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Europee 2004: un punto di svolta?

Written by Paolo Natale e Paolo Segatti Tuesday, 01 June 2004 02:00 Print

Quale significato attribuire ai risultati delle elezioni europee del 2004 all’interno della recente storia elettorale italiana? Per rispondere a questa domanda è necessario tenere conto di tre aspetti della dinamica elettorale che insieme concorrono a formare il risultato, ovvero: le regole del sistema elettorale e il carattere della competizione, l’offerta politica e il modo di comunicarla e, infine, la risposta degli elettori.

 

Quale significato attribuire ai risultati delle elezioni europee del 2004 all’interno della recente storia elettorale italiana? Per rispondere a questa domanda è necessario tenere conto di tre aspetti della dinamica elettorale che insieme concorrono a formare il risultato, ovvero: le regole del sistema elettorale e il carattere della competizione, l’offerta politica e il modo di comunicarla e, infine, la risposta degli elettori.

 

1. Gli aspetti istituzionali delle elezioni europee

Alcuni dei commenti di questi giorni sui risultati delle elezioni europee sembrano dare l’impressione che quanto accaduto si inscriva interamente in un ciclo elettorale brevissimo. Il confronto viene fatto al massimo con le elezioni europee del 1999 e il più delle volte si traggono conclusioni di vario genere limitandosi a un confronto con le elezioni politiche del 2001. Si tratta di un approccio che ha dalla sua alcune buone ragioni. Ogni elezione inevitabilmente acquista il suo significato politico sulla base di un confronto tra quello che è accaduto nelle elezioni immediatamente precedenti e quello che potrà accadere in quelle successive. Per esempio, tutti oggi siamo in qualche modo sollecitati a interrogarci su quali conseguenze avranno gli esiti delle europee per le prossime tornate elettorali, a cominciare dalle regionali del prossimo anno. Eppure, volendo ricostruire la dinamica del comportamento di voto degli elettori, è utile tenere conto anche del fatto che ogni elezione ha un suo tratto peculiare di lungo periodo, una sorta di identità, che le deriva dal particolare contesto istituzionale nel quale si svolge la competizione tra le forze politiche e nel quale prendono forma le decisioni di voto degli elettori. Da questo punto di vista il contesto istituzionale delle elezioni europee presenta due tratti decisivi sui quali merita richiamare l’attenzione.

Vediamo il primo. Come tutti sanno, le elezioni europee si svolgono sulla base di un sistema proporzionale «puro». Sotto questo profilo presentano caratteristiche simili al voto di lista di altri tipi di elezione, come ad esempio le comunali e le provinciali. Tuttavia se ne differenziano per un aspetto importante. Nelle elezioni europee agli elettori è consentito esprimere «esclusivamente» un voto di lista e non anche un voto per il candidato al governo locale, come invece accade nelle amministrative. Da questo punto di vista il contesto istituzionale di tipo proporzionale delle europee produce due effetti. In primo luogo, come accade in ogni sistema elettorale proporzionale, non viene impedita una tendenza a una forte frammentazione sia dal lato dell’offerta politica che dal lato della risposta. Per esempio, il 12 e 13 giugno scorso gli elettori hanno dovuto scegliere tra un numero elevato di liste il cui massimo è stato raggiunto nella circoscrizione di Nord-Ovest con 24 liste, di poco inferiore al numero raggiunto nel 1999. Non c’è dunque da meravigliarsi se alla fine la frammentazione sia risultata elevata. Tuttavia, come si evidenzia nella Tabella 1, il suo livello appare leggermente inferiore a quello del 1999 e uguale a quello del 1994. Nulla di particolarmente inedito, dunque.

