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Burro e fucili? Le prospettive economiche e la politica estera degli Stati Uniti

Written by Stefano Fassina Thursday, 01 April 2004 02:00 Print

La politica economica e, quindi più in generale, la politica degli Stati Uniti sono su un sentiero di insostenibilità. Non vi sono molti dubbi in proposito. Non solo da parte di autorevoli soggetti di orientamento democratico (Center for American Progress, Center for Budget Policy and Priorities, Economic Policy Institute) o di istituzioni indipendenti (La Federal Reserve, il Fondo Monetario Internazionale, Congressional Budget Office, Brookings Institution, Concorde Coalition, centri di ricerca accademici).

 

«Non credo che l’Amministrazione Bush pagherà un prezzo
di lungo periodo per la sua feith-based intelligence riguardo le armi di distruzione di massa
(ADM) in Iraq. Troppi Americani, incluso me, sono istintivamente convinti che rimuovere
Saddam sia stato giusto. L’Amministrazione Bush è invece vulnerabile a causa del suo BDM
– Budget di Distruzione di Massa – che ha irresponsabilmente messo in pericolo il futuro
del paese con folli tagli di tasse e spese fuori controllo»

Thomas Friedman, «New York Times», 1 febbraio 2004

 

La politica economica e, quindi più in generale, la politica degli Stati Uniti sono su un sentiero di insostenibilità. Non vi sono molti dubbi in proposito. Non solo da parte di autorevoli soggetti di orientamento democratico (Center for American Progress, Center for Budget Policy and Priorities, Economic Policy Institute) o di istituzioni indipendenti (La Federal Reserve, il Fondo Monetario Internazionale, Congressional Budget Office, Brookings Institution, Concorde Coalition, centri di ricerca accademici). Da ultimo, di fronte all’evidenza, anche voci conservative (Wall Street Journal, Heritage Foundation, Cato Institute) e rappresentanti del Partito repubblicano si sono fatte sentire.1

La Brookings Institution, descrive così la situazione economica degli Stati Uniti: «La finanza pubblica del paese è fuori controllo e potrebbe seriamente danneggiare la crescita economica nelle prossime decadi, privarci delle nostre forze, rendere molto più difficile rispondere alle emergenze e lasciare un iniquo peso sulle spalle delle future generazioni».2

La Heritage Foundation, seguendo l’impostazione tipica dei conservatori, manifesta altrettanta preoccupazione per la situazione di finanza pubblica, ma incolpa la spesa (riferimenti al deficit potrebbero indurre a cercare le colpe anche sul lato dei sacri tax cuts): «I conservatori in tutto il paese sono sempre più preoccupati per i forti aumenti di spesa che Washington approva. (…) La spesa durante l’Amministrazione Bush è aumentata a un ritmo doppio rispetto agli aumenti avvenuti durante l’Amministrazione Clinton. (...) Certamente gli attentati terroristi dell’11 settembre hanno imposto spese aggiuntive per la sicurezza nazionale, per la difesa e per la ricostruzione di New York. Tuttavia, tali spese spiegano meno della metà delle uscite aggiuntive effettuate dopo l’11 settembre. Quello che è tristemente mancato durante tale periodo è stata l’utodisciplina necessaria a fissare le priorità. I presidenti Roosevelt e Truman, durante la seconda guerra mondiale e la guerra di Corea, firmarono leggi di bilancio che riducevano la spesa non destinata alla difesa. (…) Noi invece assistiamo a una sorta di spensierato shopping a Washington, dove i bilanci approvati dal Congresso e firmati dal presidente durante la guerra al terrorismo hanno incrementato dell’11% la spesa non destinata alla difesa e alla sicurezza nazionale».3

Nonostante l’aspro scontro elettorale in corso, si è consolidato un consenso, non proprio bipartisan ma certamente molto ampio, sull’impossibilità – anche per la più potente e più competitiva economia del pianeta detentrice di un elevato potere di signoraggio – di avere contemporaneamente un ampio deficit commerciale e debito estero, uno squilibrio strutturale di finanza pubblica, bassissimi tassi di interesse e una sostenuta crescita economica.

