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Le origini del New Labour e il futuro del socialismo. A proposito di Anthony Crosland

Written by Patrick Diamond Saturday, 01 November 2003 02:00 Print

«The Future of Socialism», testo classico del laburista britannico Anthony Crosland, fu immediatamente riconosciuto come un’opera fondamentale per il suo tempo. Si può sostenere che si tratti del trattato socialista più importante mai realizzato da un socialdemocratico britannico. Esso riuscì a ridefinire lo scopo essenziale del socialismo democratico con grandi implicazioni per la politica socioeconomica della sinistra, e servì a ravvivare un dibattito intelligente all’interno del Partito laburista della fine degli anni Cinquanta, dopo lunghe fasi di lacerazioni e di deriva intellettuale.

 

«The Future of Socialism», testo classico del laburista britannico Anthony Crosland, fu immediatamente riconosciuto come un’opera fondamentale per il suo tempo. Si può sostenere che si tratti del trattato socialista più importante mai realizzato da un socialdemocratico britannico. Esso riuscì a ridefinire lo scopo essenziale del socialismo democratico con grandi implicazioni per la politica socioeconomica della sinistra, e servì a ravvivare un dibattito intelligente all’interno del Partito laburista della fine degli anni Cinquanta, dopo lunghe fasi di lacerazioni e di deriva intellettuale. Ciononostante, a sessanta anni di distanza, Crosland è ancora oggetto di scherno da coloro che si oppongono a quel revisionismo socialdemocratico permanente che egli caldeggiò con passione.

Crosland è considerato inoltre da larga parte della sinistra come interessato soltanto alla socialdemocrazia britannica. Egli avrebbe infatti ben poco di significativo da dire al di là degli stretti confini della società industriale britannica della fine del XX secolo, e le sue tesi sarebbero valide soltanto per «il socialismo di un unico paese». Ma in realtà Crosland influenzò e fu radicalmente plasmato dal riformismo europeo, come indica la lunga confutazione dell’analisi marxista ricordata nel testo che pubblichiamo di seguito. Sappiamo, ad esempio, che egli fu profondamente influenzato nel suo ragionamento dal pensatore socialdemocratico e revisionista tedesco Eduard Bernstein. Crosland trasse, inoltre, ispirazione da un costante interesse per il Partito democratico statunitense e per la tradizione progressista americana che ne era il fondamento. I suoi scritti continuano a possedere una rilevanza costante per la socialdemocrazia europea, e la sua opera reclama a gran voce di essere situata nel più ampio contesto della tradizione socialdemocratica europea.

Le idee di Crosland anticiparono in modo significativo la fase del rinnovamento socialdemocratico degli anni Novanta, da cui emerse la cosiddetta «Terza via». Nonostante la sua morte prematura nel 1977, la sua influenza resta tuttavia costante sull’evoluzione ideologica del New Labour.1 In realtà, lungi dal rappresentare un «nuovo punto di partenza», occorre ritenere che il New Labour sia il logico erede del revisionismo radicale di Crosland.

 

La causa revisionista

Vi sono due componenti specifiche nell’argomentazione sviluppata da Crosland in «The Future of Socialism». In primo luogo, egli fu uno dei primi a riconoscere che i socialisti dovevano venire a patti con la prosperità crescente della moderna società industriale, e con l’influenza sempre minore della classe operaia nell’ambito della forza lavoro. Crosland affermava: «una maggioranza della popolazione sta gradualmente raggiungendo un tenore di vita da classe media e persino i sintomi specifici di una psicologia da classe media». Il lavoratore benestante stava gradualmente soppiantando il vecchio proletariato industriale.

Con tali presupposti, Marx aveva ben poco da dire ai socialdemocratici dei tardi anni Cinquanta. Analizzando i cambiamenti nella società britannica a partire dalla guerra, Crosland si persuase che il capitalismo prebellico si era trasformato, diventando irriconoscibile. Scriveva infatti che «il capitalismo tradizionale è stato oggi riformato e modificato fino a scomparire».

