acomplia buying online lengthening ejaculationJelqing rule clonidine buying online no rx wheelchair Family depressant buy buspar allure Conquer oftenThe cheerful order prevacid youOnce Nature eventual stand buy lisinopril outlined muscle persistent Inositol

Una riforma insufficiente

Written by Luigi Bobba Tuesday, 01 June 2004 02:00 Print

La legge delega del ministro Moratti «per la definizione di norme generali sull’istruzione e di livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e di formazione professionale», approvata dal parlamento il 12 marzo 2003, disegna un progetto di scuola caratterizzato da luci e ombre, da potenzialità e limiti sia interni che esterni. In questa prospettiva qui mi soffermerò unicamente a presentare e valutare quella che ritengo essere l’unica vera novità della riforma, ovvero l’introduzione del cosiddetto secondo canale. Concluderò evidenziando la necessità di andare oltre la scuola delle «3 i» per una visione del sistema educativo più ampia e globale.

 

La legge delega del ministro Moratti «per la definizione di norme generali sull’istruzione e di livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e di formazione professionale»,1 approvata dal parlamento il 12 marzo 2003, disegna un progetto di scuola caratterizzato da luci e ombre, da potenzialità e limiti sia interni che esterni. In questa prospettiva qui mi soffermerò unicamente a presentare e valutare quella che ritengo essere l’unica vera novità della riforma, ovvero l’introduzione del cosiddetto secondo canale. Concluderò evidenziando la necessità di andare oltre la scuola delle «3 i» per una visione del sistema educativo più ampia e globale.

 

Aspetti positivi della riforma

Il disegno di riforma della scuola proposto dal ministro Letizia Moratti presenta alcuni elementi innovativi nel linguaggio (ad esempio, piano di studio «personalizzato», sistema «educativo» di istruzione e formazione, ecc.), nell’articolazione del sistema (ad esempio, doppio canale), negli obiettivi pedagogici. Il testo di legge pone l’accento sull’importanza di una finalizzazione dell’istruzione e della formazione al pieno sviluppo della persona, sulla centralità dei soggetti che apprendono, sulla necessità di un’educazione permanente e infine sulla ricerca dell’integrazione tra teoria e prassi nella didattica.

La vera novità della riforma – come si è detto – è quella relativa all’introduzione di un percorso autonomo, graduale e continuo di formazione professionale dai quattordici ai ventuno anni. Viene disegnata una nuova architettura che articola la scuola superiore (secondo ciclo) nel sistema dei licei (otto) e nel sistema dell’istruzione e della formazione professionale, secondo il cosiddetto «doppio canale». Per quanto riguarda i licei, vengono confermati gli assi culturali tradizionali (classico, scientifico e artistico) con l’aggiunta di nuovi (economico, tecnologico, musicale, linguistico e delle scienze umane). Hanno una durata quinquennale e si concludono con un esame di Stato il cui superamento consente l’accesso all’università.

L’introduzione di un percorso graduale e continuo di istruzione e formazione professionale, parallelo a quello dell’istruzione liceale rappresenta un’innovazione importante che può consentire una effettiva pluralità di itinerari educativi e formativi e creare un collegamento virtuoso con il lavoro e le professioni. Tale pluralità di offerta formativa è il presupposto su cui si basa la possibilità di affrontare e vincere la sfida più difficile della scuola secondaria italiana: ovvero come non perdere ogni anno duecentoquarantamila ragazzi che non conseguono né un diploma né una qualifica. «La scuola non è più un fattore di mobilità sociale. Essa replica staticamente la struttura sociale del paese. Tutti vi possono accedere, ma il figlio di bassa condizione sociale ha solo il 18% di possibilità di essere promosso fino ai quattordici anni e solo il 2,7% di laurearsi», ha di recente affermato Letizia Morati sulle pagine del «Riformista».2

Non posso che concordare con il giudizio del ministro e credere che la pluralità degli itinerari formativi sia la strada per consentire a tutti di accedere effettivamente a una buona scuola. Ma in cosa consiste questa rilevante novità della riforma? Mentre l’istruzione si esplica nell’insegnamento, che viene realizzato nelle scuole di ogni ordine e grado, la formazione si realizza nell’azione che svolgono i centri di formazione professionale con una più specifica e diretta finalità professionalizzante.