La «forza» dei dati ha reso possibile l’ampia convergenza di valutazioni. Il bilancio federale era in attivo di circa il 2,5% del PIL alla fine del 2000. Il 2003 si è chiuso con un deficit del 3,5% del PIL. Per il 2004, si prevede un deficit del 4,5% del PIL. Il debito arriverà al 65% del PIL alla fine dell’anno fiscale in corso, mentre era sceso al 58% nel 2000.4 Per il periodo 2005-2014, le proiezioni della Brookings Institution indicano un deficit del bilancio federale sempre intorno al 3,5% della ricchezza nazionale. Al risultato concorre, per tutto il periodo di previsione, l’attivo di bilancio del sistema pensionistico pubblico: al netto del temporaneo surplus della social security, il deficit del bilancio federale rimane sempre al di sotto del 5% del PIL.5

Al drastico peggioramento degli equilibri di finanza pubblica ha ovviamente contribuito la recessione iniziata nei primi mesi del 2001. Una recessione avvenuta in un contesto segnato da una drammatica caduta dei corsi azionari, dagli attacchi terroristici dell’11 settembre del 2001 e dagli scandali finanziari (Enron, MCI, ecc). Le analisi del Congressional Budget Office (CBO) e dell’Office of Management and Budget della Casa Bianca stimano che la minore crescita dell’economia abbia causato circa la metà (3 punti di PIL) del peggioramento della finanza pubblica.6 La restante metà viene spiegata dalle policies proposte dall’Amministrazione Bush e approvate dal Congresso: in uguale misura, gli effetti delle riforme della tassazione (circa 1,5% di PIL) e le maggiori spese, non solo per la difesa e la sicurezza, come indicato dall’analisi dell’Heritage Foundation citata in precedenza (circa 1,5% di PIL).

Le prospettive di finanza pubblica per i prossimi anni si inscrivono in un quadro di lungo periodo segnato negativamente dalle pressioni demografiche presenti anche negli Stati Uniti, seppur con intensità decisamente più contenuta che in Europa e in Giappone. Il rapporto tra ultra-sessantacinquenni e occupati raddoppierà nei prossimi trent’anni, per stabilizzarsi intorno al 40%. Tra quattro anni, 77 milioni di baby boomers incominceranno a pensionarsi. Il disavanzo di lungo periodo della social security potrebbe essere risolto eliminando soltanto una parte dei tax cuts voluti dall’Amministrazione Bush. Al contrario, l’andamento della spesa sanitaria pubblica (per i programmi Medicare e Medicaid) lascia intravedere problemi decisamente più difficili: aumentata in termini reali pro-capite al ritmo di circa il 6% l’anno nell’ultimo decennio, si prevede in significativa espansione, anche quando le proiezioni assumono scenari di rallentamento del consumo sanitario individuale.7

La dimensione degli squilibri si accentua considerando i bilanci degli Stati e delle amministrazioni locali, un segmento rilevante del settore pubblico in un sistema federale come gli Stati Uniti.8 Nel 2002, il bilancio aggregato di tali enti ha avuto il peggiore saldo corrente del dopoguerra, con un deficit dello 0,5% del PIL. Dato il vincolo della golden rule (deficit consentito soltanto per finanziare investimenti), Stati ed enti locali sono intervenuti con manovre pro-cicliche soprattutto a riduzione della spesa. Una spesa prevalentemente dedicata ai nuclei familiari più poveri, con elevata propensione al consumo.

Il CBO e la Brookings Institution hanno anche valutato l’impatto di medio periodo delle politiche di bilancio sulla crescita potenziale degli USA. Entrambe le valutazioni indicano effetti negativi. In particolare, il CBO prevede che la politica di bilancio  dell’Amministrazione riduca la dinamica economica degli Stati Uniti di circa 0,2 punti percentuali dal 2004 al 2008 e di circa 0,7 punti percentuali dal 2009 al 2013.9 Come già evidenziato dai risultati della politica di Reagan negli anni Ottanta, la Laffer economics – invocata dai fan del presidente come soluzione miracolosa per gli squilibri del bilancio federale – si conferma argomento più propagandistico che economico, dannoso per la finanza pubblica e la crescita.10

Oltre che negative sul medio-lungo periodo, le politiche economiche dell’Amministrazione si stanno dimostrando molto poco efficaci a generare occupazione nel breve periodo. Nonostante i tax cuts siano costati circa 270 miliardi di dollari (circa il 2,5% del PIL) nel biennio 2002-2003 e si siano inseriti nel contesto di una politica monetaria estremamente aggressiva, il numero degli occupati era, a febbraio 2004, di oltre 2 milioni di unità inferiore al livello registrato nel gennaio 2001. Per mantenere invariato il rapporto tra occupati e popolazione in età attiva, l’incremento sarebbe dovuto essere di circa 200.000 unità al mese.11

In generale, dato il livello di debito di famiglie e imprese, si considera che la misura decisiva a contenere la durata e la profondità della recessione sia stata la drastica riduzione del tasso di sconto applicato dalla Federal Reserve (4,75% nel 2001).

