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Solidarietà e Stato di diritto nel pensiero di Luigi Einaudi

Written by Enzo Di Nuoscio Thursday, 01 April 2004 02:00 Print

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». A questa definizione di Calvino non sembrano sfuggire quei classici del pensiero politico ed economico rappresentati dalle opere di Luigi Einaudi. Irriducibilmente avverso alle speculazioni teoriche, Einaudi è stato uno scrittore implacabilmente legato al senso comune, impegnato com’era nel tentativo di costruire un liberalismo popolare. Se Croce proclamava la «religione della libertà», Einaudi dimostrava con esemplare chiarezza che senza economia di mercato le libertà civili e politiche sarebbero una formula vuota.

 

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». A questa definizione di Calvino non sembrano sfuggire quei classici del pensiero politico ed economico rappresentati dalle opere di Luigi Einaudi. Irriducibilmente avverso alle speculazioni teoriche, Einaudi è stato uno scrittore implacabilmente legato al senso comune, impegnato com’era nel tentativo di costruire un liberalismo popolare. Se Croce proclamava la «religione della libertà», Einaudi dimostrava con esemplare chiarezza che senza economia di mercato le libertà civili e politiche sarebbero una formula vuota. Contro i totalitarismi di destra e di sinistra, Einaudi ha lanciato alcune delle critiche più devastanti, evidenziando le loro insostenibili pretese di possedere verità assolute e dimostrando come in un’economia pianificata è impossibile il «calcolo economico» sull’allocazione delle risorse, e quindi tali regimi sono destinati a impoverire i singoli oltre che ad azzerare le loro libertà.

Ma Einaudi è stato anche un intellettuale che non ha mancato di apprendere la lezione del suo tempo. Come insegnava l’esperienza del fascismo, lacerazioni sociali troppo profonde possono costituire una pericolosa minaccia per le libertà individuali e il mercato da solo può non essere in grado di porvi rimedio. Ecco quindi che la difesa dello Stato di diritto, inteso come l’altra faccia dell’economia di mercato, e la proposta di politiche di intervento dello Stato per ridurre le disuguaglianze tra i cittadini, diventano due punti fermi del liberalismo einaudiano. Come J. S. Mill e F. von Hayek, Einaudi è stato uno dei liberali più impegnati a coniugare liberalismo e solidarietà, a definire i contorni di una politica sociale che non solo sia compatibile con l’eco nomia di mercato, ma che consenta a quest’ultima di esprimere tutte le sue potenzialità in termini di progresso sociale. Come sa bene ogni serio intellettuale, chiedersi se un autore è di destra o di sinistra significa porsi una domanda che è semplicemente priva di senso. Senza prendere sul serio i mediocri tentativi di alcuni teorici di un certo liberalismo à la carte di assoldare spregiudicatamente Einaudi e altri autori nelle loro parrocchie politiche povere di riferimenti culturali, vale invece la pena di sottolineare alcuni aspetti del liberalismo di Einaudi, riproponendo anche alcune sue pagine che oggi più che mai non hanno finito di dire quello che avevano da dire.

 

Il liberalismo: la ricerca della verità eliminando gli errori

Di formazione empirista e di solida convinzione fallibilista, Luigi Einaudi concepisce il liberalismo innanzitutto come un metodo di ricerca collettiva della verità mediante la discussione. Il liberalismo è «il metodo di libertà», che «riconosce sin dal principio il potere di versare nell’errore ed auspica che altri tenti di dimostrare l’errore e di scoprire la via buona alla verità».1 Se il totalitarismo si fonda su un monopolio della verità, l’ordine liberale si basa innanzitutto sulla libertà di rimuovere gli errori: «la libertà vive perché vuole la discussione fra la libertà e l’errore; sa che, solo attraverso l’errore, si giunge, per tentativi sempre ripresi e mai conchiusi, alla verità. (…) Trial and error; possibilità di tentare e di sbagliare; libertà di critica e di opposizione; ecco le caratteristiche dei regimi liberi».2 L’unica garanzia di salvezza contro l’errore, contro il disastro, dunque, «non è la dittatura; è la discussione», perché la verità «non è mai sicura in se stessa, se non in quanto permette al principio opposto di contrastarla e di cercare di dimostrarne il vizio».3

 