Tabella 1

In secondo luogo, offrendo l’opzione del solo voto di lista, le elezioni europee restringono le possibilità per le forze politiche di competere efficacemente sulle personalità dei leader e sottraggono agli elettori l’opzione di non scegliere la lista optando invece per il solo candidato-leader. È vero che alcune forze politiche hanno cercato ancora una volta di aggirare questo ostacolo candidando in ogni circoscrizione il loro principale leader. Ma si tratta di un surrogato che non risolve il problema di quegli elettori che, per tante ragioni, non sono disposti a cambiare il proprio voto di lista (non sono cioè disposti a tracciare una croce sul simbolo di una forza politica sentita ancora distante), ma che tuttavia sarebbero inclini a votare per un candidato anche del fronte avverso. Un tipo di elettore, questo, che è cresciuto di numero negli ultimi anni e che, come dimostrano i risultati del Friuli-Venezia Giulia e della Sardegna, ha consentito ai candidati di centrosinistra di vincere pur partendo da posizioni di svantaggio sulla base del solo voto di lista. Il particolare contesto istituzionale delle elezioni europee non ostacola quindi la frammentazione e costringe le forze politiche a competere esclusivamente sul terreno delle proprie «identità» politiche. Un terreno questo che come sappiamo non è affatto favorevole, e non da oggi, alle forze del centrosinistra.

Come dicevamo poco sopra, le elezioni europee presentano un altro tratto istituzionale distintivo. Sono elezioni che vengono percepite dagli elettori come politicamente poco decisive. Forse a torto, vista l’incidenza che di fatto l’Unione europea e il parlamento di Strasburgo ha acquisito nella nostra vita quotidiana. Ma comprensibilmente, vista la tendenza di gran parte del ceto politico di ogni orientamento a usare le elezioni europee come un enorme sondaggio «a costo zero». Come dunque stupirsi che la partecipazione sia risultata in molti paesi bassa e calante?

Non così in Italia, dove invece è cresciuta rispetto al 1999. Ciò è accaduto per tante ragioni, tra le quali va anche annoverata la scelta, azzeccata, del voto di sabato – come ha osservato l’Istituto Cattaneo. Ma forse anche per l’intenso sforzo di mobilitazione compiuto dalla coalizione di centrodestra e dal suo presidente. Partecipazione a parte, il fatto che molti elettori sentano le elezioni europee come un’occasione per esprimere la propria insoddisfazione, senza il timore di finire prigionieri delle conseguenze delle proprie scelte, fa sì che le elezioni di questo tipo siano a rischio soprattutto per chi governa o in generale per l’establishment. Rinviamo più avanti le considerazioni sulla penalizzazione del governo. Qui vale la pena ricordare che, contrariamente ad alcune voci interessate, le ultime elezioni non sembrano avere suonato la campana a morto per l’assetto bipolare che il sistema dei partiti ha assunto negli anni Novanta. Un semplice esercizio di memoria può essere utile. Ritorniamo alle elezioni europee del 1989. In quell’anno il cosiddetto voto difforme (varie leghe tra cui la Lega Lombarda, Verdi, e DP) raggiunse circa il 12% dei voti validi. Nelle ultime elezioni europee il voto alle liste i cui dirigenti apertamente contestano l’assetto bipolare per come si è manifestato sino ad oggi (Nuovo PSI e, se si vuole, UDEUR) ha totalizzato poco più del 3%. Se a questi aggiungiamo le diverse e piccolissime liste raggiungiamo circa l’8%. Sarebbe stato un errore nel 1989 non sentire in quel 12% il brontolio della tempesta che stava per arrivare. Ma forse sarebbe una forzatura se, guardando ai soli numeri, ritenessimo che gli elettori oggi siano stanchi del bipolarismo che abbiamo sin qui conosciuto. Resta comunque che le elezioni europee, per come viene interpretata la competizione elettorale dalle forze politiche (ma non solo), offrono agli elettori l’occasione di esprimere la propria insoddisfazione ritenendosi liberi dalle conseguenze che questa decisione può comportare.

È importante non dimenticare questi due aspetti del contesto istituzionale che caratterizza le elezioni europee, perché essi rappresentano un punto di riferimento prospettico indispensabile per valutare opportunità e ostacoli incontrati dall’offerta politica.