I rischi associati agli squilibri del bilancio federale sono amplificati dall’elevato deficit della bilancia commerciale (intorno al 5% del PIL) e dal connesso debito estero (oramai intorno al 50% del PIL). Gli andamenti paralleli di debito estero e interno stanno acuendo le preoccupazioni sulla sostenibilità della ripresa dell’economica USA e pesano sulla quotazione del dollaro rispetto alle monete dei G7. La necessità di finanziare i due deficit (oltre 40 miliardi di dollari al mese per ciascuno di essi) e la pressione sui prezzi generata dalla caduta del dollaro potrebbero imporre più elevati tassi di interesse i quali, a loro volta, frenerebbero l’espansione dell’economia. In sintesi, i due deficit minacciano la crescita potenziale degli Stati Uniti.12

Infine, le prospettive economiche degli USA risentono anche dell’impostazione e dell’agenda di politica estera dell’Amministrazione Bush. Lo scarso interesse per la cooperazione internazionale e il focus esclusivo sulla lotta al terrorismo hanno di fatto messo ai margini le iniziative per riformare la governance dell’economia globale. L’integrazione economica internazionale non viene considerata come fattore di promozione dell’interesse nazionale. Il vuoto di leadership determinatosi nei fora economici e finanziari multilaterali non viene colmato dall’iniziativa di altre forze (dove è l’UE?). Si indeboliscono, pertanto, le prospettive delle riforme necessarie a cogliere e ridistribuire le potenzialità dell’integrazione economica globale (ad esempio, il Doha Development Round). Un mondo meno integrato è un contesto meno favorevole per tutti – paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo – ma in particolare è meno favorevole per chi ha maggiori vantaggi competitivi. Quindi, in primo luogo, gli Stati Uniti.13

Di fronte all’inefficacia e ai danni strutturali causati dalle politiche dell’Amministrazione Bush si pongono due insiemi di domande. Il primo: gli interventi anti-ciclici di finanza pubblica erano necessari? Il disegno degli interventi poteva essere migliore in termini di efficacia sia di breve che medio periodo? E il secondo: le difficili prospettive di finanza pubblica solleciteranno revisioni al compassionate conservatism e alla pre-emptive doctrine, qualora vi fosse un secondo termine per l’attuale presidente? Ossia, è sostenibile la politica della Casa Bianca?

 

Una politica economica sbagliata

Una politica di bilancio anticiclica era indubbiamente opportuna. L’eccesso di investimenti e di capacità produttiva ereditato dagli anni Novanta e l’incertezza delle prospettive dopo l’11 settembre richiedevano un forte sostegno alla domanda aggregata. Inoltre, dato il surplus di bilancio e il basso livello di debito pubblico alla fine del 2000, non vi era ragione per non utilizzare la politica di bilancio a sostegno della politica monetaria.

Nonostante l’Amministrazione Bush abbia giustificato i tax cuts del 2001, 2002 e 2003 come misure necessarie alla ripresa dell’economia e dell’occupazione, il disegno di tali interventi rispondeva a esigenze politico-ideologiche piuttosto che anticicliche.

Un’iniziativa finalizzata a contrastare gli effetti del ciclo recessivo – tanto più in presenza di crescenti costi per la difesa e la sicurezza – avrebbe portato a massicci interventi di carattere temporaneo, concentrati sui nuclei familiari con più elevata propensione al consumo. Sul versante della spesa, come proposto da molti esponenti democratici, si sarebbero dovuti introdurre sussidi e copertura sanitaria per i disoccupati e investimenti pubblici. Sul versante delle entrate, si sarebbe dovuto puntare su sgravi fiscali e trasferimenti ai nuclei familiari «incapienti». In sintesi, interventi diametralmente opposti a quanto realizzato dall’Amministrazione Bush e dal Congresso dal 2001 al 2003: misure dagli effetti crescenti nel tempo, fortemente concentrate sui nuclei familiari al top della scala distributiva e meno propensi a spendere, di carattere permanente. Ossia, gli adempimenti dell’agenda politica pre-recessione e pre-11 settembre.

