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Un nuovo protagonismo latinoamericano

Written by Donato Di Santo e Marina Sereni Thursday, 01 January 2004 02:00 Print

Gli ultimi mesi hanno dimostrato come lo scenario politico dell’America Latina sia in rapida evoluzione. Il presidente Lula, a poco più di un anno dalla sua elezione, è ora alla prova complessa del governo e delle riforme in un paese enorme e contraddittorio come il Brasile. L’Argentina sembra aver superato il momento più drammatico di una violentissima crisi economica, finanziaria, sociale e politica e vede oggi una personalità nuova come Kirchner tentare di ridare speranza e credibilità al paese. L’Uruguay attraversa una crisi simile a quella argentina e si profila la possibilità di una vittoria della coalizione progressista alle imminenti elezioni presidenziali.

 

Gli ultimi mesi hanno dimostrato come lo scenario politico dell’America Latina sia in rapida evoluzione. Il presidente Lula, a poco più di un anno dalla sua elezione, è ora alla prova complessa del governo e delle riforme in un paese enorme e contraddittorio come il Brasile. L’Argentina sembra aver superato il momento più drammatico di una violentissima crisi economica, finanziaria, sociale e politica e vede oggi una personalità nuova come Kirchner tentare di ridare speranza e credibilità al paese. L’Uruguay attraversa una crisi simile a quella argentina e si profila la possibilità di una vittoria della coalizione progressista alle imminenti elezioni presidenziali.

Nel momento in cui ai fenomeni di impoverimento, corrosione interna e marginalizzazione internazionale, che hanno caratterizzato l’ultimo quindicennio latinoamericano, si contrappongono nuovi fermenti, sostenuti da un forte consenso democratico, l’Italia e l’Europa debbono saper accompagnare questo processo, dialogare con i suoi protagonisti, svolgere un ruolo attivo che sia di aiuto al pieno inserimento dell’area latinoamericana nelle dinamiche della globalizzazione.

Le proposte del Brasile in sede ONU, le novità della presidenza Kirchner, il ruolo del Brasile al vertice del WTO a Cancún ci confermano che siamo di fronte a un protagonismo nuovo e positivo di quest’area.

Non tutti i paesi latinoamericani vivono ovviamente la medesima fase. In Colombia la scelta del presidente Uribe di contrastare la violenza e il terrorismo con la «mano dura» (dell’intervento) militare ha dato certamente meno risultati del sussulto democratico che ha scosso l’intera società dopo l’ultima tornata elettorale e l’elezione di personalità progressiste come Luis Eduardo «Lucho» Garzon a sindaco di Bogotà e Angelino Garzon a governatore della regione di Cali.

In Venezuela siamo di fronte al rischio di una pericolosa deriva dello scontro interno: da un lato il presidente Chavez sembra aver abdicato all’obbligo democratico di rappresentare tutti i propri concittadini e di costruire le condizioni per un compromesso tra le diverse componenti della società venezuelana. Dall’altro, nell’opposizione si sono in passato manifestate tentazioni golpiste, più recentemente circoscritte a quell’area estrema che si definisce «Bloque Democratico», formatasi a destra dell’ampia coalizione dell’opposizione Coordinadora Democratica, che raccoglie anche le forze della sinistra venezuelana, comprese le più radicali. A queste dinamiche settori filogovernativi hanno risposto con forme di ulteriore militarizzazione della società, che potrebbero avere conseguenze rischiosissime. La possibilità di chiamare i venezuelani alle urne per il «referendum revocatorio» previsto dalla Costituzione alla scadenza di metà mandato presidenziale si configura oggi come l’unica strada democratica e pacifica per uscire dalla grave crisi che il paese attraversa da troppo tempo.

