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L'università italiana: autonomia o decadenza

Written by Nicola Rossi e Gianni Toniolo Thursday, 01 January 2004 02:00 Print

Uno dei discorsi politici emotivamente più coinvolgenti – quello di accettazione pronunciato da Clinton a San Francisco nel 1996 – fu in buona parte giocato sui temi dell’istruzione e della ricerca: nella visione del presidente, il futuro degli Stati Uniti sarebbe passato attraverso la scuola, l’università, i laboratori, le biblioteche. In questi giorni, Tony Blair ha messo a rischio la sua stessa sopravvivenza politica nel tentativo generoso di rilanciare il sistema universitario inglese. Schroeder assicura che imposterà la strategia politica e programmatica della SPD su scuola e ricerca.

 

Uno dei discorsi politici emotivamente più coinvolgenti – quello di accettazione pronunciato da Clinton a San Francisco nel 1996 – fu in buona parte giocato sui temi dell’istruzione e della ricerca: nella visione del presidente, il futuro degli Stati Uniti sarebbe passato attraverso la scuola, l’università, i laboratori, le biblioteche. In questi giorni, Tony Blair ha messo a rischio la sua stessa sopravvivenza politica nel tentativo generoso di rilanciare il sistema universitario inglese. Schroeder assicura che imposterà la strategia politica e programmatica della SPD su scuola e ricerca.

E in Italia? Le prime pagine dei giornali – di solito, con poche eccezioni, piuttosto distratte in tema di formazione e ricerca – si sono riempite con la protesta dei vincitori di concorso non immessi nei ruoli. Nessuno, tuttavia, ha osservato l’aspetto kafkiano della vicenda: università «autonome» che avevano bandito i concorsi sulla base di un impegno di fondi disponibili nei propri «autonomi» bilanci hanno avuto bisogno di una allocazione centrale di fondi per assumere i vincitori di concorso. Nell’anno nuovo, il governo licenzia un disegno di legge delega per la riforma (per alcuni aspetti anche condivisibile) dello «stato giuridico» dei professori con regole minute, uguali per ogni università dalle Alpi al Lilibeo. L’autonomia – perno dell’organizzazione universitaria dal medioevo sino ai sistemi odierni competitivi – non è stata metabolizzata né dal ministero, né dalle università. Il primo per atavica vocazione napoleonica, le seconde per il terrore di amministratori, professori e personale non docente verso una piena assunzione di responsabilità.

È possibile anche in Italia, come avviene nei principali paesi dell’Occidente e dell’Asia, mettere l’università e la ricerca al centro di un programma politico di rinnovamento? È possibile farlo guardando senza ipocrisia in faccia al sistema e proponendo soluzioni svincolate dai tabù sindacali, dall’istinto conservatore dei professori, dal compromesso di basso profilo stabilito con gli studenti e le loro famiglie: «paghi poco e ricevi poco»? L’impressione è che la maggiore parte del mondo politico di ogni colore ritenga che il tema non paghi sul piano elettorale un po’ perché in fondo agli italiani non importerebbe molto dell’università, un po’ per la necessaria iniziale impopolarità di alcune scelte, un po’ perché, dopotutto, quella dei professori universitari è tuttora una lobby conservatrice di un qualche peso (soprattutto in parlamento).

Al contrario di molte leadership di partito, riteniamo che scuola, università e ricerca costituiscano temi ai quali gli italiani sono più attenti di quanto non si pensi. Forse anche da noi chi concentrasse coraggiosamente attorno ad essi il proprio programma elettorale potrebbe sorprendersi di quanto la scelta possa premiare. Ma se anche così non fosse, nel trascurare questi temi sia chi governa sia chi si candida a sostituirlo si assume una responsabilità enorme: il futuro del paese si gioca ora su questo terreno. Di ciò è convinto Tony Blair, che affronta il campo impopolare delle rette di frequenza (quelle che noi chiamiamo tasse universitarie).

 

Lo stato del sistema universitario italiano

Non avrebbe ovviamente senso affrontare il tema dell’università se le cose, in Italia, andassero sostanzialmente per il meglio. Purtroppo così non è. Tutti sanno che l’Italia è piena di studiosi di grande valore. Sanno anche che vi sono dipartimenti, forse intere facoltà, che producono didattica e ricerca alla frontiera degli standard internazionali. Questi casi indicano che è possibile, anche in condizioni difficili, lavorare bene. Consentono di individuare le forze sulle quali contare per il rilancio del sistema. Ma non devono trarre in inganno circa la condizione media del sistema universitario italiano. Questo soffre in misura estrema dei mali che affliggono, sempre con le dovute eccezioni, le università dell’intera Europa continentale,1 sempre più al margine della grande ricerca mondiale: centralismo e burocratismo che alimentano un sistema di incentivi perverso sia per gli studenti sia per i professori sia, infine, per chi amministra gli atenei.