I risultati di finanza pubblica generati dalla leadership di Bush non erano inattesi, anzi furono previsti. Da più parti, durante la campagna elettorale del 2000, fu evidenziato che il compassionate conservatism era un’efficace ricetta di breve periodo, resa possibile dall’eredità di finanza pubblica ricevuta dal presidente Clinton, ma un insostenibile onere nel medio periodo (nell’autunno del 2000, il futuro presidente definì la critica «fuzzy math»). Lo straordinario attivo di bilancio accumulato alla fine degli anni Novanta eliminava – per un breve periodo – la necessità di scegliere. Il futuro presidente poteva così promettere tagli alle imposte e generosi aumenti di spesa sociale a un’opinione pubblica in invecchiamento, preoccupata per l’assistenza sanitaria e la pensione ma, al tempo stesso, inebriata da otto anni di crescita economica ininterrotta.

L’impianto di Bush consentiva di centrare i due obiettivi principali delle campagne elettorali di un paese diviso a metà: consolidare e galvanizzare il nucleo duro dei propri militanti e, al tempo stesso, non perdere anzi attrarre fasce limitate ma decisive di elettori marginali. L’enorme riduzione di tasse per i nuclei familiari più ricchi, gli incentivi fiscali per le polizze sanitarie, il rafforzamento della regolazione monopolista nel mercato dei farmaci dal lato conservative; la finta riforma della scuola («No Child Left Behind»), la costosissima riforma del Medicare dal lato compassionate.

Dopo l’11 settembre, l’impianto non veniva aggiustato, nonostante i costi aggiuntivi per le guerre in Afghanistan e in Iraq e per la sicurezza interna: guns and butter per la rielezione del presidente.

 

No «crollismo» ma trade-off

Gli squilibri presenti nell’economia USA favoriscono un cambiamento di rotta nelle scelte di politica economica e di politica estera della Casa Bianca, anche nel caso di una riconferma a novembre del 2004 dell’attuale inquilino. Senza rischiare di cadere nel determinismo economico, si possono intravedere le prime incompatibilità politiche ed economiche tra le iniziative del compassionate conservatism e tra esse e la pre-empitve doctrine. Si possono prevedere crescenti difficoltà per una politica interna dominata da tax cuts and spending e una politica estera centrata sull’uso prevalente delle – costose – risorse militari, a scapito delle iniziative diplomatiche, impegnata nel nation building ma poco interessata al multilateralismo.

Sul versante della politica interna, un primo segnale delle difficoltà della Casa Bianca è arrivato con la presentazione al Congresso del bilancio federale per il 2005. Nonostante la campagna elettorale in corso, l’Amministrazione ha dovuto rispondere agli attacchi di irresponsabilità fiscale provenienti anche da settori repubblicani. Per limitare il deficit al 3% del PIL, la Casa Bianca è ricorsa non solo a trucchi contabili e omissioni, ma per la prima volta dall’inizio del mandato di Bush, anche alla cancellazione di 65 programmi e al taglio della spesa per 38 programmi.14 Risparmi modestissimi (circa 5 miliardi di dollari nel 2005) e probabilmente solo virtuali, dato che difficilmente verranno approvati dai senatori e dai deputati impegnati a difendere il seggio il prossimo 2 novembre. Tuttavia, un cambiamento significativo. Anche Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve, durante un’audizione dedicata alla discussione del bilancio, ha indicato al Congresso il cambiamento di fase: «La dimensione della sfida è enorme. L’unica certezza è che la soluzione dei problemi richiederà scelte difficili e che la crescita economica dipenderà da tali scelte».15