Il liberale è contro i monopoli

Consapevole che la proprietà privata e la concorrenza sono veicolo di efficienza economica e di democrazia politica, Einaudi combatte le sostanziali limitazioni di questi principi, che sono venute non solo dai tentativi di edificare economie centralizzate, ma anche da quei fenomeni endogeni all’economia di mercato come i monopoli. Per Einaudi i monopoli costituiscono una pericolosa minaccia per le libertà, gli interessi e i diritti dei cittadini, tanto che la lotta contro di essi «deve essere considerata come uno dei principali scopi della legislazione di uno Stato, i cui dirigenti si preoccupino del benessere dei più e non intendano curare gli interessi dei meno».4

Le libertà civili e politiche sono «un fatto strettamente connesso con la struttura economica della società»; e ciò perché dare all’uomo «la sicurezza della vita materiale, la libertà dal bisogno», è la condizione a che egli sia «veramente libero nella vita civile e politica, perché egli si sente davvero uguale agli altri uomini e libero dall’obbligo di ubbidire ad essi nella scelta dei governanti, nella manifestazione del pensiero e delle credenze».5 Ciò significa che «la libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica».6 Stabilendo un «privilegio esclusivo» sui mezzi di produzione, il monopolio riduce le libertà economiche, e quindi quelle civili e politiche, diventando incompatibile con un ordine liberale. Vi sono due estremi, spiega Einaudi, nei quali sembra difficile concepire l’esercizio effettivo, pratico della libertà: «all’un estremo tutta la ricchezza essendo posseduta da un solo colossale monopolista privato; all’altro estremo dalla collettività. I due estremi si chiamano comunemente monopolismo e collettivismo: ed ambedue sono fatali alla libertà».7

 

I compiti dello Stato liberale

Scorrendo gli scritti di Einaudi, si scopre una non comune attenzione al tentativo di definire i margini di intervento di uno Stato liberale, nella convinzione che proprio lo Stato giochi un ruolo decisivo per il funzionamento dell’ordine sociale. Senza i limiti posti dallo Stato, infatti, quel regime di concorrenza e quelle libertà su cui la competizione si fonda, sarebbero facilmente soggette a degenerazioni.

Risulta dunque evidente che uno dei principali compiti dello Stato liberale deve essere quello di «rimuovere quegli ostacoli che impediscono il funzionamento della libera concorren-

za».8 Si tratta di un intervento, fa notare Einaudi, «che non

è (…) tanto “limitato” come pare».9 Per rimuovere gli impedimenti

di origine politica alla più estesa concorrenza (dazi doganali, ecc.), non basta solo abolire quei provvedimenti che ne sono alla base, perché spesso tali decisioni «debbono la loro origine a forze economiche e politiche, le quali, se sono state tanto potenti da ottenere la promulgazione di quelle leggi, saranno abbastanza forti da impedirne l’abrogazione». Questo fondamentale obiettivo liberale può essere conseguito, invece, solo mediante «una lunga, faticosa, difficile, contrastata opera di educazione economica, sociale e politica, rivolta a persuadere il cittadino, ossia i ceti, i gruppi sociali e politici i quali agiscono sul legislatore, che una certa politica è più confacente all’interesse dei più e delle generazioni venture».10

Quanto all’eliminazione dei monopoli naturali affermatisi sulla base di «necessità economiche» (si pensi ai trasporti e a molti servizi pubblici), per Einaudi non ci sono soluzioni precostituite, ma c’è soltanto un principio da affermare, caso per caso e con gradualità: laddove possibile, introdurre anche in questi settori forme limitate di concorrenza, adottando gli opportuni provvedimenti affinché la competizione non danneggi la qualità delle prestazioni e non renda questi servizi di pubblica utilità economicamente inaccessibili.

Strettamente legata alla lotta contro i monopoli, per Einaudi è la battaglia per la libertà di associazione sindacale. Le leghe operaie non solo «non contraddicono lo schema della concorrenza, ma sono uno strumento perfezionato della piena più perfetta attuazione di quello schema».11 Mediante le associazioni di interessi i soggetti della competizione tendono a ridurre le asimmetrie conoscitive per risolvere al meglio i loro problemi. Ne risulterà quindi una concorrenza più efficace nell’esplorazione dell’ignoto; a condizione che si evitino sindacati monopolisti (degli operai e degli imprenditori).

 

Economia di mercato e solidarietà

Per assolvere pienamente alla sua funzione di motore del progresso umano, la logica della concorrenza esige che gli individui siano messi in condizione di competere. Tra le strategie di difesa e potenziamento della competizione, vi è anche l’intervento dello Stato a sostegno di coloro che sono ai margini dell’arena sociale.

