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Un programma che parli agli europei

Written by Giuliano Amato Thursday, 01 April 2004 02:00 Print

Nel seminario di Policy Network che a fine marzo ha messo intorno al tavolo intellettuali ed esponenti politici di tutta l’Europa socialista a Warren House, nei dintorni di Londra, è toccato a me raccogliere le fila ai fini di una piattaforma comune per le prossime elezioni europee. Un esercizio che ho svolto volentieri, anche perché propedeutico al compito che mi era stato affidato in Italia per la nostra lista unitaria.

 

Nel seminario di Policy Network che a fine marzo ha messo intorno al tavolo intellettuali ed esponenti politici di tutta l’Europa socialista a Warren House, nei dintorni di Londra, è toccato a me raccogliere le fila ai fini di una piattaforma comune per le prossime elezioni europee. Un esercizio che ho svolto volentieri, anche perché propedeutico al compito che mi era stato affidato in Italia per la nostra lista unitaria.

L’inizio dei nostri lavori era stato provocatoriamente dilemmatico e due tesi si erano contrapposte: quella del necessario ottimismo della politica, in nome del compito che essa ha di creare le condizioni della fiducia nel futuro, e quella del rischio che così si corre di scivolare sopra le paure, le incertezze, le insicurezze che, per molteplici ragioni, dominano l’elettorato, soprattutto l’elettorato più debole, nell’Europa di oggi. E il rischio diviene poi quello di lasciare campo libero al populismo di destra (ma anche di sinistra), che sulle paure e sull’ideologica chiamata alle armi contro il nemico a cui tutti i mali sono fatti risalire, costruisce le sue fortune politiche e aggrava poi gli stessi mali che sfrutta

Personalmente ho sempre pensato che avesse ragione il presidente Roosevelt quando diceva agli americani che di nulla dobbiamo avere più paura che della paura stessa. E tuttavia – anzi forse proprio per questo – nel rivolgerci oggi agli europei sbaglieremmo se non partissimo appunto dalle loro paure, perché comunque le hanno dentro e da noi attendono caso mai risposte che siano insieme credibili e rassicuranti. Nessun fatalismo, perciò, ma neppure partire glorificando le opportunità della globalizzazione (che pure ci sono), perché è un fatto che per la maggioranza di noi il mondo di oggi appare soprattutto come la fonte delle minacce, e quindi delle paure, che incombono ormai sulla vita quotidiana di ciascuno: paura del terrorismo, che ti può colpire mentre cammini, mentre sei in treno o sulla metropolitana, mentre tuo figlio va a scuola; paura del clima, con queste estati sempre più torride e con quest’aria sempre più inquinata, tant’è che almeno una o due volte alla settimana devi lasciare la macchina a casa per non inquinarla di più; paura del cibo che mangi, perché una mucca può impazzire o un pollo ammalarsi in qualunque parte del mondo e subito il cibo che arriva sulla tua tavola cessa di essere sicuro; paura degli immigrati che sono venuti a vivere nel tuo quartiere, perché parlano una lingua diversa, hanno un odore diverso, tengono comportamenti diversi; paura di perdere il lavoro, perché magari lo hai, ma sai che fra un po’ possono dirti che sei superato e che occorre gente più aggiornata di te.

Guai dunque se non si parte da qui e non si dà atto a chi ci ascolta che queste paure sono più che comprensibili e hanno mille ragioni che le spiegano. Ma su questa premessa il nostro compito è ricordare e dimostrare che nulla, o quasi nulla di ciò che temiamo, dipende da un nemico inafferrabile o da forze che stanno necessariamente al di sopra di noi. La globalizzazione e quindi l’economia, la sicurezza, lo stesso clima dipendono da azioni e interazioni umane che li hanno resi quello che sono. Ebbene allo stesso modo azioni e interazioni umane possono cambiarli e renderli migliori. Basta che ci organizziamo per farlo, che abbiamo la consapevolezza di volerlo fare e la volontà di superare gli ostacoli che ci impediscono di farlo. Ma a queste condizioni ci accorgeremo che, se non di tutte, di molte delle nostre paure ci possiamo liberare.

