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«Doppie maggioranze» e «ponderazioni»

Written by Nicola Verola Tuesday, 01 June 2004 02:00 Print

Le vicissitudini della Costituzione europea confermano che il sistema di voto del Consiglio è uno dei temi più scottanti di cui si possa discutere a livello comunitario. Non più tardi di alcuni anni fa, i capi di Stato e di governo e i ministri degli esteri dei quindici si erano confrontati in dibattiti estenuanti per arrivare alla criticatissima riponderazione dei voti di Nizza. A dicembre dello scorso anno, il braccio di ferro sulla doppia maggioranza ha portato il dibattito in Consiglio europeo a una situazione di stallo. E ancora oggi, mentre queste pagine vanno in stampa, il sistema di voto rimane uno dei principali nodi della Conferenza intergovernativa che dovrebbe approvare il «Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa».

Le implicazioni del sistema di voto sul funzionamento del Consiglio dell’Unione

 

Le vicissitudini della Costituzione europea confermano che il sistema di voto del Consiglio è uno dei temi più scottanti di cui si possa discutere a livello comunitario.

Non più tardi di alcuni anni fa, i capi di Stato e di governo e i ministri degli esteri dei quindici si erano confrontati in dibattiti estenuanti per arrivare alla criticatissima riponderazione dei voti di Nizza. A dicembre dello scorso anno, il braccio di ferro sulla doppia maggioranza ha portato il dibattito in Consiglio europeo a una situazione di stallo. E ancora oggi, mentre queste pagine vanno in stampa, il sistema di voto rimane uno dei principali nodi della Conferenza intergovernativa che dovrebbe approvare il «Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa».

Analizzando la questione con un certo distacco, può risultare difficile comprendere le ragioni di un tale accanimento. Chiunque operi a contatto con le istituzioni comunitarie sa bene che il Consiglio ricorre solo raramente allo strumento del voto. Per fare un esempio, nel 2002 sono stati approvati 195 atti legislativi e solo in 37 casi vi sono stati voti contrari o astensioni. In tutti gli altri, i provvedimenti sono stati approvati all’unanimità. Questo avviene in quanto il voto a maggioranza qualificata funziona come un incentivo e un «elemento di facilitazione» del negoziato comunitario, più che come un meccanismo volto ad assicurare sic et simpliciter la prevalenza della maggioranza.1 L’Unione europea, infatti, è un organismo dalle caratteristiche fortemente consensuali, o se si preferisce consociative, e solo in casi particolari può permettersi il lusso di agire secondo meccanismi di carattere «maggioritario».

Ciò non vuol dire, naturalmente, che tutti gli Stati abbiano la stessa capacità di influenza nei negoziati comunitari. Al contrario, vi sono delle differenze piuttosto spiccate. Queste differenze, però, sono determinate da una serie di fattori che esulano, spesso, dai meccanismi di voto previsti dai Trattati. Il «peso reale» degli Stati membri dipende da risorse come l’accesso alle informazioni e la capacità di analizzarle, la capacità di elaborazione delle posizioni nazionali, la capacità di giustificarle presso i propri partner sulla base di criteri oggettivi, l’abilità negoziale, la capacità di costruire alleanze, il grado di cooperazione con le istituzioni sopranazionali e via dicendo. Fattori che, all’atto pratico, sono molto più rilevanti del semplice «peso nominale» attribuito ai singoli paesi.

Ci si potrebbe quindi chiedere per quale ragione alcuni Stati membri abbiano ritenuto talmente vitale la questione del meccanismo di voto da mettere a repentaglio l’intero processo «costituzionale» avviato dalla Convenzione europea. Una prima risposta, di carattere politico, è che il voto non riguarda soltanto la capacità di influenza, ma anche lo «status» dei paesi membri. In un certo senso, esso definisce il posizionamento reciproco degli Stati membri all’interno dell’architettura comunitaria. «Posizionamento» attorno al quale finiscono inevitabilmente con il polarizzarsi non solo motivazioni di carattere politico-negoziale, ma anche considerazioni di prestigio nazionale.

