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Oltre il terrore, oltre la riconciliazione

Written by Mahdi Abdul Hadi Thursday, 01 April 2004 02:00 Print

Nel 2020, tra venti anni, a che punto sarà arrivato il conflitto in Terra Santa? E cosa saremo diventati? Se concentriamo la nostra attenzione solo sul conflitto, questo continuerà sempre a essere un conflitto sulla terra, sulle identità, sulla storia e sulle aspirazioni. E niente cambierà mai. La mia identità è la mia memoria il mio legame con una terra a cui sono orgoglioso di appartenere, e l’impegno a sviluppare il mio rapporto con quella terra e il mio popolo, con le sue aspirazioni di pioniere nel movimento nazionalista arabo.

Nel 2020, tra venti anni, a che punto sarà arrivato il conflitto in Terra Santa? E cosa saremo diventati? Se concentriamo la nostra attenzione solo sul conflitto, questo continuerà sempre a essere un conflitto sulla terra, sulle identità, sulla storia e sulle aspirazioni. E niente cambierà mai.

La mia identità è la mia memoria il mio legame con una terra a cui sono orgoglioso di appartenere, e l’impegno a sviluppare il mio rapporto con quella terra e il mio popolo, con le sue aspirazioni di pioniere nel movimento nazionalista arabo.

Oggi non esiste più un conflitto arabo-israeliano. Gli egiziani, i giordani e i tunisini sarebbero molto irritati a sentirlo definire così. L’Egitto ha firmato un trattato di pace con Israele. La Tunisia sostiene che non è in guerra, e i sauditi sono stati i promotori di un’iniziativa per invitare gli israeliani a diventare cittadini del Medio Oriente dopo aver posto fine all’occupazione dei territori. Quindi non esiste un conflitto arabo-israeliano ma solo un conflitto israelo-palestinese: un conflitto per la terra e per il cuore di questa terra. Un conflitto per Gerusalemme. Gerusalemme è una città al centro di molte questioni: di religione, di identità e di aspirazioni. Per quanto riguarda la religione, da musulmano, credo nel cristianesimo e nell’ebraismo, poiché sono parti della mia fede, e non potrei fare altrimenti se non entrando in contraddizione con la mia religione.

Tuttavia il problema che si pone è la «politicizzazione della religione». Oggi non esistono più leader religiosi. Non leggono i Testi sacri e non interpretano i Testi per le loro comunità. Stanno diventando uomini politici, uomini d’affari. Il significato profondo di Gerusalemme è da ricondurre ai Luoghi santi, ma qual è il significato dei Luoghi santi se non hanno fedeli in carne ed ossa che li venerano? Se guardiamo alla comunità cristiana a Gerusalemme, essa costituisce meno dell’1% in tutta la Palestina. Di quale Gerusalemme si deve parlare? Della Gerusalemme racchiusa in un chilometro quadrato, della città del Muro, di Gerusalemme Est, di Gerusalemme Ovest o della Gerusalemme più ampia che fa oggi parte della Cisgiordania? E di quale Gerusalemme parliamo in termini geografici, demografici, di relazioni? Si tratta di una città divisa, condivisa, aperta?

Dobbiamo chiederci se ciò che intendiamo realizzare è realistico. Non sembra esserlo se anche il diritto dei palestinesi a pregare nei Luoghi santi è oggi precluso completamente. I palestinesi, gli arabi, i residenti in Cisgiordania sono completamente chiusi, isolati. Nessuno di loro può raggiungere Gerusalemme senza il permesso degli israeliani. Gerusalemme sta diventando una città esclusivamente ebrea. E gli ebrei non accetteranno mai la pace. Stanno continuando ad alzare barriere, non sono più solo i palestinesi della Cisgiordania ad essere isolati dalle loro case e dalle loro città. Il Muro della separazione, dell’apartheid, separa gli uomini dai loro vicini di casa. Il Muro significa «trasferimento» delle persone, delle loro mentalità, delle loro proprietà, delle loro identità.

La questione di Gerusalemme è troppo complessa perché si possa pensare di risolverla combattendo. È necessario riflettere e portare avanti un’analisi approfondita sui tre temi che riguardano questa città: religione, identità dei cittadini e futuro della città.

Se discutiamo della visione del futuro che riguarda i palestinesi e gli israeliani, una soluzione che contempli la creazione di due Stati oggi sarebbe una missione impossibile. I quattrocentomila coloni insediati nei territori occupati stanno depredando il futuro di Israele. Gli intellettuali e gli accademici israeliani pregano il loro governo affinché disponga il ritiro dagli insediamenti e ponga fine alla colonizzazione dei territori palestinesi. E tuttavia, essi sono ancora là. E non solo: oggi il Muro si erige come un coltello affilato che lacera le nostre carni. Non è la soluzione di due Stati che può risolvere questa situazione. Siamo in una condizione di bi-nazionalismo; siamo troppo legati gli uni agli altri e abbiamo davanti a noi una evidente crisi di leadership. Sharon non è il futuro. Netanyahu non sarà mai il futuro. Arafat rappresenta il passato: un simbolo di un sistema debole e corrotto. Il futuro siamo noi, le persone, se accettiamo di riconoscerci reciprocamente.

