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Le due sfide alla democrazia

Written by Domenico Fisichella Tuesday, 01 June 2004 02:00 Print

Due sono le metropoli della democrazia moderna e contemporanea, se si vuole della «prima» e della «seconda modernità»: l’Europa, specie occidentale, e l’America del Nord, soprattutto con gli Stati Uniti. Orbene, se in questo avvio di Terzo millennio (ma l’osservazione può prendere già le mosse dall’ultimo quindicennio del secolo scorso) si parla ormai con insistenza di crisi della democrazia, due sfide culturali e strutturali vanno fondamentalmente messe nel conto per valutare il presente e soprattutto l’avvenire di tale tipo di reggimento politico.

 

Due sono le metropoli della democrazia moderna e contemporanea, se si vuole della «prima» e della «seconda modernità»: l’Europa, specie occidentale, e l’America del Nord, soprattutto con gli Stati Uniti. Orbene, se in questo avvio di Terzo millennio (ma l’osservazione può prendere già le mosse dall’ultimo quindicennio del secolo scorso) si parla ormai con insistenza di crisi della democrazia, due sfide culturali e strutturali vanno fondamentalmente messe nel conto per valutare il presente e soprattutto l’avvenire di tale tipo di reggimento politico. Va da sé che un fenomeno complesso, quale è certamente il disagio della democrazia, implica sempre una molteplicità di condizioni, e tuttavia alcune possono rivelarsi congiunturali (dunque tra l’altro superabili), alcune presentarsi con modalità intermittenti, alcune configurare addirittura falsi segnali o sintomi di processi differenti. Qui richiamo le sfide, e in questo senso anche i quadri condizionali, che mi appaiono, se posso usare un’espressione abusata, epocali, legate come sono a straordinarie trasformazioni sociali non limitate all’area delle singole nazioni, ma estese in ben più ampi contesti territoriali e sociali. La prima sfida è strettamente connessa all’andamento demografico del pianeta. Cresce in tendenza esponenziale la popolazione dei paesi che hanno poca o nessuna confidenza con la sempre difficile e delicata esperienza della vita democratica. Decresce (in Europa occidentale) o non cresce in proporzione ad altre aree (negli Stati Uniti, con la loro componente di origine europea) la popolazione dei paesi che in misura varia, ma comunque significativa, sono collegati da più tempo a uno stile di vita e ad abitudini democratiche. Pur nella presenza storica di taluni periodi problematici o addirittura di eclissi delle rispettive istituzioni democratiche.

Si fa un gran parlare da qualche tempo di «esportazione della democrazia», ci si interroga se tale forma politica possa essere impiantata in aree differenti da quelle sue storicamente tradizionali. Ci si sofferma poco, o per nulla, sul rovescio della medaglia. Di fronte alla crescente espansione demografica delle aree del pianeta che non hanno mai avuto una vita democratica, o che l’hanno conosciuta – almeno per larghissimi strati della popolazione – in maniera superficiale e probabilmente artificiosa o magari del tutto estranea alle loro tradizioni più profonde, quale sarà la sorte della democrazia europea, visto che in base alle proiezioni dei demografi nell’arco di due o tre decenni gli europei saranno poco più del cinque per cento della popolazione mondiale, laddove erano il venticinque per cento all’inizio del XX secolo? La democrazia in Europa reggerà l’urto di una successione di ondate migratorie provenienti da regioni a bassissima o inesistente storia democratica? Avrà la democrazia del vecchio continente la capacità, la forza, la duttilità per integrare nelle regole che le sono proprie tanti «nuovi entranti»? O non diventerà qualcosa d’altro, indulgendo a regressioni autoritarie oppure configurando ibridi politici, ove la consistenza democratica è destinata progressivamente ad attenuarsi? E la democrazia del Nord America, pure avvantaggiata dalle grandissime opportunità territoriali, da una storia meno ricca e insieme meno difficile di quella europea, da condizioni socio-economiche relativamente più omogenee di quelle presenti in Europa, riuscirà ad assorbire popolazioni tanto eterogenee mantenendo uno standard democratico significativo?

