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Riforma e manutenzione del sistema universitario

Written by Eugenio Mazzarella Thursday, 01 April 2004 02:00 Print

Le osservazioni che verranno proposte sull’attuale stato dell’università italiana e sul recente progetto di riforma che la investe, che tante polemiche sta suscitando, non hanno alcuna ambizione di ripensare il sistema ex novo. Un’ambizione sbagliata, sottesa tanto al disegno di legge-delega Moratti, quanto a non poche critiche che gli si rivolgono, e che talora finiscono per riproporne i presupposti ideologici di fondo.

 

Le osservazioni che verranno proposte sull’attuale stato dell’università italiana e sul recente progetto di riforma che la investe, che tante polemiche sta suscitando, non hanno alcuna ambizione di ripensare il sistema ex novo. Un’ambizione sbagliata, sottesa tanto al disegno di legge-delega Moratti, quanto a non poche critiche che gli si rivolgono, e che talora finiscono per riproporne i presupposti ideologici di fondo. Siamo in presenza da tempo, già dai provvedimenti di Berlinguer, di uno strabismo geografico culturale, per cui, anziché ridisegnare e aggiornare il sistema pubblico della ricerca e dell’università italiane ai mutati scenari del sistema paese nel contesto europeo e internazionale, con interventi correttivi funzionali a cogliere gli obiettivi di maggiore efficienza e qualità dichiarati, si pretende, con lo sguardo rivolto al mondo anglosassone, di importare modelli di organizzazione centrati sul privato e in definitiva, anche se non sempre si ha il coraggio di dichiararlo fino in fondo, sull’abolizione del valore legale del titolo di studio. Modelli che nel nostro contesto non potranno mai funzionare, perché manca la società che quei modelli supporta; e che quindi rappresentano un puro e semplice salto nel buio istituzionale, cosa invero non nuova nel riformismo della cosiddetta seconda Repubblica. Per cui quello che si rischia di avere è solo la Cambridge o il MIT dei poveri, smontando inutilmente quanto c’è di buono nell’attuale sistema. Molto più ragionevole sarebbe conservare l’adesione convinta al sistema pubblico della ricerca e dell’università italiane, e partire da lì per gli indifferibili interventi di riforma, senza fughe in avanti in un mito del privato che, anche a vedere quel poco che già c’è, non ha virtù taumaturgiche, e che recenti vicende mostrano aver poco da insegnare quanto a etica dei comportamenti. Le aziende non sono di per sé fonte normativa e di successo nell’intrapresa della conoscenza. La filiera concettuale, invero propagandistica, privato uguale mercato uguale razionalità oggettiva dei comportamenti uguale efficienza e moralità, non ha neanche più dignità, in tempi di bolle speculative new economy e truffe old economy, di esempio argomentativo. La sinergia efficienzamoralità, sempre che sia così piattamente schematizzabile in equivalenza, si raggiunge per altre strade, piuttosto che per parole d’ordine usurate e interessate. Quello di cui si tratta è in definitiva di attivare interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione del sistema che già c’è, lasciando finalmente perdere velleitarismi di riforme epocali, per cui manca materia e contesto. E nel senso dell’ordinaria, necessaria manutenzione del sistema università-ricerca si svolgeranno alcune osservazioni.

Ha trovato di recente grande risalto sulla stampa italiana il saldo negativo di scambio commerciale tra ricercatori sulle due sponde dell’Atlantico, anche se si tratta di uno scambio del tutto peculiare e inverso, nei parametri di giudizio, a quello corrente della bilancia commerciale: la negatività è appunto nella partita attiva dei trasferimenti all’estero dei ricercatori, dell’export di personale di ricerca, se così ci si può esprimere. La positività, nell’importazione di personale di ricerca. Il che paradossalmente già dice una cosa importante: la bontà del prodotto formativo esportato; non si esporta infatti su un mercato di alto livello, quale è quello della ricerca internazionale, merce scadente. Usando intenzionalmente un’improvvida terminologia, si vuole segnalare già nella terminologia stessa l’incongruenza di alcune valutazioni di partenza dell’ottica aziendalistica, con cui sono affrontate oggi molte questioni rilevanti dello stato dell’università italiana.