I dati relativi al sistema universitario italiano non sono noti al grande pubblico ma ampiamente conosciuti agli addetti ai lavori. Roberto Perotti li ha sintetizzati molto bene in un lavoro pubblicato dall’ISAE.2

Per quanto riguarda gli aspetti strettamente formativi (al cosiddetto primo livello), nel confronto tra i paesi OCSE e UE, l’Italia spicca per conferire un titolo di livello universitario a una quota assai minore della media della popolazione nella rilevante classe di età. La qualità della formazione ottenuta in Italia con la vecchia laurea quadriennale è mediamente buona nel confronto internazionale, nel caso delle migliori università paragonabile a un serio master di comparabili istituzioni straniere. Ma i tempi medi per il conseguimento della laurea sono inaccettabilmente lunghi. L’età media di laurea (quadriennale) per un giovane italiano è vicina ai 27 anni. Alla stessa età, un giovane inglese ha conseguito laurea e master e, normalmente, lavora già da almeno 3-4 anni.

Siamo tutti convinti che l’università italiana soffra per una scarsità di risorse. Ciò è innegabile: in rapporto al prodotto interno lordo, la spesa in ricerca e istruzione superiore ci vede, come ormai sanno tutti, agli ultimi posti nel confronto tra i paesi OCSE. Le priorità assegnate dalla collettività italiana nell’allocazione della spesa pubblica vanno indubbiamente riviste: progettare il futuro significa investire maggiormente nei giovani, nella formazione, nel sapere, nella creazione e, semmai, ridurre un po’ i trasferimenti alle classi medie. Ma, come vedremo, il problema delle risorse – che esiste, eccome! – può trovare almeno in parte soluzioni eque ed efficienti che non incidano sulla finanza pubblica.

Il problema meno facilmente risolubile, del quale vi è assai minore consapevolezza, riguarda la produttività delle risorse umane e finanziarie impiegate nel processo di produzione dell’insegnamento superiore e della ricerca.

È bene sapere che, rispetto all’Inghilterra – senza ombra di dubbio il migliore sistema universitario europeo – l’Italia fa un cattivo uso delle poche risorse disponibili. La spesa annua per studenteequivalente a tempo pieno calcolata da Perotti è di 12.400 dollari nel Regno Unito e, tenuto conto del potere d’acquisto nei due paesi, di 16.800 dollari in Italia. Il rapporto personale accademico/studenti a tempo pieno è circa uguale nei due paesi (attorno a 11 studenti per docente di qualunque grado) ma il costo medio del personale accademico per persona è considerevolmente più elevato in Italia, anche se molti professori guadagnano nel Regno Unito assai più dei professori ordinari italiani a fine carriera (la maggiore differenziazione nelle retribuzioni spiega il minore costo medio di un docente britannico).

Se si passa all’altra funzione dell’università, quella di produrre ricerca scientifica, il confronto con il Regno Unito è ancora meno confortante. La produttività della ricerca universitaria, misurata in lavori o citazioni per milione di spesa o per ricercatore, è in Gran Bretagna circa il doppio di quella italiana. Malgrado ciò, Blair è giustamente preoccupato della inadeguatezza del sistema inglese nel confronto non solo con gli Stati Uniti ma anche con Canada, Australia e, in un futuro non lontano, con alcuni paesi asiatici emergenti.

Oltre la laurea, la formazione universitaria italiana, in particolare quella che conduce al dottorato legata strettamente alla ricerca, è di qualità modesta. Sono pochissimi gli studenti stranieri che scelgono un dottorato italiano. Mentre molti laureati italiani, conseguito il dottorato all’estero, trovano un lavoro e una carriera presso le migliori università straniere, è molto raro (anche se tutti possono citare eccezioni) che un neo dottore di ricerca italiano riesca ad affermarsi sul mercato del lavoro accademico internazionale.