 

2. L’offerta politica

A questo proposito due sono le questioni centrali: la decisione dei principali partiti di centrosinistra di affrontare la competizione elettorale dando vita a una lista unitaria (Uniti per l’Ulivo) e la decisione opposta delle forze di centrodestra di scendere in campo con i propri simboli.

Iniziamo dal centrosinistra. Si è molto discusso e molto di discuterà sulla decisione dei DS e della Margherita di dar vita alla lista unitaria, assieme allo SDI e alla micro-pattuglia repubblicana. La discussione di questi mesi, come quella che verrà, inevitabilmente oscilla tra piani diversi, quello delle strategie politiche e quello delle considerazioni più «tecniche». In questo contributo vorremmo tenerci ancorati al secondo livello.

Dalle considerazioni che abbiamo svolto nel paragrafo precedente, appare chiaro che il contesto istituzionale delle elezioni europee ha rappresentato il terreno più difficile per realizzare l’esperimento di «innestare una dinamica maggioritaria in un sistema proporzionale», come alcuni hanno definito la decisione di dar vita alla lista unitaria. È il terreno più difficile non tanto perché si tratta di un sistema proporzionale, ma perché sono assenti quei meccanismi istituzionali che hanno consentito in varie occasioni alle forze politiche di sviluppare con successo una competizione su di un terreno diverso dalle identità partitico-politiche, pur rimanendo in un ambito anche proporzionale.

Un contesto come quello delle europee, dove si può solo scegliere tra liste e successivamente esprimere preferenze personali tra i candidati, avrebbe dovuto smorzare da subito ambizioni di «sfondamento». Se si vuole, per la semplice ragione che in tutte le elezioni sino ad oggi il movimento di voto tra forze politiche appartenenti a coalizioni diverse è stato molto ridotto, mentre a livello amministrativo e regionale – dove per l’appunto le regole del gioco consentono una competizione su più piani – gli spostamenti di voto hanno spesso preso la strada del voto al solo candidato al governo locale. Ma allora è stata priva di senso un’offerta calibrata su una lista unitaria capace di «innestare una dinamica maggioritaria in un sistema proporzionale»?

Non proprio. Un dato delle ultime elezioni politiche è la crescente mobilità tra i partiti di centrosinistra. Diversi studi hanno mostrato l’esistenza di un segmento elettorale di centrosinistra che ha sviluppato o una prevalente identità di coalizione o una identità duale, non conflittuale, di coalizione e di partito. Gli spostamenti di questo segmento hanno fatto la fortuna ora dell’uno ora dell’altro dei due maggiori partiti. Nel 2001 fu la Margherita a beneficiarne di più. In altre elezioni e forse nelle amministrative di quest’anno sono stati forse soprattutto i DS. Nei fatti, forse più che nelle intenzioni, la decisione di costruire una lista unitaria è stata dunque una risposta a questo crescente segmento di elettori di centrosinistra che «ragiona» in modo prevalentemente maggioritario.

Se è così, la scelta di costruire una lista unitaria, più che una scelta tattica offensiva, è stata allora una scelta strategica, difensiva. A renderla ancora di più tale è stata la campagna elettorale della lista unitaria, stretta tra vari ostacoli. Da un lato l’impossibilità di accedere, per l’indisponibilità di Prodi, a quel surrogato della risorsapersonalizzazione che la candidatura del proprio leader in una competizione esclusivamente proporzionale offre. Dall’altro, le perduranti divisioni all’interno del ceto politico di centrosinistra su tematiche importanti. Dall’altro ancora la sottovalutazione dei problemi di riconoscibilità di un nuovo simbolo, disperso tra altri ventitre. Un ostacolo non da poco anche per molti elettori di centrosinistra pur chiaramente intenzionati a votare la nuova lista, evidenziato anche da alcuni sondaggi, nella simulazione di voto effettuata con fac-simile di schede elettorali.