Esule in Svizzera, nel 1944 Einaudi scrive le «Lezioni di politica sociale», opera matura di un intellettuale consapevole che le vicende storiche dell’ultimo ventennio trovavano nella lacerazione del tessuto sociale una delle cause più importanti. E allora, nella sua concezione pluralista e dinamica della società, incentrata sul principio di competizione, trova posto una impegnata riflessione sul tema della solidarietà sociale. Nelle Lezioni Einaudi disegna i tratti di una solidarietà liberale che non solo non è incompatibile con le leggi dell’economia di mercato, ma che è funzionale proprio allo sviluppo di un autentico regime liberale.

L’obiettivo strategico che debba perseguire una efficace «legislazione sociale», a giudizio di Einaudi, è quello di «avvicinare, entro i limiti del possibile i punti di partenza» degli individui,12 affermando «il principio generale che in una società sana l’uomo dovrebbe poter contare sul minimo necessario per la vita».13 Un minimo che non induca i singoli all’ozio, che «non sia un punto di arrivo ma di partenza; una assicurazione data a tutti gli uomini perché tutti possano sviluppare le loro attitudini».14 Lo Stato liberale, quindi, non solo deve garantire l’uguaglianza giuridica dei cittadini, ma deve anche intervenire, non per tentare di realizzare il miraggio di una uguaglianza sostanziale, incompatibile con i principi liberali, ma per migliorare le chances dei più svantaggiati. Imposte progressive, tasse di successione sulle grandi eredità, assicurazioni contro gli infortuni, assegni familiari per i figli, pensioni di vecchiaia, servizi pubblici gratuiti, sussidi per i disoccupati, sono i principali strumenti della politica sociale immaginata da Einaudi.15

I liberali, dunque, sono anch’essi a favore un certo grado di intervento dello Stato, tanto che per identificarli «bisognerebbe inventare un altro nome» rispetto a quello di liberisti, «tanto il loro atteggiamento mentale è lontano dal laisser faire, laisser passer».16

 

Liberalismo e socialismo

Se tra liberalismo e comunismo vi è un «abisso (...) invalicabile», perché il comunismo elimina libertà individuali e proprietà privata, tra liberalismo e socialismo democratico, per Einaudi, vi è una differenza di grado, a seconda dei casi più o meno significativa. «Liberali e socialisti sono concordi nel sentire il rispetto per la persona umana», che «l’uomo deve essere libero di pensare, di parlare, di credere senza alcuna limitazione; sono parimenti persuasi che la verità si conquista discutendola e negandola, sono convinti che solo la maggioranza ha diritto di passare dalla discussione alla deliberazione».17 Liberali e socialisti, inoltre, concordano che «tutti sono uomini e hanno diritto a tutta quella libertà di opinare e di operare, la quale non neghi l’ugual diritto di tutti gli altri uomini».18 Ma, oltre che sul principio di libertà, liberali e socialisti possono fare un significativo tratto di strada comune anche sul principio di uguaglianza: sono d’accordo sull’eguaglianza giuridica dei cittadini e sull’impossibilità e irrealizzabilità di una «eguaglianza assoluta o aritmetica».19 E concordano anche sulla necessità di interventi statali per ridurre eccessive disuguaglianze. Ciò su cui si dividono non sono i principi, ma i limiti e le applicazioni delle politiche di intervento. Ad esempio, i socialisti «oltrepassano il punto critico della progressività delle imposte», perché, sulla base di un’idea «manifestamente sbagliata», pensano che «il vero problema sia quello della distribuzione della ricchezza, e non più, come in passato, della sua produzione».20 Nonostante queste differenze, che possono essere anche molto accentuate, quello tra liberalismo e socialismo democratico è «un contrasto fecondo e creatore»,21 perché in esso si esprime quel confronto tra idee che è alla base del progresso sociale. In conclusione, la vera linea di demarcazione tra liberali e socialisti non è «fra chi vuole e chi non vuole l’intervento dello Stato nelle cose economiche; ma tra chi vuole un certo tipo di intervento e chi vuole un altro tipo».22 Per cui «va confutata ancora una volta la grossolana favola che il liberalismo sia sinonimo di assenza dello Stato o di assoluto lasciar fare o lasciar passare e che il socialismo sia la stessa cosa dello Stato proprietario e gestore dei mezzi di produzione. Che i liberali siano fautori dello Stato assente, che Adam Smith sia il campione assoluto del lasciar fare e lasciar passare sono bugie che nessuno studioso ricorda; ma, per essere grosse, sono ripetute dalla più parte dei politici, abituati a dire “superata” l’idea liberale; non hanno letto mai nessuno dei  libri sacri del liberalismo e non sanno in che cosa esso consista. Che i socialisti – conclude Einaudi – vogliano dare allo Stato la gestione compiuta dei mezzi di produzione è dettame talvolta scritto nei manifesti elettorali, ma ripugnante ai socialisti che aborrono dalla tirannia dello Stato onnipotente, e tali sono tutti i socialisti».23