Quella del dottorato, introdotto in Italia in tempi relativamente recenti, è stata una delle grandi occasioni perdute del nostro sistema. Frazionati in mille programmi, con finanziamenti a pioggia limitati alle borse, con attività didattica spesso inesistente, i dottorati italiani si sono in molti casi trasformati in forme di modesto sussidio post-laurea, prima tappa di un precariato universitario al quale non si danno prospettive di un percorso professionale caratterizzato da regole certe.

Non serve dilungarsi ulteriormente: la débacle è nota, almeno a grandi linee. Il sistema universitario italiano soffre di una cronica scarsità di risorse e ha, al tempo stesso, una produttività, didattica e scientifica (per addetto o per euro speso) che non regge il confronto internazionale. È anche noto che vi sono alcune importanti eccezioni di dipartimenti, per non dire di singoli studiosi, di qualità e prestigio mondiali. Essi dovrebbero costituire, come vedremo, le pietre angolari per un rilancio del sistema ma la loro esistenza non può, come a volte accade, venire aneddoticamente citata per negare l’evidenza statistica circa la bassa produttività media delle università italiane.

 

Che cosa fare per cambiare

Un sistema universitario svolge tre funzioni principali in una società moderna: (i) la trasmissione del sapere in senso lato (una funzione che non ha ruoli e riscontri economici facilmente definibili e misurabili), (ii) la formazione professionale, (iii) la ricerca scientifica (intesa come avanzamento della frontiera delle conoscenze o, se si vuole, come creazione di nuovo sapere).

Rispetto a queste funzioni, gli obiettivi che dovrebbe proporsi una seria politica per l’università italiana sono sostanzialmente tre. (a) Educare meglio e in tempi più brevi un numero maggiore di studenti nel cosiddetto triennio. Si tratta di trovare di volta in volta la giusta combinazione tra la trasmissione di un sapere generale e la formazione professionale. (b) Produrre formazione professionale avanzata, necessariamente destinata a un numero relativamente piccolo di studenti. (c) Migliorare notevolmente la qualità della ricerca prodotta, il che comporta, contestualmente, la creazione di dottorati competitivi a livello mondiale. Va detto subito – anche per capire meglio il senso delle proposte che facciamo – che si tratta di obiettivi del sistema, non necessariamente di tutte le sue singole parti. Ci potrebbero essere ottime istituzioni universitarie dedicate al solo insegnamento triennale, ce ne potrebbero essere altre che puntano anche alla formazione specialistica, senza ambizioni di ricerca, altre ancora che perseguono i tre obiettivi e, infine, alcune che si dedicano esclusivamente al dottorato e alla ricerca.

La chiave di volta di ogni ragionevole politica universitaria si chiama autonomia. In tutti i paesi dove le università funzionano bene esse sono libere nella scelta del personale (docente e non docente, quest’ultimo – del quale si parla poco – è assolutamente decisivo), nelle remunerazioni, nella formulazione dei programmi di insegnamento (per intenderci anche dei corsi di laurea), nella scelta dei criteri di ammissione degli studenti e, in genere, nella gestione delle proprie risorse. Una dimostrazione dei benefici dell’autonomia, se ve ne fosse bisogno, viene dalla Spagna, paese in tante cose – inclusa l’università – sino a poco tempo fa indietro rispetto all’Italia e ora avviato a superarci in molti campi. Il sistema universitario spagnolo era – in gran parte è tuttora – simile al nostro per centralismo burocratico, atenei mastodontici e ingestibili, concorsi universitari nazionali. Alcune università sono riuscite a conquistare una maggiore autonomia: sono queste che oggi stupiscono l’Europa per la loro crescita qualitativa testimoniata dal numero crescente di studenti stranieri che attraggono e dal numero dei loro dottori di ricerca che viene assunto da altre università (autonome) di tutto il mondo.

L’autonomia serve soprattutto a creare, in tutta l’organizzazione dell’ateneo, un sistema di incentivi efficace. Efficace in modo particolare nell’attrarre e nel «tenere» docenti e ricercatori. Si tratta di talenti altamente mobili, il cui mercato del lavoro coincide sempre più con il mondo intero. Essi si aspettano oggi contratti, sovente tagliati su misura, basati su un legame diretto tra rendimento (didattico ma, soprattutto, scientifico) e remunerazione (che include, oltre allo stipendio, fondi di ricerca, strutture, assistenti, anni sabbatici e simili).

