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Europee 2004: sempre meno europee, sempre più nazionali?

Written by Paolo Feltrin Tuesday, 01 June 2004 02:00 Print

È innanzitutto necessario rimarcare che le differenze nelle modalità concreta di strutturazione dell’evento elettorale in ogni Stato europeo non solo influenzano gli esiti delle singole elezioni nazionali, rendendoli comparabili solo in modo sui generis, ma sono una ulteriore riprova di quanta poca unitarietà e omogeneità vi sia nell’espressione, quantomai enfatica, di «elezioni per il parlamento europeo».

 

È innanzitutto necessario rimarcare che le differenze nelle modalità concreta di strutturazione dell’evento elettorale in ogni Stato europeo non solo influenzano gli esiti delle singole elezioni nazionali, rendendoli comparabili solo in modo sui generis, ma sono una ulteriore riprova di quanta poca unitarietà e omogeneità vi sia nell’espressione, quantomai enfatica, di «elezioni per il parlamento europeo».

Dal punto di vista degli studi elettorali ne è venuta la conferma del carattere di elezioni di second’ordine (o di secondo piano) delle elezioni europee. Ne discende che in tutta Europa si osserva un’affluenza alle urne molto più contenuta rispetto alle elezioni politiche. Una minore rilevanza percepita dall’elettore (che può portare a exploit per liste il cui consenso deriva da motivazioni di carattere contingente, o a formazioni populiste nonché euroscettiche). Una conseguente maggiore volatilità elettorale.

 

La partecipazione al voto: tenuta nell’Europa dei 15, crollo nell’Europa dei 10

Solo 190 milioni i cittadini dell’Unione si dono recati alle urne tra il 10 ed il 13 giugno; meno della metà dei 420 milioni di elettori. Il disinteresse dei cittadini di fronte alla consultazione e un forte euro-scetticismo costruiscono i primi dati salienti di queste elezioni, a conferma di un trend già evidente in tutte le tornate elettorali di questo tipo nell’Europa dei 15, ma che ora ha investito in quantità impreviste anche i 10 paesi dell’Est Europa chiamati per la prima volta al voto.

Forza Italia) e AN (che ha però ceduto una quota molto simile di elettori alla sua destra, e in parte allo stesso partito del premier). Anche la Lega, benché in misura minore, ha beneficiato dello scontento dell’elettorato di Forza Italia.

All’interno del blocco di sinistra e centrosinistra, i flussi più elevati appaiono quelli da Rifondazione alla lista Prodi, bilanciato peraltro da un passaggio contrario, proveniente dai DS, di peso numerico identico. Gli ulteriori flussi più rilevanti sono quelli provenienti dalle altre liste di centrosinistra, verso la lista unitaria, e dalla Margherita, verso le altre liste di centrosinistra. Ma occorre a questo proposito ricordare che nel 2001 lo SDI era presente unitamente ai Verdi nel Girasole, e che l’UDEUR era insieme alla Margherita. Appare quindi molto probabile che i rispettivi elettorati abbiamo scelto nuovamente lo stesso partito di riferimento, sotto mutate spoglie.

Restano da sottolineare poi i buoni livelli di fedeltà da una parte degli elettori dei DS e della Margherita (rispettivamente dell’82% e del 77%) nei confronti della scelta unitaria, dall’altra dell’elettorato leghista, che nelle precedenti occasioni aveva fatto viceversa registrare ingenti defezioni verso il partito di Berlusconi.

