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I media e la politica negli Stati Uniti: una minaccia per la democrazia?

Written by Amy Rosenthal Thursday, 01 January 2004 02:00 Print

Uno dei pilastri della democrazia è l’accesso all’informazione in materia di problematiche di pubblico interesse. Si tratta di un concetto già percepito dai padri fondatori dell’America nel lontano 1791, quando questi dettero stesura al primo emendamento, che sancisce la libertà d’espressione, stampa, religione, petizione e assemblea. Ciononostante, accade che, all’avvio del Ventunesimo secolo, i mezzi di comunicazione di massa liberi e democratici siano preda di una frenesia tale da far rivoltare i padri fondatori nelle loro tombe. Ciò non vale solo per l’Italia, dove l’attuale primo ministro, Silvio Berlusconi, regna tirando le redini del suo personale regime mediatico, ma anche negli Stati Uniti.

 

Un governo popolare senza informazione popolare,
o senza i mezzi per realizzarla altro non è che il prologo
ad una farsa o ad una tragedia,
o forse entrambe le cose

James Madison (1822)

 

Uno dei pilastri della democrazia è l’accesso all’informazione in materia di problematiche di pubblico interesse. Si tratta di un concetto già percepito dai padri fondatori dell’America nel lontano 1791, quando questi dettero stesura al primo emendamento, che sancisce la libertà d’espressione, stampa, religione, petizione e assemblea. Ciononostante, accade che, all’avvio del Ventunesimo secolo, i mezzi di comunicazione di massa liberi e democratici siano preda di una frenesia tale da far rivoltare i padri fondatori nelle loro tombe. Ciò non vale solo per l’Italia, dove l’attuale primo ministro, Silvio Berlusconi, regna tirando le redini del suo personale regime mediatico, ma anche negli Stati Uniti. Nonostante la stampa americana abbia dedicato ampio spazio all’ascesa di Berlusconi dal 1993 a questa parte, ha mancato di segnalare il verificarsi di un fenomeno analogo, che accomuna i nostri due paesi, ossia il conflitto di interessi tra politica, economia e informazione. Gli Stati Uniti hanno registrato un’ondata di fusioni di aziende mediatiche che ha condotto a una concentrazione senza precedenti di proprietà nelle mani di poche e gigantesche società conglomerate del settore delle comunicazioni.

In un tale contesto, l’informazione pubblica e quella convogliata dai mezzi di comunicazione di massa hanno finito per trasformarsi semplicemente in imprese che puntano al massimo del profitto, esattamente come tutte le altre. Ancor più preoccupante è il grado di controllo che i media esercitano sull’opinione pubblica. Recentemente Umberto Eco ha tracciato un parallelo tra i media e la dittatura asserendo che «il regime mediatico non ha bisogno di mandare in prigione i propri avversari: deve (semplicemente) farli tacere».1

Questo fenomeno di rapida concentrazione del controllo sui media tanto statunitensi che globali suscita inquietanti interrogativi in merito al nostro sistema di democrazia rappresentativa. Appare sempre più evidente che chi controlla la politica controlla di fatto anche i mezzi d’informazione. Da qui la necessità di lottare affinché l’informazione rimanga bipartisan e «libera», ed è proprio in ragione dei preoccupanti sviluppi intervenuti nel mondo dei media che diventa quanto mai chiaro il disperato bisogno, non solo per Italia, ma anche per gli Stati Uniti, di dotarsi di una normativa antitrust.

Alexander Meiklejohn, filosofo, preside di facoltà e promotore della libera espressione, asseriva che l’intento primario del primo emendamento sia quello di far sì che «tutti i cittadini possano, nella misura del possibile, comprendere le questioni che riguardano la nostra vita in quanto comunità. Ecco perché non c’è idea, opinione, palesamento di un’opposizione o informazione d’interesse che possa essere celato al cittadino. È interdetta qualsivoglia normativa atta a decurtare tale libertà, ma non lo è quella volta ad ampliarla ed arricchirla».2 Meiklejohn aggiungeva inoltre che l’espressione commerciale (ovvero la pubblicità) non era protetta dal primo emendamento e che se lo fosse stata «avrebbe perso la propria integrità e si sarebbe ben presto convertita in un mero strumento di interessi commerciali senza qualsivoglia interesse specifico nel campo della politica o della vita pubblica di per sé».3

Sfortunatamente, questo è proprio quello che sta accadendo oggi. Come recentemente scritto da Cass R. Sunstein, docente alla facoltà di legge presso la University of Chicago, «l’idea che la pubblicità commerciale sia ricompressa nella tutela offerta dal primo emendamento rappresenta una bizzarra rilettura della storia».4 Ma allora, come è successo che il primo emendamento, che non è mai stato considerato tradizionalmente un modello di normativa commerciale tesa a proteggere i proprietari dei mezzi d’informazione dai regolamenti governativi, sia divenuto la norma in questo senso? Per dare risposta a questo interrogativo, è opportuno guardare più da vicino la rete di relazioni che uniscono i politici, i media e il mondo del business.