Nel dibattito di politica estera si ripetono interventi preoccupati sugli effetti della crisi di finanza pubblica sulla sicurezza nazionale e sul primato globale degli Stati Uniti. In un recente numero di Foreign Affairs, Dimitri Simes, presidente del Nixon Center, sottolinea la necessità per l’Amministrazione Bush di segnare una discontinuità con l’interventismo umanitario à la Clinton e di tornare a un approccio più realista e responsabile, attento a bilanciare interessi e valori in quanto: «caricarsi di costi aggiuntivi impegnandosi in guerre di liberazione è l’ultima cosa di cui gli Stati Uniti hanno bisogno. Anche se l’economia migliora, tali avventure potrebbero eccedere le risorse a disposizione del bilancio federale, costringendo gli Stati Uniti a scegliere tra due modelli imperiali: lo sfruttamento delle colonie, come nel caso dei Romani – che gettò i semi della distruzione di quell’Impero – e l’impiego di crescenti risorse interne, come nel caso degli inglesi – che portò alla loro ritirata».16

Sui rischi di un crescente deficit di finanza pubblica per la sicurezza nazionale, Niall Ferguson e Laurence J. Kotlikoff, un felice mix di competenze storico-economiche e economico-demografiche, scrivono: «Quando la finanza pubblica degli Stati Uniti raggiungerà una condizione di criticità, si avranno inevitabilmente spinte a tagliare ogni programma federale sprovvisto di un forte supporto. Sebbene relativamente poco costosi, e non essi stessi causa dei problemi di finanza pubblica, i progetti di nation-building in paesi lontani saranno sicuramente tra i primi a essere eliminati. Dopo tutto, quale spesa potrebbe essere più discrezionale che le operazioni in Kosovo, Afghanistan o Iraq?».17

Oltre che nel dibattito di politica estera, le difficoltà a portare avanti la pre-emptive doctrine si sono anche manifestate in recenti iniziative dell’Amministrazione. La Casa Bianca incomincia a essere preoccupata dei costi – economici ed elettorali – sopportati e (im)previsti per le operazioni di peacekeeping e di ricostruzione in Afghanistan e in Iraq. Le preoccupazioni riguardano, in particolare, la sovrautilizzazione delle forze militari. Un’analisi del CBO stima che l’esercito non è in grado di sostenere una forza di occupazione come quella attualmente in Iraq e nella regione (circa 150.000 unità) oltre il marzo del 2004 senza compromettere la politica del Dipartimento della difesa di garantire la rotazione annuale delle truppe, senza scoprire altre aree strategiche e senza tornare alla leva obbligatoria. Dopo l’inverno del 2004-2005, gli Stati Uniti potrebbero sostenere una forza di occupazione di 38.000-64.000 unità, a seconda del grado di utilizzazione dei riservisti. L’impegno dei marines, delle forze speciali dell’esercito e delle forze di combattimento della Marina porterebbe il totale tra 67.000 e 106.000 unità, un livello ancora molto inferiore all’attuale. L’arruolamento e la preparazione di due divisioni aggiuntive (circa 20.000 unità) richiederebbe circa 5 anni di tempo.18

Tali limiti strutturali, le difficoltà incontrate sul campo e le prospettive di finanza pubblica concorrono a spiegare l’offensiva diplomatica della Casa Bianca nei confronti della old Europe. Spiegano l’appello del vicepresidente Dick Cheney al World Economic Forum di Davos e la richiesta del segretario alla difesa Rumsfeld di estendere il ruolo della NATO in Afghanistan e in prospettiva in Iraq. Spiegano la scelta elettoralmente costosa di cedere alle pressioni europee per l’eliminazione delle tariffe sull’importazione dell’acciaio. E spiegano anche perché, all’inizio di febbraio in un incontro con il Segretario generale Kofi Hannan, il presidente Bush abbia offerto per la prima volta un ruolo politico alle Nazioni Unite in Iraq in cambio dell’aiuto a superare i problemi con la maggioranza sciita.19

Le difficoltà economiche e politiche di fronte all’Amministrazione Bush non vanno tuttavia drammatizzate. Sembrano esagerate le previsioni «crolliste» proposte anche in alcuni ambienti old cons. Le insidie poste dal doppio deficit sulla crescita economica vanno collocate nel quadro delle specificità degli Stati Uniti. Fuga dal dollaro e inflazione, le circostanze che dovrebbero imporre un aumento dei tassi di interesse e rallentare la crescita negli Stati Uniti e nel resto del mondo, non appaiono dietro l’angolo.20