Tra le condizioni c’è di sicuro l’impegno di ciascuno di noi e quindi una assunzione di responsabilità individuale e collettiva, che non lasci soli la politica e i governi a sbrogliare la matassa. Non ci riuscirebbero. Ma non può bastare, per contro, l’individualismo caro alla destra, lo Stato minimo che invita ciascuno a fare da solo. Perché se un problema ha il mondo di oggi, la globalizzazione di oggi, è che in esso c’è troppa libertà di scorazzare lungo le autostrade globali per le attività speculative, per la criminalità, per il terrorismo, per una feroce concorrenza economica al ribasso, per l’inquinamento atmosferico, senza che faccia da equilibrio e da contrappeso quell’insieme di regole e di istituzioni che hanno assolto allo stesso ruolo entro i confini nazionali, sino a quando questi sono stati dei veri confini. Che cosa può fare, da solo, ciascuno di noi? Quel che serve, dunque, è un migliore e più esteso governo, un governo all’altezza di quei grandi flussi dai quali vengono le fonti delle nuove paure di oggi. È un tale governo che davvero può fare la differenza.

Ed è qui che incontriamo l’Europa, un patrimonio comune che i nostri padri avevano costruito allo scopo di dotarci di un mercato interno integrato e che oggi ci accorgiamo può servirci anche ad altri fini. Nel momento in cui percepiamo che quel mercato integrato non è più sufficiente a farci crescere, perché è esposto alla penetrazione dell’economia e dei rischi globali, percepiamo anche che le istituzioni europee possono essere uno strumento prezioso per fronteggiare questi stessi rischi e per avere su di essi quell’impatto che non soltanto non potrebbe avere da solo nessuno di noi, ma che da solo non avrebbe neppure nessuno dei nostri Stati. E tuttavia l’Europa di cui abbiamo bisogno è un’Europa che, ben più di quanto abbia fatto sinora, sa alzare gli occhi al di sopra del mercato interno e da una parte opera con efficacia sulle grandi coordinate del mondo, dall’altra promuove e valorizza, di fronte ad esse, le risorse di cui disponiamo proprio in quanto europei.

Quali sono i fronti di questa Europa che dovrà liberarci dalle nostre paure? Il primo fronte è quello della ripresa della crescita e della creazione di più posti di lavoro investendo in quei settori che più ci possono portare verso un futuro migliore. Si sta affacciando nei nostri paesi la tesi che tutto questo, in fondo, non è poi così necessario: perché se noi produciamo meno di altri è anche perché lavoriamo meno di altri; e lavoriamo meno di altri perché ci dedichiamo ad altre cose, abbiamo una vita migliore e preferiamo godercela. Può darsi che per alcuni europei sia così. Ma non lo è per tutti e se lo fosse non si vedrebbe perché, proprio in queste settimane, i quindici vecchi membri dell’Unione facciano a gara nel congelare la libertà di movimento dei cittadini dei nuovi Stati membri. Di sicuro non lo fanno perché anche tali cittadini continuino a godersi la vita nei loro paesi ed evitino di rovinarsela venendo a lavorare nei nostri. Ammettiamo piuttosto che anche queste misure sono frutto della paura e che in particolare paesi come l’Italia non avrebbero alcuna ragione di adottarle, se si pensa che i suoi vicini, gli sloveni, sono ormai più che integrati nell’economia del Nord-Est e che non si prevedono flussi particolarmente intensi dagli altri. La verità è che l’Europa è e si sente schiacciata tra la superiore economia americana e le galoppanti economie asiatiche, che hanno preso a erodere le nostre quote di mercato, producendo le nostre stesse cose a costi molto più bassi. Ecco allora il dilemma. Chiudersi in un declino che sarebbe il paradiso di pochi, oppure puntare per il futuro ai settori nei quali il nostro avanzato livello di sviluppo può permetterci di eccellere, di ritrovare il nostro spazio di crescita e di affrontare allo stesso tempo grandi questioni irrisolte. Biotecnologie ed energie rinnovabili, gestione delle acque e gestione dei rifiuti, aereo-spazio e comunicazioni. Sono solo esempi di settori investendo nei quali l’Europa può dare a se stessa e al mondo i beni e i servizi di quello che chiamiamo lo sviluppo sostenibile.

Alcuni dei nostri paesi, Finlandia e Svezia per prime, sono già su questa strada e i loro successi dimostrano che è una strada proficua. A questo punto sono gli altri che debbono dare una scossa alla loro ricerca, concentrarla senza riguardo per le nicchie che si difendono, e collegarla a un’industria che troppo spesso vede l’innovazione soltanto come un modo per alleggerire di personale i suoi processi produttivi, non come la piattaforma di nuove produzioni. Analogamente dovremo investire sul nostro capitale umano, elevandone il più diffusamente possibile la qualità attraverso i nostri sistemi educativi e di formazione. In una Europa che invecchia, ogni bambino, ogni giovane che finisce nei circoli viziosi dell’esclusione è per noi la perdita di una risorsa scarsa e preziosa.