Senza dubbio, se l’esportazione o comunque l’incardinamento della democrazia riuscissero nelle aree fin qui non democratiche, pseudo-democratiche o proto-democratiche ove più forte si manifesta l’esplosione demografica, anche una robusta dinamica migratoria potrebbe configurare una sfida superabile per le metropoli della democrazia. Ma ci sono le numerose condizioni (religiose, culturali, economiche, civili) perché ciò avvenga? E, soprattutto, c’è il tempo perché ciò avvenga? Si è considerato a sufficienza quanto tempo è necessario perché si instauri e almeno relativamente si consolidi la democrazia moderna e contemporanea? Si ha ben chiaro quanto tempo ci vuole (e ce ne vuole molto) perché le costumanze, le relazioni sociali, i livelli culturali, le ampiezze spaziali e demografiche, i sistemi di credenze, i coefficienti di sviluppo economico diventino progressivamente compatibili con i fondamenti istituzionali e valoriali del regime democratico? Bastano due decenni o poco più per un’impresa del genere, ammesso che ci sia nei popoli e nelle classi dirigenti dei paesi fin qui affatto o poco democratici l’intenzione e la disponibilità per un’impresa del genere? O si deve pensare a una «esportazione» veicolata dai carri armati? Ed essa produrrebbe democrazia, o qualcos’altro, anche in termini di reazioni?

Se questa è la prima sfida, che in senso lato possiamo definire esogena, vi è poi una seconda sfida che investe la democrazia, essenzialmente endogena. Essa ha radici che vanno più indietro nel tempo, anche se la virulenza delle sue manifestazioni si registra grosso modo da un quindicennio a questa parte. Detto in poche parole,1 sull’onda di una molteplicità di situazioni e circostanze (globalizzazione, globalismo, con quanto a tali fenomeni è direttamente o indirettamente connesso o correlato in termini di modificazioni nei processi industriali, finanziarizzazione dell’esperienza economica, ruolo del sistema mediatico, cesura del nesso tra politica, diritto e statualità, pressione crescente dei rapporti di fatto e di forza sulle relazioni guidate da regole, debolezza degli assetti partitici e sindacali) entro i regimi fin qui democratici tendono a crescere, e specie in taluni paesi a prevalere, meccanismi di svuotamento per linee interne della democrazia, dei suoi postulati assiologici, dei suoi equilibri istituzionali, delle sue procedure fondanti. Della democrazia rimangono la facciata e alcuni riti, mentre cresce il ruolo di magnati, tecnocrati, bancocrati, e delle rispettive sinergie in chiave oligarchica.

Tutto ciò non è soltanto motivo di inquietudine in sé, perché tende a vulnerare la divisione del lavoro tra valori, politica ed economia, e tra i rispettivi contesti istituzionali e professionali, che è indispensabile perché una democrazia funzioni come tale. Vale a dire in una logica ove la molteplicità dei ruoli sociali realizzi un quadro insieme rispettoso delle reciproche autonomie e capace di decisione pubblica legittima. Tutto ciò è altresì ragione di preoccupazione perché, nel momento in cui più che mai sarebbero indispensabili credibilità, autorevolezza, prestigio etico e politico, attitudine funzionale, coerenza tra principi enunciati e comportamenti concreti, la democrazia se ne trova ampiamente sguarnita, e dunque la sua capacità di attrazione e di convincimento nei confronti dei popoli che dovrebbero essere iniziati a tale regime politico risulta ampiamente indebolita e poco attendibile.

In definitiva, per la democrazia che opera nella «seconda modernità» c’è un fronte interno e c’è un fronte esterno. Per competere adeguatamente e con prospettiva di successo su quest’ultimo fronte essa deve recuperare slancio operativo e attendibilità sul primo fronte. Le battaglie su due fronti sono sempre difficili. Sta alla democrazia dimostrare di saper superare la duplice prova. Compito immenso, inutile nasconderlo.

 

 

Bibliografia

1 In merito mi permetto di rinviare ai miei volumi: Denaro e democrazia. Dall’antica Grecia all’economia globale, Il Mulino, Bologna 2000; Politica e mutamento sociale, Costantino Marco Editore, Lungro di Cosenza (CS) 2002; Elezioni e democrazia. Un’analisi comparata, Il Mulino, Bologna 2003; Sfide alla libertà, Costantino Marco Editore, Lungro di Cosenza 2004.

 

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