In Bolivia il presidente Sanchez de Losada, che pure aveva iniziato il suo mandato nel rispetto delle regole democratiche e istituzionali, aprendosi nell’ultimo periodo anche ad alcuni ripensamenti sulla sua stessa politica economica, ha poi perso ogni credibilità con una risposta repressiva di inaudita violenza ai movimenti popolari, forse anche esasperati, ma sicuramente legittimi, a partire da quello dei contadini cocaleros di Evo Morales.

A Cuba la logora arma della repressione di decine di cittadini, oppositori pacifici e non violenti, rafforza paradossalmente la logica antistorica e inaccettabile dell’embargo: millecinquecento anni di carcere per 75 persone, colpevoli di avere – ed esprimere – idee diverse dal governo, sono il segno inequivocabile dell’arretramento drammatico rispetto agli ideali di libertà e giustizia che erano all’origine della rivoluzione del 1959. Oggi soltanto l’apertura di una transizione democratica che parta dall’affermazione dei più essenziali diritti civili e politici può consentire di salvare i risultati positivi dell’esperienza storica cubana.

Per questi paesi, seppure assai diversi tra loro, è stata ed è determinante l’attenzione e l’influenza della comunità internazionale. Influenza che si è espresssa in Colombia con le proposte di mediazione nel conflitto interno, avanzate recentemente dal governo brasiliano e, precedentemente, con l’azione dei dieci paesi «facilitatori» del dialogo, tra cui l’Italia. In Venezuela con la presenza vigile dell’Organizzazione degli Stati Americani e del Centro Carter nel periodo della raccolta delle firme per il referendum e con l’iniziativa del «gruppo dei paesi amici» guidato dal Brasile; in Bolivia con il decisivo intervento di Argentina e Brasile nello sblocco della crisi interna che ha portato alla fuga del presidente Sanchez de Losada e alla sua sostituzione con il vicepresidente Carlos Mesa. Decisamente più difficile appare la situazione di Cuba, che sembra scivolare lungo la china dell’isolamento internazionale e dell’arroccamento interno.

Di fronte al rischio – non nuovo in America Latina – che si produca uno scollamento tra sistemi politici e pubblica opinione e che si ceda alle spinte populiste, si manifestano risposte di segno diverso. Se in Venezuela questi fenomeni vengono purtroppo cavalcati e incentivati, in altri paesi, nuovi soggetti e nuove risposte entrano in gioco. In Colombia nasce il Polo Democratico Independiente di Lucho Garzon, e all’interno dello stesso Partido Liberal, che pure accusava la forte attrazione dell’ex liberale Uribe, l’ultimo Congresso ha sancito la netta vittoria di Piedad Cordoba, leader della componente meno tradizionalista e più vicina al socialdemocratico Horacio Serpa. In Messico l’esaurimento dopo settant’anni di un sistema basato sul partito-Stato ha lasciato il passo a un quadro politico più aperto, all’interno del quale si assiste alla rigenerazione della stessa classe dirigente e all’ingresso di figure nuove, a partire dal sindaco di Città del Messico, Andrés Manuel Lopez Obrador. In Uruguay solo l’anacronistica coalizione tra le due forze politiche tradizionali, da sempre contrapposte, dei blancos e dei colorados, ha potuto fin qui impedire l’accesso al governo di Encuentro Progresista, l’alleanza formata attorno al Frente Amplio. Il candidato progressista Tabaré Vázquez, si è dimostrato estremamente determinato e motivato pur nella consapevolezza delle grandi difficoltà, soprattutto economiche, che lo attendono in caso di vittoria.

Ancora diverso il quadro politico del Cile, il paese con la situazione economica più solida anche grazie alla tradizionale proiezione verso l’area del Pacifico, dove pure si colgono segnali di disaffezione democratica, specialmente tra i giovani. A questi fenomeni il presidente Lagos sta cercando di dare risposta mettendo in campo il peso della sua intelligenza e autorevolezza politica, all’interno con la determinata e rigorosa gestione della «tangentopoli» cilena dei mesi scorsi e, all’estero, con la ferma posizione contro la guerra adottata, insieme al Messico, nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla vicenda della crisi in Iraq.