Un sistema centralistico e burocratico come quello italiano produce incentivi del tutto perversi per rettori e amministratori, per il personale non docente, per la collettività nella quale ha sede l’ateneo e, soprattutto, per i professori. Quale incentivo a produrre ricerca di livello internazionale viene dato a un giovane trentacinquenne approdato finalmente al ruolo (a vita) di ricercatore e a uno stipendio netto mensile attorno ai mille euro? Dovrà necessariamente arrotondare lo stipendio (le occasioni non mancano) spesso producendo ricerche applicate di qualità modesta. D’altra parte sa che, salvo poche eccezioni, il suo futuro non dipenderà dalla performance negli indici di citazione e penetrazione dei suoi lavori ma dalla sua fedeltà a un maestro, a una scuola, forse all’ateneo che gli «chiamerà» il posto. E che incentivi ha, se non quelli della propria coscienza o del proprio orgoglio, un professore senior di valore a presentare articoli alle prime riviste internazionali del suo campo quando in alternativa gli vengono offerte lucrose consulenze oppure, semplicemente, può dedicarsi a una tranquilla vita di ozi, più o meno intellettuali?

Né i governi che si sono succeduti nella storia della nostra Repubblica né la corporazione dei professori universitari hanno mai seriamente creduto all’autonomia degli atenei. Le ragioni sono molte, alcune nobili altre un po’ meno. L’autonomia nega alla radice i concorsi nazionali (mai aboliti, semmai peggiorati), un mostro che, nella forma estrema italiana, esiste solo da noi. L’argomento invocato da coloro che si dicono favorevoli all’autonomia in astratto ma non nel caso italiano è quello del cosiddetto «valore legale del titolo di studio». Si tratta di un istituto – difficile da definire sul terreno strettamente giuridico – il cui significato, rispetto al problema universitario, consiste soprattutto nel parificare – ai fini dei concorsi pubblici – la laurea ottenuta in tutte le università italiane. In questo senso, il valore legale va abolito perché reca un duplice danno: distorce l’efficienza delle assunzioni nella pubblica amministrazione e ingessa le università italiane.

Abolito il vincolo, vero o presunto, del cosiddetto «valore legale del titolo di studio», va preso atto che il sistema centralistico-burocratico attuale non è riformabile. Nessuna ingegneria istituzionale circa i concorsi universitari nazionali è in grado di eliminare gli incentivi perversi che essi generano. Nessun controllo dal centro è in grado di rendere efficiente la gestione di atenei governati dalla corporazione dei professori universitari. Non esiste disegno ministeriale dei curricula degli studi capace di dare spazio ai talenti idiosincratici delle singole sedi. Non esistono regole centrali in materia di contratti di lavoro, di rapporti con le imprese, di scambi internazionali, di uso delle risorse che possano fare meglio di quanto possa fare chi gestisce queste variabili da vicino, qualora stimolato da incentivi virtuosi piuttosto che perversi.

Una tradizione di università private, d’altra parte, è assente in Italia. Le poche esistenti sono sostanzialmente prive di una dotazione di capitale adeguata e dunque anch’esse abbondantemente finanziate dallo Stato e da esso, pertanto, anch’esse minutamente regolate. Non è affatto evidente che le università private siano, in media, migliori di quelle pubbliche. Ma università pubblica non è sinonimo di università eterodiretta da una invadente burocrazia centrale. Non è così nel sistema delle università inglesi, australiane, canadesi né in quello, per molti aspetti straordinario, delle università di Stato americane (si pensi al sistema californiano). Si tratta di ispirarsi al modello di successo dei sistemi universitari pubblici di questi paesi. In particolare, come abbiamo altre volte detto e come suggerisce ora autorevolmente Perotti, si tratta di adattare al caso italiano il blue print inglese.

Che cosa fare? In astratto, la riforma radicale del sistema italiano dovrebbe basarsi su due pilastri da attivare contemporaneamente. (i) Bisognerebbe rendere effettiva la finta autonomia attuale degli atenei. In particolare, ciascuno di essi dovrebbe essere libero di assumere il personale docente e non docente con contratti di diritto privato sottoposti solo al vincolo della legge (cadrebbe, evidentemente, ogni norma sullo «stato giuridico»), di organizzare come crede i corsi di laurea ai vari livelli, di darsi il sistema di governo che ritiene più adeguato, di stabilire le norme per l’ammissione degli studenti. (ii) Contemporaneamente bisognerebbe che lo Stato decidesse di distribuire tutte le risorse che il bilancio pubblico alloca all’università solo sulla base di precise valutazioni di performance didattica (qualità dell’insegnamento, spazi, rapporto professori/ studenti, risultati ottenuti nel mercato del lavoro dei licenziati dall’università e simili) e scientifica. Entrambe le valutazioni andrebbero fatte, come nel caso inglese, non su base di ateneo ma a livello di dipartimento.