Una seconda risposta è che, pur non essendo determinante, il «peso» che uno Stato membro si vede attribuire all’interno di un sistema di voto rappresenta un indicatore del suo «potere di coalizione»; della sua capacità, cioè, di costruire delle coalizioni «vincenti» assieme ad altri partner. Si tratta di un potere del tutto virtuale, che può essere monetizzato soltanto avvalendosi delle risorse che abbiamo elencato sopra, ma che condiziona nondimeno la percezione che ciascun Stato membro ha dei vantaggi e degli svantaggi dei diversi sistemi di voto.

Le prossime pagine saranno dedicate a quantificare queste «percezioni»; ad analizzare le implicazioni dei vari sistemi di voto finora proposti sul «potere di coalizione» degli Stati membri.2

 

Dal sistema di Nizza a quello della Convenzione

Il Trattato di Nizza assegna a ogni Stato membro un certo numero di voti (cfr. Allegato 1) e prevede che le decisioni possano essere approvate nella misura in cui raccolgano: a) un quorum di Stati membri (50% più uno); b) un numero sufficiente di «voti ponderati» (a partire dal primo novembre 2004 pari a 321 voti); c) l’approvazione di un gruppo di Stati membri che rappresentino almeno il 62% della popolazione dell’Unione (cosiddetto «filet demografico»).

La Convenzione sul futuro dell’Europa ha proposto di sostituire a questo sistema – in effetti alquanto barocco anche se, a onor del vero, meno inefficiente di quanto comunemente si pensi – un sistema basato sul principio della «doppia maggioranza». Il «Progetto di Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa» definisce infatti la maggioranza qualificata come «voto della maggioranza degli Stati membri che rappresenti almeno il 60% della popolazione».

Il risultato di maggiore spicco di questo sistema di voto è quello di facilitare le decisioni. Nel sistema di Nizza, la percentuale di coalizioni vincenti sull’insieme di tutte le coalizioni possibili è del 2,1%. Nel sistema della Convenzione, questa percentuale viene decuplicata, e passa al 21,9%. La doppia maggioranza, inoltre, presenta, rispetto alla ponderazione dei voti, una serie di vantaggi: è più semplice da spiegare ai «cittadini comuni», che probabilmente si perderebbero nelle ponderazioni e nelle «reti di sicurezza» di Nizza; può essere giustificata dal punto di vista normativo, dato che immette nel meccanismo di voto del Consiglio un criterio difficilmente oppugnabile come il peso demografico di ciascuno Stato membro; contiene in sé i due «principi di legittimità» su cui si basa l’Unione: la rappresentanza degli Stati e quella dei cittadini. Tutte caratteristiche che la rendono, sotto molti aspetti, più adatta a un sistema che da patrizio vuole trasformarsi in «costituzionale».

Il problema, però, è che il passaggio dal voto ponderato alla doppia maggioranza ha anche effetti distributivi. In prima approssimazione, si può dire che la «doppia maggioranza» favorisce gli Stati più popolosi (cfr. Allegato 2). Laddove il voto ponderato appiattisce le differenze demografiche, il nuovo sistema di voto le riflette quasi integralmente. Così facendo, incide inevitabilmente sulla capacità dei singoli Stati membri di incidere nelle decisioni dell’Unione.

È stato suggerito negli ultimi tempi di applicare il cosiddetto indice di Balzhaf3 (di seguito «Indice di Potere»-I.PO.) per misurare questa capacità di influenza. Il suggerimento può essere senz’altro accolto. Applicando l’I.PO. al calcolo del «potere di coalizione» degli Stati membri nel sistema di Nizza e in quello della Convenzione si ottengono i risultati riportati nella Tabella 1.

Tabella 1

Dalla Tabella 1 emergono una serie di dati interessanti. In primo luogo, risulta evidente che il passaggio dal sistema di Nizza a quello della Convenzione avvantaggia gli Stati più popolosi. Il «vincente» è di gran lunga la Germania, non solo perché il suo I.PO. passa dal 7,8 al 12,8 ma anche perché si scrolla definitivamente di dosso la parità «politica» con gli altri «grandi»: Francia, Regno Unito e Italia. Anche questi ultimi, però, guadagnano qualcosa in termini di «potere contrattuale». Il loro I.PO. passa infatti dal 7,8 al 9 circa.

Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, non sono i paesi piccoli a pagare il prezzo di questo rafforzamento. Il loro potere di coalizione subisce infatti variazioni modeste e risulta addirittura accresciuto nel caso dei paesi di minore consistenza demografica come Estonia, Cipro, Lussemburgo e Malta. Questi risultati si spiegano con il secondo criterio del sistema della Convenzione: quello del numero degli Stati. Nel computo della «soglia minima» degli Stati membri Berlino e Parigi contano quanto Malta e Strasburgo. Grazie a questo criterio «numerico», i paesi piccoli recuperano con gli interessi quel peso che rischierebbero di perdere, rispetto a Nizza, in virtù del criterio demografico.

I «perdenti» del sistema della Convenzione sono i paesi della fascia intermedia, con una popolazione che varia dagli 8 ai 15 milioni di abitanti. L’I.PO. di paesi come la Svezia e l’Austria passa dal 3,1 al 2,4. E ancora peggio fanno Belgio e Portogallo, il cui I.PO. passa dal 3,7 al 2,7. Questo ridimensionamento è dovuto al fatto che, spesso, il «peso» attribuito a questi Stati nel sistema di Nizza era, per ragioni politiche, molto superiore alla loro consistenza demografica.

Il comportamento degli Stati medio-grandi è simile a quello degli Stati medi. Anche Spagna e Polonia perdono qualcosa con il passaggio da Nizza alla doppia maggioranza. Con una riduzione dell’I.PO. dal 7,4 al 6,5 circa, si tratta però di una perdita, in termini relativi, inferiore a quella subita dai paesi medi. C’è da chiedersi allora come mai proprio da Spagna e Polonia siano venute le maggiori resistenze contro il sistema della Convenzione. Le ragioni sono da ricercarsi probabilmente più nella simbologia politica che nel calcolo delle «coalizioni potenziali».

A Nizza, la Spagna era riuscita a ottenere un risultato straordinario. Con 27 «voti ponderati», aveva quasi agganciato i quattro «grandi», fermi a «quota 29», pur avendo una popolazione significativamente inferiore (cfr. Allegato 2). Il sistema della Convenzione vanifica, di fatto, questo «agganciamento». Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia guadagnano tutti, chi più chi meno, dal nuovo sistema, mentre Spagna e Polonia vengono ridimensionate. La «forchetta» fra i «grandi» e i «quasi grandi», quindi, si allarga. Una inversione di tendenza che a Madrid e a Varsavia è stata percepita, al di là delle implicazioni sul loro potere contrattuale, come una perdita di «status».

 

Le varianti della doppia maggioranza

Per venire incontro alle istanza ispano-polacche sono state percorse diverse strade. Una di queste, forse la principale, è stata ed è quella di modificare le soglie della «doppia maggioranza». Variando il peso relativo dei due criteri proposti dalla Convenzione – quello demografico e quello relativo al numero degli Stati – varia anche il peso relativo degli Stati membri.

La Tabella 2 prende in esame le principali combinazioni ipotizzabili. Oltre al sistema di Nizza (50% degli Stati + 74% dei voti ponderati + 62% della popolazione) e al sistema della Convenzione (50% degli Stati e 60% della popolazione), vengono elencati gli «Indici di Potere» degli Stati membri nelle seguenti varianti della doppia maggioranza:

- la doppia maggioranza semplice (50% degli Stati e 50% della popolazione);

- la Variante 1 della doppia maggioranza (50% degli Stati e 62% della popolazione);

- la Variante 2 (55% degli Stati e 55% della popolazione);

- la Variante 3 (55% degli Stati e 65% della popolazione);

- la Variante 4 (60% degli Stati e 60% della popolazione).

Nell’ultima riga della Tabella 2 è inserita un’informazione addizionale: la «capacità decisionale» di ciascun sistema di voto. Come abbiamo avuto modo di anticipare, questa viene calcolata come la percentuale delle coalizioni «vincenti» fra tutte le coalizioni possibili. Così, ad esempio, se nel sistema di Nizza il 2,1% di tutte le coalizioni possibili raggiunge la maggioranza qualificata, questa percentuale sale al 21,9% nel sistema della Convenzione per raggiungere il 35,9% nel sistema della doppia maggioranza semplice.

