che ovunque sia nel pianeta mi appare unito ancora da una comunità di destino più forte che mai e che è destinata, ne sono sicuro, a rinnovarsi ancora con una incredibile continuità.

Ma la stanchezza, questa notte – sì, è gia notte! – prevale: salgo su un taxi e nella primavera che sta per arrivare torno verso il mio villaggio che è rimasto intatto tra le innumerevoli vicende urbanistiche newyorkesi e che mi accoglie con il suo caldo abbraccio ottocentesco e d’inizio Novecento. Chiedo al tassista di fermarsi dinanzi a un enorme ristorante che ha sempre attirato la mia attenzione, davanti a cui la coda è sempre lunghissima. Mi chiede se sono proprio sicuro che sia qui il luogo in cui io voglio andare, con quella sua aria di superiorità irritante ma infine benevola che sanno avere i sikh dal bel turbante e dalla fluente barba finissima. «È qui che vuoi andare, ne sei sicuro?». «Sì!» gli rispondo un po’ indispettito, lo pago e senza guardarmi attorno mi precipito nel locale. È amplissimo, spazioso, con una miriade di camerieri tutti in divisa che si aggirano premurosi attorno a lunghi tavoli dove sono arroccate, sì arroccate, tanto sono stretti l’un con l’altro i commensali, ampie famiglie: dai nonni ai bimbi frignanti che vengono rincorsi da mamme paffute e dai ricci capelli. È allora che mi accorgo di una cosa che prima non aveva mai destato la mia attenzione e che mi fa comprendere la stupita ironia del mio tassista: attorno a me sono tutti neri. Non c’è un bianco nel locale, non uno. E allora rivedo la coda in attesa che attirava la mia attenzione. A essa ora, solo ora, do nella mia memoria un colore: erano tutti neri e non c’era un bianco neppure a cercarlo come un ago nel pagliaio. Perbacco, mi dico, ecco un’esperienza cognitiva interessante, da raccontare a uno psicologo gestaltista e dintorni per sentire che cosa ha da dirmi. Ma sono strappato da queste riflessioni da un cameriere altissimo, che mi sorride con una chiostra di denti splendenti e che mi indica che cosa offre il locale da una lista di fotografie a colori dove tutto è presentato con incredibile iperrealismo postmoderno. Gli indico ciò che mangiano i signori seduti al mio fianco: costine fritte cosparse da quella salsa che non mi piace, ma che mi attira sempre e che vorrei anch’io. E anche vorrei, gli dico, quello che quei signori bevono: da grandissimi bicchieroni ripieni di una bevanda bianca e spessa, con una serie di palline colorate che la ornano fosforescenti. È un cocktail che mi pare mortale, ma che vedo ovunque attorno a me. Debbo immergermi completamente in questa formidabile esperienza. Sono solo, dunque, e me ne rendo conto solo ora, che rifletto sul fatto che sempre mi ha colpito, durante questa permanenza newyorkese: la segregazione volontaria e responsabile delle comunità. Esse si mescolano l’una alle altre e con i bianchi soltanto nel lavoro. Terminato il tempo di vendita della loro forza lavoro – in qualsivoglia forma ciò avvenga – eccole che si rintanano in se stesse. È come se si trattasse, insieme, della ricerca e della reiterazione di una disperante pulsione psichica di massa. Oggi è di moda chiamarla, questa pulsione, «identità». Identità come autoreferenzialità, ossia come narcisismo dei deboli e degli esclusi di fatto, per la stratificazione sociale che crea poteri situazionali di censo, di status, di etnia, che l’un con l’altro si intrecciano e che si riproducono continuamente. Ma è esattamente questa autoriproduzione che conduce all’esaltazione della segregazione. Non ne è certo la causa o una delle cause determinanti, che sono nella storia di un popolo e della costruzione di una nazione e dei meccanismi di esclusione razziale che convivevano con quelli giganteschi di inclusione e di riproduzione della coesione culturale. Oggi questa identità conduce a un percorso che tutte le comunità percorrono, ma con esiti, modelli di riferimento, volizioni, assai diversi. In primo luogo tutte le comunità che hanno nella loro memoria storica e nel loro presente storico uno Stato nazionale, contano non solo su una rete di legami parentali e sociali, ma anche su una solidità statuale purchessia, che va oltre la relativa potenza mondiale dello Stato di cui si tratta e conferisce loro, in ogni caso, un territorio di riferimento simbolico potente e che rafforza il loro essere nel mondo. La segregazione è sorretta da una forte statualità simbolica che sempre si rinnova e che costituisce motivo di orgoglio, di rivendicazione, di inclusione selettiva e condizionata, che danno alla persona un assetto psicologico più assertivo che deferente o passivo.