I giovani che seguono i percorsi professionali potranno, anno dopo anno, passare al canale liceale e avranno modo di proseguire dopo i quattro anni per altri tre, acquisendo una qualifica professionale superiore. E dopo i quindici anni sia i diplomi che le qualifiche possono essere conseguiti in alternanza scuola-lavoro attraverso l’apprendistato. L’alternanza sarà organizzata secondo percorsi progettati e strutturati dalle singole scuole in collaborazione con le imprese, le rispettive associazioni di rappresentanza, le Camere di commercio e gli enti pubblici.

È significativo che i vescovi italiani abbiano espresso un giudizio positivo sull’introduzione del doppio canale. Il cardinale Ruini ha osservato infatti come «l’introduzione di un percorso graduale e continuo di formazione professionale, parallelo a quello dell’istruzione liceale e universitaria dai quattordici ai ventuno anni che porti all’acquisizione di qualifiche e titoli, fa sì che la formazione professionale non venga più concepita come addestramento finalizzato esclusivamente all’insegnamento di destrezze manuali. Essa diventa piuttosto un percorso capace di rispondere alle esigenze del pieno sviluppo della persona, secondo un approccio specifico fondato sull’esperienza reale e sulla riflessione, e quindi in grado di intervenire nel processo di costruzione dell’identità personale. È questo un ambito specifico di incontro tra scuola e mondo del lavoro».3

Credo che il nuovo sistema possa aiutare la scuola a ripensare il modo tradizionale in cui opera introducendo una logica di integrazione tra scuola e lavoro, tra istruzione generale e formazione professionale che non devono restare separate tra loro. Come parti di un sistema educativo integrato, istruzione e formazione professionale vanno intese come realtà distinte e autonome. I due versanti della cultura teoretica (la mente) e della cultura applicata (il braccio) si trovano dunque riuniti, con pari dignità, in un sistema unitario che esprime una responsabilità educativa attenta a ogni aspetto del vivere quotidiano.

L’istituzione di un secondo canale attribuisce finalmente pari dignità alla formazione professionale garantendo comunque la possibilità di passare al canale liceale, l’accesso all’università e consentendo a una pluralità di attori l’erogazione dell’offerta formativa. La modalità dell’alternanza scuola-lavoro può diventare un’occasione importate per porre al sistema delle imprese una sfida che può valorizzare il loro potenziale formativo e di sviluppo degli investimenti in ricerca e formazione delle risorse umane. Questa collaborazione tra scuola e lavoro richiede un mutamento culturale del mondo della formazione, che non può più considerarsi autosufficiente; e di quello delle imprese che devono considerare un loro compito ordinario, insieme alle comunità locali, contribuire allo sviluppo del sistema di formazione professionale.

L’alternanza scuola-lavoro si basa su un metodo di insegnamento e apprendimento che può consentire l’acquisizione di qualifiche e diplomi capaci di far maturare la persona attraverso esperienze di contatto con il mondo produttivo. In questo senso può avere una sua funzione pedagogica a patto che si vada al di là di una visione scolastica della formazione e si capisca che esiste un valore in sé della conoscenza acquista attraverso l’esperienza lavorativa. I luoghi di lavoro rappresentano infatti un «giacimento culturale» che la scuola può utilizzare, come mezzo per i suoi scopi formativi, coniugando adeguatamente le azioni formative svolte nelle aule scolastiche con quelle realizzate nei diversi ambiti di lavoro.

In sintesi, il modello disegnato di istruzione e formazione si presenta come flessibile, aperto sia in orizzontale – accesso al lavoro – sia in verticale – continuazione degli studi – senza che il percorso del giovane si trovi di fronte a sbarramenti che gli limitino la sua possibilità di scelta.

