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Una squadra di leader per l'Ulivo

Written by Mauro Calise Thursday, 01 January 2004 02:00 Print

Lista unica, partito unico, coalizione unitaria. Sono i termini che descrivono la geometria del sistema politico italiano nella transizione infinita dalla Prima alla Seconda Repubblica. I suoi picchetti costituenti. Poi ci sono le variabili concomitanti: le cause profonde, spesso insondabili, sempre immodificabili. Le spiegazioni di comodo con il corredo pronto delle recriminazioni. Le ambizioni, le collusioni (mancano all’appello le visioni). Ma se si vuole capire la dinamica dei rapporti di forza, il primum movens di questo decennio e forse del prossimo, ci si può fermare a quel trittico.

 

Lista unica, partito unico, coalizione unitaria. Sono i termini che descrivono la geometria del sistema politico italiano nella transizione infinita dalla Prima alla Seconda Repubblica. I suoi picchetti costituenti. Poi ci sono le variabili concomitanti: le cause profonde, spesso insondabili, sempre immodificabili. Le spiegazioni di comodo con il corredo pronto delle recriminazioni. Le ambizioni, le collusioni (mancano all’appello le visioni). Ma se si vuole capire la dinamica dei rapporti di forza, il primum movens di questo decennio e forse del prossimo, ci si può fermare a quel trittico. Ai vincoli che lo governano, vincoli che a loro volta rinviano alla madre di tutte le battaglie politiche della transizione: la legge elettorale e i suoi diktat su sistema e ceto politico. In sintesi, e come traccia del discorso: qual è il rapporto tra il sistema elettorale vigente e le diverse formule in campo per l’aggregazione politica? Perché da questo rapporto dipendono le opzioni e le mosse – vincenti o perdenti – dei due poli.

Dividiamo l’analisi in due parti. La prima serve a sgombrare il quadro dalle rappresentazioni ideologiche del rapporto tra sistema elettorale e sistema dei partiti. Si tratta dell’ideologia dominante nell’Italia del decennio passato. La forma egemone di rappresentazione della rinascita democratica. L’ideologia del maggioritario. Doveva produrre Westminster e ha sfornato Berlusconi. Cercheremo di capire che cosa non ha funzionato nei modelli degli ingegneri istituzionali, alla prova con la realtà. E cercheremo di capire come mai, malgrado i guasti e le ironie che ha prodotto, questa ideologia resta un perno del futuro. Una risorsa con cui fare i conti.

Fatti i conti con l’ideologia, la seconda parte è dedicata alle scelte operative del centrosinistra, in vista delle scadenze elettorali, rispetto alle tre opzioni in campo. Quali convengono, quali verranno perorate. E quali verranno fatte.

 

La logica del maggioritario

Riassumiamo, per chi ha la memoria corta, le promesse non mantenute del maggioritario e quelle invece – sarebbe il caso di dire, suo malgrado – avveratesi nel decennio trascorso. Tralasciando, per carità di patria, di infierire sull’enfasi autocelebrativa con cui, durante tutta la stagione referendaria e anche oltre, l’ideologia del maggioritario ha campeggiato in ogni editoriale di giornale, in (quasi) ogni testo politologico, e in ogni conclave di partito, diventando il senso comune – ancorché, purtroppo, privo di senso – del dibattito pubblico italiano. Ma concentriamoci sul nocciolo duro, analitico della questione: l’idea che una legge elettorale, di tipo maggioritario, dovesse produrre una spinta inarrestabile al bipolarismo e, quindi, al bipartitismo.