Il modello di Marx non poteva spiegare la situazione di allora. Il conflitto di classe era stato disinnescato dalla crescita economica, dall’imborghesimento, dal managerismo, e dalla piena occupazione. Lo Stato democratico, invece di essere controllato e manipolato dal capitale, ne era diventato un reale contrappeso. L’economia capitalista non era causa di disastri, bensì estremamente efficiente; non recessionista ma espansionista. La solidarietà non era stata resa irraggiungibile dalle insormontabili contraddizioni sociali del capitalismo. In realtà, il governo laburista britannico del 1945 aveva dimostrato come fosse possibile introdurre provvedimenti socialdemocratici, come la redistribuzione e il welfare state, senza essere rovesciato dalla classe dirigente capitalista. Il contesto macroeconomico introdotto dall’economista di Cambridge J.M. Keynes aveva anch’esso dimostrato come fosse possibile gestire le instabilità insite nel sistema capitalista. Il modello di Marx poteva forse spiegare il capitalismo dei suoi tempi, ma non poteva adeguatamente chiarire la fase attuale raggiunta dal capitalismo.

Crosland riconobbe apertamente l’importanza delle idee sviluppate da Marx. Approfondì in modo fondamentale le sue argomentazioni sul socialismo, tramite il dialogo con i classici, e con coloro della sua generazione che ritenevano ancora la proprietà, lo sfruttamento e il conflitto di classe preoccupazioni specifiche della sinistra. Proprio perché, secondo lui, il socialismo era autenticamente interessato al futuro, doveva essere radicalmente ridefinito alla luce di un’analisi obiettiva della natura mutevole del capitalismo. In secondo luogo, Crosland affermò che il pericolo maggiore per la sinistra era la tendenza a confondere fini e mezzi, quando in realtà era necessario affrontare tali questioni scindendole con estrema attenzione. Scriveva: «La fonte peggiore di confusione è la tendenza a utilizzare il termine socialismo non per descrivere un certo tipo di società, o certi valori che potrebbero essere attribuiti a una società, bensì politiche particolari che sono, o sono ritenute, mezzi per conseguire questo tipo di società o per realizzare tali attributi».

Le generazioni precedenti di socialisti, inclusi Marx e i fabiani, si erano erroneamente appropriate del termine «socialismo» per descrivere i mezzi che avrebbero permesso di realizzare la riforma. Dato che tali mezzi non ottennero mai un consenso universale, e nel caso della proprietà pubblica e della nazionalizzazione iniziarono a risultare pericolosamente obsoleti alla fine degli anni Cinquanta, qualsiasi definizione di socialismo dovrebbe riguardare gli obiettivi raggiungibili, e quelli che sono definiti come valori fondamentali e aspirazioni morali. Seguendo R.H. Tawney, Crosland affermò che era essenziale continuare a impegnarsi in maniera decisa a favore dell’uguaglianza, valore che doveva essere considerato come un faro per il socialismo democratico.

Crosland operò una netta distinzione, in modo più convincente di qualsiasi scrittore socialista che lo abbia preceduto o seguito, tra politiche specifiche e valori impliciti. Come aveva affermato il politico laburista e teorico politico britannico Tony Wright, Crosland riuscì a esprimere chiaramente, meglio di qualunque altro scrittore, che, «le politiche devono cambiare, con il cambiamento delle circostanze e dei problemi. I valori devono restare, come riferimento costante per stabilire gli ambiti delle politiche».2

D’altra parte, dopo il 1945 la socialdemocrazia europea si era evoluta proprio sulla base dello schema fatto proprio da Crosland. A tre anni dalla pubblicazione di «The Future of Socialism», la SPD tedesca adottò, nel 1959, il programma di Bad Godesberg, ripudiando ufficialmente la proprietà pubblica come obiettivo politico fondamentale. Il SAP svedese aveva assunto una posizione simile agli inizi degli anni Cinquanta. In effetti, per Crosland, l’esempio della Scandinavia aveva «dimostrato che la nazionalizzazione su larga scala non è una condizione necessaria per una maggiore uguaglianza». Egli considerava ossessiva la preoccupazione che il Partito laburista britannico aveva per la nazionalizzazione, e cercò di «decentrare» la proprietà pubblica a favore della socialdemocrazia europea illuminata, celebrata in «The Future of Socialism». Nel riaffermare l’importanza fondamentale dei valori per la causa socialista, Crosland confutò anche l’importanza della nazionalizzazione e l’obiettivo rappresentato dal controllo dei «vertici di comando» dell’economia britannica. L’importanza maggiore del contributo di Crosland si ritrova, tuttavia, nelle argomentazioni più ampie da lui sviluppate al fine di liberare la società industriale da strutture classiste inique e fossilizzate che inibivano il potenziale del singolo. In realtà lo scopo che Crosland si era prefisso – il superamento razionale della società classista a favore dell’uguaglianza e della libertà universali – era più impellente nel suo intento radicale di tutto quanto promesso dalla sinistra ortodossa.