 

Aspetti problematici della riforma

Una delle critiche più diffuse e ricorrenti nei confronti della riforma mette in luce lo scollamento tra i suoi promotori e il mondo della scuola. Questo non solo ha generato una prevedibile ostilità da parte delle opposizioni, ma anche comprensibili riserve e una crescente incertezza sull’idea di scuola sottostante al disegno di riforma e su un presunto abbassamento del livello di qualità dell’istruzione e della cultura scolastica.

Un seconda critica è quella che vede nella riforma Moratti una valorizzazione preferenziale della scuola privata a danno della scuola statale e pubblica. Ma contrariamente a questa lettura, la riforma continua ad attribuire il ruolo di capofila alla scuola statale nel sistema formativo ed educativo. La riforma dunque non andrebbe criticata perché abbandona il primato della scuola statale-pubblica, ma al contrario perché permane in essa un certo «statalismo» o «regionalismo» – se la devolution andrà in porto – rispetto all’idea di un sistema educativo di istruzione e formazione che sia espressione delle diverse realtà della società civile e che sviluppi fino in fondo la prospettiva di una «scuola dell’autonomia» così come era già stata disegnata dalla riforma del ministro Berlinguer.

Ma forse la critica che appare più «ideologica» è quella che ha visto nell’introduzione del doppio canale un ritorno agli anni Cinquanta, all’epoca dell’avviamento professionale, con il suo sostrato di differenziazione di «classe» della scuola pubblica; o come se la scuola diventasse un mero service per il mondo dell’impresa. È naturalmente legittimo discutere se sia o meno prematura la scelta del «canale formativo» a tredici/ quattordici anni, ma questa riflessione non può diventare l’argomento principale per bocciare questa novità della riforma.

Sempre in riferimento alla scelta del doppio canale si ha l’impressione che persista ancora una concezione scolastica della formazione professionale come indica infatti lo stesso linguaggio usato dalla legge che non a caso parla di «istruzione e formazione». È necessario quindi dare un effettivo incremento alla formazione professionale al fine di rendere «pari» nello sbocco finale la formazione professionale rispetto alla scuola. In tal senso è da rifuggire la scorciatoia che darebbe la formazione professionale in appalto all’università o alla scuola; verrebbe così cancellato sul nascere un profilo autonomo e originale della formazione professionale: quello di fornire sia una qualifica che una formazione a livello di specializzazione professionale superiore. Restano molte preoccupazioni sull’attuazione di questa nuova configurazione della formazione professionale, che per dettato costituzionale è di competenza delle regioni. E proprio questa è una delle questioni più problematiche. In passato le regioni sono apparse spesso latitanti o molto carenti e non è infondato il dubbio che si limitino anche in futuro, alla sola gestione degli istituti professionali senza curarsi dell’innovazione introdotta con il doppio canale.

Vi è poi la questione della formazione e del reclutamento degli insegnanti e dei formatori. Si ribadisce a più riprese che gli insegnanti e i formatori sono la chiave di volta della riforma, ma di fatto non sembra che vengano aiutati a entrare nella sua logica o che si permetta loro di potersi aggiornare. L’apporto che possono dare i soggetti di privato sociale che operano da diversi decenni nel campo della formazione professionale, potrebbe rivelarsi decisivo per un cambiamento di cultura pedagogica e di metodologia didattica senza il quale la riforma nascerebbe già morta.Infine va sottolineata una questione di fondo, le risorse che sono a disposizione per attuare la riforma. È evidente che per recuperare il gap che l’Italia presenta nel campo della formazione professionale rispetto agli altri paesi dell’Unione europea si richiede un investimento massiccio di risorse. Ma finora il governo non ha certo imboccato questa strada; cosicché vi è un evidente rischio di vanificare la possibilità di un decollo effettivo di questa parte della riforma.

 

Una spada di Damocle sulla riforma

Infine, ma forse è la questione più rilevante, bisogna considerare il problema di come rendere compatibili alcuni obiettivi della legge delega del ministro Moratti, con la riforma del Titolo V della Costituzione. È questa una vera e propria spada di Damocle per l’attuazione della riforma della scuola.