 

Lo Stato di diritto: l’habitat della competizione

La connaturata conflittualità che caratterizza le relazioni umane può trasformarsi in un virtuoso confronto di idee per la soluzione dei problemi sociali solo nell’alveo di un solido Stato di diritto. «Nel regime liberale la legge pone i vincoli all’operare degli uomini; ed i vincoli possono essere numerosissimi e sono destinati a diventare tanto più numerosi quanto più complicata diventa la struttura economica».24 E l’esperienza «dei millenni e dei secoli dimostra l’eccellenza del metodo della cornice», cioè di regole che lasciano un margine di azione agli individui, che sono liberi di agire nell’ambito dei confini stabiliti dalla legge.25

Lo Stato di diritto è tale perché vi è «l’impero della legge»,26 che stabilisce vincoli «uguali per tutti, oggettivamente fissati e non arbitrari».27 Il cittadino, quindi, «deve ubbidienza alla legge; ma a nessun altro fuori che alla legge»; la quale deve essere «una norma nota e chiara, che non può essere mutata per arbitrio di nessun uomo, sia esso il primo dello Stato».28 E può essere cambiata non ad libitum, ma solo quando la sua revisione va a «vantaggio del paese».29

Ma affinché la legge assolva a pieno alla sua funzione di regola del «gioco sociale» è necessario che essa venga fatta rispettare da «magistrati ordinari, indipendenti dal governo e posti al di fuori e al di sopra dei favori del governo».30

 

Luigi Einaudi

La magistratura deve essere indipendente

Corti e tribunali speciali, giudici di eccezione non devono esistere. Il solo magistrato ordinario, differenziato eventualmente per competenza, deve giudicare. E deve essere indipendente. Nominato dal re, giudicante in nome del re, ma indipendente dal re, dal potere esecutivo e da quello legislativo. Un paese nel quale i giudici non siano e non si sentano davvero indipendenti, i quali non siano chiamati a giudicare in nome della pura giustizia, se occorre, anche contro le pretese dello Stato, è un «paese senza legge», pronto a piegare il capo dinanzi al primo demagogo venuto, al tiranno, al nemico. Il presidio maggiore della libertà dei cittadini in Inghilterra, è l’indipendenza dalla magistratura. La celebre risposta del mugnaio di Saint-Souci a Federico II, il quale voleva le sue terre: ci sono i giudici a Berlino! È la prova che quella prussiana era una società sana (…). I magistrati (…) facciano osservare contro chiunque, ricco, potente o povero, la legge quale essa vige, approvata dal parlamento o dal re e condannino chiunque la violi o pretenda di farsi legge del proprio arbitrio. E ciò facciano nonostante le raccomandazioni e le pressioni dei potenti, dei governi, dei prefetti, dei ministri, dei giornalisti e dei demagoghi.

da L. Einaudi, Memorandum (1942-43), Marsilio, Venezia 1994, pp. 48-49.

 