E questo ci porta al secondo fronte, quello di un welfare rinnovato di cui tocca all’Europa definire standard minimi e obiettivi comuni. Obiettivi certo di difesa di chi non è in grado di difendersi da solo, ma anche e in primo luogo di non dispersione, non distruzione delle nostre risorse umane. Cresce in tutta Europa la consapevolezza che i bambini che vivono i loro primi anni di vita in situazioni marginali e di degrado accumulano dentro di sé un handicap che la scuola dell’obbligo può non riuscire a rimontare. Diventano così, nei primi sei anni di vita, cittadini condannati per sempre alla serie B. E non meno diffusa è l’insofferenza per i ruoli troppo spesso riduttivi che le donne riescono ad avere nel mondo del lavoro, pur essendo di donne, ormai, la parte più cospicua di coloro che arrivano con successo ai gradi più elevati di istruzione. Per non parlare dei giovani che, di lavoro precario in lavoro precario e in assenza di adeguate competenze, rischiano di non farcela mai a mettere su casa e famiglia e a non avere abbastanza contributi per maturare una pensione decente. L’Europa non si può permettere queste autentiche distruzioni ed è in primo luogo in queste direzioni che dovrà puntare il welfare del futuro.

Si possono creare così aspettative positive, traguardi che si raggiungono, futuro migliore che diventa presente. È già molto per cancellare paure. Ma guai a dimenticare – e la sinistra a volte lo dimentica – che se non c’è percezione di sicurezza, nelle proprie case, nei propri quartieri, nelle città in cui ci si muove, la paura rimane e si amplifica. E le prime vittime possono essere, insieme alle vittime dirette delle azioni criminose, gli immigrati che sono venuti a vivere con noi e che non vogliono altro se non vivere tranquillamente con noi. È inutile nasconderlo: se vogliamo che la diversità della multietnia sia vissuta con curiosa e aperta disponibilità è necessario che essa non sia percepita come un rischio alla sicurezza e che non tanto l’immigrazione illegale (anche un immigrato illegale è quasi sempre un povero cristo), quanto la criminalità sia sempre e rigorosamente perseguita. L’Europa può fare moltissimo in questa direzione, perché viviamo ormai in uno spazio comune ed è europea la responsabilità di farlo essere uno spazio, in cui le nostre polizie e i nostri giudici collaborano perché esso sia «di libertà, di sicurezza, di giustizia comune».

Ma certo la maggiore fonte di minaccia alla sicurezza è oggi il terrorismo, che fra tutte è quella meno afferrabile, più nascosta, più devastante; ed è quella che affonda le sue radici nei conflitti non sanati del mondo e trova il retroterra dei consensi (e della sua stessa manovalanza) nell’immenso serbatoio di povertà, di incultura, di fanatismo che interessa tanta parte del mondo e che nessuno sinora ha saputo prosciugare. Su questo tema gigantesco l’Europa si è drammaticamente divisa e la divisione ha interessato anche il campo socialista. È inutile nascondere che quando si parla di Iraq la maggioranza dei socialisti pensa che ai fini della lotta al terrorismo sia stato un tragico errore andarvisi a cacciare, anche se questo, certo, ha consentito di liberarsi di un dittatore sanguinario. E tuttavia, anche se l’errore ha reso la lotta ancora più complicata e difficile, sui modi di condurla per il futuro c’è compattezza nella famiglia socialista europea. È una lotta pluriennale, non perché i nostri eserciti debbano essere tenuti per anni in stato di combattimento, ma perché ci vogliono anni per sradicare la povertà, per radicare il rispetto dei diritti umani, per generare sistemi educativi dove oggi mancano e rigenerarli dove sono chiusi in ideologie intolleranti, per convincere le madri preda oggi del fanatismo che il destino migliore per i loro figli non è quello di uccidere e uccidersi nel nome di Dio, ma onorare Dio con una famiglia e un lavoro. Nel frattempo, certo, potrà capitare di usare le risorse militari e quando sarà davvero necessario, lo si dovrà fare: non alla cieca come si è fatto in Iraq, ma contro minacce effettive che abbiamo la ragionevole prospettiva di spegnere; confidando in un’ONU che dovremo riformare e rafforzare per l’assunzione di una tale responsabilità. Ma se non intraprenderemo con impegno l’altra strada, la spirale continuerà a girare su se stessa e noi continueremo a essere l’Occidente ricco, ostile, intrusivo e continuativamente sotto attacco. Ce lo diceva a Warren House, con disarmante semplicità, una ragazza sudafricana, raccontandoci che nel suo paese (dove pure non c’è il fanatismo islamico) ci furono manifestazioni spontanee di giubilo la sera dell’11 settembre di tre anni fa.