E questo lo vedi nella differenziazione etnica del lavoro e dei lavori: tutte le comunità si sono specializzate in offerte differenziate di professionalità in guisa di lavoro salariato, oppure in nicchie imprenditoriali che sono immediatamente riconoscibili e che ritrovi non solo qui a New York, ma in tutto il mondo. È facile trovare una lavanderia gestita da pachistani o da cinesi del Nord, è facile, appunto, trovare degli armeni che si ingegnano nelle professioni più varie, ma sempre legate al loro passato artigianale. Insomma, le biblioteche sono strapiene di opere sulle differenze etniche degli imprenditori e dei lavoratori e recentemente tutti i congressi internazionali di sociologia e di antropologia dedicano attenzione a questo tema. L’unica comunità, a me pare, in cui questa differenziazione si trasforma in identità regressiva e non proattiva, ossia non in grado di emergere come dimensione di massa imprenditoriale e come specializzazione professionale salariata, ebbene, l’unica comunità è quella nera del Nord America. Lo so, ho letto anche questa volta libri sempre più belli, più interessanti, più ricchi di documentazione, sulle ragioni storiche che determinano questa sorta di anomia di massa. Neppure i processi di integrazione e di sostegno legale sono riusciti a strappare il velo dell’apatia sociale dall’anima di questi fratelli che troppo spesso mi paiono abbandonati nel silenzio del divino.

Oggi infuria la polemica sulle quote, ossia sulle politiche di attiva integrazione.

Ho avuto per mesi molti dubbi su questo argomento, sino a essere non più favorevole alle quote medesime, vedendo in esse una fonte, appunto, di rafforzamento di quell’identità regressiva e di ampliamento dell’apatia sociale e morale di cui prima dicevo. Ma ora, dopo tutto questo tempo passato in una delle città più aperte alla differenza, ebbene, oggi mi sono risolto a dar torto alle famiglie dei ragazzi bianchi che protestano perché i loro figli vengono esclusi dall’università per dar posto in graduatoria ai ragazzi neri; oppure alle donne bianche che si vedono defraudate dalle pari opportunità, perché esse sono sovrapposte alle politiche di inclusione delle nere che sono invalse in numerosissime imprese.

Ho mutato il mio parere. Penso che se queste misure che discriminano le altre etnie, non vi è dubbio, fossero eliminate, si ricadrebbe non nella segregazione, ma nella discriminazione. La segregazione esiste e opera potentissima per effetto duplice: i pregiudizi dei bianchi e l’autorappresentazione subalterna dei neri. Non ci sono matrimoni misti, se non rarissimamente, non ci sono luoghi di socializzazione extralavorativa misti, si tende a vivere sempre più segregati e non viceversa; e si potrebbe continuare su questo tono per molto ancora... Ma se non ci fossero più queste misure che mirano a evitare di sprofondare nella separatezza così come nasce dalla storia e dal mercato storicamente dati, guardiamoci negli occhi: il circolo vizioso sarebbe infinito... L’esclusione si sommerebbe all’autoesclusione antropologica e si formerebbe un nucleo di sofferenza straordinariamente forte, solido, sanguinolento nel cuore stesso di questa nazione e si aprirebbero dei baratri di barbarie, nera e bianca, che ci farebbero ritornare ai tempi più oscuri della storia non solo nordamericana: della storia tout court. Oggi che la violenza, il fanatismo, la selvaggia lotta contro la differenza paiono non avere fine...

Benedico la mia scelta non ponderata di essere qui. Mi sento bene, sono circondato da sguardi curiosi pieni di affetto e attorno a me mi pare di avere degli amici. Amici di cui non mi ero accorto che avevano un colore della pelle diverso dal mio.

E torno a benedire non me stesso, ma mio padre e mia madre, che mi hanno, per lunghi anni dopo la mia nascita, consentito di continuare a vivere in quel meraviglioso stato roussoniano di natura per cui i bimbi non conoscono differenze di sorta e sorridono insieme da gialli, da neri, da bianchi, da verdi e da rossi: in modo eguale e bellissimo, sino a quando la società non giunge a segnare il solco delle disuguaglianze e delle differenze che escludono, invece di arricchire spiritualmente come potrebbero.

 

Intimità e suo spettacolo prima del ritorno

Ultima sera a New York. Chi doveva venire non ha rispettato la promessa e quindi passerò queste ultime ore da solo. Ho saputo di questo mancato incontro pochi minuti prima dell’ora convenuta e quindi la notizia mi ha ancor più colpito.