Diamo uno sguardo al settore dei media negli Stati Uniti. Nel 1983, circa cinquanta società conglomerate controllavano oltre il 50% di tutti i mezzi di telediffusione, dei giornali, delle riviste, dei video, ma anche della radio, della musica, dell’editoria e della cinematografia statunitensi.5 Oggi meno di dieci multinazionali conglomerate del settore mediatico, ossia Time Warner, Disney, News Corporation, Viacom, Sony, Seagram, AT&T/Liberty Media, Bertelsmann e General Electric dominano la maggior parte del panorama americano dei mezzi d’informazione. La gamma e la diversificazione delle loro attività è sorprendente. Al fine di dare un’idea delle dimensioni di tali conglomerate, passiamone al vaglio alcune. La Disney annovera tra le sue proprietà le reti televisive e radiofoniche «US ABC; dieci stazioni televisive US TV e ventotto stazioni radio; i canali televisivi via cavo a diffusione tanto statunitense che mondiale Disney Channel, ESPN, ESPN2, ESNews, ESPN International, nonché detiene cospicue partecipazioni in Lifetime, A&E, E!Entertainment e History Channel; possiede una quota di Americast, una televisione interattiva in joint venture con diverse compagnie telefoniche statunitensi, accentra il 43% di Infoseek, un portale Internet; grandi studi cinematografici, quali la Miramax, la Touchstone e la Walt Disney Pictures, effettua produzione e distribuzione televisiva attraverso la BuenaVista; pubblica riviste tramite le proprie consociate Fairchild e Chilton, libri con Hyperion Press, tanto per citarne una; detiene le etichette discografiche Hollywood, Mammoth e Walt Disney; il 50% di SuperRTL, in conpartecipazione con Bertelsmann; una partecipazione che oscilla dal 20 al 33% delle seguenti società mediatiche commerciali: EUROSPORTTV, la spagnola Tesauro SA, il canale terrestre tedesco RTL2, il canale televisivo tedesco via cavo TM3; la brasiliana TVA, una pay TV, nonché il 33% della Patagonic Film, gli studi cinematografici argentini».6

Le proprietà della Murdoch News Corporation, che ci si creda o no, sono addirittura superiori a quelle della Disney, e comprendono «la rete televisiva US Fox; 22 stazioni televisive statunitensi che coprono il 40% della popolazione americana; la rete televisiva statunitense e mondiale Fox News Channel; il 30% di FX, FXM, Fox Sports Net, Fox Kids Worldwide, Family Channel TV; il 33% del canale Golf TV, gli studi cinematografici Twentieth Century Fox; la Twentieth Television, gruppo di produzione e distribuzione televisiva per gli Stati Uniti ed il mondo intero; oltre 130 quotidiani, inclusi i londinesi «The Times» e «The Sun» (il tabloid più diffuso), il «New York Post», nonché il controllo di più del 70% dei quotidiani australiani in circolazione; 23 riviste; il 40% della United Video Satellite Group, casa editrice di «TV Guide» e società tecnologica di TV interattiva; il 30% della società televisiva statunitense via satellite Echostar; case editrici, tra le quali la Harpers-Collins; partecipazioni di controllo nel servizio satellitario televisivo British Sky Broadcasting (BSkyB); attraverso BSkyB, il 32,5% del servizio televisivo interattivo British Interactive Broadcasting; svariati canali Sky TV distribuiti nel Regno Unito e parte d’Europa, tra cui Sky News, interessi parziali nei canali televisivi Music Choice Europe; i canali televisivi latinoamericani El Canal Fox e Fox Sport Noticias; il 30% del servizio televisivo satellitare per l’America Latina Latin Sky Broadcasting, in joint venture con AT&T-TCI, Televisa e Globo; il 20% della pay TV sudamericana Cinecanal e il 12% di Telecine, una pay TV brasiliana; il 66% della rete televisiva tedesca VoxTV; partecipazioni di controllo nella venture italiana per la pay TV Strema; una quota di minoranza della Taurus, la finanziaria di controllo che possiede il gruppo mediatico Kirch Media (in corso di definizione); la la Fox TV Channel (Paesi Bassi); le seguenti quote di partecipazione in emittenti radiofoniche europee: il 71% di Sky Radio; il 42% di Radio 538; il 28 % Sky Radio Svezia; l’80% della neozelandese Natural History Unit, primo produttore del mondo di documentari sulla natura e la fauna selvatica; la Heritage Media, prima società USA di Marketing diretto, che nel 1996 ha fatto registrare redditi per 100 milioni di dollari; quote parziali in due società di telecomunicazioni dell’Europa orientale: la PDL Telekom (30.2% e la PeterStar 11%). Alla lunga lista di ramificazioni della News Corp si aggiungono inoltre vasti interessi nel settore delle comunicazioni in Giappone, Taiwan, Cina, Indonesia, India, ma anche Australia e Nuova Zelanda».7