Luigi Einaudi

Liberali e socialisti

Se alla «libertà» non può aggiungersi aggettivo veruno, alla «uguaglianza» fa d’uopo forzatamente aggiungere un chiarimento non agevole ad annunciare, il quale giovi ad escludere trattasi di uguaglianza aritmetica e perciò tirannica. La formula meno impropria è forse quella dell’uguaglianza «nei punti di partenza». Ogni uomo deve essere inizialmente posto nella medesima situazione di un altro uomo; sicché egli possa riuscire a conquistare quel posto morale, economico, politico, che è proprio delle sue attitudini di intelletto, di carattere morale, di vigore lavorativo, di coraggio, di perseveranza. L’uguaglianza ha così innanzitutto un valore giuridico universale: nessun uomo deve essere posto dalla legge in condizioni di inferiorità rispetto ad ogni altro uomo, per motivi di sesso, di colore, di razza, di religione, di opinioni politiche, di nascita, di appartenenza ad un determinato ceto o classe sociale. Sull’uguaglianza giuridica non nascono e non possono nascere divergenze tra liberali e socialisti. L’uguaglianza nei punti di partenza ha altresì un contenuto economico e sociale. (…) Qual è il contenuto sostanziale dell’uguaglianza giuridica per chi nasce da genitori provveduti di mezzi decorosi o larghi o larghissimi e il bambino nato tra gli stracci da genitori miserabili? (…) Su taluna materia di porre rimedio alla disuguaglianza nei punti di partenza vi è sostanziale concordia tra liberali e socialisti, ed è per quel che riguarda l’apprestamento – a spese di tutti – di mezzi di studio, di tirocinio, e educazione aperta a tutti. Scuole gratuite elementari, refezioni scolastiche, opere postscolastiche, borse di studio per i meritevoli, (…) sono patrimonio comune delle due tendenze politiche. Ad uguale sentenza si giunge rispetto a quei provvedimenti intesi ad instaurare parità di punti di partenza tra uomo e uomo con le varie spese di assicurazioni sociali: contro la vecchiaia e la invalidità, contro le malattie, a favore della maternità, contro la disoccupazione e somiglianti. (…) La divergenza tra le due parti è di temperamento; i liberali più attenti ai meriti e agli sforzi della persona sono propensi a tenersi stretti nell’ammontare dei sussidi, laddove i socialisti, meglio misericordiosi verso gli incolpevoli, sono pronti a maggiori larghezze. Né il contrasto è dannoso, perché giovi alla scoperta del punto critico, per il quale si opera il trapasso dal bene al male sociale. (…) Liberali e socialisti sono dunque concordi nell’affermare che lo Stato deve intervenire, come in tante altre cose, nelle faccende economiche; né può lasciare gli uomini liberi di agire a loro posta, fuori di un qualunque regolamento statale. In che cosa sia il contrasto delle due specie di uomini, liberali e socialisti, pur concordi nella necessità dell’intervento dello Stato, non è agevole dire; ma dovendo fare il tentativo, dico che l’uomo liberale vuole porre le norme osservando le quali risparmiatori, proprietari, imprenditori, lavoratori possono liberamente operare; laddove l’uomo socialista vuole soprattutto dare un indirizzo, una direttiva all’opera dei risparmiatori, proprietari, imprenditori e lavoratori anzidetti. Il liberale pone la cornice, traccia i limiti dell’operare economico; il socialista indica e ordina le maniere dell’operare. Dico subito che, come per ogni altra distinzione, anche questa non è netta e sicura; ben potendo darsi che anche il liberale in certi casi ordini e diriga e il socialista consenta a chi opera di muovesi liberamente a suo talento.

da L. Einaudi, Prediche inutili, Einaudi, Torino 1959, pp. 209-2

 

 

Bibliografia

1 L. Einaudi, Prediche inutili, Einaudi, Torino 1949, p. 60.

2 Ibid.

3 Einaudi, I valori morali nella tradizione politica a proposito di dittatura, in «Il Corriere della sera», 8 agosto 1922.

4 Einaudi, Lezioni di politica sociale, Einaudi, Torino 1944, pp. 34-35.

5 Einaudi, Chi vuole la libertà, in «Il Corriere della sera», 13 aprile 1948.

6 Ibid.

7 Ibid.

8 Einaudi, Liberismo e comunismo, in «Nuovi Argomenti», 1941.

9 Ibid.

10 Ibid.

11 Ibid.

12 Einaudi, Lezioni di politica sociale cit., pp. 75-76.

13 Ivi, p. 79.

14 Ivi, p. 80.

15 Ivi, p. 70 e sgg.

16 Einaudi, Liberismo e comunismo cit.

17 Einaudi, Lezioni di politica sociale cit., p. 209.

18 Ibid.

19 Ibid.

20 Einaudi, Prediche inutili cit., p. 216.

21 Ivi, p. 239.

22 Ivi, p. 398.

23 Ivi, p. 217.

24 Einaudi, Liberismo e comunismo cit.

25 Einaudi, Prediche inutili cit., p. 220.

26 Einaudi, Memorandum, Marsilio, Venezia 1994, p. 45.

27 Einaudi, Prediche inutili cit., p. 220.

28 Einaudi, Memorandum cit., p. 45

29 Ibid.

30 Einaudi, Liberismo e comunismo cit.

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