Quest’idea è, sul piano scientifico, infondata. La sua critica più puntuale – e precedente a ogni polemica di parte – si trova nel capitolo sui sistemi elettorali di Sartori, nei suoi «Elementi di Teoria politica»,1 il quale constata che la spinta aggregante di una legge maggioritaria può realizzarsi solo in presenza di due condizioni: la mancanza di enclaves di partiti antisistema; e la presenza di due partiti, uno per ciascun polo, già in grado di strutturare saldamente i rapporti tra centro e periferia. La spiegazione di queste condizioni è semplice. La prima riguarda i rapporti tra società e partiti. Se persistono partiti ben radicati in fratture sociali (di classe, di religione, regionali) questi partiti tenderanno – o si vedranno costretti – a scegliere di arroccarsi sui propri insediamenti, per evitare di scomparire rapidamente partecipando al melting pot di una coalizione troppo ampia e indifferenziata. È ciò che puntualmente si è verificato, e continua a verificarsi, in Italia, con le crisi innescate da Lega e Rifondazione all’interno dei due schieramenti.

La seconda condizione rimanda ai rapporti tra centro e periferia. Storicamente, il sistema elettorale maggioritario si configura come forma di rappresentanza – e competizione – localistica. Tali caratteristiche segnano il primo secolo e mezzo di storia del maggioritario in Inghilterra, la sua stagione giolittiana (e le aspre critiche di Salvemini) in Italia, il suo presente funzionamento negli USA. Perché, invece, il maggioritario possa svolgere un ruolo di unificazione nazionale delle candidature, è condizione indispensabile che vi sia un centro decisionale capace di imporre le proprie scelte ai mille rivoli, e personalità, del potere periferico. Senza un centro pre-strutturato, il maggioritario si riduce a favorire le spinte centrifughe delle forze politiche minori, che godono di una rendita di posizione – o potere di ricatto – legati al meccanismo di attribuzione uninominale dei seggi. Per (ri)fare l’esempio che tutti conoscono oggi fin troppo bene, il mancato accordo tra Ulivo e Italia dei valori è costato al centrosinistra un numero di seggi enormemente superiore al totale dei voti (in percentuale) rastrellati dalla lista di Di Pietro.

Si potrebbe continuare (purtroppo) all’infinito, snocciolando, anno dopo anno, la cronaca di questo decennio politico-elettorale, che non ha fatto che confermare inesorabilmente l’esattezza di quell’analisi sartoriana così nota a ogni studente di scienza politica (anche se meno, evidentemente, ai tanti valorosi studiosi che si sono in questa stagione improvvisati apprendisti stregone della transizione). L’analisi sarebbe, però, incompleta se mancasse di menzionare la vistosa eccezione a quella regola: o, meglio, la sua più clamorosa conferma. Vale a dire, la creazione di Forza Italia. Se il sistema dei partiti italiano non è oggi un coacervo incontrollabile di micropartiti allo sbaraglio, ma mostra alcuni elementi di – seppur faticosissimo e contrastatissimo – bipolarismo, lo si deve alla visione (e ai mezzi) dei fondatori di Forza Italia.

Fedele, infatti, alla lezione sartoriana, Forza Italia si configura fin dagli esordi come un partito centralistico e centralizzato, con un ferreo controllo di tutte le principali risorse dislocate sul territorio. La coesione aziendale e la penetrazione mediatica del partito di Berlusconi sono stati di solito visti nei loro (indiscutibili) effetti di selezione del ceto politico e nella conquista/manipolazione del consenso. Ciò che preme qui evidenziare, è che la struttura del partito messo in piedi da Silvio Berlusconi era anche perfettamente congeniale al nuovo sistema elettorale. Ne rispettava, cioè, rigidamente (verrebbe da dire militarmente) quel presupposto di centralizzazione che mancava, invece, clamorosamente alla – ormai tristemente famosa – gioiosa macchina da guerra di Occhetto.

Con due corollari su cui vale la pena di soffermarsi. Il primo riguarda l’effetto che la nascita di Forza Italia ha sull’insieme del sistema dei partiti. Vale a dire, strutturando verticisticamente – coi suoi mezzi aziendali e mediatici – il principale partito del centrodestra, Berlusconi impone rapidamente la propria leadership all’intera coalizione, cui darà anche nome e (una parvenza di) ideologia. Ma, ciò che è ben più importante, la coesione del Polo costringe anche l’Ulivo a compattarsi. Si tratta di considerazioni ben note. Ma è bene tenere sempre presente quanto, non solo storicamente, ma anche analiticamente, l’Ulivo resti debitore della propria capacità aggregativa alla spinta centripeta imposta da Berlusconi all’intero sistema dei partiti.