L’autonomia, indispensabile, si regge solo se esistono incentivi forti ad assumere e promuovere i migliori. Questo avviene se chi è deputato alla scelta dei colleghi trae un vantaggio diretto dal loro valore professionale. Se le risorse del dipartimento aumentano con l’assunzione di un professore i cui lavori abbiano un elevato indice di penetrazione, e se da queste risorse dipendono gli stipendi di tutti i membri del dipartimento, è grande l’incentivo a cercare il migliore collega disponibile (e a offrirgli le migliori condizioni possibili) piuttosto che a promuovere l’amico locale. Da parte loro, i responsabili dell’ateneo avranno l’incentivo a stabilire efficaci regole interne che favoriscano effettivamente la qualità della didattica e della ricerca. Dovrà essere chiaro, infatti, che non esistono paracaduti: ogni ateneo avrà piena responsabilità finanziaria delle decisioni che prende.

In questo modo si dovrebbe provvedere al problema dell’efficienza del sistema. Quanto alle risorse, se la collettività crede veramente all’istruzione, potrà continuare a offrirla quasi gratuitamente ai propri membri. Non sembra, tuttavia, che questo sia o sia stato l’orientamento dei suoi rappresentanti eletti. Ogni parlamento ha, nei fatti, confermato la scelta di quello precedente: dare poco e chiedere poco agli studenti, fingere di dare l’università gratis (un’università necessariamente povera di strutture e docenti) ma caricare sulle famiglie enormi spese di sostentamento (vitto, alloggio ecc.) con il risultato perverso che l’università viene scelta in base alla prossimità geografica piuttosto che alla qualità dell’insegnamento. La collettività italiana non esprime, dunque, una preferenza per l’aumento delle risorse pubbliche destinate alla formazione universitaria. La scelta sarebbe comprensibile e giustificata qualora la stessa collettività non impedisse che le risorse venissero recuperate altrove, presso chi beneficia dell’istruzione superiore, in modo al tempo stesso più equo ed efficiente. Come in Inghilterra così in Italia, la questione delle «tasse» universitarie non è più procrastinabile.

Riassumendo, non diversamente da quanto proposto da Perotti e altri, abolito il valore legale del titolo di studio, gli atenei dovrebbero essere assolutamente autonomi nell’assunzione del personale (con stipendi liberi e, se lo ritenessero opportuno, differenziati), nell’organizzazione dei curricula e dei corsi, nell’ammissione degli studenti. Dovrebbero anche poter stabilire le rette (tasse) di frequenza (allo Stato, prima che ad altri, spetterebbe l’attuazione del dettato costituzionale, garantendo ai capaci e meritevoli ancorché privi di mezzi borse di studio spendibili negli atenei di loro scelta). A questa autonomia corrisponderebbe una piena responsabilità di bilancio. Lo Stato finanzierebbe la ricerca soprattutto allocando i fondi ai singoli dipartimenti sulla base di una rigorosa valutazione dei risultati da essi ottenuti, con criteri capaci di concentrare le risorse laddove esse risultassero più produttive, anche a costo di lasciare numerosi dipartimenti del tutto privi di fondi di ricerca.

Inutile dire che il passaggio al nuovo sistema richiederebbe una serie di misure di accompagnamento. Lo stato giuridico pubblico dei professori non dovrebbe più applicarsi ai nuovi assunti e si dovrebbero introdurre incentivi per un passaggio al nuovo regime privatistico almeno dei più giovani (e produttivi) tra i docenti oggi in servizio. La gestione degli atenei non dovrebbe essere più appannaggio dei docenti ma di manager con specifiche competenze. La libertà degli atenei di fissare rette, dovrebbe utilmente accompagnarsi (oltre che alle borse di cui si è detto) a una legislazione che favorisse al massimo l’accensione dei prestiti d’onore, il modo socialmente più equo di finanziare la formazione universitaria. La gestione delle residenze universitarie, oggi largamente di competenza regionale entro le norme del diritto allo studio, dovrebbe essere restituita alle università che dovrebbero poter competere tra loro nell’attrarre gli studenti anche sulla base dei servizi complessivamente offerti. Il finanziamento dei privati alle università dovrebbe godere di importanti vantaggi fiscali. Infine, sarebbe probabilmente desiderabile che nel passaggio al nuovo regime venisse favorito lo scorporo delle facoltà di medicina – che hanno problemi propri del tutto disomogenei da quelli delle altre facoltà – dagli atenei, creando autonome strutture di ricerca e didattica medica.