Tabella 2

Da questa tabella si evincono una serie di informazioni. a) Qualsiasi variante si prenda in considerazione, il principale beneficiario del passaggio dal sistema di Nizza alla doppia maggioranza è la Germania. Nel sistema di Nizza, l’I.PO. di Berlino è 7,8. Nel sistema della Convenzione passa a 12,8 per raggiungere addirittura il 13,4 nella Variante 1 (50-62). b) Nessun sistema di doppia maggioranza ricostituisce il «potere di coalizione» che la Spagna detiene con il sistema di Nizza. Anche nel caso della Spagna, il sistema di doppia maggioranza più vantaggioso, in termini assoluti, è la Variante 1. Singolarmente, il second best è proprio il sistema proposto dalla Convenzione (50-60), seguito dalla Variante 3 (55-65). c) Le varianti «paritarie» come la doppia maggioranza semplice (50-50), la Variante 2 (55-55) e la Variante 4 (60-60) penalizzano i paesi più popolosi, lasciano pressoché inalterato il potere di coalizione dei paesi mediopiccoli e avvantaggiano i paesi piccoli. Per gli ultimi, le varianti «paritarie» sono ancora più vantaggiose del sistema di Nizza. d) In termini assoluti, il «peso contrattuale» dell’Italia è massimizzato dalla Variante 1 (50% degli Stati membri e 62% della popolazione), con un indice 9,1. Seguono il sistema della Convenzione, con un indice 8,8 e la Variante 3 (55-65) con un indice 8,4. Le altre varianti appaiono invece meno vantaggiose dello stesso sistema di Nizza.

Oltre alla variazione in termini assoluti degli «Indici di Potere» occorre però misurarne la variazione in termini relativi. Per far ciò, occorre utilizzare un nuovo indice: l’«Indice di Potere Relativo» (I.PO.R.), che altro non è che il rapporto fra gli I.PO. di due paesi membri. Così, ad esempio: l’I.PO.R. di un paese «X» rispetto a un paese «Y» è uguale all’I.PO. del paese «X» diviso per l’I.PO. del paese «Y».

Ai fini della nostra analisi, è particolarmente utile esaminare le variazioni degli «Indici di Potere Relativo» fra Italia e Spagna; fra Italia e Germania e fra Italia e Lussemburgo:

- I.PO.R. Italia-Spagna = Indice di Potere Italia/Indice di Potere Spagna;

- I.PO.R. Italia-Germania = Indice di Potere Italia/Indice di Potere Germania;

- I.PO.R. Italia-Lussemburgo = Indice di Potere Italia/Indice di Potere Lussemburgo.

L’esame di questi tre indici ci permette di analizzare l’impatto dei diversi sistemi di voto sul «potere relativo» dell’Italia rispetto ai due paesi grandi di riferimento (Germania e Spagna) e a un paese piccolo (Lussemburgo). I risultati sono praticamente identici se all’Italia si sostituiscono la Gran Bretagna o la Francia, che hanno pesi demografici comparabili.

Tabella 3

L’I.PO.R. può essere letto anche in termini percentuali. Così, ad esempio, nel sistema della Convenzione il «potere di coalizione» dell’Italia rappresenta il 68% di quella della Germania, il 135% di quello della Spagna e il 586% di quello del Lussemburgo; nella Variante 1, il potere di coalizione dell’Italia rappresenta il 67% di quello della Germania, il 135% di quello della Spagna e il 700% di quello del Lussemburgo, e via dicendo.

Il raffronto fra questi dati suggerisce una serie di osservazioni. a) Le varianti in cui il criterio del numero degli Stati membri «pesa» maggiormente (2, 3, 4) riducono il gap di potere fra Italia e Germania. L’I.PO.R. Italia/Germania passa infatti dallo 0,68 della Convenzione allo 0,78 della Variante 4 (60-60). b) Al tempo stesso, però, diminuiscono il vantaggio dell’Italia nei confronti della Spagna. L’I.PO.R. Italia/Spagna passa infatti dall’1,35 all’1,17. c) L’impatto più rilevante riguarda il potere di coalizione dei paesi piccoli: l’I.PO.R. Italia/Lussemburgo passa dal 5,8 della Convenzione all’1,89 della Variante 4 (60-60).5 Questo slittamento a favore dei paesi piccoli è particolarmente marcato nelle varianti paritetiche come la doppia maggioranza semplice (50-50), la Variante 2 (55-55) e la Variante 4 (60-60). d) Più equilibrate appaiono le varianti che assicurano, come il sistema della Convenzione, un certo gap fra la soglia demografica e quella del numero degli Stati membri. e) Se si prendono in considerazione i rapporti di potere, rispettivamente, fra Italia e Germania e fra Italia e Spagna si noterà che le Varianti 1 (50-62) e 3 (55-65) non si distaccano in maniera particolarmente significativa dal metodo di voto della Convenzione. Nella Variante 1 (50-62), il potere relativo dell’Italia tanto nei confronti della Spagna quanto nei confronti della Germania è in pratica uguale a quello che le deriva dal sistema della Convenzione. La Variante 3 (55-65) le fa recuperare «peso» nei confronti della Germania anche se restringe il «vantaggio» nei confronti della Spagna.