Questi giganti mediatici detengono ampi settori dell’informazione e dell’intrattenimento, ma contestualmente sono anche collegati direttamente da una rete di consigli e consiglieri d’amministrazione delle società mediatiche, molti dei quali ricoprono analoghe funzioni in altrettanti consigli di società annoverate nel Fortune 1000. Dunque non sorprende affatto che i giganti dei media siano correlati con altri interessi dell’impresa americana, dove l’ipercommercializzazione e la pubblicità regnano sovrane. Ad esempio, se una conglomerata del settore mediatico produce un film di successo, può continuare a promuovere la sua pellicola sulle proprie emittenti e poi usarla per lanciare programmi televisivi, cd musicali, libri, oggettistica e quant’altro. Un esempio lampante è quello rappresentato dal caso del film d’animazione uscito ad opera della Disney nel 1994, «Il Re Leone». Il film «incassò 1 miliardo di dollari al botteghino, ma fu utilizzato per la commercializzazione di ben 186 prodotti, che generarono il quadruplo dei profitti realizzati dal film stesso».8

In una tale atmosfera il giornalismo si è visto privare delle sue caratteristiche più pregevoli. In effetti negli Stati Uniti ogni grande catena di quotidiani si trova oggi come oggi a far parte di una qualche e ben più grande conglomerata mediatica, così che la maggior parte delle fonti mediatiche si rifiuta di criticare pubblicamente le grandi società locali, nazionali o internazionali o i loro magnati per il semplice fatto che si tratta di importanti inserzionisti pubblicitari o addirittura di azionisti.

Oggi il sistema mediatico è in stretta sintonia con i valori del «libero mercato», e impregnato della nozione che qualsiasi decisione diversa da quelle dettate dal mercato sia da considerarsi, nella migliore delle ipotesi, discutibile. È così che il sistema corporativo dei mezzi d’informazione ha generato una società ipercommercializzata ben più atta a proteggere facoltosi azionisti e grandi inserzionisti che a informare i cittadini. I media mirano ad attirare l’attenzione delle classi medio alte. Come specificato da Barbara Ehrenreich, «i poveri sono scomparsi dalla vista degli abbienti, sono quasi totalmente assenti dai media».9

Il problema fondamentale dei media statunitensi di oggi è proprio quello di non trattare le problematiche più importanti correlate alle classi medie e di discutere solo raramente ciò che attiene alla classe lavoratrice. Questo spiega forse perché sia così difficile reperire un programma televisivo che tratti seriamente il grave disavanzo commerciale degli Stati Uniti o il drastico accrescersi dell’ineguaglianza tra i redditi generata dall’attuale Amministrazione. In questa situazione «l’americano medio stenta a ritrovare la propria realtà sullo schermo televisivo che sta guardando».10