Ci si era chiesti inizialmente il significato che i risultati delle elezioni europee del 2004 rivestono nella recente storia elettorale italiana. Abbiamo cercato di rispondere in maniera analitica, evidenziando quali siano le novità e quali invece le continuità rispetto al passato. La risposta forse più sinteticamente corretta è che l’ultimo appuntamento elettorale potrebbe venir giudicato come un possibile momento di svolta nell’attuale rapporto tra cittadini e partiti: si è assistito a un drastico ridimensionamento del partito del premier, a un riavvicinamento significativo tra i due blocchi, pur all’interno di una conferma generale della fedeltà di schieramento. Segnali di cui sia il centrosinistra che il centrodestra dovranno tener conto, e che condizioneranno le rispettive scelte future, ma che ribadiscono un mutato clima di opinione politico-elettorale. Che nei più recenti sondaggi post-voto appare caratterizzato da una decisa aspettativa di vittoria, secondo la grande maggioranza degli elettori, della coalizione di centrosinistra. Un clima che il centrosinistra, se vuole davvero vincere nei prossimi appuntamenti elettorali, non deve far altro che rendere forte e duraturo.

Il dato assume maggiore rilevanza, dal momento che il test elettorale si inseriva in una fase delicata dello sviluppo dell’Unione, a seguito dell’introduzione della moneta unica, dell’allargamento dell’Unione agli Stati dell’Est europeo, della predisposizione del progetto della futura Costituzione europea. Temi che non hanno suscitato grande entusiasmo negli europei. E sempre più questo tipo di consultazioni paiono trasformarsi in appuntamenti capaci di fornire quasi solo un’immagine, spesso sbiadita, dei singoli stati d’animo nazionali.

Ovunque si è osservato una «nazionalizzazione» della campagna elettorale, dove è prevalsa una caratterizzazione nazionale-interna dell’informazione e del dibattito politico, a scapito di una impostazione di respiro europeo. Per questo le elezioni europee vengono spesso interpretate come veri e propri test politico-nazionali. A influenzare le decisioni di voto domina il giudizio sull’operato del governo. E i risultati della competizione diventano un indice di gradimento dell’esecutivo, termometro dei sentimenti degli elettori.

Nella tabella 1 è evidenziato il trend della partecipazione elettorale alle elezioni europee dal 1979 al 2004 nei 25 paesi dell’Unione. La media della partecipazione appare in costante calo: dal 63,0% del 1979 si è scesi in questa consultazione al 45,5%, in flessione rispetto al 49,8% registrato cinque anni fa. È da sottolineare però un dato importante: al calo della partecipazione contribuiscono in maniera decisiva i 10 nuovi membri dell’Unione, dove in cinque casi l’affluenza è inferiore al 30% degli aventi diritto. Per i 15 paesi «storici», invece, l’arretramento rispetto al 1999 è davvero limitato: dal 49,8% al 49,0%. A questa tenuta concorrono la crescita della partecipazione elettorale nel Regno Unito (dal 24,0% al 38,9%) e in Olanda (dal 30,0% al 39,1%), oltre naturalmente all’Italia (dal 70,8 al 73,1%).

Tabella 1

Il calo generalizzato della partecipazione al voto è un fenomeno che ormai negli ultimi venti anni investe un po’ tutti i paesi europei, in competizioni elettorali di qualsiasi livello. Vi sono diversi fattori alla base di questa tendenza, con componenti dell’astensionismo che possono essere definite «forzose» e «volontarie».

La prima spiegazione dell’astensionismo forzoso è da imputare all’aumento della quota di anziani nell’elettorato, che produce un incremento dell’astensionismo legato all’impedimento fisico a recarsi alle urne. Ad esiti analoghi conduce il forte incremento della mobilità territoriale per cause di lavoro, di vacanza, e così via.

L’astensionismo volontario dipende, invece, dalla minor doverosità percepita in quel particolare atto sociale che è il recarsi alle urne. Ma anche dalla disaffezione verso le istituzioni politiche, il cui primo indicatore è il progressivo calo della fiducia nei politici e nei partiti.