Ciò che sta accadendo in Brasile e in Argentina si colloca all’interno di questo quadro e influenza la dimensione continentale.

In Brasile è ancora enorme il credito popolare di cui gode il presidente Lula, nonostante le critiche, anche aspre, che da alcuni ambienti di sinistra si sono manifestate negli ultimi mesi contro la linea adottata dal presidente del partito Josè Genoino, che ha portato all’espulsione dal PT di quattro parlamentari che avevano votato contro il governo. Il ministro del bilancio Antonio Palocci ha delineato una strategia volta a sostenere le dinamiche dello sviluppo e rendere così possibile la soluzione dei problemi sociali del paese, a cominciare dalla disoccupazione. Riorganizzare il quadro delle regole per gli investimenti, migliorare il sistema delle infrastrutture tradizionali e moderne, creare un ambiente favorevole alla crescita sfruttando tutte le potenzialità del Brasile: questi gli obiettivi prioritari del governo Lula. Soltanto allargando la base produttiva e, conseguentemente, la base tributaria – sostiene Palocci – è possibile per il Brasile aggredire le principali ingiustizie, operare per l’aumento e la necessaria redistribuzione della spesa sociale. Non c’è contraddizione tra una politica economica e finanziaria improntata al rigore e un progetto di lotta all’esclusione sociale, emblematicamente espresso dal «Programma Fame Zero», recentemente ripensato e rilanciato. Soltanto una lettura schematica e ideologica della prima fase del governo Lula – proposta anche da alcuni settori della sinistra italiana – può fraintendere il segno complessivo di questa scommessa. L’attuazione di un «altro modello di sviluppo economico e sociale», ancorché perseguita attraverso quella ambiguità necessaria – come sostiene il ministro Tarso Genro, l’ex sindaco di Porto Alegre – che utilizza anche pratiche economiche ortodosse. «Transizione senza rottura, evoluzione verso un modello di crescita che ricomponga le speranze (…) includa socialmente e distribuisca ricchezza, non solamente attraverso la creazione di posti di lavoro ma anche attraverso forti politiche sociali». Così scrive Genro in una sorta di bilancio del primo anno di governo, ponendo il tema della costruzione di un «blocco politico-sociale strategico», di un’alleanza tra settori produttivi e sociali diversi che scelgono per il Brasile una prospettiva di cambiamento radicale e di lungo periodo.

Complessivamente, le risposte che il governo brasiliano sta dando rappresentano un punto di riferimento e di speranza che va ben oltre l’area brasiliana e latinoamericana. Il presidente Lula, che con i suoi 53 milioni di voti è il leader progressista più votato nella storia, sa bene di incarnare queste speranze e di agire in un contesto istituzionale in cui il governo deve conquistare di volta in volta la maggioranza nel parlamento e il sostegno dei governatori degli Stati del Brasile, di cui solo tre appartengono al Partito dei Lavoratori.

Anche nel rapporto con gli Stati Uniti, come sottolinea Marco Aurelio Garcia – consigliere del presidente per la politica estera – il presidente Lula rifugge l’avversione preconcetta e sceglie un approccio tutto politico, mettendo al centro gli interessi del proprio paese e la consapevolezza del ruolo che il Brasile ha assunto in America Latina e nel mondo.

L’Argentina è di fronte a una sfida ancora più grande. Dopo gli anni del neoliberismo sfrenato, delle privatizzazioni-svendita, e della dollarizzazione dell’economia, il castello di sabbia è crollato e il paese ha sperimentato drammaticamente le conseguenze del decennio Menem, caratterizzato dal più totale disinteresse verso lo sviluppo dell’economia reale. Al fallimento dell’effimero governo De La Rua, e alla bancarotta del dicembre 2001, sembrava dovesse succedere solo disperazione generalizzata, irrecuperabile impoverimento delle classi medie, folate populistiche, penose code davanti ai consolati europei alla ricerca di un modo per «fuggire» dall’inferno, movimenti popolari che al grido di que se vayan todos rischiavano paradossalmente di assolvere un’intera classe politica.

