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Il mito della scarsità

Written by Nino Galloni Saturday, 01 November 2003 02:00 Print

Il 14 agosto 2003 cinquanta milioni di statunitensi hanno dovuto sopportare un lungo e improvviso black out dell’elettricità. Frigoriferi, ascensori, condizionatori, impianti di illuminazione sono rimasti privi di energia. Negli anni della deregulation le reti ferroviarie degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e di molti altri paesi hanno visto ridursi, drasticamente, i livelli di sicurezza, col conseguente aumento degli incidenti, dei morti e dei feriti. Tuttavia, il prezzo dei biglietti ferroviari è aumentato enormemente nello stesso periodo.

 

Il 14 agosto 2003 cinquanta milioni di statunitensi hanno dovuto sopportare un lungo e improvviso black out dell’elettricità. Frigoriferi, ascensori, condizionatori, impianti di illuminazione sono rimasti privi di energia. Negli anni della deregulation le reti ferroviarie degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e di molti altri paesi hanno visto ridursi, drasticamente, i livelli di sicurezza, col conseguente aumento degli incidenti, dei morti e dei feriti. Tuttavia, il prezzo dei biglietti ferroviari è aumentato enormemente nello stesso periodo. La medicina ha registrato grandi progressi in quasi tutti i settori e ciò ha contribuito all’allungamento della vita media, nei paesi più sviluppati, benché, in questi stessi paesi, dal 20 al 30% della popolazione, a seconda dei casi, non abbia facilità di accesso alle cure e, nei paesi più poveri, si rilevino ritardi massicci nella somministrazione delle cure più urgenti e necessarie.

Le tecnologie stanno compiendo passi giganteschi in molti comparti, compreso quello delle «nanotecnologie»,1 ma poi la loro diffusione, ovvero la loro applicazione pratica su scala di massa, tarda a verificarsi. Il movimento delle merci e delle persone è estremamente aumentato nel corso degli ultimi venti anni, nonostante le guerre e la chiusura di alcuni percorsi (in genere più che compensati dalla crescita del traffico interno a ciascun paese o macroarea);2 ma la rete infrastrutturale – strade, ferrovie, aeroporti, porti, ponti, sistemi alternativi – non è cresciuta di pari passo, con l’effetto della lievitazione dei costi e dei disagi.

È diffusa in tutto il mondo la consapevolezza che un’elevata istruzione e un’adeguata formazione professionale costituiscano la base per la concretizzazione delle aspirazioni dei giovani e delle esigenze di crescita economica delle società. Tuttavia, la loro carenza, soprattutto qualitativa nei paesi più sviluppati e anche quantitativa negli altri, appare non solo di tutta evidenza, ma anche oggetto di scarsi interventi correttivi.

Più in generale si può registrare, da una parte, una forte domanda potenziale di beni e di servizi in tutto il mondo (si pensi alle esigenze di manutenzione degli immobili e dei macchinari, di cura delle persone, alle attività di salvaguardia dell’ambiente, alle carenze igieniche e alimentari nella maggior parte dei paesi del pianeta), dall’altra parte, un’insufficiente offerta reale, con conseguente disoccupazione di massa.

La produttività del lavoro è cresciuta enormemente, ma la produttività dei sistemi ristagna;3 si cerca l’occupazione dove è destinata a scendere e non si fa quasi nulla dove il mercato domanda beni e servizi che non vengono prodotti.4 Si accetta come un fatto inevitabile che le ingenti risorse finanziarie ricavabili dalle situazioni dove la produttività del lavoro è alta o crescente si accumulino senza trovare pieno impiego negli investimenti reali, mentre scarseggiano le risorse per far funzionare le imprese disponibili a fornire i beni e i servizi richiesti (dove, peraltro, la produttività risulta più bassa). Insomma, si confonde il dato di fatto economico della disparità di efficienza con la sua ineluttabilità. Quindi, non si interviene per correggere tale dinamica. Conseguentemente, non solo il processo di espulsione della forza lavoro dai settori più efficienti accelera, ma non si interviene per rendere minimamente efficienti le altre produzioni. È così che la disoccupazione si accompagna alla scarsa soddisfazione sia degli effettivi che dei potenziali consumatori; categoria, quest’ultima, per un’elevata percentuale costituita anche dagli stessi disoccupati e da chi, pur risultando occupato, tuttavia non raggiunge il reddito medio ovvero una soglia standard di consumi.