 

La formazione di coalizioni vincenti

L’analisi degli «Indici di Potere» ci fornisce una serie di elementi utili per valutare le implicazioni dei diversi sistemi di voto. Per ottenere risultati realmente significativi, occorre però integrarla con un’analisi di carattere qualitativo. A tal fine, può essere interessante studiare il comportamento di alcune coalizioni-tipo.

 

Le coalizioni fra i grandi

Abbiamo visto che il sistema della Convenzione penalizza i paesi medio-grandi, come la Spagna e la Polonia, ma non in misura maggiore di quanto avvenga per i paesi medi e medio-piccoli. Questo dato lascia pensare che l’avversione di Madrid e Varsavia al principio della doppia maggioranza non sia determinato tanto dal suo impatto sul loro peso negoziale, quanto dai suoi effetti sul loro posizionamento rispetto agli altri grandi. È quindi interessante studiare il comportamento delle coalizioni fra paesi grandi e medio-grandi nei vari sistemi di voto.

Lo schema seguente si riferisce a quattro tipologie di coalizione: a) Germania + due paesi grandi; b) Italia, Francia e Gran Bretagna; c) Spagna + due paesi grandi (esclusa la Germania); d) Spagna + Germania + un altro paese grande. All’interno della griglia vengono segnalati i casi in cui una determinata coalizione è in grado di formare una «minoranza di blocco».

Tabella 4

Da questi dati si può evincere che: a) la Germania può fare minoranza di blocco assieme ad altri due grandi in tutte le varianti della doppia maggioranza a eccezione della Variante 2 (55-55); b) gli altri tre paesi grandi possono fare minoranza di blocco soltanto nella Variante 3 (55-65); c) nessuna variante permette alla Spagna di fare minoranza di blocco con due Stati grandi. Una sola variante (la Variante 3) le permette di fare minoranza di blocco con la Germania e un altro grande.

La Spagna ha due sole alternative per essere pienamente equiparata agli altri grandi: 1) abbassare la soglia della popolazione al 55%, come nella Variante 2: in questo caso, nessuna coalizione di tre grandi può costituire una minoranza di blocco; 2) chiedere un innalzamento della soglia della popolazione al 68%, in modo da poter fare minoranza di blocco con due paesi grandi qualsiasi.

Per motivi opposti, nessuna di queste due varianti sembra però avere concrete possibilità di successo. Come abbiamo visto, la Variante 2 riduce eccessivamente il peso negoziale dei paesi con maggiore consistenza demografica e attribuisce un potere sproporzionato ai paesi piccoli. L’innalzamento della soglia demografica al 68%, invece, renderebbe meno efficace il sistema e verrebbe percepito come un intollerabile arretramento rispetto alla Convenzione, senza trascurare il fatto che attribuirebbe un potere eccessivo alla Germania, che con i suoi 80 milioni di abitanti (oltre il 17% della popolazione della UE) deterrebbe oltre la metà di una «minoranza di blocco».

L’opzione più realistica per la Spagna è quindi quella di puntare a un innalzamento della soglia demografica attorno al 65%, come nella Variante 3. Se non a colmarlo, questa variante le consente quantomeno di ridurre il divario con i paesi grandi.