Fu nel sostenere la causa di una radicale revisione che si consolidò l’eredità durevole di Crosland lasciata al New Labour. Se i socialisti tradizionali sembravano interessati soltanto all’ulteriore nazionalizzazione delle industrie esistenti e all’estensione del monopolio di Stato nel nome dell’efficienza industriale, Crosland stabilì, come legittimo obiettivo dell’attacco socialista, la distribuzione ineguale dei redditi e dei privilegi nella società. La finalità della riforma socialista era, in realtà, «accrescere considerevolmente la libertà personale, l’appagamento e la giustizia sociali, che costituiscono il fondamento etico per essere socialista».

Tale visione fu, in realtà, molto più ambiziosa di qualsiasi proposta fatta dalla sinistra britannica tradizionale alla fine degli anni Cinquanta. Anch’egli desiderava l’abolizione del sistema classista, ma, in contrasto con Nye Bevan, Crosland aveva anche elaborato un programma pratico per conseguirla, ossia un welfare state universale e l’estensione a tutti delle opportunità offerte dall’istruzione. Crosland stabilì, come sfida della sinistra nei confronti dei partiti di centro, di combinare la forza dell’impegno nei confronti dei valori socialisti con l’ingenuità necessaria per realizzarli concretamente.

 

La critica del revisionismo

Nonostante la forza e la lucidità delle opere di Crosland, egli fu l’obiettivo di forti critiche anche da parte di intellettuali riformisti europei che si confrontarono con le sue idee sullo sviluppo sociale del capitalismo industriale. Nel confutare il modello marxista del crollo del capitalismo, alcuni importanti teorici, tra cui il sociologo svedese Gosta Esping-Andersen, affermarono che Crosland non era riuscito ad apprezzare l’importanza dello sviluppo di strategie alternative per scindere la direzione e il controllo dell’impresa dalla sua proprietà nel contesto del capitalismo industriale. I socialdemocratici avevano invece bisogno di politiche in grado di separare con forza la proprietà dal controllo, perseguendo una democratizzazione industriale e lo sviluppo delle cooperative di lavoratori, senza le quali i progressi verso una società più giusta sarebbero stati insufficienti. Tuttavia, secondo Esping-Andersen, Crosland non era riuscito a cogliere tutto ciò. Al contrario, si era concentrato troppo sulle leve di comando centrali dello Stato, in particolare il controllo dell’economia e l’espansione del welfare state, mediante un’imposizione fiscale e una spesa pubblica più elevate.

Si tratta di una critica in qualche modo ingiusta, considerando l’interesse coerente di Crosland per la democrazia industriale e il movimento cooperativo degli anni Sessanta e Settanta. È certamente vero, tuttavia, che nel tentare di dimostrare che la teoria marxista del capitale e della distribuzione della proprietà era inattuale, Crosland non era riuscito a valutare come la proprietà e il controllo dell’economia capitalista potessero incidere sulla ricerca di una maggiore uguaglianza. Nel suoi primi scritti, inoltre, troppo poca attenzione era stata dedicata all’importanza della produzione e delle strategie volte a sostenere la crescita economica. In realtà, nei primi anni Settanta, il modello di Crosland era stato fatalmente indebolito dalla combinazione di un’inflazione persistente, di un crescita debole e di un elevato tasso di disoccupazione. Crosland non si dilungò molto sul funzionamento dei mercati, e sugli interventi politici necessari per correggere le debolezze e le inefficienze insite, che caratterizzano le economie industriali mature: in realtà, ne parlò meno di quanto non fece Keynes negli anni Trenta. Si potrebbe affermare che questa debolezza programmatica sia, in effetti, un elemento condiviso con il New Labour.