È giusto.

Così avrò modo di pensare, di ricordare tutte le grandezze e le miserie di questa città e del mio rapporto con essa.

Sono state lunghe settimane di lavoro. Erano due anni che non passavo così tanto tempo chino sui libri, solo, in quel meraviglioso stato di assenza dal mondo e insieme di più profondo contatto con esso, con l’ente che lo sovradetermina e lo preforma, che può darti soltanto la meditazione e la riflessione.

Sono due stati del Sé profondamente diversi. Il primo serve per consentirti di isolarti dalla realtà e di immergerti nel sapere del testo che hai dinanzi a te e impedire che il fluire della vita ti distragga e ti distolga dalla trasmissione della conoscenza consentita dalla lettura. La riflessione è, invece, la metabolizzazione intima e spiritualmente interiore della conoscenza acquisita con la lettura e con tutte le altre fonti dell’apprendimento che si accompagnano a essa. A partire dall’esperienza sensibile: inizia il percorso verso la trascendenza e si giunge alla conoscenza pura, con tutte le sue imperfezioni e le sue continue falsificazioni possibili. Tra queste esperienze sensibili c’è quella del rapporto intimo con l’altro. Un rapporto che ti infonde nuova vita e ti immerge nella scepsi più segreta, che non si può non condividere in forma emotiva, quasi sacrale, frutto di una profonda unione dei sensi e della loro manifestazione più diretta, totalmente intima.

La complicità è gran parte della vita sociale. O meglio, la vita sociale si dipana con meno sofferenza se si sa essere complici con un’altro da sé, nell’amicizia oppure nell’amore. Sono sentimenti molto simili, se non fosse per la passione, che si accompagna e che appartiene solo e sempre all’amore. Quella complicità consente una più equilibrata coevoluzione psichica e cognitiva nella vita sociale. E questo perché si ha sempre una via di ritirata da essa, una segretezza interiore che si può, sì, condividere, ma senza quella necessaria creazione di una serie totalizzante di piani e di strategie che sono consustanziali a una vita sociale priva di luoghi intimi dell’immaginario e dell’esperienza.

New York è come tutto il mondo. Non se ne differenzia per quel che riguarda l’esperienza di massa della vita interiore e il suo rapporto con quella sociale. Tuttavia alcune profonde differenze esistono rispetto a quelle che viviamo nella nostra cultura occidentale (l’Oriente è un continente di conscio e di inconscio completamente diverso da quello giudaico-cristiano e financo islamico, perché quest’ultimo è molto più europeo e occidentale di quanto non si pensi, e quindi non possiamo riflettere qui su di esso).

Le profonde differenze risiedono nel fatto che la cultura nordamericana, a differenza di quella europea e asiatica, fonda l’intreccio tra vita pubblica e vita intima – intreccio che è la vita sociale – attraverso il più alto grado di condivisione pubblica dei sentimenti e delle passioni. I luoghi intimi dell’immaginario e dell’esperienza sono sempre ristrettissimi. Una parte importante del Sé è completamente visibile dall’universo mondo a occhio nudo ed è questa visibilità che è propria della cultura nordamericana e di New York in particolare. La diffusione di massa della psicanalisi di ogni ordine e specie e scuola, è una testimonianza di ciò. Non solo tutti sappiamo che abbiamo una esperienza interiore, ma tutti diamo per scontato che essa può confliggere con la serializzazione comportamentale, strumentale ed espressiva richiesta dalla vita associata. Il disagio della civiltà è una sorta di valore, di norma sociale comunemente accettata e che non produce ribellione, ma solo accettazione rassegnata e sofferta.

Qui la coscienza infelice non esiste…

Chi non lo sente, quel disagio, incute, proprio per questo, timore. È un alieno, sia che sia perfettamente integrato e quindi temibile per l’efficienza sociale, sia che sia completamente fuori squadra nel gioco che è richiesto dalla società per continuare a funzionare.

Non gli rimane, allora, che divenire il «barbone di Tokio», ossia non può far altro che rinunciare alla socializzazione secondaria. Ma a questo punto sarà un alieno anche per il mondo degli emarginati sociali. Qui, infatti, non mi pare che esistano i volontari emarginati culturali di Tokio, ultimo grido di una liberazione anarchica individualistica nonviolenta. Qui a New York saranno gli altri barboni, a quel punto, a rifiutarlo e a strappargli tutte le pagine di Montaigne. Oppure dovrà sottoporsi, l’alieno, alla cura da tutti auspicata e invocata: la terapia analitica, che acquista in tal modo una forte legittimazione di massa: reintegra il soggetto e assicura la conservazione dell’ordine sociale.