Il lavoro, la sicurezza, la salute, l’ambiente sono considerati e calcolati come valore a livello della macroeconomia o, comunque, delle valutazioni complessive dei sistemi, ma, poi, rappresentano solo dei costi – e come tali vengono trattati in vista di una loro minimizzazione – per la maggior parte degli operatori.

Tale schizofrenia si è allargata da quando gli Stati e i governi hanno deciso di abbandonare,5 del tutto o quasi, la funzione di regolazione dei mercati e dell’economia, affidandosi unicamente, o quasi, alla bontà degli automatismi di un sistema (o, se si vuole, della sua rete o insieme di sistemi) che, invece, portava in se stesso contraddizioni, schizofrenie socio-economiche (per non dire anche politiche), incapacità di ridurre i disagi più importanti e le disparità. Tale situazione è venuta a galla con la crisi economicofinanziaria degli Stati Uniti già nella primavera del 2001,6 con la stagnazione nei principali paesi dell’Unione Europea, con le situazioni di dissesto del Giappone e di altre economie importanti, col perdurare e, anzi, l’aggravarsi dei problemi di sopravvivenza della gran parte delle realtà in via di sviluppo. Appare molto improbabile che tale situazione di stallo economico e politico, accompagnata dal perdurare e dall’aggravarsi dei fenomeni di instabilità e di confronto militare, possa trovare adeguate soluzioni nell’ambito dello stesso modello di relazioni internazionali e di sviluppo economico che l’ha prodotta. Si tratta, insomma, di cercare di riaprire un dibattito che sembrava chiuso sino a pochi anni fa, quando i bagliori della «e-economy» facevano intravedere un futuro oramai stabilmente orientato alla crescita continua e costante dei profitti e dei rendimenti finanziari.

La smentita di tali prospettive – anche perché il 50% della popolazione mondiale non ha a disposizione né telefono, né elettricità e ciò ha ridotto, evidentemente, la crescita della stessa «e-economy» almeno del 50% – non può che rimettere in discussione alcuni aspetti fondanti di ciò che ha informato le principali scelte di politica economica negli ultimi venti anni circa.

Che cosa, infatti, mette in correlazione black out elettrici, disastri ferroviari, disfunzioni sanitarie, carenze formative, disoccupazione, crisi finanziarie, mancate risposte alle esigenze dei consumatori, incapacità di ridurre i disagi e insicurezze dei cittadini? Probabilmente si tratta proprio del tema del rapporto (finora schizofrenico) tra costo e valore che è, a sua volta, fortemente correlato a quello della disponibilità delle risorse. Forse, per riaprire il dibattito generale, occorrerebbe ripartire proprio da qui.

La dinamica del costo rappresenta un argomento centrale dell’economia, se non «l’argomento». Le imprese devono, per sopravvivere, fare in modo che il valore del loro fatturato superi quello dei costi che si sono dovuti affrontare per approntare e rendere disponibile ai compratori l’oggetto dello scambio. Tutto si calcola in denaro, vale a dire in termini di una qualche moneta reciprocamente accettata tra le parti contraenti.