Non serve osservare che la povertà e la negazione dei diritti non sono le vere ragioni del terrorismo fondamentalista, ma gli alibi che esso usa per legittimare una battaglia che conduce per impedire la modernizzazione delle società islamiche e mantenerne il controllo nelle mani appunto delle élite fondamentaliste. L’osservazione è giustissima e io sono il primo a condividerla. Ma conferma che c’è un unico modo di tagliare l’erba sotto i piedi a quel terrorismo: privarlo appunto dei suoi alibi e privarlo così della possibilità di avvalersi dei disperati consensi che suscita. È qui che l’Europa è attesa alla sua prova più importante, perché è proprio questo il terreno su cui essa pretende di essere diversa da altri, più disinteressata di altri, più capace di altri di tessere rapporti pacifici, di costruire benessere per i paesi in cui va e non solo mercato per le proprie imprese, di saper essere insomma una grande potenza civile. Personalmente penso, e la pensano allo stesso modo tutti i socialisti europei, che a un’Europa così gli europei sono pronti a dare fiducia. Convinti come sono del valore della pace, del valore del modello sociale che in forme diverse hanno costruito nei propri paesi, essi lo capiscono bene che non basta usare le armi per risolvere un problema di tale natura. Ma proprio perché è la sfida più grande, l’Europa che la lancia deve essere un’Europa in grado di vincerla e oggi troppi fatti contraddicono una tale aspettativa: sussidi alle nostre produzioni che superano di sette volte gli aiuti che diamo allo sviluppo, perduranti barriere alle produzioni dei paesi più poveri, scarsissime risorse, e quindi scarsissima attenzione, per il rafforzamento dei diritti umani, perduranti divisioni fra di noi e, al momento, perdurante assenza di una voce unica europea, che parli per tutti noi sugli affari del mondo. Non sono contraddizioni che possiamo imputare alle burocrazie di Bruxelles, perché nascono nei nostri paesi e riflettono interessi reali e in carne ed ossa. Se ha un senso essere socialisti europei e costruire una piattaforma con gli impegni dei socialisti europei, fra questi non può non primeggiare una netta assunzione di responsabilità perché queste contraddizioni scompaiano e noi facciamo davvero la nostra parte nel mondo. Finiremmo per diventare, altrimenti, degli immorali free riders di quelle esorbitanti risorse militari americane, dalle quali per di più ci piace prendere le distanze.

Non è qui che finisce un programma socialista per le elezioni europee, ma è qui che io mi sono fermato a Warren House, intendendo mettere a fuoco così i tre pilastri sui quali esso va costruito – il ritorno alla crescita e alla creazione di lavoro, il nuovo welfare, il ruolo internazionale dell’Europa. Ma diverse angolature di rilievo sono emerse dalla discussione, che testimoniano la comune maturazione di consapevolezze nuove nel cogliere le ansie e le aspettative delle società europee che vogliamo rappresentare. Ne ricordo qui tre, che mi paiono fra le più significative. La prima, proposta da Tony Giddens, è il ritorno al pubblico: un pubblico inteso non come gestore di imprese né come burocrazia pervasiva, ma come guida e promozione politica di processi economici e sociali nei quali ci si addentra con fiducia solo se si vedono mete che possono essere condivise. E tocca appunto alla politica definire queste mete e indicare la mappa per arrivarci. È, in sostanza, quello a cui io stesso mi riferivo all’inizio, parlando della avvertita necessità non solo di più governo, ma di un governo di più alto livello (di qui la necessità dell’Europa), che costruisca una cornice istituzionale per la globalizzazione semi-privatistica di oggi. Ma è importante che a dirlo sia il teorico della terza via di dieci anni fa e che, nel dirlo, sottolinei il superamento di alcuni tratti della stessa terza via; il che non nega il bisogno di libertà che in essa si esprimeva, ma prende atto del rischio che la libertà poi si realizzi soltanto per pochi.