In nessun altro luogo come negli USA il grande Rousseau acquista sempre una sconcertante attualità, con il suo sogno dello Stato di natura, che diviene un ideale regolatore. Un ideale regolatore atto a misurare i disagi e le rovine che la vita associata produce, contestualmente ai suoi meriti di incivilimento. Repressivo, sì, ma efficace per l’aumento della produttività sociale. Ma così si pongono in luce gli aspetti più temibili e degradanti della vita. Il contratto sociale, qui, in queste terre della omogeneizzazione necessaria e del rifiuto della medesima, altrettanto necessaria, è consustanziale alle pulsioni profonde, psichiche. Qui tutto si deve condividere, accettare, anche la sofferenza. L’alternativa è ritirarsi dalla società, non combatterla: l’exit prevale sulla voice.

Le agenzie della differenziazione sociale provvedono a porre termine alla discussione critica che minaccia di trasformarsi in azione collettiva negativa, non solo in pensiero negativo, con un potere argomentativo annichilente, sostenuto da una formidabile industria culturale e da una straordinaria macchina della socializzazione primaria. Si ristabilisce l’ordine, reintroducendo continuamente un’omeostasi tra vita intima e vita sociale, con tutte le sofferenze interiori che tale sincronia porta con sé. L’intimità, il bisogno di intimità, è irriducibile, è irrinunciabile e la sua negazione produce sofferenze indicibili.

Il problema vero, la vera differenziazione dall’Europa, dall’Asia e dall’America del Sud e dall’Africa e dall’Oceania, risiede nel fatto che la gran parte degli americani, di questa sofferenza, non ne fanno più un dramma e una manifestazione del loro intimo esserci nel mondo. Essa diviene, invece, un aspetto manifesto, pubblico, della vita intima, che in tal modo diviene associata nella e con la sofferenza. Qui, il confine tra pubblico e privato è scomparso, portato alla ribalta non solo dall’esperienza personale, ma altresì da tutta la civiltà dell’immagine propria dell’industria culturale. Essa, di questo disagio, di questa infelicità, ha fatto un gigantesco spettacolo continuo che costituisce un mercato del dolore di incredibile pervasività.

Anche la bellezza dell’intimità diviene un valore pubblico, che si persegue con una manifestazione della ricchezza e della capacità di spesa pressoché indefinita da parte di tutti coloro che vogliono rendere manifesto il superamento del disagio tra vita intima e vita pubblica. Questo è possibile solo ai ricchi, naturalmente, mentre ai poveri è concesso solo di sognarlo, il superamento, condividendo i prodotti dell’industria culturale che parla continuamente di loro, che continuamente li espone alla luce dell’opinione pubblica – a partire dalla pubblicità e per finire nella fiction di successo – e così facendo rende l’abisso morale, la terribile povertà, oggetto di consumo e quindi la esorcizza. Financo nelle anime dei protagonisti, che si ritrovano sullo schermo o sulle note di un’infinità di canzoni che li gratificano. Ecco l’inclusione e la castrazione immaginifica e simbolica della marginalizzazione.

Solo il Sé rimane terribilmente denudato e scoperto nella sua infermità: esso, infatti, non può essere sino in fondo esposto al pubblico senza veder disgregata la sua stessa essenza. Si tratta, quindi, di un’esperienza che va accuratamente evitata, pena la perdita di tutto il precario equilibrio su cui questo intreccio tra intimo e sociale, tra segretezza personale ed esposizione pubblica dell’epifenomeno del Sé, si fonda.

A tutto questo pensavo tra me e me, mentre decidevo di trascorre da solo quell’ultima sera newyorkese. Ma in verità non era propriamente quello che mi sarei atteso. Dovevo reagire allo scoramento in modo più nobile e fermo dello sprofondare in una cupa tristezza domestica. E così decisi di recarmi nel migliore e più raffinato ristorante di New York, in una piccola piazza nelle vicinanze di Union Square, a due passi dalla sinagoga forse più chic della città. Lì si riunivano i ricchi rampolli delle famiglie benestanti sotto gli occhi benevoli delle stesse e tavoli di manager si affiancavano a tavoli di vecchia e alta borghesi ebraica, incuriosita dai pochissimi turisti che vedeva apparire volta a volta accanto a sé. In maggioranza asiatici, essi erano i benvenuti e costituivano oggetto di infinite chiacchiere tra i tavoli della più antica e sacrale comunità degli affari.