La stessa logica si può applicare ad altri aggregati sociali come lo Stato, le libere associazioni o la famiglia, ma qui risulta più evidente che si parla di vincoli e non di obiettivi. Gli scopi dello Stato, delle famiglie e delle libere associazioni, infatti, non coincidono con quello di arricchirsi tramite la vendita di merci e servizi (in modo, come s’è visto, che il ricavato superi, in valore, i costi). Però le famiglie, lo Stato, le associazioni non possono, nel medio termine (2-3-5 anni circa), spendere più di quanto ricevono, rispettivamente, dai propri membri che ottengono un reddito, dalle tasse (o nel breve periodo dall’indebitamento pubblico), dalle quote degli associati (o occasionalmente, si dice, dai proventi di attività, anche commerciali, straordinarie o che, comunque, non rappresentano gli scopi tipici di tali istituzioni). Ovviamente anche le imprese, anzi soprattutto le imprese, possono indebitarsi per affrontare delle spese (investimenti) particolarmente ingenti nella prospettiva dei ritorni, vale a dire di vendite non inferiori al valore corrispondente alla somma delle spese sopportate, comprensive degli interessi. Ma anche delle altre istituzioni si può dire lo stesso: nella prospettiva di ricavi futuri, ammesso che risultino sufficienti a fronteggiare anche gli interessi, ci si può indebitare per un progetto straordinario, o anche per l’ordinario, se si valuta che le entrate saranno crescenti e si vuole anticipare la prospettiva, ad esempio nel caso delle famiglie, di un miglioramento del livello dei consumi. Ovviamente, tutta questa parte dell’economia ha finito per diventare, già nel corso del secolo passato, preponderante. Ne è conseguito che l’elemento strategico dell’equilibrio non è e non è stato tanto quello della proporzione tra anticipazioni finanziarie e ricavi, ma della circostanza o prospettiva di un continuo aumento dei redditi. Come alternativa al verificarsi di tale circostanza (l’aumento dei redditi anche delle famiglie) ecco, quindi, comparire la prospettiva di una crisi. Non dovrebbe, pertanto, venir sottovalutato il fenomeno della crescita dell’indebitamento, soprattutto negli Stati Uniti, delle famiglie e delle imprese (a cui corrisponde un omologo fenomeno per lo Stato dove, invece, è quest’ultimo a veder aggravata la propria situazione debitoria). Dal 1997 al 2002, l’indebitamento delle imprese è passato, negli USA, da 900 miliardi di dollari a 1.875, in Europa da 300 a 860.7

Dunque, il problema non è il livello astratto del debito, ma il fatto che le prospettive della politica economica non comportino aumenti consistenti delle produzioni che compensino, non sembri un gioco di parole, gli scompensi finanziari (generati, appunto, dall’insufficiente risposta produttiva ai bisogni della gente).

Tra tutte le istituzioni, però, lo Stato, almeno secondo una parte degli economisti, rappresenta un’eccezione.8 Esso si indebita di più per tre ragioni: 1) può stabilire il livello delle proprie entrate più o meno arbitrariamente (entro certi limiti, ovviamente, ma entro tali limiti abbastanza liberamente, aumentando questa o quella tassa); 2) può stabilire endogeneamente, vale a dire autonomamente, il livello del proprio reddito futuro facendo crescere, con opportuni investimenti, quello di tutta l’economia; 3) può emettere i mezzi monetari di cui ha bisogno per finanziare le proprie spese, anche ciò col limite delle possibilità di sviluppo della comunità, ovvero manovrare il tasso di interesse – il tasso di sconto – allo stesso modo e, beninteso, con determinati limiti per non stimolare l’inflazione a livelli inaccettabili e distruttivi.

Per tali ragioni, la gran parte dell’opinione pubblica, la maggioranza degli economisti, i policy makers, i sindacati e le imprese hanno ritenuto, negli ultimi decenni, di porre limitazioni al potere degli Stati. Si è trattato di «artifici» che sono andati oltre i limiti «naturali» derivanti dal buon funzionamento del sistema. Ciò richiedeva un equilibrio tra spese pubbliche e sviluppo , in maniera che l’incremento di quest’ultimo, determinato dalle prime, fosse socialmente soddisfacente. Prima fu sottratta allo Stato la potestà di emettere moneta, poi di regolarla attraverso i tassi di interesse, di indebitarsi oltre i limiti stabiliti astrattamente a tavolino, infine (e sarà l’ultimo passo) stabilendo un limite specifico alla pressione fiscale. Man mano che si è proceduto nel dibattito, a prescindere dalla bontà o meno delle intenzioni e dei risultati o, meglio, delle conseguenze verificatesi, si è finito per definire «obiettivi» tali vincoli (peraltro arbitrari perché non derivanti da un riscontro oggettivo, come la possibilità concreta di crescere del sistema).9