Il secondo, non meno importante, corollario riguarda il carattere presidenzialista che assume il fenomeno del bipolarismo in Italia. Rispetto agli astratti figurini istituzionali dei professori, che prevedevano un bipartitismo (paleo)britannico di tipo neo-parlamentare, la transizione italiana prende, alquanto bruscamente, la via americana di una presidenzializzazione della leadership. Con tre tratti che rifondano l’intero assetto istituzionale dei poteri: il rafforzarmento dell’autorità monocratica del premier in seno all’esecutivo; il suo primato (e autonomia) nei confronti del partito/i di riferimento; la altissima (e ininterrotta) esposizione mediatica dei contenuti e dello stile di governo, trasformati da piattaforma programmatica della coalizione in agenda individuale del premier.

Gli esiti del maggioritario si possono allora riassumere nella svolta presidenzialista imposta al sistema politico italiano, con due vincoli/opportunità che riguardano i rapporti di forza (intra e intercoalizionali) tra i partiti: l’handicap – persistente – del ricatto del cleavage; e il bonus – vincente – di un partito-guida all’interno della coalizione. Berlusconi è riuscito a volgere a proprio vantaggio entrambi questi condizionamenti, stringendo un patto di ferro, e del diavolo, con la Lega di Bossi. E imponendo il proprio partito personale come simbolo e collante del Polo. Quali risposte l’Ulivo è in grado di dare a questo vantaggio strategico che il Polo ha conquistato, anche se non ancora consolidato?

 

Il presidenzialismo e i partiti

Il problema principale dell’Ulivo nell’affrontare questo passaggio resta, ancora, di tipo culturale. Riguarda, cioè, la riluttanza a prendere atto del profondo cambiamento ormai intervenuto nell’assetto istituzionale del paese. Detto in una formula, per la leadership del centrosinistra il maggioritario continua a identificarsi con le promesse neo-parlamentari, piuttosto che con i suoi esiti neo-presidenziali. Detto ancora più brutalmente: Berlusconi ha interpretato e cavalcato i mutamenti radicali innescati dalla nuova legge elettorale (ma ben sintonizzati in tendenze di più lungo periodo che non riguardano solo l’Italia). L’Ulivo resta impegnato nello sforzo di remare contro.

Questa prima constatazione pesa come un macigno sul resto del ragionamento, visto che le resistenze culturali – in ogni impresa politica – sono le più dure da sconfiggere. Ma corre comunque l’obbligo di continuare il discorso, e lo sforzo di voltare pagina, cercando, almeno sulla carta, di disegnare i passaggi che le prossime scadenze elettorali imporranno. Una politica di risposta – o contrattacco – all’avversario sul terreno presidenzialista, che è oggi il terreno di battaglia in Italia, presuppone almeno tre scelte. La prima riguarda il partito, la seconda la coalizione, la terza il ruolo del capo.

Un partito più ampio e più forte all’interno del centrosinistra resta la cruna dell’ago per una vittoria dell’Ulivo. Ma non perché possa diventare l’embrione di un bipartitismo futuro. È bene dirselo con chiarezza: il miraggio di Westminster va lasciato, una volta per tutte, a quei nobili professori che ancora combattono in suo nome, come i soldati giapponesi dispersi nella giungla alla fine della seconda guerra mondiale. Sgombrato il campo da questo fantasma, diventerà – forse – a tutti più chiaro che non c’è alcun partito unico nel futuro del centrosinistra (e tantomeno del centrodestra). La storia di questo paese non lo consente. E il presente presidenzialista non lo richiede.