 

Crosland e il New Labour

L’analisi di Crosland ha rivestito un’importanza fondamentale per il quadro intellettuale di riferimento del New Labour e per l’elaborazione delle politiche sociali contemporanee e di economia politica nell’era della globalizzazione. A partire dagli anni Novanta, la dottrina marxista, o qualsiasi cosa che somigliasse a questa dottrina, è stata comprensibilmente ripudiata sia dalla sinistra europea sia da quella britannica. Crosland ha tuttavia contribuito anche a definire i tratti della moderna socialdemocrazia, impegnata nel futuro della società e non tanto nella difesa del proprio passato. Crosland ha messo in evidenza l’importanza dei valori e delle aspirazioni morali per la realizzazione degli obiettivi socialdemocratici. E ha offerto una visione lucida dell’importanza dell’uguaglianza e dell’accesso all’istruzione per un’equa distribuzione delle opportunità di vita, più profonda di ogni altro teorico della sua generazione, o delle generazioni successive. Per un partito che è stato considerato da molti intellettuali come un soggetto pragmatico ma privo di una teoria, Crosland ha continuato a offrire al New Labour un equilibrio intellettuale assolutamente necessario.

Se esiste una debolezza significativa nei suoi scritti, fu in realtà l’atteggiamento compiacente da lui assunto nei confronti dell’economia di mercato. Si tratta di una debolezza che sembra condividere con il New Labour, nella sua concezione dell’economia globale. Nel respingere Marx, Crosland affermò che i difetti del capitalismo erano stati corretti e che il motore della crescita economica avrebbe sostenuto il welfare state all’infinito. La nozione di globalizzazione del New Labour implica che, anche se i mercati globali possiedono punti deboli, i governi nazionali possano fare ben poco per rimediare ai loro mali. Sia i governi di destra sia quelli di sinistra hanno abbandonato, per diversi motivi, le politiche di tipo espansionistico e interventistico sin dai primi anni Ottanta,3 e la sinistra britannica è stata particolarmente riluttante nell’incoraggiare le strategie europee volte a regolare i mercati globali.

Il capitalismo globale è, tuttavia, certamente bisognoso di una disciplina più stabile di quella offerta dall’attuale contesto monetario internazionale. Se la critica marxista del capitale era troppo unilaterale e non è oggi più d’attualità, è dovere dei socialdemocratici offrire sia una critica morale delle carenze del capitalismo, sia chiedere che si ponga rimedio a tale inefficienza e a tale ineguaglianza nel pubblico interesse. Il mercato globale non merita di essere glorificato. In tale ambito, è necessario porre di nuovo importanti domande sul futuro della socialdemocrazia. Indipendentemente dalle sue debolezze, a cinquant’anni dalla sua pubblicazione, non potrebbe esserci punto di partenza migliore per iniziare a porre queste domande del lavoro di Crosland.

 

Anthony Crosland. Il futuro del socialismo

Negli anni Trenta i socialisti, indipendentemente dalle loro divergenze sulle questioni a lungo termine, avevano raggiunto un consenso sugli obiettivi immediati di un governo laburista di maggioranza: in primo luogo, l’eliminazione della povertà e la creazione di uno Stato sociale; in secondo luogo, una migliore ripartizione della ricchezza; in terzo luogo, una pianificazione economica orientata alla piena occupazione e alla stabilità.

Molti socialisti, pur concedendo il proprio appoggio in linea di principio a tali obiettivi, lo fecero con uno stato d’animo decisamente pessimista, ritenendoli probabilmente irraggiungibili nel contesto economico esistente. Credevano che il capitalismo stesso, sulla base di un’analisi principalmente marxista, dovesse essere abbattuto con la forza, altrimenti la riforma non sarebbe stata attuabile. Sia perché l’intero sistema era in pieno declino; sia, nel caso sopravvivesse, per come la «classe dirigente capitalista» restava arroccata nel suo potere, comportandosi in modo reazionario.