 

Le possibili obiezioni

Le prevedibili obiezioni sia del mondo accademico sia di quello politico a queste ipotesi di riforma sono o conosciute o facilmente immaginabili.

Taluni sostengono che l’università italiana va già bene e che per portarla a livelli di eccellenza internazionale basterebbe che il governo accrescesse le risorse a essa destinate. Quanto accennato brevemente sopra circa la produttività media del nostro sistema universitario non consente di farsi illusioni circa la sua efficienza, tanto meno circa la sua eccellenza. Si tratta, comunque, di una posizione minoritaria. Non si sarebbe parlato per quarant’anni (chi ricorda il disegno di legge 2314 del ministro Gui?) di riforma universitaria se prevalesse l’opinione che tutto va bene e andrebbe ancora meglio con un po’ di milioni (di euro) aggiuntivi.

Un’obiezione facilmente prevedibile è che l’autonomia radicale (con finanziamenti legati alla performance) distruggerebbero il sistema universitario meridionale. Noi non siamo così pessimisti. Da Catania a Napoli, il Mezzogiorno possiede strutture universitarie che attendono solo di essere liberate da costrizioni burocratiche e corporative per dare buoni risultati. Non c’è ragione a priori di pensare che il sistema degli incentivi non possa funzionare anche a sud di un dato parallelo scelto a piacere. Se tuttavia così non fosse, se le cose dessero davvero ragione a chi teme gli effetti distruttivi dell’autonomia su tutte le università meridionali, che senso avrebbe, per il bene dei giovani meridionali, mantenere in loco un sistema universitario inefficiente che li condanni a essere meno istruiti dei loro colleghi norvegesi o milanesi? Meglio sarebbe favorire, con borse e altri strumenti, la formazione altrove dei giovani meridionali. Formazione che già oggi, in molti casi, avviene altrove ma senza il sostegno di una borsa di studio.

Un’altra obiezione comune (vale ahinoi anche per i concorsi) è quella di chi sostiene che un sistema di valutazione rigorosa dei meriti scientifici semplicemente non può esistere. Concesso che i singoli criteri di valutazione soffrono di limiti e controindicazioni, un insieme bilanciato degli stessi garantisce giudizi che approssimano molto da vicino il valore della ricerca e dei singoli ricercatori. L’allocazione delle risorse di ricerca sulla base di criteri condivisi dalla comunità scientifica ha dato ottimi risultati nei soli sistemi universitari al mondo che funzionano bene.

Purtroppo, dicono molti, quello che funziona all’estero non può funzionare da noi. Per motivi storici, di tradizione, culturali: noi siamo diversi. Portata alle estreme conseguenze, questa tesi, assai diffusa, afferma che viviamo nel migliore dei mondi possibili (date, appunto, le nostre tare avite) e che ogni tentativo di cambiare le cose può solo peggiorarle. Per parte nostra riteniamo che la storia testimoni che il buon governo funziona anche in Italia. La storia, la cultura e, soprattutto, gli interessi costituitisi nel tempo in rendite di posizione hanno, in Italia come altrove, un peso enorme, mai però tale da rendere immodificabile il cammino di una collettività. Si potranno facilmente trovare i modi per superare le difficoltà iniziali di funzionamento del sistema di valutazione, per esempio utilizzando anche esperti stranieri.

Un’altra obiezione facilmente immaginabile è quella di coloro che «temono» la «creazione» di università di serie A e B. Ad essa non è difficile rispondere dicendo anzitutto che non si creerebbe un bel niente: le serie A, B e C esistono già e la finzione del «valore legale del titolo» le maschera solo in minima parte. In secondo luogo, non vi è motivo di «temere» una differenziazione di offerta e anche di qualità tra le strutture di insegnamento superiore e di ricerca: il pernicioso messaggio sessantottino che – anche per quanto riguarda l’intelligenza e il sapere – «dobbiamo essere tutti uguali» ha fatto sin troppi danni: le sue vestigia vanno dimesse in fretta. La «classifica», d’altronde, sarebbe più variegata di quanto si pensi: accanto a ottime strutture di formazione per il triennio potrebbero cercare di sopravvivere pessimi atenei di ricerca. Quale dei due modelli sarebbe più interessante, soprattutto per una città relativamente piccola?