Così non è stato e oggi anche in Argentina, seppur in termini e con dinamiche molto diverse dal Brasile, una realtà nuova si va aprendo la strada. Il presidente Kirchner appare molto lucido sulla gravità della situazione argentina, consapevole del non poter semplicemente recriminare sulle responsabilità dei governi precedenti e su quelle, altrettanto pesanti, degli organismi economici internazionali. La sua insistenza sul fatto che il governo argentino ha il dovere di dire la verità al proprio popolo, alla comunità internazionale e agli stessi creditori per ricostruire la «sostenibilità» interna come condizione per riprendere l’integrazione internazionale, confermano l’impressione di avere di fronte un uomo politico che vuole tentare di guardare lontano. Accanto al presidente e ai molti uomini nuovi del suo governo, altre personalità politiche come Anibal Ibarra, recentemente rieletto sindaco di Buenos Aires, come il socialista Hermes Binner, o come Cristina Fernandez de Kirchner, presidente della Commissione affari costituzionali del Senato, sembrano muoversi sulla stessa lunghezza d’onda.

Guardando al Brasile e all’Argentina di oggi la sensazione è quella di essere di fronte a un passaggio storico.

In entrambi i paesi è divenuto evidente il fallimento delle politiche economiche neoliberiste, con il loro «vuoto» di crescita dell’economia reale, e il loro «pieno» di crisi e disagio sociale, reso ancora più duro in una fase di rallentamento dell’economia internazionale. Queste politiche hanno accentuato, e non ridotto, gli elementi di dipendenza e di disuguaglianza, sostituendo ai monopoli pubblici quelli privati, svendendo patrimoni nazionali e strategici e favorendo, di fatto, vasti fenomeni di corruzione.

Da qui prende le mosse la ricerca comune di un’alternativa, di nuove vie per far sviluppare l’economia e dare risposta ai problemi sociali più gravi, attraverso politiche di inclusione. Questo tema, posto al centro del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, è oggi entrato ufficialmente nella agenda dei governi. Alla base di tale ricerca sembra esserci la consapevolezza che l’area latinoamericana (tranne realtà come il Cile) non è ancora in condizione di inserirsi nella competizione globale con un proprio modello. Da un lato, infatti, si trovano le aree forti del mondo, in termini industriali, tecnologici e finanziari, dall’altro la concorrenza asiatica, con l’enorme massa di forza lavoro professionalizzata e a basso costo: a questa tenaglia cercano di sottrarsi il Brasile, l’Argentina e, più in generale, i paesi a economia intermedia dell’America Latina.

Alcuni punti cominciano a delinearsi nell’azione dei governi di Lula e Kirchner. Sul piano delle politiche economiche e sociali il tema centrale è quello di recuperare una dimensione accettabile e originale dell’intervento pubblico. In entrambi i paesi si tratta di adottare riforme che da un lato consentano di tenere sotto controllo l’andamento della spesa pubblica e di contenere l’indebitamento e dall’altro, di mettere in campo politiche pubbliche di sostegno allo sviluppo economico – in particolare agli investimenti – e di contrasto della povertà e dell’esclusione.

Sul piano delle relazioni esterne la scelta di fondo è quella del rilancio del Mercosud, come dimensione di integrazione regionale che meglio consente di affrontare le sfide della globalizzazione. All’interno di questa cornice, il Brasile in particolare si sta misurando con lucidità e pragmatismo con il progetto dell’ALCA, la proposta statunitense di creare un’area di libero scambio a livello continentale. L’ALCA – spiega il presidente Lula – può essere un’occasione di crescita e di sviluppo reciproco, oppure il contrario. Dipende da come e da cosa si negozia. Dipende anche dai punti di partenza. Se gli USA insistono nel mantenere misure protezionistiche per oltre duecento prodotti dei settori primario e secondario è difficile parlare di negoziato paritario. Inoltre, se lo schema negoziale è bilaterale, difficilmente si può credere che possa esistere una vera trattativa tra un paese che rappresenta il 70% del PIL continentale e ciascuno degli altri singoli paesi, fosse anche il Brasile (che, decima potenza industriale mondiale, di quel PIL rappresenta solo il 7%!).