Ciò che è, invece, indispensabile è un partito leader che sia, al tempo stesso, il partito del leader. Bypassare questo nodo significa condannare la coalizione a uno stato di fibrillazione permanente. Ma affrontarlo comporta, inevitabili, alcune lacerazioni. La prima, e più violenta, riguarda il protocollo di intesa tra i soci fondatori del nuovo soggetto unitario. I primi passi della lista unica sono stati, paradossalmente, agevolati dal fuoco di sbarramento venuto da alcune componenti minoritarie dell’Ulivo. Le liti con Di Pietro e le frange (superstiti) dei movimenti hanno occupato spazio mediatico e continueranno a farlo. Ma lambiscono appena il corpo profondo dell’elettorato e avranno – nel bene e nel male – scarsa incidenza nell’urna delle europee.

Lo scoglio, molto più arduo, da superare resta ancora quello dei rapporti di forza (e di intesa) tra i due principali soggetti proponenti dell’accordo, i DS e la Margherita, sapendo che la fondazione di questo nuovo soggetto politico ha di fronte alcune trappole e una grande risorsa. Vediamole con quanto più distacco è possibile, consapevoli che il treno è già in corsa.

La prima trappola, e la più rischiosa, è la scelta delle candidature. È inutile, su questa materia, dare consigli su come muoversi ai politici che, per mestiere, si occupano (quasi) solo di questo. Il manuale Cencelli è una tagliola per cui bisogna comunque passare. Ma proprio perché inevitabile, sarebbe saggio e lungimirante farlo il più presto possibile. Non c’è niente di più autolesionista che lacerarsi in estenuanti contrattazioni fino alla scadenza ultima per la presentazione delle candidature nei collegi, mettendo in piazza tutti i panni sporchi e dilapidando in anticipo qualunque beneficio legato a un’immagine di compattezza e coesione.

Ma perché far durare tre mesi una notte di lunghi coltelli? Il primo passo per farsi del bene, da parte della lista unica in fieri, sarebbe di fissare a breve, anzi a brevissimo termine, una scadenza entro cui sancire la spartizione delle candidature. A quel punto, o dentro o fuori. Se non c’è accordo sui pesi da assegnare a ciascuna delle componenti interne, tanto vale rinunciare da subito a quello che diventerebbe un indecente gioco al massacro. Accordi in zona Cesarini non servono. Questa campagna è già cominciata. Si vince con la volata lunga, se si è capaci di scattare subito.

La seconda trappola è rappresentata dalla storica incapacità dell’Ulivo a comunicare se stesso. Lo si è sperimentato, purtroppo, in tutti i passaggi decisivi. Con una carenza drammatica nel produrre messaggi adeguati alla proposta politica incarnata dal centrosinistra. Di fronte alla comunicazione pirotecnica, professionale, pianificata dello staff di Silvio Berlusconi, l’Ulivo è riuscito tutt’al più a riprodurre una fotocopia sbiadita dell’identikit del cavaliere. Nel 2001 ha mandato allo sbaraglio Rutelli con la sola arma dei suoi sorrisi, mentre declassava a comparsa il premier in carica, suicidando al tempo stesso cinque anni di azione – e di orgoglio – di governo. Oggi, purtroppo, sembra che si ritorni a commettere gli stessi errori.

Sta succedendo con la lista unica, una buona idea che è diventata subito la caricatura del triciclo. E sempre per lo stesso motivo: il gap culturale che porta tutti i leader del centrosinistra a pensare che il nome venga dopo, che al primo posto ci sia la cosa (così che l’unico simbolo prodotto sono i numeratori delle cose!). Pensate un attimo se Forza Italia non si fosse chiamata così! E pensate quanto sarebbe più semplice districarsi tra le diatribe interne se qualche professionista del ramo (per carità, non un segretario di partito) avesse suggerito lo slogan con cui far ripartire il processo di unificazione dell’Ulivo.