In seguito alla riforma del Titolo V (legge costituzionale 3/2001) per la prima volta, e in maniera formale, le istituzioni scolastiche e formative sono riconosciute autonome dalla nostra Costituzione. Inoltre gli articoli 117 e 118 della Costituzione permettono ulteriori precisazioni, nella direzione soprattutto della sussidiarietà.

L’attività scolastica e formativa diventa espressione della società civile, entro le norme generali di competenza dello Stato e le leggi ordinarie di iniziativa regionale. In questo quadro le istituzioni scolastiche non statali che operano nel rispetto delle norme generali possono godere di piena libertà ed essere accessibili a tutti. Questo significa che il processo di riforma costituzionale va nella direzione di una maggiore responsabilità educativa e culturale affidata alle comunità locali.

La modifica del Titolo V, concernente, come noto, la concezione istituzionale della Repubblica e in particolare i rapporti tra comuni, province, regioni e Stato, viene quindi a riconfigurare in maniera nuova la gestione della scuola e della formazione professionale. La legge costituzionale 3/2001 riserva infatti alla legislazione esclusiva dello Stato «le norme generali sull’istruzione» (comma 3, del nuovo articolo 117 della Costituzione); introduce, poi, una distinzione tra «istruzione», che colloca a legislazione concorrente tra Stato e regioni, e «istruzione e formazione professionale» che diventa legislazione esclusiva delle regioni.

La concorrenza legislativa tra enti locali, regioni e Stato non è molto precisa, e tutta la materia rischia di essere ulteriormente modificata dalle proposte dell’attuale governo sul federalismo, ispirate al concetto di devolution caro al ministro delle riforme istituzionali, Umberto Bossi. Qualora questa riforma costituzionale venisse approvata, avremmo una ulteriore modifica del Titolo V della Costituzione, «regionalizzando» sia la gestione del canale della formazione professionale sia quella dell’istruzione scolastica. Ed è proprio questa la spada di Damocle che potrebbe rendere difficile l’attuazione della riforma Moratti. Se infatti verrà introdotta in via definitiva la devolution, l’istruzione scolastica e la formazione professionale non potranno caratterizzarsi come sistema unitario e integrato in tutto il paese, ma avremo tanti sistemi regionali differenti l’uno dall’altro. Questo rischia di creare non solo diversi livelli di apprendimento e di formazione, ma anche una disomogeneità tra i contenuti culturali trasmessi dalla scuola. In questo modo l’introduzione di un sistema educativo di istruzione e formazione professionale nazionale rimarrebbe pura utopia.

Ma quale potrebbe essere una via d’uscita nella situazione in cui ci troviamo?

Se leggiamo in maniera integrata la riforma del Titolo V e la legge Moratti emerge una chiara tripartizione dei poteri: allo Stato il potere di fissare gli indirizzi generali (che comprendono i contenuti culturali essenziali); alle regioni la programmazione di tutta l’offerta formativa sul territorio; alle scuole, nella loro autonomia, la gestione del servizio. In questo modo si potrebbe evitare che il percorso liceale resti allo Stato e quello di istruzione e formazione professionale vada alle regioni, ossia che ci sia un canale di serie A, l’istruzione, e uno di serie B la formazione professionale. Esattamente il contrario di quello che la riforma si prefigge.

 

Sulla scuola si gioca il destino del paese

Il successo o meno dell’intera riforma e, in particolare del punto che si è qui discusso, dipenderà in larga misura dal clima che si riuscirà a creare, non solo all’interno del sistema formativo, ma nell’intero paese. La scuola è un bene pubblico e su di essa si gioca il destino nazionale. Pensare di fare una riforma in fretta e contro soggetti rilevanti del sistema formativo, è pura illusione. Già più di un anno fa, un gruppo di lavoro guidato da Vittorio Campione e Luisa Ribolzi aveva evidenziato la necessità che tutti gli attori sul campo, specialmente le parti politiche, trovassero il modo di convergere su un disegno condiviso di riforma. Ciò non è avvenuto, ma non tutto è perduto.4 Recentemente il nuovo presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo ha chiesto che maggioranza e opposizione si impegnino su un disegno pluriennale di riforma e che, pur nell’alternanza possibile degli schieramenti al governo, si segua con continuità il progetto di modernizzazione dell’intero sistema educativo italiano. Una richiesta che sottoscrivo integralmente e che ritengo essere l’unica strada per l’Italia per non perdere il passo con l’Europa.