«L’ALCA – scrive Aloisio Mercadante, rappresentante del governo nei rapporti con il parlamento – non può essere negoziata attraverso bravate nazionaliste, che avrebbero come unico effetto l’incremento di uno sterile antiamericanismo, e neppure seguendo le logiche dei dogmi neoliberisti, che ci condurrebbero verso il miraggio di un arcaico liberoscambismo». A tale riguardo, il compromesso raggiunto a Miami il 21 novembre scorso tra i 34 paesi americani, con un rinvio delle scadenze di applicazione dell’ALCA, riapre in qualche modo tutta la discussione, sottolineando la necessità di accelerare il processo del Mercosud.

In questa prospettiva di integrazione, è forte l’attesa dei paesi del cono Sud verso l’Europa. All’Unione europea – sotto molti punti di vista assunta a modello – si chiede di riscoprire, nelle scelte concrete e non solo nelle buone intenzioni e nelle dichiarazioni di principio, una sua vocazione di cooperazione paritaria con l’America Latina. Questo vuol dire affrontare il cuore dei problemi: quegli anacronistici sussidi agricoli che, impedendo il libero scambio dei prodotti, condannano paesi che vogliono svilupparsi commerciando con noi a questuare «solidarietà». Vera solidarietà significa avere il coraggio e la lungimiranza di ridurre drasticamente il protezionismo e permettere la competizione aperta sul mercato globale. Come ha sottolineato il ministro degli esteri argentino Bielsa, è possibile superare il protezionismo europeo anche negoziando su un numero limitato di prodotti, mandando però un segnale inequivocabile sulla direzione di marcia. Dopo il fallimento di Cancún è ancora più importante il raggiungimento dell’Accordo tra Unione europea e Mercosud che, dopo la positiva conclusione della trattativa ministeriale del l’11 novembre scorso, può e deve essere ratificato in tempi brevi dai parlamenti nazionali.

Ponendo la questione del Mercosud (fino a ipotizzare un parlamento e una moneta unica) in realtà il Brasile guarda alla prospettiva più ambiziosa dell’integrazione dell’intera area sudamericana. Di fatto Lula su questo punto ha raccolto e aggiornato l’intuizione del suo predecessore Cardoso: l’idea di un Brasile leader di un blocco di paesi omogeneo e integrato a sud di Panama.

Sul piano politico questo rinnovato ruolo del Brasile ha già dato alcune prove positive (nelle situazioni di crisi ricordate all’inizio) e sta producendo il coinvolgimento di altri paesi nel progetto del Mercosud. In particolare la stretta collaborazione tra Brasile e Argentina sia sul terreno economico che politico (basti pensare al recente accordo sulla presenza «congiunta» nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite) muove passi decisi e concreti.

Un paese latino come l’Italia dovrebbe raccogliere prontamente queste novità, rispondendo tra l’altro positivamente all’esigenza di superare anacronistici incontri «Ibero-Latinoamericani» e di puntare decisamente al confronto Euro-Latinoamericano, che vedrà il suo terzo importante vertice nel maggio 2004 in Messico. A questo riguardo va purtroppo registrata la totale inadeguatezza del governo italiano, che non ha saputo affatto approfittare dell’opportunità offerta dal semestre di presidenza dell’Unione.