E invece, per quanto assurdo possa sembrare, manca ancora il nome della cosa. E già sono cominciati i distinguo sui patronimici come unico modo per ricondurre al leader designato i diversi rivoli in campo. Naturalmente, perché questo ritardo si colmi rapidamente non è sufficiente, anche se indispensabile, affidarsi a un pool di comunicatori. È necessario che si sciolga subito l’ambiguità sul ruolo del capo. Nello scontro presidenziale a più tappe che si apre con le europee, l’Ulivo deve poter schierare da subito il nome del suo candidato. Non ha giovato lo stop and go di questi mesi sull’esatta collocazione di Prodi. Ci saranno pure state ragioni tattiche comprensibili, ma il ritardo di una scelta netta rischia di avere un alto costo strategico, e di mettere a repentaglio la risorsa più preziosa di cui dispone l’Ulivo: l’equilibrio e la sinergia tra la leadership di Romano Prodi e quella di un consistente numero di personalità di rilievo, che devono essere visibili e protagoniste al suo fianco.

È questo il nodo su cui dovrebbe essere imperniata la strategia di comunicazione – e di riorganizzazione – dell’Ulivo. Presentarsi con un capo indiscusso, perché il sistema presidenziale esige che vi sia un candidato certo da opporre a Silvio Berlusconi, e metterlo in campo in carne e ossa, perché questa è la prima regola del gioco nell’epoca della personalizzazione mediatica. Però, fatto questo passaggio, ci si deve affrettare a calare l’altra carta, una carta che ha in mano solo l’Ulivo: la carta di una squadra di leader.

La forza di Berlusconi sta ormai trasformandosi nel suo tallone d’Achille. La sua insostituibilità sta diventando un fattore di debolezza, perché accentua, verso l’esterno, la sensazione di regime; e perché mostra, all’interno del Polo, la precarietà di un equilibrio che si regge su un solo uomo. Cosa c’è dopo Berlusconi? La risposta a questa domanda resta per il centrodestra, a tutt’oggi, un salto nel buio. L’Ulivo è nella condizione opposta. Agli occhi dell’opinione pubblica dispone di una squadra di leader di alto prestigio personale e di forte radicamento territoriale. Basti pensare ai molti uomini di partito che hanno un curriculum di governo di profilo internazionale. O elencare sindaci e governatori la cui popolarità, e incidenza, va ben oltre i confini locali. L’unità del Polo si regge solo sul nome di Berlusconi. Ma l’unificazione dell’Ulivo (e di tutto il centrosinistra) può contare su fondamenta diffuse, e tutte ad alto impatto simbolico.

È questa la via maestra per conciliare unità e diversità, il rebus che dalle origini scandisce il cammino del centrosinistra. Se il discorso viene gestito con i riti della Prima Repubblica, nei conciliaboli tra segretari e col bilancino delle nomenklature, la diversità di partiti e partitini finirà con l’avere la meglio e diventerà la zavorra nelle ali del nuovo Ulivo. Se, invece, cresce la consapevolezza delle nuove regole del gioco imposte dal maggioritario, forse si può riuscire a conciliare la tradizione della diversità con un simbolo unitario vincente. Il simbolo è una squadra di leader, una leadership collettiva. Con il nome e il volto di Prodi che si stagliano chiaramente al centro. Ma portatore di un messaggio più ampio, più articolato, più radicato. Il messaggio di una squadra di leader. La risposta della democrazia italiana ai rischi di un presidenzialismo solitario, e della sua involuzione autoritaria. Sapendo, però, che questo scontro decisivo – ci piaccia o meno – non si consumerà nelle piazze e tanto meno sulle barricate, ma sul terreno del presidenzialismo mediatico. Negli spot pubblicitari e nei dibattiti a mezzo stampa, nei cartelloni a ogni angolo di strada e nelle brochure spedite in ogni casa. L’immensa arena virtuale, ma, per fortuna, anche reale, in cui l’Ulivo vince se convince. Metà degli elettori, più uno.

 

 

Bibliografia

1 G. Sartori, Elementi di Teoria politica, Il Mulino, Bologna 2002.

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