Infine si potrebbe dire, si dirà certamente, che l’ipotesi avanzata sarebbe buona ma non ha possibilità di ottenere il consenso necessario. Il sistema attuale, per quanto inefficiente, ha creato nel tempo un coacervo di interessi che congiurano nel sostenerlo. Il mondo accademico gode di numerose rendite di posizione professionali e di potere che non abbandonerà facilmente. Le famiglie sono trincerate dietro l’illusione di una università gratuita sotto casa. Gli studenti pensano al «pezzo di carta» conquistato con il minimo sforzo. Le comunità locali, anche di piccole dimensioni, desiderano essere sede universitaria ma non sono disposte ad allocare le risorse necessarie che, non dimentichiamolo, sono ingenti. L’ obiezione che in Italia non esistano, come si diceva una volta, le «condizioni politiche» per attuare una riforma radicale di tutto il sistema universitario può, purtroppo, avere fondamento. Ad essa cerchiamo di rispondere con la proposta che segue.

 

Una modesta proposta

Entro una data prefissata, le università (pubbliche o private) che, nel rispetto delle loro attuali procedure statutarie, lo decidessero potrebbero trasformarsi in Fondazioni universitarie e godere della più completa autonomia finanziaria, gestionale, didattica e scientifica. Esse, e solo esse, sarebbero libere di assumere il personale docente e non docente con contratti di diritto privato sottoposti solo al vincolo della legge, di organizzare l’intera struttura della didattica (dai corsi di laurea di primo livello ai dottorati di ricerca), di stabilire le norme per l’ammissione degli studenti e di fissare le tasse di frequenza, di provvedere in piena autonomia ai servizi connessi (dalle mense agli alloggi per gli studenti o per i docenti), di acquisire risorse da destinare esclusivamente alle attività statutarie della Fondazione.

Contestualmente, nel bilancio dello Stato verrebbe creato un «Fondo per le università autonome» costituito dai trasferimenti già in essere verso le università che avessero optato per la trasformazione e aumentato di una significativa percentuale. Il fondo verrebbe ripartito in due distinti capitoli. Il capitolo della ricerca verrebbe allocato inizialmente secondo le quote di allocazione preesistenti e successivamente sulla base di una rigorosa valutazione dei risultati scientifici a livello di singolo dipartimento effettuata, almeno inizialmente, con l’ausilio di docenti stranieri. Il capitolo della didattica verrebbe, invece, interamente utilizzato per il finanziamento di un massiccio programma di borse di studio (inclusive del pagamento delle tasse di frequenza) riservato alle università che avessero optato per la trasformazione e agli studenti capaci e meritevoli e privi di mezzi che volessero accedervi.

Al personale docente e non docente in servizio presso le università che avesse optato per la trasformazione e che preferisse conservare lo status precedente verrebbe data la possibilità di trasferirsi – entro un congruo periodo di tempo – in altra università che non avesse optato per la trasformazione e che ne avesse fatto richiesta o, se del caso, in altro impiego pubblico. Le università che non optassero per la trasformazione permarrebbero nella loro situazione – giuridica, finanziaria, gestionale, didattica e scientifica – attuale.

Come si vede, nessuno sarebbe costretto a essere «autonomo» ma sarebbero le singole università a deciderlo. Gli oneri aggiuntivi per il bilancio dello Stato – che sarebbe qualitativamente più che quantitativamente modificato – sarebbero con ogni probabilità molto modesti. Qualora alcune coraggiose università decidessero di spingersi sulla via della trasformazione, il paese avrebbe una semplice e immediata possibilità di valutare l’entità e la distribuzione degli oneri impliciti nella situazione attuale.

Inutile dire che sarebbe necessario studiare disposizioni transitorie sia per quanto riguarda il personale che non optasse per il nuovo regime privatistico sia per le diverse poste del bilancio sia, infine, per il passaggio ai nuovi atenei-fondazione dei compiti relativi al diritto allo studio (in particolare mense e alloggi) oggi facenti capo alle regioni. L’abolizione del cosiddetto valore legale del titolo di studio costituirebbe una precondizione di questa riforma.

 

Il centrodestra alla luce di queste proposte

Come valutare la politica universitaria e della ricerca del centrodestra alla luce della proposta organica di radicale mutamento dell’università italiana che abbiamo appena formulato?