Il ristorante, qui, è sempre una meraviglia, con quei fiori che ne ornano le pareti e gli angoli e che bene si sposano con i bei quadri. Il tutto in un giusto equilibrio tra il servizio compiuto da ragazze e ragazzi ben educati e addestrati e solerti e più anziani maîtres vigilanti e attenti per incalzare i giovani a esaudire nel più breve tempo possibile ogni desiderio dei facoltosi clienti. Sedere qui, in un tavolo d’angolo della bella sala, con il sottofondo di musica classica che da solo vale la scelta, non è stato facile. Non si prenota all’ultimo minuto e solo la mia capacità di convinzione e il fatto di essere un single non ingombrante e conosciuto, avevano potuto far sì che si superassero le barriere all’entrata. Qui pare sempre di essere nel tempio della separazione completa tra vita pubblica e vita privata, tanto tutto è cosi sussiegoso da costituire uno schermo inviolabile nei confronti di passioni, sentimenti e quant’altro costituisca il nostro inconscio e le nostre sofferenze. Ma ben presto vi accorgete che, invece, la manifestazione dell’intreccio di cui mi sforzavo di rendere manifeste le intime tessiture poco prima nelle mie riflessioni, è sempre evidente. È solo più difficile da intravedere a prima vista. C’è una scena di fondo che domina tutto e tutti: è l’imitazione dei canoni europei di arredamento e di abbigliamento tanto da parte dei camerieri, quanto degli stessi avventori. Tutto è griffato all’europeo, francese o italiano. Solo gli uomini di affari sfuggono talvolta a questa regola e di norma sono quelli che ridono e parlano ad alta voce, come di norma fanno gli americani. Ma qui sono circondati dall’unanime disprezzo e spesso i camerieri, con grazia ma con fermezza, li redarguiscono con immediati effetti di normalizzazione: il barbone ricco che legge Tex Willer è immediatamente messo simbolicamente alla porta. Qui l’intimità di una comunità ristretta, che si pensa perfetta, esplode alla superficie e si difende senza timore e iattanza. Riduce la vita sociale a sua immagine e somiglianza e così facendo riconquista l’ordine che può essere temporaneamente incrinato. Il tutto bene si sposa con il continuo richiamo all’orizzonte europeo di riferimento comportamentale. Qui si beve – finalmente, per i miei gusti! – non solo vino seriale e legnoso della Napa Walley o vino francese o internazionale, ma anche vino delle isole di Norfolk. E già questo segna un confine di stile tipicamente europeo, dove non è certo il prezzo da solo che segnala la differenza, ma la scelta che si fa prima di esso e che consente di essere inclusi in una lista di privilegiati nobilitati dal buon gusto.

Qui potete stare a tavola quanto volete: nessuno vi farà mai fretta. Non solo perché il cliente è sacro, ma perché si tratta di un dovere di ospitalità che si crede di avere nei vostri confronti, quale ne sia il prezzo. E questo è meraviglioso, in un paese che fa della rapidità del consumo e del suo prezzo i due valori essenziali di regolazione di ogni attività ludica. Io qui mi ci trovo, per questo, benissimo. So che anch’io faccio parte di una scena che si ripete da sempre. Ricreiamo una realtà immaginaria, non nordamericana, immergiamoci in essa e diamo vita, poi, a tutte le manifestazioni del nostro sé. Questo è il segreto del locale: stimola la conversazione, il discorso conviviale come non mai e anche chi è solo, come capita a me questa sera, sa di appartenere a una civiltà della conversazione totalmente diversa da quella dei party occasionali e fuggenti. Qui si viene tra amici e con amici per passare una serata in uno dei luoghi più raffinati del mondo e che più vi fanno dimenticare lo spettacolo dell’infelicità dell’essere. Qui potete illudervi di riconciliarvi con la vita associata attraverso la vostra vita intima, grazie alla calma, al lento fluire del tempo e alla conversazione, che tutto può accogliere e sciogliere dai dolorosi nodi del tempo e dell’incompiuto.

Lascio questo luogo fatato riconciliato con la mia solitudine e con la passione inesausta e sconfitta per la vita.

Mentre il mio vero mondo sta per divorarmi, e lo farà, appena avrò salutato per l’ultima volta gli scoiattoli che corrono sugli alberi non più coperti di neve e su cui le gemme hanno ripreso a fiorire: erano innevati quando guardai per la prima volta il mio giardino newyorkese.

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