L’influenza pervasiva di quest’analisi marxista negli anni Trenta era il riflesso di un fermento intellettuale senza precedenti nella storia del movimento laburista britannico, così tradizionalmente e caparbiamente antidottrinale. La crisi del 1931 e l’insorgere del fascismo condussero sempre più persone a diffidare di un approccio specifico, meramente riformista, e a ritenere necessaria un’ulteriore analisi più approfondita e attuale per spiegare la catastrofe che sembrava travolgere il capitalismo mondiale. Il movimento laburista ufficiale rimase, in qualche modo, indifferente a tutto questo fermento, sebbene qualche debole eco potesse sentirsi anche dalle parti dell’esecutivo nazionale. La generazione più giovane di intellettuali, però, s’impegnò con furia nella ricerca di una verità teorica. Una ricerca che in maggioranza condusse a Marx, che dovette quindi attendere quasi un secolo prima di riuscire a influenzare in modo rilevante la sinistra britannica. La tradizione fabiana non offriva un’attrazione alternativa efficace, in realtà i suoi leader più noti l’abbandonarono e divennero tra i principali esponenti del vangelo marxista. La tradizione hobsoniana era sufficientemente prossima al marxismo da non costituire una dottrina antagonista. E Hobson non era stato, in fin dei conti, canonizzato dallo stesso Lenin? Pochissimi pensatori socialisti rimasero al di fuori della corrente marxista, e furono ancora scritte alcune opere non analitiche di natura concretamente riformista. Il marxismo, tuttavia, era l’influenza intellettuale dominante; ed ebbe un profondo impatto sulla mia generazione di socialisti, negli anni prebellici della sua formazione. Per questo motivo, e per il fatto che molti di coloro che avevano respinto la matrice marxista condividevano lo stato d’animo pessimista sopra descritto, inizierò discutendo la teoria del crollo del capitalismo e la metamorfosi della «classe dirigente capitalista», sperando, in tal modo, di giungere a una visione più chiara del locus del potere economico nell’attuale «economia mista».

A mio avviso, Marx ha poco o nulla da offrire al socialista contemporaneo, sia in relazione alla prassi politica sia rispetto all’analisi corretta della nostra società, o persino alla correttezza di strumenti o contesti concettuali. Le sue previsioni sono state, quasi senza eccezioni, vanificate, e i suoi strumenti concettuali risultano ora alquanto inadeguati.

Non vi è tuttavia alcun motivo per adottare la moda attuale, e schernire l’uomo o la sua opera. Marx resta, da un punto di vista intellettuale, un gigante che troneggia tra i pensatori socialisti, un uomo di una grandezza pari, in altri campi, a quella di Freud e di Keynes, e di pochissimi altri negli ultimi secoli. La sua visione analitica della natura essenziale e dinamica del capitalismo del diciannovesimo secolo, l’ampiezza e la portata dei suoi interessi, la sua profonda comprensione della cruda realtà, sotto la superficie delle schermaglie parlamentari, la sua appassionata convinzione, l’arguzia e il potere irresistibile del suo linguaggio, tutto ciò, ancora oggi, ha un effetto elettrizzante sul lettore, e fa apparire a confronto l’opera dei suoi contemporanei, tra gli economisti classici, noiosa, pedestre e decisamente circoscritta. E il suo stupefacente contributo è stato il lavoro di un uomo costantemente malato, spesso sottoalimentato, che aveva continuamente vissuto nell’indigenza, nello squallore e nella privazione, con i creditori e gli ufficiali giudiziari sempre alla porta.

Fu un’impresa di devozione e di dedizione, raramente eguagliata nella storia delle lettere, a cui sacrificò se stesso. Marx ebbe certamente alcuni tratti del carattere sgradevoli; e il suo insegnamento, per il solo fatto che si riferisce a condizioni scomparse da molo tempo, è oggi di scarsa rilevanza. L’uomo, però, fu un genio devoto; e soltanto individui moralmente meschini, o persone prive d’immaginazione, possono schernire un uomo del genere.

 

Anthony Crosland, The Future of Socialism, Jonathan Cape, Londra 1956, cap. 1-3. Ristampato come vol. VII in D.A. Reisman, (a cura di), Theories of the Mixed Economy, Pickering and Chatto, Londra, 1994.

 

 

 

Bibliografia

1 D. Leonard, Crosland and New Labour, Macmillan Press, Londra 1999.

2 T. Wright, Socialisms Old and New, Macmillan Press, Londra 1996.

3 Per una brillante spiegazione dell’impegno del New Labour nella teoria della globalizzazione, si veda D. Marquand, The New Reckoning, Polity Press, Cambridge 1996.

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