Dai dati proposti all’attenzione dell’opinione pubblica, risulta dunque evidente la capacità di attrazione, non solo per la formazione nella ricerca avanzata, ma anche per un più duraturo inserimento nel sistema internazionale della ricerca, degli Stati Uniti rispetto all’Europa, e all’Italia in particolare. Questo dato macrosistemico – la bilancia degli scambi tra ricercatori USA e Europa vede i primi in vantaggio di quattrocentomila unità – è il risultato non della maggiore talentuosità e competitività delle «persone» fisiche impegnate nella ricerca, dei cosiddetti «cervelli» sulla cui fuga si piange, ma dei sistemi (laboratori, fondi, mezzi, prospettive a disposizione) in cui questi cervelli sono immersi. Negli Stati Uniti la sinergia pubblico-privato investe nella ricerca di base e applicata risorse di gran lunga maggiori di quelle che, in questo campo, vengono destinate dagli europei. E ci sono settori in cui, al di là dell’ottimizzazione pur necessaria dei modelli organizzativi, l’investimento finanziario in risorse è direttamente proporzionale ai risultati immateriali (teorie, conoscenze, brevetti) raggiunti. Con un litro di benzina una macchina può percorrere quindici, venti o venticinque chilometri, ma con un decilitro al massimo ne farà tre. Ed è proprio questa la situazione della ricerca italiana, dove il raffronto tra i ricercatori che lavorano da noi e quelli che invece operano in America, risulta molto più equilibrato, se la produttività per ricercatore viene misurata compensando l’investimento «strumentale» in senso lato pro-capite. Ma, come al solito, noi siamo bravissimi a farci male da soli, a scaricare cioè sulle persone e sulle categorie (poco produttive e talora malversatrici) l’incapacità di assunzione di responsabilità collettive e sociali.

Il paradosso è che nel sistema internazionale della ricerca l’Italia finisce per finanziare la formazione di base dei ricercatori – fin qui spesso ottima, ma che è la più costosa e soprattutto la più lontana dai risultati applicativi, dove c’è ritorno economico – per lasciare questa seconda fase della vita e della produttività dei ricercatori ai laboratori americani, che brevettano. È come se in un’azienda si partecipasse per due terzi ai costi della formazione del personale, senza avere nessuna quota dei profitti, che invece vanno tutti al socio che fornisce gli stabilimenti di produzione. Ma è inutile lamentarsi se non si investe sugli stabilimenti, cioè sui costi strutturali della ricerca. Anzi, se non ci fosse l’America non formeremmo personale neanche in conto terzi. Il problema non è che i nostri giovani ricercatori partano. In un sistema internazionale della ricerca è del tutto fisiologico, e testimonia la propensione all’«aggiornamento» professionale degli attori in gioco. Il problema è che non tornano. E questo per lo stesso motivo per cui non si attirano in pianta stabile ricercatori stranieri, per le limitate opportunità di mezzi e prospettive che la ridotta spesa nazionale per l’università e la ricerca, pubblica e privata, genera.

Ci si è mai chiesti perché il capitale finanziario anglosassone non investe in istituti di ricerca all’estero, come fa e farebbe per una qualsiasi industria manifatturiera? Perché non «acquista» università all’estero, per così dire, così come pure potrebbe fare (per lucrare su normative deontologiche e giuridiche più «lasche», come si comincia a intravedere nelle recenti ricerche sulla clonazione umana a fini terapeutici condotte a Seul da ricercatori coreani e americani associati), o ne impianta di «private», ove ci siano problemi di vincoli in eccesso, per sfruttare in loco la forza lavoro intellettuale? Perché evidentemente il sistema della ricerca è ritenuto non dislocabile in ragione di costi più bassi fuori dei confini nazionali, come una qualsiasi industria manifatturiera, perché motore dello sviluppo e del primato del sistema economico e produttivo di cui fa parte. Anzi, si investe sul proprio territorio, vale una clausola nazionale per attrarre (importare) la materia prima con cui si fa ricerca: i cosiddetti «cervelli». Se si fosse, nel sistema internazionale della ricerca, in una Lega di basket o calcio globale, si assisterebbe al fenomeno per cui alle società di provincia di partenza dei «giocatori» della ricerca scientifica sarebbe riconosciuto un congruo risultato economico per l’allevamento e la valorizzazione dei talenti: il costo del «cartellino» per l’ingaggio (di cui ci si libera, e non è un caso, nel business sportivo solo a fine carriera, quando un giocatore è per così dire già «spremuto»). Purtroppo, per chi esporta alle attuali condizioni ricercatori, l’università e la ricerca come sistema formativo sono l’unica industria avanzata che se esporta non produce reddito, ma ne perde. E nel sistema paese Italia, nel bene e nel male, alle condizioni suddette, l’università resta una delle poche industrie avanzate che reggono la concorrenza internazionale, se con questa si intende la capacità di fornire al sistema internazionale della ricerca personale di qualità. Il problema non è dunque smontare questo sistema, ma radicarlo sempre di più nel suo territorio di riferimento, farlo lavorare per il paese, nella fase ultima della produzione di reddito intellettuale di un ricercatore, quella che porta ai risultati-volano per il sistema economico nazionale di riferimento.