Guardando alla scelta fatta dai partiti di centrodestra di correre autonomamente, vale la pena notare come anch’essa si inscriva in una tendenza evidente negli ultimi anni dieci anni, e cioè la persistenza nell’elettorato di centrodestra di spiccate identità di partito, tra le quali la più debole, per ragioni evidenti, è quella di Forza Italia. Una debolezza tuttavia mascherata dalla capacità di traino del suo leader. In effetti, in questo settore dell’elettorato il motore della dinamica maggioritaria è stato sino alle ultime elezioni Silvio Berlusconi e la sua capacità di leadership, più che l’emergenza di un segmento di elettori caratterizzati da identità di coalizione.

Se le cose stanno così, allora la scelta di correre ognuno sotto le proprie bandiere è stata una scelta in linea con la domanda proveniente da ciascuno dei propri elettorati. Si è trattato d’altro canto di una scelta che in qualche modo ha consentito ai partiti della Casa delle Libertà di giocare da mesi (l’interminabile verifica) al doppio ruolo del partner leale di coalizione e del partner critico del governo e, in talune occasioni, del suo leader. Aiutati in questo da uno stile di campagna elettorale di Silvio Berlusconi nei fatti contraddittorio. Da un lato infatti la natura populista della sua leadership lo portava a toccare i tasti dell’antipolitica o di rinnovate promesse di riforme. Dall’altro il ruolo di incumbent lo inchiodava alla difesa di quello che aveva fatto, poco o tanto che fosse. Veniva sollecitato in pratica una sorta di voto retrospettivo: una richiesta inusuale, in generale, per un leader populista e rischiosa, in particolare in elezioni come quelle europee, nelle quali anche l’elettore della propria parte può esprimere la propria insoddisfazione senza preoccuparsi troppo di chi governerà dopo. Alla fine, come si è visto, a raccogliere i frutti sono stati soprattutto gli alleati di governo.

 

3. Aspettative e risultati

Solitamente, a scrutini avvenuti, nessun partito o parte politica tende a dichiararsi sconfitta o almeno ridimensionata dal responso delle urne. E anche in questo caso ci sono state poche eccezioni: nei commenti a caldo alcuni hanno preso come riferimento «ideale» al risultato odierno il dato relativo all’appuntamento elettorale dove erano andati peggio, per mostrare la propria performance positiva. Altri hanno rivendicato un successo di coalizione, laddove il proprio partito appare oggi in indubitabile regresso. Altri ancora, forse più coerentemente, hanno confrontato il risultato con le aspettative della vigilia.

Per capire meglio quali siano le corrette chiavi di lettura del voto europeo del 12 e 13 giugno, in particolare per i più importanti partiti in competizione, è allora opportuno richiamare brevemente quali fossero queste aspettative, anche basandosi su dati di sondaggio previsionale.

Per la cosiddetta Lista Prodi, le ipotesi formulate nelle settimane antecedenti il voto indicavano un possibile giudizio positivo nel caso in cui ottenesse un risultato superiore al 33% e/o se il distacco tra questa lista e i due maggiori partiti di centrodestra (Forza Italia e AN) si fosse ridotto sensibilmente, rispetto ai circa 10 punti che li separavano nelle ultime politiche. Alla luce dei risultati reali, soltanto una delle due condizioni si è effettivamente verificata: quella cioè del ridimensionamento del distacco con Forza Italia e AN, ridotto oggi soltanto a meno del 2% dei validi. La lista unitaria non è stata capace, al contrario, di raccogliere tutti quei consensi che l’avrebbe lanciata come indiscutibile forza propulsiva per l’Ulivo futuro: un sostanziale pareggio, dunque.

La performance di Forza Italia, veniva argomentato in sede pre-elettorale, poteva essere giudicata sostanzialmente positiva se avesse eguagliato il dato delle ultime europee (poco sopra il 25%). Così non è stato, anzi: con il suo 21% il partito di maggioranza, nelle ultime politiche, non soltanto non è uscito dall’evidente crisi di consensi, ma si trova ora in netta difficoltà nei confronti dei propri partner di governo, che hanno mantenuto o migliorato le proprie posizioni. Forza Italia, che dopo le politiche rappresentava quasi il 60% dell’elettorato di centrodestra, oggi ne raccoglie poco più del 45%, riducendosi a essere minoranza all’interno della Casa delle Libertà.