Un livello di analisi meno impressionistico riguarda i fattori che influenzano il livello assoluto dell’affluenza alle urne. Molteplici sono infatti i fattori che in ogni nazione influenzano la partecipazione elettorale (si veda, ad esempio, Mattila, 2003).1 I principali sono i seguenti: 1) il voto obbligatorio. Nei paesi in cui vige il voto obbligatorio l’affluenza è più alta. È oggi il caso di Grecia, Lussemburgo e Belgio, i cui tassi di partecipazione registrati risultano in media di trenta punti percentuali più elevati rispetto agli altri paesi dell’Unione; 2) le modalità di conta degli aventi diritto al voto, specie per quanto riguarda gli emigrati per motivi di lavoro, e le concrete possibilità di esprimere il voto anche fuori dal comune di residenza e/o dal proprio Stato; 3) le modalità di consegna dei certificati elettorali e della loro verifica nei seggi elettorali; 4) il voto nel fine settimana. Votare nei weekend fa crescere la partecipazione alle urne. Il contrario avviene in quei paesi in cui si vota durante la settimana, in giornate lavorative, come nel caso di Danimarca, Irlanda, Olanda e Regno Unito; 5) il numero di ore e in quali giorni le urne rimangono aperte. La circostanza viene confermata in modo clamoroso dall’Italia con lo spostamento del secondo giorno di voto dal lunedì mattina al sabato pomeriggio; 6) l’election day. Unire la consultazione europea con quelle nazionali, regionali o locali aumenta la partecipazione, potendo sfruttare un effetto di traino di una elezione sull’altra. Tanto il caso italiano quanto quello del Regno Unito paiono confermare questa regola; 7) l’atteggiamento verso l’Unione europea. Negli Stati in cui è più alto il consenso e l’adesione verso l’Unione si registrano i più alti tassi di partecipazione. Il dato tuttavia non sembra confermato per i paesi dell’Est, che registrano scarse affluenze ma atteggiamenti verso l’Unione nel complesso positivi; 8) la partecipazione alle elezioni politiche. In alcuni paesi la scarsa affluenza per la consultazione europea è in parte conseguenza di un simile comportamento astensionista nei test politici nazionali (alcuni paesi dell’Est ad esempio registrano partecipazioni basse anche in altri test elettorali).

In conclusione, prima di emettere troppo facili giudizi sulla deriva populista oppure sulla «civiltà» di un paese sulla scorta dei dati relativi alla partecipazione elettorale, occorre in via preliminare escludere la possibile influenza di elementi di tipo istituzionale, i quali, da soli, in molti casi spiegano larga parte del fenomeno.

 

Il test europeo: elezioni di secondo piano?

In Italia è ormai andata affermandosi nel tempo l’idea delle elezioni europee quali consultazioni di second’ordine; un appuntamento elettorale importante per verificare gli equilibri interni alle coalizioni, ma non decisivo per mutarli. I dati a nostra disposizione tendono a confermare questa tesi e ad estenderla a tutti i paesi dell’Unione.

Per interpretare le diverse opzioni di voto degli elettori può essere utile ricorrere alla metafora del «mercato elettorale», assumendo in avvio l’ipotesi di un comportamento razionale – conseguenza cioè di un calcolo costi/benefici – da parte dell’elettore-consumatore sul mercato politico. Come è stato di frequente osservato, questo tipo di schematizzazioni sono piuttosto grossolane, ma funzionano come segnavia, marcature di un modo di concettualizzare le relazioni tra elettori e partiti.2 Con queste precisazioni, se si ipotizza il voto come comportamento indotto, una risposta a uno stimolo, si può pensare ai partiti come espressione di un’offerta verso la quale gli elettori possono reagire in modo diverso.

Seguendo le categorie di Hirschman, la prima opzione è la lealtà, simile a quella che i consumatori manifestano per le marche preferite di prodotti. Nel mercato elettorale europeo la lealtà si identifica nel voto ai partiti tradizionali, cioè quelle formazioni da lungo tempo presenti e/o costitutive dello spazio politico competitivo di un paese. È il voto che ad esempio in Germania va alla SPD, CDU-CSU, FDP, Verdi e PDS, nel Regno Unito a conservatori, laburisti e liberali.