Riusciremo a confrontarci nell’era post-sionista, in cui gli ebrei non guarderanno più a loro stessi come ebrei nazionalisti impegnati nel movimento sionista per creare uno Stato ebreo esclusivo in Palestina, e in cui io rinuncerò ai miei sogni per uno Stato sovrano palestinese indipendente? E parleremo invece delle persone, dei cittadini della Terra Santa, della Terra promessa, della Terra benedetta, nelle tre interpretazioni che ne diamo? Possiamo condividere questa stessa terra pur avendo identità e cittadinanze diverse? No, si tratta di una missione impossibile. Ma non possiamo lasciare che il sistema attuale di colonizzazione e apartheid trasformi questa terra in un nuovo Sudafrica.

Se riflettiamo su altre visioni del futuro assetto di queste terre, esistono diverse ipotesi. Quella federativa ad esempio. Shimon Peres ipotizza un Medio Oriente allargato, ma la sua idea contraddice i piani proposti da George Bush, o l’idea tedesca di una relazione transatlantica per controllare e governare il Medio Oriente usando l’economia come strumento per imporre il rispetto della legge e la pace. Peres ha di recente proposto di allargare l’Europa a Israele e alla Giordania. I palestinesi non sarebbero pregiudizialmente contrari all’adesione di Israele all’Unione europea, ma dovrebbero essere gli israeliani e non la terra di Israele-Palestina a entrare nell’UE. Se si sentono «figli dell’Europa», ciò non crea problemi per i palestinesi, ma non deve essere un modo per portare via le nostre comuni terre. D’altra parte, sono settantamila gli israeliani che hanno ottenuto un passaporto tedesco, cercando una nuova identità e un nuovo futuro. E tuttavia non rinunciano al loro futuro a Gerusalemme. E che senso ha la soluzione del piano «Gaza first»? Dovremmo spostare tutti i coloni e i loro insediamenti in Cisgiordania e creare uno Stato palestinese a Gaza? Si pensa davvero che otto milioni di palestinesi accettino una proposta simile? Dove porteranno queste continue proposte, che si susseguono senza mai contemplare alcuna soluzione possibile, e veramente realizzabile?

In Palestina e in Israele non esiste più una cultura della pace. La nostra è una cultura del terrore, dell’incertezza, una cultura della vendetta. La nostra posizione non è solo di condanna rispetto agli attacchi terroristici suicidi. Sarebbe troppo semplice definirli come atti immorali o crimini. Più difficile è definirne le cause e riuscire a fermarli. E capire perché uomini e donne sacrificano le loro vite per la causa in cui credono. Più della metà della nostra popolazione ha meno di diciotto anni. Sono cittadini senza volto, senza nome, senza occupazione: giovani arrabbiati e frustrati, senza un futuro. E sono questi giovani cittadini che, in nome della religione, vengono sfruttati per sacrificarsi. Oggi Hamas è molto cambiata, ha subito una profonda trasformazione politica e storica. Non mi sono mai aspettato che Hamas parlasse di uno Stato palestinese in Cisgiordania, sulla Striscia di Gaza con Gerusalemme come capitale. E invece, lo abbiamo ascoltato. I rappresentanti di Hamas hanno affermato che sono pronti a condividere l’autorità e a partecipare alle elezioni. C’è stata dunque una trasformazione politica importante. Hanno dialogato con gli americani e con gli europei. Dobbiamo riconoscere questa trasformazione e capire se possano essere accolti nella famiglia.

Come palestinese io non posso tagliare un dito dalle cinque dita della mia mano perché Hamas rappresenta il 20% della mia società. E voglio prendermi cura di questa parte importante della mia società. La vecchia leadership non resterà al potere per sempre, c’è una nuova generazione che sta emergendo e che vuole prima di tutto porre fine agli spargimenti di sangue in Palestina e in Israele.

Per fermare questo incubo, dobbiamo essere visibili in quei luoghi, non limitarci a trovare soluzioni dall’Europa o da Washington. Gli europei e gli americani devono venire nelle nostre terre, ma non a parlare di riconciliazione, né tantomeno di amore fra nemici che si uccidono.

La risposta che do allo straordinario libro di Amos Oz, «Aidez-nous à divorcer!»,1 è che noi non siamo mai stati sposati. Parlare di divorzio non ha senso fra chi non è mai stato sposato. Noi siamo stati violentati. Gli israeliano hanno preso le terre, demolito le case, ucciso le donne e i loro figli, e ancora parliamo di divorzio. Abbiamo riconosciuto Israele sul 78% della nostra terra, ma lasciateci almeno quel 22% che resta, invece di continuare a cercare di prenderlo con la forza, gli insediamenti e il Muro.

Dobbiamo assolutamente risvegliare la coscienza israeliana, far capire agli israeliani che questo non è il futuro a cui hanno diritto i nostri e i loro figli, ne può essere è il futuro del loro Stato, ma che continuerà solo ad essere un sistema razzistico che non partorirà mai nessuna soluzione. Gerusalemme non è solo una città di moschee e chiese. È soprattutto la città delle persone che la vivono senza riconoscerla più. Dobbiamo ricostruire Gerusalemme, farne una città aperta, da condividere.

 

 

 

Bibliografia

1 A. Oz, Aidez-nous à divorcer! Israël-Palestine: deux Etats maintenant, Editions Gallimard, Parigi 2004.

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