Se, come dimostrano i sistemi universitari che funzionano, la piena autonomia degli atenei accompagnata da una allocazione delle risorse pubbliche sulla base dei risultati ottenuti, dalla competizione e dalla libertà di fissare le rette è la sola ricetta possibile per consentire al nostro sistema di ricerca e istruzione superiore di arrestare quello che sembra essere un irresistibile declino, la politica del governo Berlusconi si muove, nel complesso, nella direzione opposta.

In quasi tutti gli aspetti della sua politica, l’attuale governo mostra una tendenza dirigista e statalista che può sorprendere solo coloro che avevano creduto agli slogan elettorali del 2001. Si pensi alla finanza, alla procreazione assistita, agli interventi nel Mezzogiorno, alle tentazioni del «colbertismo», alla avversione per ogni autorità indipendente. Quel poco di politica universitaria che è stato dato sinora di vedere non fa, nel complesso, eccezione. Quanto, al momento di mandare in stampa questa nota, sappiamo del disegno di legge delega sullo stato giuridico dei professori universitari si colloca nel segno di una grande continuità con il dirigismo in materia che ha caratterizzato tutti i governi della Repubblica. Alcuni aspetti condivisibili del provvedimento – la sostituzione del ruolo del ricercatore con contratti di insegnamento e ricerca è certamente tra questi – non fanno cambiare il giudizio complessivo su un provvedimento che sembra ridurre ulteriormente i già modesti spazi dell’autonomia degli atenei: basti pensare alla rigida previsione del numero di ore che ciascuno deve dedicare all’insegnamento e, elemento assolutamente risibile, alla ricerca. La previsione di stipendi differenziati avrebbe potuto costituire un secondo elemento positivo del disegno di legge delega se non fosse inficiata alla radice dalla mancanza di incentivi da parte dell’ateneo a remunerare maggiormente chi fa buona ricerca e se non mancasse la previsione di stipendi differenziati sin dall’assunzione, per consentire agli atenei di competere sul mercato mondiale del lavoro intellettuale. Il concorso di idoneità nazionale ha dato pessima prova di sé in passato e la darà in futuro. In ogni modo, non consente agli atenei quella libertà di assumere i professori che costituisce l’essenza stessa dell’autonomia nei paesi dove essa esiste e fa fiorire le università. Se poi fosse vero che il disegno di legge prevede l’«immissione in ruolo» di tutti gli idonei ai concorsi che ancora non sono stati assunti dagli atenei, l’ipoteca che ciò porrebbe sulla credibilità di un impegno al rigore qualitativo e sulla possibilità di riformare i criteri di assunzione dei professori sarebbe enorme. L’effetto di annuncio sarebbe simile a quello dei vari condoni che il governo Berlusconi ci ha abituato ad attenderci.

Quanto all’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), bisogna onestamente sospendere il giudizio sino a quando si conosceranno i dettagli dell’operazione e si vedranno le prime mosse del commissario. Il direttore verrà scelto sulla base di un grande concorso internazionale? Vi sarà un comitato di valutazione indipendente e rigoroso? Le risorse saranno sufficientemente concentrate su un numero piccolo di aree di ricerca nelle quali l’Italia è già eccellente? Come verranno nominati, pagati, promossi, licenziati i ricercatori? Sarà totalmente libero dall’influenza del governo? Se la risposta a queste e a simili altre domande sarà positiva, l’IIT potrebbe costituire la prima delle Fondazioni universitarie autonome delle quali proponiamo la nascita. In questo caso, esso dovrebbe godere della stessa autonomia, essere valutato secondo le stesse regole, essere sottoposto alla stessa rigorosa responsabilità per le proprie decisioni degli altri atenei che avessero optato per la trasformazione. E le risorse ad esso riservate dovrebbero costituire il punto di partenza del «Fondo per le università autonome», fondo al quale l’IIT dovrebbe accedere in competizione con altre istituzioni e non in condizioni di monopolio. Solo se così fosse (ma così ancora non è) esso costituirebbe – insieme all’introduzione della patente a punti – una delle due realizzazioni indubbiamente positive assunte dal governo Berlusconi dal momento del suo insediamento.

 

 

Bibliografia

1 Si veda il grido di dolore sull’università francese apparso in prima pagina di «Le Monde» del 24 gennaio scorso.

2 R. Perotti, The Italian University System: Rules vs. Incentives, in ISAE (a cura di), Annual Report Monitoring Italy 2002, Roma 2002.

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