Per Alleanza Nazionale il giudizio sarebbe stato positivo, considerato il proliferare di liste alla sua destra e il suo comportamento politico inedito rispetto al passato, se avesse mantenuto o superato il risultato delle ultime politiche (12%). Così non è accaduto, ma l’11,5% ottenuto è da giudicare un dato incoraggiante: un altro sostanziale pareggio.

Rifondazione Comunista, come le altre liste posizionate a sinistra del listone, nonostante il vantaggio competitivo nei confronti degli elettori diessini delusi dalla lista unitaria, non ha superato la possibile soglia del 7%: la sua performance (6,1%) deve essere giudicata, come quella di AN, non particolarmente positiva, ma nemmeno in maniera negativa: un nuovo pareggio.

L’area ulivista più critica verso la lista unitaria – PdCI, Verdi e Di Pietro-Occhetto – non ha ottenuto quei consensi che ci si attendeva, come rappresentanza del movimentismo pacifista e non-allineato: la somma dei loro voti si situa infatti intorno al 7%, senza alcun sensibile incremento dal risultato cumulato delle politiche del 2001. Il fallimento maggiore è comunque da attribuirsi alla lista Di Pietro-Occhetto, dimezzata rispetto a quel 4% circa ricevuto nel 2001 dalla sola Italia dei Valori, che andava giudicato il suo obiettivo.

Nell’area di centrodestra, in sede preventiva era stata giudicata sicuramente positiva una performance di Lega Nord e UDC vicina al 5% dei voti espressi, negativa viceversa sotto al 4%. Entrambe le formazioni hanno raggiunto o superato quella soglia: è questo un segno evidente che le loro numerose critiche, condotte dall’interno della coalizione governativa, sono state giudicate favorevolmente dall’elettorato della Casa delle Libertà. In particolare, i significativi passaggi di voto da Forza Italia all’UDC (soprattutto nel Sud e nelle isole), determinanti per il successo della formazione di Follini, hanno evidenziato una possibile svolta anche duratura tra gli elettori di centrodestra, in prospettiva dei prossimi appuntamenti politici ed elettorali. Valutazione positiva anche per i socialisti, che hanno senza dubbio beneficiato dell’assenza di altri simboli del garofano nelle schede elettorali. Valutazione non particolarmente positiva, viceversa, per la Lista Bonino, reduce da un exploit alle europee del 1999 che era oggi oggettivamente impossibile a ripetersi.

Al di là di successi e insuccessi dei singoli partiti, occorre però anche interpretare i risultati di queste elezioni in termini prospettici, valutando cosa sia cambiato a livello generale nel nuovo scenario politico che abbiamo oggi di fronte. Da questo punto di vista, quattro sono gli elementi che meglio descrivono il «nuovo corso»:

a) si è sopra accennato all’incremento della frammentazione del voto, tipica di ogni occasione europea e proporzionale. Come se, avendone la possibilità (oltre alla sicurezza di non produrre effetti «indesiderati»), gli elettori riscoprano un’antica usanza: quella di votare per il proprio «vicino di casa», per il partito o la lista strategicamente inutile, ma più vicina al proprio pensiero, al proprio ambito di riferimento. Le liste «minori» hanno beneficiato del voto di circa l’8% degli italiani che si sono recati alle urne, contro l’1% circa delle ultime elezioni politiche, benché il numero di liste in lizza fosse allora più elevato: un desiderio di proporzionale che non muore facilmente, dunque;

b) rispetto alle ultime politiche, il vantaggio dei partiti della coalizione di centrodestra in questa consultazione si è di fatto annullato, nei confronti del centrosinistra e Rifondazione, passando da circa cinque punti a zero (o da 6 punti a 1,5, includendo anche i partiti di estrema destra); un segnale di forte impatto per il prosieguo della legislatura, considerando che l’alta affluenza alle urne (almeno di 5 punti rispetto alle più accreditate previsioni) induce a una comparazione sufficientemente attendibile;