 

Coalizioni tematiche

Alcune informazioni interessanti emergono anche dall’analisi dell’impatto dei vari sistemi di voto sul «peso negoziale» di alcuni schieramenti tematici. A titolo esemplificativo, prenderemo in considerazione le seguenti coalizioni:6 i paesi mediterranei; i paesi nordici; i paesi rigoristi; i paesi dell’area euro; i paesi fondatori; i nuovi Stati membri; i sei grandi; i paesi della coesione.

Nello schema che segue sono indicati i casi in cui ciascuna delle coalizioni sopra indicate può costituire una minoranza di blocco.

Tabella 5

Dalla Tabella 4 si evincono una serie di informazioni, soprattutto per quanto riguarda l’equilibrio fra paesi mediterranei e paesi nordici e il rapporto di forza fra paesi rigoristi e paesi della coesione. Per quanto riguarda l’equilibrio fra paesi mediterranei e paesi nordici: i paesi mediterranei possono formare una minoranza di blocco soltanto nel sistema di Nizza e nella Variante 3 (55-65); i paesi nordici possono fare minoranza di blocco non solo nella Variante 3, ma anche nella Variante 1 (50-62). Nel complesso, la coalizione dei paesi mediterranei viene penalizzata dal passaggio alla doppia maggioranza. Nel sistema di Nizza, infatti, i mediterranei possono costituire da soli una minoranza di blocco, laddove ai nordici hanno bisogno del sostegno di un altro Stato medio-piccolo. Gli unici sistemi di doppia maggioranza che mantengono quantomeno una situazione di «parità strategica» fra le due aree geografiche sono il sistema di voto della Convenzione (nessuna delle due coalizioni può costituire una minoranza di blocco) la Variante 2 (55-55 – nessuna della due coalizioni può costituire una minoranza blocco), la Variante 3 (55-65 – entrambe possono formare una minoranza di blocco) ed eventualmente la 4 (60-60 – nessuna della due coalizioni può costituire una minoranza di blocco).

Per quanto riguarda l’equilibrio fra paesi rigoristi e paesi della coesione: i rigoristi hanno abbastanza peso da costituire una minoranza di blocco nella sola Variante 3 (55-65); i paesi della coesione (sempre che a questa categoria possano essere ascritti tutti i nuovi paesi membri, la Spagna, la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda) costituiscono una minoranza di blocco nel sistema di Nizza, in quello della Convenzione (50-50) e nella Variante 1 (50-62). In questi casi, infatti, possono impedire il raggiungimento della soglia del 50% degli Stati. Nella maggior parte delle varianti della doppia maggioranza, le due coalizioni hanno quindi un potere di interdizione equiparabile. Unica eccezione, la Variante 3 (55-65), che favorisce indirettamente i paesi rigoristi.

Per quanto riguarda le altre coalizioni, infine: i paesi fondatori possono formare una minoranza di blocco in tutte le varianti; lo stesso vale per una eventuale coalizione fra i sei paesi grandi e fra i dodici paesi dell’area euro; i dieci nuovi Stati membri, invece, non possono formare una minoranza di blocco in nessuna delle varianti esaminate.

 

Conclusioni

Sulla base dei dati che abbiamo raccolto nelle ultime pagine possiamo azzardare alcune conclusioni di carattere generale.

Primo: si comprende molto bene perché la Convenzione ha proposto di mantenere un gap fra criterio demografico e criterio del numero degli Stati. Le varianti «paritarie» come la doppia maggioranza semplice (50-50), la Variante 1 (55-55) e la Variante 4 danno infatti un potere sproporzionato ai paesi piccoli. Basti pensare al fatto che, in queste varianti, un paese di ridotta consistenza demografica come Cipro si vedrebbe riconosciuto un potere negoziale doppio rispetto a quello, già cospicuo, assicuratogli dal sistema di Nizza. Del tutto irrealistica, poi, è la Variante 4 (60-60), che comporta per di più un fortissimo calo di efficienza rispetto al metodo della Convenzione (8,6% di coalizioni vincenti). Secondo: fra le varianti «non-paritarie», la più efficace è il metodo della Convenzione, con il 21,9% di coalizioni vincenti. Segue, a ruota, la Variante 1, con il 19,2%. Un po’ distaccata la Variante 3 (55-65), in cui il numero delle coalizioni vincenti scende a un comunque non disprezzabile 12,8%. Lontanissimo il sistema di Nizza con il 2,1%.