La continua tendenza a consolidarsi delle società mediatiche fa sorgere interrogativi assai urgenti quanto al potere politico e alla democrazia. Come il presidente della Time Warner, Gerald Levin, ha avuto modo di dire, quello dei mezzi d’informazione globali «sta rapidamente diventando il business predominante del Ventunesimo secolo» ed è quindi «più importante del governo. È più importante delle istituzione educative e del non-profit».11 A questo riguardo i politici americani hanno decisamente capito l’antifona, tant’è che riservare una copertura mediatica favorevole a quei politici che forniscono ai mezzi d’informazione commerciali laute sovvenzioni e normative leggere (o compiacenti) è divenuta una «tacita» forma di contratto. In tale contesto i giganti mediatici non devono neppure fare la voce grossa giacché esplicitare i propri intenti non significa necessariamente formulare minacce dirette nei confronti dei politici americani. Prova ne sia che le lobby più potenti presso il Campidoglio sono proprio quelle dei media. I maggiori gruppi dell’imprenditoria mediatica si fanno adeguatamente rappresentare a Washington grazie a veri e propri «arsenali lobbistici».12 Il «Wall Street Journal» è arrivato a definire le emittenti commerciali «la lobby più potente a Washington».13 Ne è un chiaro esempio la lobby di Rupert Murdoch a Washington che solo per il primo semestre 1997 poteva contare su di un budget di 800.000 dollari. A capo della suddetta lobby troviamo Peggy Binzel, già al servizio del deputato per il Texas Jack Fields, a sua volta ex presidente della Sottocommissione della Camera per le telecomunicazioni, cioè quella che si occupa della normativa in materia di mezzi di comunicazione. In tempo di campagna elettorale Murdoch è inoltre un generoso «contribuente». Nel solo 1996, «Murdoch ha donato 1 milione di dollari al Partito repubblicano californiano, mentre la News Corp. ha convogliato 654,700 dollari verso il GOP14 nazionale in forma di prestiti molto agevolati».15 Murdoch è parte integrante del Partito repubblicano: è membro dell’influente e conservatore Cato Institute, e ha nominato alla carica di direttore della Fox News Robert Ailes, già senior advisor del presidente George W. Bush. Ad ogni buon conto Murdoch non è l’unico a erogare massicci contributi alla campagna elettorale: altri multimilionari e miliardari fanno lo stesso nel periodo elettorale. Questo circolo vizioso si fa ancor più vizioso allorché tanto democratici che repubblicani decidono di spendere una fortuna in pubblicità manipolativa e offensiva diretta al sempre più esiguo numero di cittadini che ancora li prendono sul serio. Le società mediatiche raccolgono i proventi delle campagne politiche televisive e mettono in risalto solo le attività dei politici che le sostengono nel raggiungimento dei propri fini. Questa sciarada dovrebbe, ahimé, aver a che fare con la democrazia.

Recentemente sono usciti due bestseller ad opera di due noti scrittori di area conservatrice: «Slander» di Ann Coulter e «Bias» di Bernard Golberg:16 entrambi dedicano numerosi passaggi per dimostrare che i media americani sono dominati da un pregiudizio distorsivo loro avverso, che definiscono «pregiudizio liberale». Il Partito repubblicano, i proprietari dei mezzi di comunicazione e i loro punti di sbocco commerciale seguono a ruota, ripetendo semplicemente queste asserzioni. Ma è comunque un uomo di destra, Rush Linbaugh che ha svelato il segreto dichiarando che «i mezzi d’informazione sono cambiati enormemente in questo paese negli ultimi quindici anni. Siamo nel 2002 e il tradizionale monopolio liberale dei media non esiste più».17 Ma se è così, a quale fine Coulter e Goldberg sollevano tanto polverone? Secondo James Conason, lamentarsi continuamente di presunti pregiudizi fuorvianti serve a intimorire i giornalisti, a corroborare la richiesta di copertura mediatica favorevole ed accesso privilegiato e, in ultima analisi, a mantenere quella schiacciante influenza di cui i conservatori godono attualmente».18 Geoffrey Nunberg, professore di linguistica e ricercatore presso la Stanford University, ha condotto uno studio nel quale ha riscontrato che sui principali quotidiani statunitensi l’espressione liberal bias compariva 469 volte in un raggio di sette parole «dalla parola “media”, e che solo 17 volte l’espressione conservative bias era proposta a meno di sette parole di distanza da «media»: una sproporzione di 17 a 1».19 Se questa non è distorsione!