In primo luogo, i paesi export-led del sud-est asiatico sono impegnati a difendere gli Stati Uniti come mercato di ultima istanza delle loro esportazioni. Nonostante la strutturalità degli squilibri, le autorità monetarie di Cina, India, Corea, Malesia, Singapore, Taiwan continuano a finanziare il doppio deficit di Washington a tassi di interesse reali bassissimi. Esse sostituiscono i minori flussi di capitali privati verso gli USA con maggiori flussi di risorse ufficiali. Di conseguenza, le loro monete rimangono pressoché stabili nei confronti del dollaro e il costo di aggiustamento o almeno di riduzione del debito estero USA si scarica sulle economie dell’area euro, della sterlina e, in misura minore, dello yen. Il messaggio emerso dalle riunioni dei G7 a Dubai e Boca Raton lascia prevedere una resistenza a una continua caduta del dollaro. Europa e Giappone sembrano intenzionate a contrastare il rafforzamento delle loro monete, piuttosto che assistere passive, come vorrebbero a Washington.

In secondo luogo, gli USA continuano a essere – tra le economie sviluppate – l’area a maggiore potenzialità di crescita. L’area euro o il Giappone, a causa dei peggiori andamenti demografici, degli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo e della minore competitività dei mercati, prospettano una dinamica della domanda interna decisamente inferiore alla domanda USA. Di conseguenza, i capitali privati dei G7 e degli emerging markets continuano a essere interessati a investire negli Stati Uniti.

Infine, i rischi di inflazione associati alla svalutazione del dollaro sembrano modesti. L’economia USA si conferma dotata di straordinarie potenzialità. La capacità produttiva accumulata durante gli anni Novanta e ancora inutilizzata è ampia (25%). La produttività aumenta a ritmi molto elevati (4,7 punti percentuali nell’ultimo biennio rispetto allo 0,4 dell’UE nello stesso periodo). Il tasso di occupazione è ancora un punto percentuale al di sotto del livello raggiunto nel 2000. I prezzi dei beni importati dagli USA sono espressi in dollari e, per non perdere quote di mercato, solo parzialmente aggiustati dagli esportatori delle aree a valuta forte.21

 

Il multilateralismo necessario

In sintesi, la forza dell’economia USA rende decisamente meno stringenti, seppur non irrilevanti, le «leggi» dell’economia e ridimensiona i pericoli di cambiamenti drammatici. I nascar dads e le soccer moms si confermano motore della crescita sia per i paesi emergenti che per i paesi sviluppati. Tuttavia, la rendita degli anni Novanta è stata dissipata e i trade-off ritornano in campo a limitare lo spazio di manovra della politica. Le prospettive economiche stanno mettendo e metteranno sempre più a dura prova l’agenda politica interna e internazionale e le fortune elettorali della Casa Bianca e della leadership repubblicana al congresso. Il supporto per wars of choice combattute da ristrette coalition of the willing sarà sempre più difficile da ottenere, in quanto immediate saranno le conseguenze sull’intero elettorato.

Diventerà molto costoso elettoralmente il mantenimento dei tax cuts e il proseguimento, e tanto più l’ampliamento, della Bush doctrine in un contesto di ridotta credibilità internazionale. Si apriranno situazioni conflittuali non con programmi di spesa privi di forti constituencies (come «No Child Left Behind», Medicaid, o i programmi cancellati o ridimensionati nel bilancio federale del 2005) ma con le misure difese dalle potentissime lobbies dei seniors (le prestazioni della Social Security Agency e Medicare), degli agricoltori (sussidi agricoli), delle imprese farmaceutiche (il monopolio nel mercato dei medicinali).22

In conclusione, la lezione tratta da alcuni studiosi dell’Impero britannico appare ancor più valida nel XXI secolo: neppure gli Stati Uniti possono permettersi una strategia imperiale (nonostante le ambizioni di alcuni a Pennsylvania Avenue e sulle sponde del Potomac). In un mondo sempre più interdipendente e con un embrione di società civile transnazionale, è molto costoso un modello regolativo prevalentemente affidato alla forza militare. Un sistema democratico, difettoso ma ancora efficace, segnato da baby boomers che invecchiano con le aspettative del New Deal di Roosevelt (pensione) e della Great Society di Johnson (assistenza sanitaria pubblica) chiede non solo sicurezza ma anche benessere.23 Insomma, il multilateralismo non è stato un accidente della storia. È stato e continua a essere la proiezione internazionale necessaria allo stato del benessere. Pertanto, esso avrà ancora molti alleati anche dall’altra parte dell’oceano.