Terzo: il «potere di coalizione» dell’Italia è massimizzato, in termini assoluti, dalla Variante 1 (50-62), con un «Indice di Potere» di 9,1. Seguono il metodo della Convenzione con un I.PO. dell’8,8, la Variante 3 (55-65) con un I.PO. dell’8,4 e il metodo di Nizza con il 7,8. Le altre varianti riducono il «potere di coalizione » dell’Italia.

Quarto: il peso relativo dell’Italia rispetto alla Germania e alla Spagna non varia significativamente se si passa dal sistema della Convenzione alla Variante 1. Questa variante massimizza infatti anche il potere di coalizione della Spagna (I.PO. 6,7) e della Germania (I.PO. 12,8). Per avere variazioni significative, bisogna elevare le soglie. Rispetto al sistema della Convenzione, la Variante 3 peggiora leggermente il rapporto di forza dell’Italia con la Spagna ma lo migliora nei confronti della Germania.

Quinto: il metodo della Convenzione e la Variante 1 (50-62) consentono all’Italia di costituire una minoranza di blocco assieme alla Germania e a un altro paese grande. Sotto questo aspetto, la Variante 3 (55-65) presenta alcuni vantaggi, dato che consente all’Italia di costituire una minoranza di blocco con due paesi grandi qualsiasi. La Variante 3 presenta un certo interesse anche per la Spagna: è l’unica che le consente di costituire una minoranza di blocco assieme alla Germania e a un altro paese grande.

Sesto: per i paesi mediterranei, presi nel loro complesso, il passaggio al sistema di doppia maggioranza comporta una diminutio rispetto al sistema di Nizza. Gli svantaggi minori vengono dalla Variante 3, che permette ai paesi mediterranei di costituire una minoranza di blocco restituendo loro quantomeno la parità con i paesi nordici. Un ulteriore elemento caratterizzante della Variante 3 è quello di avvantaggiare in termini relativi i paesi rigoristi rispetto a quelli della coesione. I primi, infatti, possono costituire, a differenza dei secondi, una minoranza di blocco.

In definitiva, gli elementi da tenere in considerazione sono molteplici e non si può dire che esista un solo sistema di voto «massimizzante». La scelta fra i vari modelli dipende dal peso che si attribuisce all’insieme dei fattori che sono stati analizzati in questo saggio.

Allegato 1

 

Allegato 2

 

 

Bibliografia

1 F. Scharps, European Governance: Common Concerns vs. the Challenge of Diversity, in «Jean Monnet Working Paper», n. 6/2001, Università di Harvard, 2001.

2 Desidero ringraziare la Dr.ssa Maria Rita Di Meo che mi ha aiutato a predisporre le tabelle su cui si basa questo studio.

3 Questo indice viene calcolato come segue: si prendono l’insieme delle coalizioni «vincenti» in un dato sistema di voto e si calcola la loro «vulnerabilità» a fronte della possibile defezione di uno degli Stati che le compongono. Ad esempio: nel sistema di Nizza sono «vincenti» il 2,9% delle coalizioni possibili. Nel 7,8% dell’insieme delle coalizioni «vincenti» è necessario l’appoggio della Germania; ossia: una «defezione » della Germania farebbe venir meno la maggioranza qualificata. Questo 7,8% rappresenta, appunto, l’indice di Balzhaf. Il programma per calcolare l’indice di Balzhaf può essere scaricato dal sito: http://www.uni-konstanz.de/FuF/Verwiss/koenig/IOP.html

4 Calcolato sulla base dell’«indice di Balzhaf».

5 In pratica, cioè, se l’Italia ha un potere di coalizione quasi sei volte più grande del Lussemburgo nel sistema della Convenzione, «pesa» meno del doppio del Lussemburgo nella Variante 4.

6 Potrebbero essere proposte anche altre coalizioni. Ad esempio quella fra i paesi appartenenti alla NATO e quella fra i 15 vecchi Stati membri. Queste coalizioni sono però talmente ampie (rispettivamente, il 94% e l’83% della popolazione) che il loro esame non presenta un interesse particolare ai nostri fini.

7 Rapporto, in percentuale, fra il numero dei voti di cui dispone lo Stato e la somma dei voti a disposizione di tutti gli Stati membri.

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