L’ex vice presidente degli Stati Uniti, Al Gore ha dato voce alle proprie preoccupazioni in merito ai mezzi d’informazione statunitensi nell’ambito di un’intervista rilasciata al «New York Observer» nel novembre 2002, affermando «i media sono chiaramente in debito d’equilibrio in questo periodo, soprattutto rispetto alle iniziative dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Taluni organi d’informazione, come la Fox News sono fisiologicamente parte del Partito repubblicano».20

In questa atmosfera di depoliticizzazione e con il preoccupante controllo della destra sui mezzi di comunicazione statunitensi, Al Gore progetta di andare alla riscossa lanciando un suo canale televisivo nazionale, una sorta di Anti Fox News di sinistra. Gore sta lavorando alla creazione di una giovane rete televisiva diretta a una platea diversificata, che includa tanto gli studenti universitari quanto la nuova classe operaia, e che si collochi «a metà strada tra CNN e MTV».21 Il progetto di Al Gore, che si chiamerà VTV, mira a trasformare gli spettatori in produttori, fornendo loro una mini camera digitale per girare film e documentari o anche semplicemente per dar voce alle proprie inquietudini sulla TV nazionale.

Benché l’iniziativa di Gore sia un passo essenziale nello sforzo di cambiare la situazione dei mezzi di comunicazione commerciali negli Stati Uniti, non è misura sufficiente e ci spinge a riesaminare la legislazione antitrust. L’Antitrust nasce negli Stati Uniti come emanazione del timore jacksoniano che la concentrazione di ricchezza potesse condurre all’emergere di poteri privati capaci nel tempo di distruggere il governo democratico. L’Antitrust era dunque essenzialmente concepita a guisa di «legge sulla concorrenza» destinata a porre freno a una crescita socialmente deteriore attraverso il sostegno alla concorrenza. Come puntualizzato da Eben Mogler, professore di diritto e storia del diritto alla facoltà di legge della Columbia University, «Il collegamento tra antitrust e difesa della democrazia è intimo e di lunga data, ma perlopiù ignorato. La nostra incapacità di ricordarne le radici storiche ha dato vantaggio ai magnati ed alle multinazionali».22 Una tale amnesia ha condotto all’ascesa di un potere privato che inevitabilmente si mette alla ricerca di alleati politici. In questo clima la maggior parte degli elettori sente di non avere voce in capitolo, perché il sistema politico sembra dover rendere conto solo a coloro che contribuiscono alle campagne elettorali e conseguentemente il governo degli Stati Uniti è visto come sempre più trincerato in una rete di «interessi speciali». Il presidente americano Woodrow Wilson utilizzò questa espressione, «interessi speciali» nel corso della propria campagna elettorale del 1912 e aggiunse: «se il monopolio persiste, il monopolio sarà sempre al fianco del governo. Se ci sono uomini in questo governo abbastanza forti da possedere il governo degli Stati Uniti, ebbene lo possederanno».23 «La letteratura accademica contemporanea in materia di antitrust tende ad ignorare questo aspetto della nostra storia, fingendo che il “benessere del consumatore” definito quasi esclusivamente in termini di prezzi e qualità del prodotto, sia l’obbiettivo primario cui tende la concorrenza ».24 Ma quando la normativa antitrust è ritratta come di pertinenza esclusiva del benessere del consumatore in seno al mercato, allora diviene un mezzo ingannevole, che non investe l’Antitrust della problematica di chi possegga i mezzi di comunicazione. Eben Mogler conclude asserendo che «l’Antitrust non può essere discusso in modo intelligente se l’economia è concepita come un ambito separato dalla politica. Il messaggio che sottende alla filosofia antitrust è che il governo democratico si difende incoraggiando la concorrenza economica e distruggendo il potere privato prima che diventi così forte da sfuggire al controllo dell’elettorato».

Il problema essenziale dei media (soprattutto della televisione) negli Stati Uniti non è solo quello inerente a una distorsione pro destra nelle notizie e dei palinsesti, né tantomeno la trasformazione della politica e del governo stesso in una forma di intrattenimento o in un tentativo di sbalordire a tutti i costi. Non è il costante bombardamento pubblicitario diretto a tutte le fasce d’età (specialmente giovani e bambini), ma il fatto che le tematiche più importanti collegate alle classi medie e operaie siano raramente portate all’attenzione degli interessati (o non lo siano affatto). Come acutamente segnalato da uno storico dei mezzi di comunicazione, Robert Mc Chesney, «Le decisioni cruciali rispetto ai media sono prese da pochi, per pochi, e a porte chiuse. La partecipazione pubblica è stata infima, virtualmente assente».25 La pubblica partecipazione è stata comunque impossibile, giacché la maggior parte degli americani non sanno praticamente nulla di politica in materia di media, che è importante e che esiste e, cosa più importante di tutte, che hanno il diritto a prendervi parte. Visto che il sistema mediatico è il risultato diretto di esplicite sovvenzioni e politiche governative, i cittadini possono cominciare facendo pressione sui propri rappresentanti politici a Washington DC insistendo che si ponga mano alla riforma dei media, frammentando le società mediatiche conglomerate esistenti. Come sostenuto dal senatore democratico del Minnesota, Paul Wellstone, tragicamente deceduto in un incidente aereo il 25 ottobre 2002, «maggiore sarà la diversità della proprietà e del controllo, più i media saranno in grado di svolgere queste funzioni vitali».26