c) la situazione all’interno delle coalizioni si è capovolta, rispetto al recente passato: nel centrosinistra il peso odierno della lista unitaria è pari al 68% sul totale delle liste, comprendendo Rifondazione. E addirittura di quasi l’80% se si esclude il partito di Bertinotti. Un dato che riproduce in misura quasi identica quello del 2001, ma, allora, con i partiti della lista che si presentavano separati. Gli elettori di SDI, DS e Margherita hanno accolto quindi questa proposta in maniera positiva, evitando di scegliere altre liste concorrenti nella coalizione. Un segno inequivocabile e in chiara controtendenza, rispetto alla citata frammentazione delle scelte degli elettori: la stragrande maggioranza di chi sceglie il centrosinistra opta quindi, oggi, per la lista Prodi. Il desiderio di unitarietà, da sempre presente nell’area dell’attuale opposizione, è forse il segno più evidente che la proposta lanciata da Prodi lo scorso anno è stata accolta positivamente dal suo elettorato di riferimento. Al contrario, come si è detto, la tendenza appare opposta nell’area di centrodestra, dove il peso specifico di Forza Italia si è molto ridimensionato in queste ultime elezioni;

d) dopo anni di predominio del «blocco» dei partiti di centrodestra (comprendendo la Lega), le ultime europee hanno fatto registrare un sostanziale pareggio tra la somma dei partiti appartenenti ai due blocchi (includendo in questo caso Rifondazione in quello di centrosinistra). Come ben si evidenzia nella Tabella 2, dal 1996 in poi il risultato ha sempre visto prevalere, in ogni occasione elettorale, l’area di elettori che si riconoscevano nell’attuale coalizione di governo, con un margine che va da un minimo del 2% (nelle europee del 1999), a un massimo del 7% (nelle politiche del 1996, benché allora la Lega dovesse essere considerata una sorta di «terza forza») e del 6% nelle scorse politiche. Mentre nel maggioritario la situazione, come noto, favorisce l’area di centrosinistra, il significativo riavvicinamento anche in ambito proporzionale getta una luce differente sulle potenzialità di vittoria di quest’ultimo schieramento nelle prossime elezioni regionali e politiche. 

 

4. La «fedeltà leggera» alla prova delle europee

È ormai da qualche anno che il concetto di «fedeltà leggera» è divenuto un patrimonio interpretativo particolarmente efficace per leggere i risultati elettorali. L’idea si basa sul fatto che, nonostante il credo politico non sia (più) così fondamentale, per il cittadino-elettore, nella formazione della propria personalità, permanga comunque una forte fedeltà di voto, legata non già al partito quanto alla propria coalizione di riferimento. Tanto che appare difficile tradirla, optando per il polo opposto: si preferisce astenersi, o votare una terza forza. E si riesce a «passare» temporaneamente all’avversario soltanto in occasioni particolari, nel caso di elezioni comunali o provinciali, quando è l’appeal del candidato a contare maggiormente.

Come si è detto, le elezioni europee vengono a volte rappresentate come una via di mezzo tra le politiche e le amministrative: l’idea di fondo è che queste rappresentino una sorta di voto in libera uscita, che non ha dirette conseguenze sullo scenario nazionale, non implicando mutamenti sostanziali nella guida del paese. Ma al tempo stesso sono interpretate di fatto dall’elettore come elezioni «politiche», dove si ha la possibilità di dare indicazioni pregnanti, in grado di modificare gli equilibri tra le forze in campo.