Se l’elettore risulta insoddisfatto delle prestazioni dei partiti tradizionali ha di fronte a sé due diverse alternative. La prima possibilità è quella della defezione, ovvero la scomparsa dall’orizzonte del produttore/venditore. La scelta dell’elettore che defeziona è in questo caso l’astensione, o il voto bianco o nullo. È questa l’opzione scelta dalla maggioranza degli elettori europei, come visto nel paragrafo precedente.

In alternativa c’è la protesta, un modo per rimanere visibile nel mercato manifestando, tuttavia, in modi facilmente percepibili ai venditori la propria insoddisfazione per le caratteristiche del prodotto offerto. Nel mercato elettorale la protesta si può rintracciare in una partecipazione alle elezioni, ma che si esprime attraverso un voto al di fuori del mercato oligopolistico dei partiti tradizionali. È un voto espresso a liste il cui consenso si lega a motivazioni di carattere contingente ed episodico. Pensiamo ad esempio al successo delle liste anti-europeiste, spesso a sfondo nazional-populistico o anticapitalistico: si tratta quasi sempre di un successo instabile, effimero, che con ogni probabilità verrà riassorbito nelle prossime consultazioni politiche dei rispettivi paesi. Un’altra forma di protesta sembra essere emersa nel voto di alcuni paesi governati da coalizioni di partiti: il crollo principale è spesso circoscritto al partito del premier (ad esempio Berlusconi in Italia, Schroeder in Germania, Chirac in Francia), con travaso di gran parte dei suoi voti agli alleati della coalizione. In Italia vanno bene UDC, Lega Nord, AN e i socialisti. In Francia l’UDF, alleato nel governo di centrodestra, in Germania i Verdi.

Analizziamo ora con i primi dati a disposizione come si distribuisca l’elettorato dei diversi paesi nella scelta tra lealtà, defezione e protesta. La lealtà, come già accennato, è risultata molto bassa: le recenti europee sono state caratterizzate da un elevato grado di volatilità elettorale, a testimonianza di una elevata propensione alla defezione rispetto alle scelte partitiche tradizionali. La logica identificativa presente nel voto europeo risulta quindi molto debole. I socialdemocratici tedeschi si sono fermati al 21,5% dei consensi, i laburisti inglesi al 22,0%, i conservatori inglesi sempre al 22,0%, l’UMP francese al 16,7%. Cali molto significativi, con forte dispersione del voto verso terze forze o liste d’opposizione.

Per le valutazioni empiriche non sono stati utilizzati i consueti indici di cambiamento e di volatilità, in quanto la forte destrutturazione partitica degli ultimi anni in Italia e in parte dell’Europa produce continui cambiamenti di sigle dovuti a frammentazioni interne e nascita di nuovi partiti, con conseguente aumento della difficoltà e delle eterogeneità nelle procedure di riaccorpamento delle sigle. Per questo si è optato per una strategia diversa: per ciascun paese sono state considerate le ultime elezioni politiche, e si è calcolato la somma dei risultati percentuali di voto dei due primi partiti, e successivamente dei primi tre. Sono stati poi sommati i voti ottenuti da quegli stessi partiti alle elezioni europee 2004.

Tabella 2

I dati della Tabella 2 confermano le ipotesi di partenza: il risultato dei due (o tre) principali partiti alle ultime elezioni nazionali è quasi sempre peggiore in occasione delle elezioni europee. Ne risulta confermata l’idea che in tutta Europa la fedeltà partitica nel voto europeo è bassa, le logiche identificative molto più deboli. Una riprova, appunto, della minor decisività attribuita al voto europeo da elettori che sembrano pensarla esattamente come i politologi e gli esperti di diritto costituzionale. Prendiamo ad esempio la Svezia, dove in entrambi i tipi di elezione si vota con sistema proporzionale con sbarramento al 4%: socialdemocratici e conservatori raggiungono il 55,1% alle politiche (68,5% se aggiungiamo il Partito della sinistra), solo il 43,0% alle europee (52,8% se sommiamo anche il Partito della sinistra).