 

 

 

Bibliografia

1 Alla camera novantasei rappresentanti repubblicani fiscally conservative hanno costituito il Repubblican Study Group, con l’obiettivo di portare il risanamento della finanza pubblica al centro dell’agenda politica.

2 A.M. Rivlin e I. Sawhill, Restoring Fiscal Sanity: How to Balance the Budget, Brookings Institutions, Washington DC 2004.

3 A. Fraser, The State of Spending, Heritage Foundation, WebMemo n.398, 21 Gennaio 2004.

4 È vero che tali livelli di debito appaiono modesti (soprattutto se considerati in relazione agli assets accumulati dalla social security), rispetto valori raggiunti dal debito federale alla fine della seconda guerra mondiale (122% del PIL, nel 1946). Tuttavia, va anche ricordato che quest’ultimo non fu determinato da squilibri strutturali, ma da fattori una tantum: la spesa per la difesa scese dal picco del 37,8% del PIL, toccato nel 1944, al 5,5% del PIL nel 1947.

5 In coerenza con le richieste contenute nel bilancio per il 2005, le previsioni assumono che gli sgravi fiscali introdotti dal 2001 al 2003 – formalmente in scadenza al 2012 – diventino permanenti e che sia drasticamente ridotta la platea dei contribuenti assoggettata alla Alternative Minimum Tax. Il CBO proietta deficit di medio-lungo periodo più contenuti, in quanto vincoli legislativi gli impongono assunzioni poco realistiche (ad esempio, nessun incremento in termini reali della spesa discrezionale). CBO, An Analysis of the President’s Budgetary Proposals for Fiscal Year 2005, Washington DC, marzo 2004.

6 CBO, The Budget and Economic Outlook: Fiscal Years 2004-2013, Washington 2003; Office of Management and Budget, Budget of the U.S. Government, Fiscal Year 2004, Washington 2003.

7 Il CBO, in un’analisi di lungo periodo del bilancio federale, propone tre scenari per le previsioni della spesa. Lo scenario intermedio (Intermediate Spending Path), pur assumendo una decelerazione dell’aumento della spesa sanitaria pro-capite, prevede – a causa delle dinamiche demografiche – un raddoppio della quota di PIL assorbita da Medicare e Medicaid nel 2030 (dal 4% del PIL nel 2003 all’8,4% del PIL nel 2030). CBO, The Long-Term Budget Outlook, Washington DC, dicembre 2003.

8 La spesa di Stati e amministrazioni locali ammonta a circa il 13% del PIL, ossia a oltre il 40% della spesa del settore pubblico.

9 CBO, The Budget and Economic Outlook: Fiscal Years 2004-2013, Washington 2003; R. Cardarelli e A. Kose, Economic Impact of U.S. Budget Policies, in M. Muhleisen e C. Towe (a cura di), U.S. Fiscal Policies and Priorities for Long-Run Sustainability, Occasional Paper n.227, International Monetary Fund, 2004.

10 Il recente Report of the President, preparato dal Council of Economic Advisors, dedica un intero capitolo a difendere la Laffer economic.

11 Bureau of Labor Statistics, News, febbraio 2001 e marzo 2004.

12 Rubin, nella sua recente autobiografia, ricorda che il modello di previsione economica della Federal Reserve assume un incremento dei tassi di interesse di lungo periodo dello 0,5-0,7% per un aumento del deficit federale dell’1% del PIL (R. Rubin, In an Uncertain World: Tough Choices from Wall Street to Washington, Random House, 2003, p. 363). Il FMI, accusato dal Wall Street Journal di fare campagna elettorale per Dean, ha sostenuto la medesima tesi (M. Muhleisen e C. Towe (a cura di), U.S. Fiscal Policies and Priorities for Long-Run Sustainability, Occasional Paper n. 227, International Monetary Fund, 2004).

13 C. F. Bergsten, direttore dell’Institute for International Economics, scrive: «Un arretramento della globalizzazione, o uno stop al suo avanzamento, rappresenterebbe una rilevante sconfitta per gli Stati Uniti sullo scenario mondiale. La prossima Amministrazione deve capire l’urgenza della situazione e fare della politica economica internazionale una priorità». (C. F. Bergsten, Foreign Economic Policy and the Next President, Foreign Affairs, marzo/aprile 2004).