Ora, l’annunciata riforma Moratti nelle sue linee generali va in questa direzione, invertendo la tendenza a un export di «cervelli» in pura perdita, per restare anche solo a questo aspetto? Assolutamente no. È invece una ristrutturazione al ribasso del sistema universitario e della ricerca, organica a una più generale ristrutturazione al ribasso, come prospettive e ambizioni, dell’azienda-paese. Non si porta la base produttiva ad allargarsi investendo in ricerca e formazione, ma si restringe il comparto formativo e di ricerca a misura della stagnazione della base produttiva, data per acquisita e forse per irreversibile. Al di là delle dichiarazioni di principio, ciò che si intravede nel programma di «risanamento» del sistema universitario italiano è un tassello di una strategia che, più che allo sviluppo e all’innovazione, sembra puntare a un’ottimizzazione sul versante dei costi e dei ricavi della marginalizzazione tendenziale dell’economia italiana nella divisione internazionale del lavoro. Può anche darsi che i conti torneranno nel sottosistema «università&ricerca», ma saranno i conti di una piccola azienda in un paese che ha rinunciato a essere grande. Anzi, qualche legge e qualche piccolo fondo per far tornare alcune centinaia di ricercatori dall’estero, saranno la foglia di fico con cui coprire la non volontà di mantenere nell’università gli attuali, già deficitari, livelli di organico di ricercatori, se si guarda agli standard internazionali. Come dire: qualche decina di milioni di euro per qualche ritorno di «cervelli», da spot sui giornali, e neanche un euro delle centinaia di milioni che sarebbero necessari per mantenere, a regime, già gli attuali livelli di organico di ricerca, come segnalato da anni dalla CRUI.

Ma per venire al merito degli obiettivi dichiarati di riordino del sistema, presenti nel disegno di legge-delega Moratti, questi sono come è noto: a) incentivare l’impegno dei docenti, sia sotto l’aspetto quantitativo che qualitativo, nell’interesse di un migliore servizio agli studenti e di un miglioramento della qualità della ricerca; b) dare più flessibilità al sistema liberalizzandolo e affidando completamente alle università il reclutamento delle giovani leve di ricercatori; c) assicurare trasparenza e omogeneità nazionale nella scelta dei professori universitari, superando l’attuale sistema localistico. Tutti obiettivi in teoria condivisibili. Ma i mezzi proposti per raggiungerli sono coerenti ed efficaci nella pratica? È lecito dubitarne.

Per venire alla prima questione, anziché puntare a un reale controllo dell’impegno didattico e scientifico dei docenti, con un pertinente sistema di valutazione dei singoli e delle singole unità didattiche e di ricerca attuali (corsi di laurea e dipartimenti), che sarebbe del tutto perseguibile anche dando peso e realtà ad alcuni degli attuali elementi di valutazione (giudizi di conferma in ruolo, criteri di accesso ai finanziamenti di ricerca, valutazione della qualità e dell’osservanza dei carichi didattici prescritti), si escogita una dubbia, almeno nelle motivazioni, eliminazione della differenziazione tra tempo definito e tempo pieno, liberalizzando del tutto – fatto salvo un incremento di cento ore di impegno annuale, a normativa attuale – il rapporto con la professione. Ora, senza voler in alcun modo negare la necessità e il beneficio del rapporto con la professione per molti profili curriculari di ricerca e di didattica, la distinzione tra tempo pieno e tempo definito ha una funzione non solo strategica nella gestione dell’istituzione universitaria, ma di vocazione prevalente di un’esistenza scientifica. L’unica cosa che con certezza è da attendersi dalla sua abolizione, è riaffidare a grossi professionisti-docenti anche i livelli di management della didattica e della ricerca, i ruoli apicali dell’organizzazione funzionale dell’università. Se il passato insegna qualcosa, torneremo a vedere presidi e direttori di dipartimento superimpegnati professionalmente, con assistenti dedicati alla presidenza e alla direzione, la cui carriera scientifica sarà garantita da questo lavoro surrogato, e non da risultati propriamente intellettuali.