 

Oltre la scuola delle «3 i»

L’istruzione e la formazione sono una priorità assoluta per il nostro paese; la scuola è un bene pubblico a cui tutti dobbiamo concorrere. In questo senso sono convinto che per innovare l’istruzione e la formazione sia necessario liberarsi dallo «statalismo» e da alcune gabbie che ingessano l’azione di chi opera in questo settore come il burocratismo, il tecnicismo, o una visione dell’apprendimento troppo dipendente dalle logiche del mercato. E sono altresì convinto che si debba andare oltre una contrapposizione sterile e ideologica che non aiuta a migliorare la scuola.

Oggi non serve più una scuola per formare «teste ben piene», ma una scuola per formare «teste ben fatte», come ci ricorda Edgar Morin. Cioè una scuola che educhi all’interconnessione dei saperi e non ad ulteriori specializzazioni. I saperi scolastici devono concorrere alla funzione critico-educativa della cultura e non possono essere semplicemente piegati alle esigenze informativo-addestrative.

È necessario andare oltre il modello funzionalistico che sembra caratterizzare la scuola delle «3 i» (inglese, informatica, impresa) lanciato dalla CdL nella campagna elettorale del 2001. Esiste il rischio che la centralità data all’impresa spinga ancora più in là il preoccupante processo di aziendalizzazione che ha investito la scuola, che considera gli studenti come una «domanda», ridefinendo l’educazione come se fosse una relazione mercantile (domanda/offerta). E questo si vede anche nella valutazione educativa – confermata dalla riforma Moratti – che introduce nella scuola categorie estranee assunte dall’economia.

Per avere un’educazione capace di avere un futuro dobbiamo allora scoprire altre «i» complementari e integrative, come: interdipendenza (l’unità del pianeta e della famiglia umana); interconnessione (l’unità dei saperi e la ricomposizione del discorso sull’uomo); interculturalità (l’integrazione delle culture e l’ethos civile condiviso); immaginazione (per educare alla creatività del cittadino di oggi e di domani). Le prime «3 i» sono importanti perché valorizzano l’informatica e l’inglese e consentono al sistema di d’istruzione e formazione di essere più vicini ai linguaggi dei giovani e alle esigenze del mercato del lavoro, ma le altre «4 i» non sono meno necessarie per formare i giovani alla convivenza civile e a un futuro che sarà contraddistinto sempre di più dalla società della conoscenza e dei saperi.

Vi è infine una questione che va ben al di là della riforma: far riemergere una missione della scuola che sembra non essere più percepita. Risanare cioè l’evidente frattura antropologica tra scienza e sapienza, tra istruzione ed educazione, tra formazione e lavoro, tra contenuti disciplinari e passione educativa. Questa forse è la vera sfida che ha di fronte la scuola del futuro.

 

 

Bibliografia

1 Legge delega n. 53/2003.

2 Cfr. L. Moratti, in «Il Riformista», 10 marzo 2004.

3 Cfr. intervento al convegno nazionale della CEI, Le sfide dell’educazione, 12-14 febbraio 2004, Roma.

4 Il gruppo di lavoro ha elaborato un pamphlet intitolato, Buon senso nella scuola. Un investimento sul futuro, 2003.

 

ie Online

by Fabio Atzeni e Sally Stoppa Libia, tra desideri e rischi per l’Italia
Malgrado gli sforzi per riconciliare le tante anime delle fazioni…
by Giovanni Bastianelli Le sfide del digitale in ambito turistico
Quello turistico è stato tra i primi settori a recepire…
by Romeo Orlandi Cina e Taiwan a Singapore. L’unità nella diaspora
La stretta di mano tra il presidente cinese Xi Jin…
by Fabio Veronica Forcella Outlet Italia
Nel 2014 l’Italia ha scalato le classifiche internazionali relative alla…