Tabella 2

L’analisi dei flussi elettorali, presentata nella Tabella 3 e basata su oltre 7.000 interviste pre e post-voto (Fonte IPSOS), ci permettono tra l’altro di comprendere se anche in questa occasione si è assistito a una sostanziale fedeltà (all’interno dei poli) o se le cose siano sensibilmente mutate. Occorre innanzitutto sottolineare che si tratta di un’analisi un po’ monca, essendo riferita ai soli voti validi. È possibile infatti che il livello di astensionismo abbia inciso in maniera diseguale sui diversi elettorati, sebbene alcune prime analisi non indichino differenze realmente significative tra i due schieramenti. Ma anche con questo limite, i dati si prestano a considerazioni rilevanti.

Tabella 3

Innanzitutto, rimane confermata la difficoltà degli elettori italiani al tradimento della propria area politica di riferimento: soltanto il 6,5% dei votanti (pari a poco meno del 5% dell’intero corpo elettorale) è passato dal centrodestra al centrosinistra, o viceversa. Limitatamente ai passaggi diretti di area politica, il flusso maggiore appare quello proveniente da Forza Italia verso la lista Uniti nell’Ulivo (il 7% circa di chi aveva votato Forza Italia nel 2001 ha oggi optato per la lista Prodi), seguito nel campo opposto dagli ex-elettori di Di Pietro e UDEUR, in direzione di UDC e AN. Molto pronunciata, come accade ormai da qualche anno, la fluidità all’interno delle coalizioni. In questa occasione, nel centrodestra i flussi maggiori in uscita riguardano ovviamente Forza Italia, che nel 2001 aveva raccolto i più rilevanti flussi in entrata: i maggiori beneficiari sono stati UDC (che risulta ora composta per oltre il 20% da ex-elettori di Forza Italia) e AN (che ha però ceduto una quota molto simile di elettori alla sua destra, e in parte allo stesso partito del premier). Anche la Lega, benché in misura minore, ha beneficiato dello scontento dell’elettorato di Forza Italia.

All’interno del blocco di sinistra e centrosinistra, i flussi più elevati appaiono quelli da Rifondazione alla lista Prodi, bilanciato peraltro da un passaggio contrario, proveniente dai DS, di peso numerico identico. Gli ulteriori flussi più rilevanti sono quelli provenienti dalle altre liste di centrosinistra, verso la lista unitaria, e dalla Margherita, verso le altre liste di centrosinistra. Ma occorre a questo proposito ricordare che nel 2001 lo SDI era presente unitamente ai Verdi nel Girasole, e che l’UDEUR era insieme alla Margherita. Appare quindi molto probabile che i rispettivi elettorati abbiamo scelto nuovamente lo stesso partito di riferimento, sotto mutate spoglie.

Restano da sottolineare poi i buoni livelli di fedeltà da una parte degli elettori dei DS e della Margherita (rispettivamente dell’82% e del 77%) nei confronti della scelta unitaria, dall’altra dell’elettorato leghista, che nelle precedenti occasioni aveva fatto viceversa registrare ingenti defezioni verso il partito di Berlusconi. Ci si era chiesti inizialmente il significato che i risultati delle elezioni europee del 2004 rivestono nella recente storia elettorale italiana. Abbiamo cercato di rispondere in maniera analitica, evidenziando quali siano le novità e quali invece le continuità rispetto al passato. La risposta forse più sinteticamente corretta è che l’ultimo appuntamento elettorale potrebbe venir giudicato come un possibile momento di svolta nell’attuale rapporto tra cittadini e partiti: si è assistito a un drastico ridimensionamento del partito del premier, a un riavvicinamento significativo tra i due blocchi, pur all’interno di una conferma generale della fedeltà di schieramento. Segnali di cui sia il centrosinistra che il centrodestra dovranno tener conto, e che condizioneranno le rispettive scelte future, ma che ribadiscono un mutato clima di opinione politico-elettorale. Che nei più recenti sondaggi post-voto appare caratterizzato da una decisa aspettativa di vittoria, secondo la grande maggioranza degli elettori, della coalizione di centrosinistra. Un clima che il centrosinistra, se vuole davvero vincere nei prossimi appuntamenti elettorali, non deve far altro che rendere forte e duraturo.

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