Le rare eccezioni possono essere spiegate valutando alcuni elementi locali: la strutturazione del sistema partitico nazionale (in Spagna è elevata e in ogni caso lascia poco spazio a terze forze), la selettività del meccanismo elettorale (in Lussemburgo si assegnano solo 6 seggi, e parte dell’elettorato è «costretto» a premiare in maggior misura quelle forze in grado di ottenere la rappresentanza).

In relazione alla defezione, possono essere considerate le differenze nei tassi di partecipazione in ciascuno Stato tra le elezioni europee 2004 e le ultime elezioni nazionali. I dati sono presentati nella Tabella 3, comprensiva del relativo scarto di partecipazione. Come vediamo, se la media UE dell’affluenza alle ultime politiche di ciascun paese è stata del 70,7%, alle europee del 2004 si è fermata al 45,5%, toccando 25,2 punti percentuali di scarto. 

Tabella 3

Una differenza notevole, evidente soprattutto in paesi come Slovacchia (-53,5%), Svezia (-42,9%), Slovenia (-42,6%), Austria (-42,5%), Olanda (-40,9%). In Italia lo scarto è limitato: solo 8,1 punti di differenza tra l’affluenza alle politiche 2001 e alle europee 2004. Uno dei più bassi d’Europa. Il blocco astensionista è costituito principalmente da sostenitori dei governi in carica, pronti a tornare alle urne alle prossime elezioni politiche. È per questo che Blair, Schroeder e Chirac non si mostrano particolarmente preoccupati dal responso delle urne: quando si voterà sul serio riacquisteranno gran parte dei consensi provvisoriamente persi o non espressi.

La protesta si è infine espressa in maniera evidente con il successo delle liste anti-europeiste. Alcuni esempi: nel Regno Unito l’UKIP (United Kingdom Independence Party), formazione indipendentista che chiede l’uscita del paese dall’Unione, è arrivato al 20% dei consensi. In Polonia la formazione cattolica antieuropeista LPR (Lega delle Famiglie Polacche) totalizza un 16,6% delle preferenze. In Austria la Lista Martin (il cui leader è da tempo impegnato nella caccia ai deputati assenteisti e ai maghi dei rimborsi gonfiati) fa rilevare un significativo 14,4%. Altre affermazioni di liste favorevoli all’uscita dall’Europa in Svezia, Belgio e Danimarca. Sono dati significativi, anche se l’improvviso successo di partiti flash non dovrebbe allarmare più di tanto i governi in carica, visto che in genere questi successi – come si è detto – sono sempre stati effimeri e facilmente riassorbiti nei successivi test nazionali.

Una volta verificata la logica del voto europeo quale elezioni di secondo ordine, non resta che provare a capire le ragioni alla base del minor coinvolgimento degli elettori. Possono essere riassunte in due punti.

Primo, il Parlamento europeo appare ancora come un’istituzione poco visibile e lontana agli occhi dei cittadini: ad esempio non elegge un esecutivo e mantiene limitati poteri legislativi (nonostante i recenti ampliamenti di competenze). Inoltre i recenti sviluppi, quali l’introduzione dell’euro, l’allargamento ad Est e il progetto di Costituzione europea, non hanno portato affatto a un’inversione di tendenza. Anzi hanno accentuato la disaffezione e la diffidenza dei cittadini verso l’Europa, a partire dagli Stati dell’Est chiamati per la prima volta al voto.