La seconda angolatura di rilievo, consequenziale in qualche modo alla prima e ancora una volta proposta da Giddens, riguarda il ruolo cruciale dei servizi pubblici. Nonostante l’insofferenza diffusa verso liberalizzazioni che spesso hanno fallito, non perché in principio sbagliate, ma perché attuate a metà, è tuttora minoritaria fra i socialisti europei la nostalgia per servizi pubblici erogati soltanto da monopoli pubblici. E tuttavia, in qualunque forma essi siano gestiti, guai a dimenticarsi che di fronte a essi gli utenti non sono soltanto consumatori, ma sono cittadini che esercitano sacrosanti diritti di cittadinanza, dal cui corretto appagamento dipendono la serenità della vita familiare, la sua compatibilità con il lavoro, la salute e, nel caso degli anziani soli, l’insieme stesso della loro vita, personale e di relazione. Lo dimenticavano spesso i monopoli pubblici, quando finivano per curare più gli interessi degli addetti ai servizi (e delle sedi politiche da cui dipendevano) che non quelli degli utenti. Ma gli stimoli di mercato che sono stati introdotti non sempre hanno portato a quel benessere del consumatore che dovrebbe esserne l’effetto migliore. Di qui la domanda, di cui già si era fatta interprete la Convenzione per la futura Costituzione europea, di una disciplina europea che definisca i principi e le condizioni essenziali di esercizio dei servizi pubblici, a prescindere dalle forme di gestione. Di qui lo straordinario e benemerito sviluppo del cosiddetto terzo settore, che ha creato nuove ed efficaci forme di interazione fra pubblico e privato, alle quali, ben prima di altri per la verità, il centrosinistra italiano aveva già dato spazio e appropriate cornici istituzionali.

La terza e ultima angolatura che vorrei ricordare è quella, unanimemente condivisa nel nostro seminario, della prova del nove a cui assoggettare le nostre politiche attraverso i miglioramenti che esse dovranno arrecare alla vita, in primo luogo nelle nostre città. È nelle città che vive la maggior parte di noi, è in esse che viene messa alla prova la nostra capacità di costruire e organizzare una civile convivenza fra etnie e culture diverse, è in esse che anche la sicurezza viene messa alla prova, è in esse che crescono i bambini, che vanno a scuola o si disperdono nella solitudine (o nelle gangs) dell’esclusione, è in esse che vivono tantissimi anziani, affidati, a volte interamente, al buon funzionamento dei servizi pubblici. Per questo la prova del nove delle grandi politiche diventa, per larghissima parte, il miglioramento delle condizioni di vita nelle città, perché è lì che la gente vive ed è lì che vanno a parare gli stessi processi della globalizzazione. In Europa, per di più, le città sono anche, nella maggior parte dei casi, le custodi del nostro grande patrimonio artistico e culturale e quindi migliorarle significa necessariamente preservare e valorizzare un tale patrimonio (con ricadute non solo civili, ma anche economiche). Di qui la forte domanda di uno spazio nuovo nei nostri programmi per le città, affinché esse entrino da protagoniste nella stessa vita europea, con le reti che hanno costituito per lo scambio e la condivisione delle loro pratiche migliori e con i loro progetti integrati, nei quali si potranno spendere con maggiore efficacia risorse nazionali ed europee, che vanno oggi a distinti e non coordinati progetti settoriali.

Considero questa domanda, e l’attenzione che essa rivela, una incoraggiante maturazione della sensibilità e della cultura della nostra famiglia politica. Avevamo sempre vissuto un po’ schizofrenicamente la nostra tradizionale predisposizione al buon governo locale e la nostra successiva ascesa alle grandi politiche economiche e sociali e quindi ai percorsi, nazionali e internazionali, che queste avevano tracciato. Ma gli esseri umani non vivono sui percorsi nazionali e internazionali, vivono comunque localmente. Assumere come punto di vista il loro e perciò quello delle loro condizioni di vita, su cui ogni politica finisce per produrre i suoi effetti, è un modo non retorico di «portare il governo vicino ai cittadini», come si dice fin troppo spesso. Se riusciremo a farlo noi, sarà un contributo non piccolo a quel recupero di fiducia da cui comunque dobbiamo partire.

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