Di più: con la copertura ideologica di dover incentivare il rapporto con il mondo produttivo e delle imprese, si pensa a fattispecie normative che raffigurano il fitto del ramo d’azienda (nel caso ad esempio che un dipartimento universitario venga affidato in gestione – si dice «convenzione» – a un’impresa, che fornirà pro tempore per contratto anche il professore «ordinario», cioè il direttore di ricerca del personale universitario strutturato, che gli verrà così sottoposto); oppure, simmetricamente, la fornitura di personale di ricerca sotto forma di «distacco» dei propri ricercatori presso aziende. Tutto questo, in votis, dovrebbe incrementare lo scambio tra ricerca pubblica e impresa. In concreto si darà corso a un po’ di shopping presso le università di ricerca applicata, in strutture e personale, lì dove questo è possibile, e quindi sostanzialmente al Nord. Nessuna misura invece di incentivazioni fiscali al mondo delle imprese per investire in ricerca universitaria e presso università per raggiungere tassi di investimento privato in ricerca paragonabili a quelli dei sistemi più avanzati, a prescindere dall’immediata committenza, pur necessaria, di ricerca applicata. Tra l’altro, non si capisce perché la nuova normativa dovrebbe migliorare di molto l’attuale interscambio tra mondo delle imprese e università nell’ambito della committenza di ricerca applicata, se non dando a questo interscambio una legittimazione «morale» e nella migliore delle ipotesi una più immediata e controllabile visibilità. Certo non sembra la strada maestra per portare nella ricerca ingenti capitali privati. Al più sembra che si metta a norma l’attuale vivacchiamento. Se la memoria storica non inganna, solo fin quando c’è stata in Italia una grande industria pubblica, si è vista qualche performance di ricerca a livello internazionale, se il premio Nobel a Giulio Natta ricorda qualcosa.

Per quanto riguarda il secondo punto – la flessibilità nel reclutamento locale delle giovani leve di ricercatori tramite contratti quinquennali, rinnovabili al massimo una volta, e di figure variamente precarie di docenti a contratto di altrettanto varia qualificazione – l’analisi dei provvedimenti previsti è ancora più sconcertante. Ci si orienta a una precarizzazione esistenziale, ancora più spinta dell’attuale, degli aspiranti ricercatori e docenti, ritenendo che questo ne farà dei mostri di produttività, e quando non riescano a transitare nei sempre più ristretti ruoli della ricerca, se ne propone un qualche accompagnamento in altri settori (esperienza già fallita in passato per resistenze varie nelle amministrazioni che avrebbero dovuto riceverli). Non si capisce, in verità, quale ulteriore precarizzazione nell’accesso alla carriera di ricerca e di didatta universitario sia fisiologicamente tollerabile. Ma è possibile non rendersi conto che già adesso nessun ricercatore entra nei ruoli pubblici in pianta stabile prima dei 35/40 anni, cioè dopo dieci, quindici anni di precariato? Ed entra a 1000 euro al mese o poco più? Nella ricerca si investe soprattutto la propria vita di lavoro. Fino a questo momento, con dieci o quindici anni di precariato previsti fin dall’inizio, qualcuno ancora ci prova. Con la prospettiva «certa» di essere precario pressoché a vita o di essere sostituito a quarant’anni da precari più giovani, non ci proverà più nessuno. Così il problema dell’università è risolto. Nel senso che si chiude. E questo soprattutto al Sud, dove è più difficile riciclarsi in altri settori per chi alla soglia dei quarant’anni, e sono i più, getta la spugna e passa ad altro. Perché questo è il punto. Un’analisi onesta della logica degli accessi al sistema non dovrebbe quantificare solo quelli che «entrano», limitandosi a giudicare deprecabile che tutti «restino», per il che si può anche prevedere qualche motivata normativa specifica (magari innanzitutto per chi dedica anima e corpo solo alla professione privata), ma dovrebbe quantificare anche la gran massa di quelli che, dopo uno o due decenni di precariato, non entrano affatto e rinunciano. Questi, e sono la grande maggioranza (basti guardare al rapporto tra dottori di ricerca e assunti nei ruoli di ricercatori) sono già ampiamente sostituiti tra i trenta e i quarant’anni da nuove leve speranzose che il loro precariato abbia più successo. Ancora una volta, se con in contratti quinquennali si vuole sostituire tutte le più asfittiche forme di precariato oggi esistenti (borse, assegni e quant’altro), ben venga: si mette semplicemente a norma il precariato che già c’è. Il punto è ben altro: quanti contratti si renderanno disponibili, e che rapporto ci sarà con i posti di organico di primo livello, sia questo primo livello quello del ricercatore, sulla base dei tre livelli, o quello dell’associato, sulla base di un sistema a due livelli?