Secondo, gli stessi partiti, specie quelli al governo, tendono ad attribuire un’importanza molto limitata a questo appuntamento, quindi la mobilitazione al voto risulta debole, come sensibilmente più basse le risorse investite nella campagna elettorale. La limitata importanza attribuita all’elezione è visibile anche sul campo delle candidature: i partiti italiani ad esempio continuano a osteggiare la formazione di una vera classe politica «europea», privilegiando la candidatura dei tradizionali esponenti politici per riuscire ad attirare una maggior quota di consensi sul piano interno.

Morata3 introduce una terza ragione: dato che il sistema di partiti a livello europeo fa ancora fatica ad affermarsi stabilmente, questo determinerebbe un’assenza di campagna su scala europea che frenerebbe la partecipazione. Su questo punto non ci troviamo d’accordo: è forse proprio l’impostazione della campagna elettorale a livello nazionale, su questioni di politica interna, ad arginare il crollo del tasso di partecipazione. Una campagna elettorale di respiro europeo, dato lo scarso interesse dell’elettorato sui temi dell’Europa, non produrrebbe null’altro che una crescita ulteriore delle astensioni.

Figura 1

Come effetto delle dinamiche elettorali interne a ogni paese, il Parlamento europeo vede oggi riconfermata – a una prima provvisoria conta delle possibili aggregazioni in gruppi parlamentari, – la predominanza del centrodestra e la crescita delle ali più radicali.

 

Conclusioni

Dieci anni fa, Lange e Davidson-Schmich4 si chiedevano se le elezioni al Parlamento europeo fossero divenute più europee tra il 1979 e il 1994. Il punto di osservazione erano, in quel caso, le campagne elettorali.

Il loro lavoro partiva dalla messa in discussione delle due tesi prevalenti nel dibattito di allora. L’interpretazione «neo-funzionalista» faceva supporre che l’effetto funzionalista dello spillover, associato a una maggiore integrazione economica, sarebbe stato in grado di rendere il Parlamento europeo via via più efficace da un punto di vista operativo e, di conseguenza, le campagne elettorali di contenuto più europeo. L’interpretazione «intergovernamentalista», d’altro lato, faceva dubitare della volontà dei politici nazionali di trasferire sovranità al Parlamento europeo, il quale rimaneva debole, lontano dai cittadini, con elezioni repliche di quelle nazionali. Alternativamente, proponevano un modello fortemente differenziato in funzione dell’offerta dei partiti nazionali in lizza per le campagne elettorali.

A dieci anni di distanza, dopo altre due elezioni europee, non resta che constatare che l’ipotesi della convergenza, in tutte le sue varianti, non trova conferma di sorta nel modo con cui i cittadini dei 25 paesi europei guardano al rinnovo del Parlamento europeo. L’Europa politica non esiste per gli elettori europei, che continuano a orientarsi nelle loro scelte elettorali guardando a casa propria, non senza un fondo di scetticismo verso la retorica europeista che viene ampiamente profusa in queste occasioni. Ma non esiste neppure per i candidati e le classi politiche di ogni paese, che continuano a impostare le campagne elettorali e le interpretazioni dei risultati come un verifica intermedia dello stato di salute delle maggioranze e delle opposizioni interne. Per tutti, elettori e classi dirigenti, si tratta di una scadenza elettorale minore, di scarso peso politico, di dubbio significato simbolico.

 

 

Bibliografia

1 M. Mattila, Why bother? Determinants of turnout in the European elections, in «Electoral Studies», 22/2003, pp. 449-468.

2 Si farà riferimento alla metafora del mercato così come viene adoperata da Hirschman, studioso molto sensibile nel segnalare i limiti dell’approccio economicista e molto attento agli sviluppi non formali della teoria del consumatore. A.O. Hirschman, Lealtà, defezione, protesta, Bompiani, Milano 2002.

3 F. Morata, L’Unione europea. Istituzioni, attori e politiche, Edizioni Lavoro, Roma 1999.

4 P. Lange e L.K. Davidson-Schmich, European Elections or Elections in Europe? The European Electoral Consequences of European Economic Integration, in «Il Politico», 172/1995, pp. 51-91.

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