È interesse della comunità internazionale – e in particolare dell’Europa – sostenere la rinascita e l’integrazione latinoamericana. L’Unione europea, dopo il fallimento della Conferenza intergovernativa sul primo Trattato costituzionale, attraversa un momento difficile della sua vita ed è, anche comprensibilmente, concentrata sulla necessità di trovare una via d’uscita dalla situazione di stallo in cui si trova oggettivamente il processo di integrazione, alla vigilia dell’ingresso di dieci nuovi stati membri. Tuttavia, proprio in questo momento così cruciale della storia dell’UE occorre scommettere sulla capacità di esercitare un ruolo nel mondo «globale», di tessere relazioni significative con altre aree del pianeta, di esprimere un’iniziativa in grado di parlare a quanti non si rassegnano all’idea di un mondo unipolare, governato dall’unilateralismo prevalso nell’Amministrazione statunitense dopo l’11 settembre. D’altra parte, rilanciare su basi nuove e paritarie l’alleanza e le relazioni transatlantiche, al termine della lunga transizione che si è aperta con la fine dell’assetto bipolare del mondo, richiede un «di più» da parte dell’Europa, presuppone un’Europa capace di elaborare una sua visione unitaria in politica estera e consapevole delle responsabilità che le derivano dalle sfide dell’interdipendenza e della globalizzazione.

Va tra l’altro sottolineato come l’attuale politica dell’Amministrazione Bush rischi di provocare in America Latina una radicalizzazione delle forze progressiste che, in particolare dopo la guerra in Iraq, percepiscono come un pericolo per la loro autonomia e indipendenza la dottrina della guerra preventiva del vicino nord-americano.

C’è, sul terreno dei rapporti tra Europa e America Latina, uno specifico ruolo per la sinistra e le forze progressiste. La vittoria di Lula in Brasile, la novità di Kirchner che, pur facendo riferimento alla complessa storia del peronismo, sceglie di collocarsi nell’alveo del centrosinistra, la possibilità di un’affermazione del Frente Amplio-Encuentro Progresista in Uruguay, la straordinaria elezione di candidati della sinistra democratica in tante città della Colombia, la positiva prova di governo del presidente Lagos in Cile segnalano la presenza e l’avanzare di forze nuove, democratiche, riformatrici e progressiste, diversamente radicate nelle rispettive società, seriamente intenzionate a dare risposte alle domande di sviluppo e di riscatto dei loro popoli. In tutte queste esperienze c’è l’ambizione di trovare una via originale, di interpretare i valori e i principi classici della socialdemocrazia in contesti diversi da quello europeo, di contrastare la violenza e di sviluppare nuovi strumenti democratici, creando spazi per una più ampia e diffusa partecipazione. La parola d’ordine della «democrazia partecipativa», che tanto è stata presente nell’esperienza dei movimenti sociali del Forum di Porto Alegre, sta ora influenzando positivamente le esperienze di governo delle forze progressiste in questa parte del mondo.

Anche per questo la scelta di tenere il XXII Congresso dell’Internazionale Socialista a San Paolo del Brasile è stata particolarmente significativa: da un lato infatti ha aperto la strada a una riflessione all’interno dell’Internazionale Socialista sulla sua presenza in America Latina, il cui primo risultato importante è stato un protocollo d’intesa e di collaborazione con il PT di Lula; dall’altro ha prodotto una rinnovata disponibilità a confrontarsi e a sviluppare iniziative comuni con forze, politiche ma anche espressione dei movimenti sociali, che vengono da storie e percorsi diversi da quelli tradizionali della socialdemocrazia.

La sfida del cambiamento politico e sociale, delle alleanze e degli schieramenti per realizzare le riforme necessarie, su scala nazionale e sopranazionale, è una sfida comune. Da qui si partirà nel Convegno internazionale «Le forze progressiste in Europa e in America Latina: l’agenda della sinistra democratica», che l’11 e 12 marzo prossimi a Roma vedrà confrontarsi esponenti delle sinistre, o meglio dei centrosinistra, europei e latinoamericani per cercare di affrontare insieme le questioni nuove e complesse che la globalizzazione ha posto di fronte alle forze riformatrici.

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