Perché questo è il punto chiave, per venire al terzo obiettivo del disegno di legge-delega: le modalità di assunzione dei ruoli docenti. Se l’obiettivo è ampliare l’organico degli addetti alla ricerca, può essere indifferente strutturarlo su due livelli o su tre, mantenendo il ruolo dei ricercatori – come sarebbe preferibile per «cultura» del nostro sistema di ricerca e per l’ampio numero attuale di ricercatori in servizio, difficilmente collocabili in ruolo a esaurimento senza mortificarne la professionalità, e senza suscitare dinamiche rivendicative di categorie, che prenderebbero la strada più o meno camuffata di ope legis. Ma questo ampliamento degli oraganici di ricerca non sembra essere l’obiettivo del disegno di legge, se si contrabbanda una modalità di assunzione – locale o nazionale – come panacea di qualità, laddove si punta semplicemente a produrre, per ciascuna tornata concorsuale un numero di idonei inferiore, all’attuale: sostanzialmente la metà. Non c’è nessun problema di principio alla selezione nazionale, se però il rapporto delle idoneità con i posti a concorso resta inalterato, cioè il doppio. Ma in realtà non è la selezione nazionale che si vuole, ma il vincitore unico per concorso, che sarebbe ingestibile a livello locale. Si obietta che l’attuale sistema ha generato promozioni troppo locali e non ha visto ingressi cospicui di giovani leve, concentrato come è stato sullo scorrimento di fascia dei candidati. Si dimentica che questo è stato favorito dalla logica del minor costo del candidato interno sul candidato esterno. Quanto poi alla presunta bassa qualificazione dei passaggi di carriera così conseguiti, si omette ipocritamente di ricordare che i vincitori interni sono in larghissima parte personale didattico e di ricerca sperimentato, a cui gli atenei hanno affidato compiti didattici rilevanti da anni e in alcuni casi da decenni – per altro uno dei punti qualificanti per legge nella valutazione concorsuale. Con il che, se erano degni prima, con una qualifica più bassa, di coprire posizioni funzionali superiori, non si capisce perché conseguita la qualifica superiore divengano in generale immeritevoli come categoria e tali da indurre a rivedere la normativa. Forse perché finiscono per costare qualcosa in più. Se si vuole indurre un abbattimento netto dei casi di malcostume nella cooptazione universitaria, i sistemi sono altri, a cominciare da un comitato etico disciplinare, che si pronunci su motivata rischiesta mossa da parti che si ritengano lese, sì da attivare procedimenti interni amministrativi, per finire a dare peso non formale ai giudizi di conferma in ruolo e alle verifiche periodiche. Una carriera media nell’università italiana (una carriera «riuscita», che a ogni tentativo cioè riesca) dal dottorato, all’assegno, al conseguimento dei ruoli di ricercatore, associato e ordinario, con concorso e conferma, comporta già otto livelli di valutazione progressiva, che coprono un arco medio di venticinque, trent’anni. Il problema non è aggiungere altri livelli di valutazione a quelli esistenti, magari inserendo quello riguardante se si è degni di percepire la pensione, ma rendere stringenti, dove non lo siano, quelli attuali.