Se ne deduce che qualsiasi tentativo di un qualche significato teso a democratizzare la società non può prescindere dalla riforma dei media. In questo senso le sinistre italiana e statunitense hanno un ruolo chiave da svolgere presentando la riforma dei media come parte di un pacchetto più ampio di riforme democratiche. E visto che nei nostri due paesi gli oppositori della destra sono così impelagati nella retorica del mercato neoliberista e di fatto hanno il controllo sui nostri sbocchi mediatici, spetta alle forze progressiste sostenere il perpetuarsi della politica e della cultura democratica.

 

 

 

Bibliografia

1 U. Eco, Le regole del potere nel regime mediatico, in «La Repubblica», 9 gennaio 2004.

2 A. Meiklejohn, Free Speech and its Relationship to Self-Government, Harper and Brothers, New York 1948.

3 Meiklejohn, Political Freedom: the Constitutional Powers of the People, Harper and Brothers, New York 1960.

4 C.R. Sunstein, Is the First Amendment Absolutism Obsolete, in «The Nation», 21 luglio 1997.

5 B.H. Bagdikian, The Media Monopoli, Beacon Press, Boston 1983.

6 R.W. Mc Chesney, Rich Media, Poor Democracy: Communication Politics in Dubious Times, The New Press, New York 2000, pp. 94-95.

7 Ivi, pp. 96-98.

8 B. Orwall, Armageddon: Missing Disney Targets, Draws Less Than Astronomical Numbers, in «Wall Street Journal», 6 luglio 1998.

9 B. Ehrenreich, The Vision of Impaired Rich, in «The Progressive», Maggio 2000.

10 B. Saunders, Corporations Have a Chokehold on US Media, in «Star Telegram», 24 giugno 2002.

11 Il commento di Gerald Levin è stato espresso nel corso del programma «Millennium 2000: Media in The New Century», condotto da Jeff Greenfield, CNN, 2 gennaio 2000.

12 C. Lewis, The Buyng of The Congress, Avon Books, New York 1998.

13 A. Murray, Broadcasters get a pass on Campaign Reform, in «Wall Street Journal», 29 settembre 1997.

14 La sigla GOP risale alle origini del Partito repubblicano e significa «Grand Old Party». Usato ai nostri giorni esclusivamente come sigla, indica il Republican National Committee e si identifica quindi con il Partito repubblicano stesso.

15 N. Solomon, Media Moguls on Board, in «Think Tank Monitor», Gennaio/Febbraio 1998.

16 A. Coulter, Slander: Liberal Lies and the American Right, Three Rivers Press, New York 2003 e B. Golberg, Bias: a CBS insider Exposes how the Media Distorts the News, Perennial, New York 2003.

17 Cfr. Website di Rush Limbaugh, 20 novembre 2002: www.rushlimbaugh.com/home/daily/site112002/content/cuttingedge.guest.html.

18 J. Conason, Big Lies, Thomas Dune Books, New York 2003.

19 G. Nunberg, Media, Label Whores, in «The American Prospect», vol. 13, n. 8, 6 maggio 2002.

20 A. Torchiaro, Risiko. Metà Cnn, metà MTV: è la Televisione di Al Gore, in «Il Riformista», 6 novembre 2003.

21 P. Riche, Aux Etats-Unis, Al Gore est Pret à Lancer l’anti Fox News, in «Libération», 23 ottobre 2003.

22 E. Mogler, Antitrust and American Democracy: Where We’ve Been and Why it Matters, in «The Nation», 30 Novembre 1998.

23 Ibid.

24 Ibid.

25 R. Mc Chesney, Telecommunications, Mass Media and Democracy, Oxford University Press, Oxford & New York, 1993.

26 Introduzione di Paul Wellstone al libro di J. Nichols e R. Mc Chensey, It’s The Media, Stupid, Seven Stories Press, New York 2000.

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