14 Nel bilancio del 2005, l’Amministrazione propone di rendere permanenti i tagli delle imposte approvati dal 2001 al 2003. Per celarne gli effetti sui deficit, l’orizzonte temporale di analisi della finanza pubblica è stato ridotto da 10 a 5 anni. Inoltre, non sono state incluse le spese per le operazioni in Iraq e in Afghanistan, stimate in almeno 50 miliardi di dollari nel 2005.

15 A. Greenspan, Economic Outlook and Current Fiscal Issues, Testimony before the Committee on the Budget, US House of Representatives, 25 febbraio 2004.

16 D. Simes, America’s Imperial Dilemma, Foreign Affairs, novembre/dicembre 2003.

17 N. Ferguson e L. J. Kotlikoff, Going Critical: American Power and the Consequences of Fiscal Overstretch, The National Interest, Fall 2003.

18 CBO, An Analysis of the U.S. Military’s Ability to Sustain an Occupation of Iraq, Washington, settembre 2003. A conclusioni simili giunge un’analisi della Brookings Insititution (M. O’Hanlon, The Need to Increase the Size of the Deployable Army, Brookings Working Paper, marzo 2004). La situazione di overstretching delle Forze armate ha portato un ampio schieramento bipartisan di senatori «realisti» a preparare un progetto di rafforzamento dell’esercito adatto al nation building, centrato quindi sulle risorse umane e alternativo al piano di Rumsfeld dedicato all’introduzione di una nuova generazione tecnologica di armi.

19 La senatrice Rodham Clinton, in una discussione sulla sicurezza nazionale tenuta a fine febbraio, ha sottolineato che «riguardo all’Iraq stiamo vedendo i segni di un cambiamento, persino di un’inversione di rotta nell’atteggiamento dell’Amministrazione nei confronti degli alleati, delle istituzioni internazionali e del multilateralismo. L’Amministrazione ha capito che 50 anni di consenso bipartisan in favore del multilateralismo non è stato un segno di debolezza ma un esempio di forza?» (H. Rodham Clinton, Addressing the National Security Challenges of Our Time, The Brookings Institution, 25 febbraio 2004).

20 Alan Greenspan è intervenuto a ridimensionare l’enfasi sui rischi associati allo squilibrio commerciale degli Stati Uniti con una documentata analisi dell’eccezionalismo degli USA. (A. Greenspan, Current Account, Remarks before the Economic Club of New York, 2 marzo, 2004).

21 A metà marzo 2004, lo spread tra titoli del tesoro decennali di Germania e USA era di 17 basis points, indicazione di inflazione attesa maggiore in Germania che negli USA.

22 La Brookings Institution, nell’analisi richiamata all’inizio, individua tre opzioni politiche per il risanamento della finanza pubblica. L’opzione conservative (Smaller Government Plan) lascia invariato il bilancio della difesa, ma taglia radicalmente (400 miliardi di dollari nel periodo 2005-2014) il resto della spesa primaria. Tuttavia, anch’essa necessita di un incremento della pressione fiscale di 134 miliardi di dollari per risanare le finanze pubbliche federali.

23 Nelle elezioni del 1996, i votanti con più di 45 anni (quasi 56 milioni) costituivano il 53% del totale dei votanti (105 milioni), in aumento di oltre 3 punti percentuali rispetto al 1972 (Federal Electoral Commission, Voter Registration and Turnout in Federal Elections by age 1972-1996). Un’ampia ricerca di S. Greenberg consente di prevedere che gli ultra quarantacinquenni, grazie alla presenza dei baby boomers, saranno oltre il 58% dei votanti nel 2004. (S. Greenberg, The Two Americas: Our Current Political Deadlock and How to Break it, 2004). Tale percentuale è destinata a crescere in modo significativo fino a quando tutte le coorti di baby boomers supereranno la soglia dei 45 anni. In competizioni elettorali decise per poche migliaia di voti, sono evidenti i poteri di condizionamento delle lobbies dei seniors e le difficoltà politiche per quanti intendono ridimensionare i principali istituti della cittadinanza sociale.

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