Tutta questa insistenza sulle modalità di assunzione, che peraltro depista il dibattito in corso in termini che possono apparire corporativi, e forse non a caso, è in verità in gran parte un mero problema di contenimento di costi, perché, esauritasi in questi anni buona parte dei ricercatori e degli associati anziani, alle nuove idoneità si affacciano nuove leve più giovani e costose per gli atenei. Quanto poi all’ingresso di nuovi soggetti nei ruoli universitari, se davvero è questo che si vuole, basterebbe una norma semplicissima: rendere obbligatoria una riserva del 50% del budget del turn over dei pensionamenti e delle cessazioni per posti di ricercatori. È questa la misura che svecchierebbe il sistema e amplierebbe gli organici, ma pare che proprio questo non si possa fare, se non in una logica di precarizzazione che dovrebbe essere finanziata, per altro, con il turn over del 40% che si prevede si libererà nei prossimi dieci anni negli organici degli atenei italiani. In analogia al finanziamento della cassazione del tempo definito con i presunti introiti per minori supplenze (per inciso, conoscono al ministero il rapporto sul campo tra supplenze e affidi gratuiti e supplenze pagate, e a quanto?). Il budget previsto dal turn over dei prossimi dieci anni sembra al momento l’unica risorsa certa, prevista a regime per lo stesso periodo, che ogni ateneo potrà gestire, dovendo scegliere cosa tagliare dell’offerta formativa o della produzione di ricerca attuali per sostenere ciò che resta con organici stabili, ovvero se tentare di sostenere in modo precario le proprie attività didattiche e/o di ricerca ai livelli attuali, decidendo se penalizzare le une o le altre.

Né si ha alcuna consapevolezza, nel disegno di legge-delega, delle grandi differenze per aree formative e di ricerca, nella galassia universitaria, che potrebbero ben richiedere normative didattiche differenti e percorsi di carriera di ricerca diversamente scanditi. Nell’area umanistica, ad esempio, il vero investimento è sull’accumulo di esperienza cognitiva sul campo, per cui uno storico con due decenni di esperienza sul campo della ricerca e della didattica è poco fungibile con un giovane neodottorando. Così come un clinico medico. In area scientifica, la creatività personale e la conseguente competitività nei conseguimenti intellettuali pare essere in media più precoce, e incapace a esprimersi, se non in una visione romantica, con carta e matita; per cui prima di giudicare un ricercatore efficiente o inefficiente, cosa in sé legittima e auspicabile, si tratta di vedere se è stato messo in grado di esprimere la sua produttività potenziale, altrimenti è solo un mandare all’ammasso generazioni di aspiranti ricercatori, colpevoli in definitiva di non essere riusciti a celebrare le nozze con i fichi secchi.

In realtà quel che il disegno di legge-delega propone fa prevedere il configurarsi di molti atenei, e non solo al Sud, come meri luoghi di didattica postliceale, logica conseguenza di una scuola superiore allo sbando, sganciata da ogni ricerca, e il concentrarsi e restringersi della base produttiva di formazione effettivamente universitaria e connessa alla ricerca in pochi atenei. E questo in modo selvaggio. Quanto un programma del genere possa contribuire al rilancio del sistema-paese è difficile da comprendere. Invece, molto ci sarebbe da fare in questa direzione, razionalizzando in modo illuminato sul territorio l’offerta formativa superiore, individuando «missioni» esplicite della rete degli atenei, anche per porre riparo alla dissennata politica localistica delle sedi universitarie. Ma tale politica, è bene ricordarlo, è stata anche motivata dalla necessità di abbattere i costi delle famiglie per sostenere gli studi dei propri figli, in un sistema che, perversamente, non costruiva case dello studente negli atenei metropolitani, né offriva ai meritevoli indigenti strumenti reali di sostegno allo studio, e però moltiplicava sedi e mattoni. Senza dover ricordare il campanilismo di enti locali la cui protervia nel chiedere sedi è stata pari solo all’avarizia, o all’impotenza indigente, nel sostenerle successivamente. Così come si potrebbe, con chiarezza, scandire il rapporto tra laurea triennale, specialistica e alta formazione, evitando proliferazioni territoriali generaliste, e concentrando gli sforzi su ben definiti obiettivi e sedi, senza presumere che questa razionalizzazione sia raggiungibile in modo indiretto, perché economicamente meno costoso e politicamente meno «visibile», tramite l’anarchia dell’affidamento al mercato di una risibile autonomia nella povertà degli atenei. Il sistema pubblico potrebbe ben accettare una ristrutturazione di base, un intervento di manuntenzione straordinario in questo senso, condotto anche in modo illuminato, se accompagnato da reali incrementi di risorse disponibili. Ma proprio questo sembra il nodo gordiano da tagliare, con nessuno in grado con certezza di dire qualcosa al riguardo.

Ancora una volta la società italiana e la politica devono decidere, e non a parole, se l’università è un peso finanziario da alleggerire, o un imprescindibile, costoso, ma redditizio investimento per l’avvenire.

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