Quindi, da una parte si è passati dall’arbitrarietà degli Stati a quella degli anti-Stati con la sola parentesi virtuosa, probabilmente, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Settanta del XX secolo, quando le classi dirigenti si impegnavano a raggiungere, con tutte le leve a disposizione, anche quelle finanziarie, obiettivi di crescita del sistema nel suo complesso. Da un’altra parte si è passati a consacrare i vincoli, che comunque esistono nell’economia e devono essere rispettati o per lo meno conosciuti, come se fossero obiettivi, col piccolo particolare, però, che gli obiettivi si devono massimizzare, se non sono «strumentali» cioè tappe di un percorso strategico, mentre la massimizzazione dei vincoli può comportare danni non irrilevanti, come si cercherà di approfondire tra poco. Inoltre, ciò ha permesso o forse ha accelerato il fenomeno di prevaricazione da parte dei tecnici, il cui compito principale doveva risultare quello di fornire ai politici dati, informazioni e supporto proprio a riguardo dei vincoli. I politici, invece, in qualità di legittimi rappresentanti degli elettori, avrebbero dovuto individuare veri e propri obiettivi.

Il problema che è insorto non riguarda quindi la disquisizione definitoria tra vincoli e obiettivi (non cambia il mondo, infatti, se una stessa cosa si chiama con più nomi o in modo diverso dal solito), ma il fatto che vincoli e obiettivi, come si è già accennato, differiscono strutturalmente. L’obiettivo, infatti, per definizione, quando non è strumentale, deve essere o dovrebbe venire massimizzato. Ad esempio: il benessere dei cittadini, la soddisfazione delle giovani generazioni, la felicità in generale. Al contrario, del vincolo occorre conseguire un determinato livello o quantitativo e non sempre la sua massimizzazione è apportatrice di benefici per la collettività. Un esempio di tale aberrazione, nell’Unione europea, è stato il cosiddetto trattato di Maastricht, poi tradotto nel «patto di stabilità». Si sono definiti parametri arbitrari, a prescindere dalle condizioni delle singole realtà regionali o nazionali, che sono stati subito promossi al rango di obiettivi. Che, ad esempio, nell’ambito finanziario pubblico la spesa in disavanzo debba rispettare taluni limiti, vale a dire vincoli, non c’è dubbio, ma se, per esempio, massimizzando il vincolo stesso, si ottiene un forte avanzo pubblico, non significa forse che lo Stato sottrae all’economia più risorse di quante non ne renda (cioè tutto il contrario di quelle che erano le intenzioni di chi ha iniziato e persistito nelle attuali politiche di controllo dei disavanzi)? Nelle nostre società, dove il vincolo ha finito per sostituire l’obiettivo, si è perciò perso di vista il valore (del lavoro, dell’assistenza ai sofferenti, della tutela dell’ambiente, della salvaguardia della salute, del raggiungimento degli standard di sicurezza) e si è vista solo la dinamica del costo. Quest’ultimo era ed è un vincolo, il che significa che non si può prescindere da esso e progettare un sistema dove tutti sono pasciuti e felici senza considerare che esistono vincoli ben precisi e limitatezze di talune risorse. Ma ancor meno razionale appare ciò che ha caratterizzato la vita politica ed economica degli ultimi decenni: invece di stabilire programmi di manutenzione ordinaria e straordinaria e di crescita delle risorse da utilizzare (seppure con la consapevolezza dei limiti finanziari e fisici di tali programmi), ci si è buttati a togliere, distruggere, licenziare, limitare senza alcun rapporto con le esigenze produttive o di sopravvivenza del sistema e delle persone che ne fanno parte. Ciò è accaduto perché si sono voluti mutuare  comportamenti e valori delle imprese, il cui obiettivo è (sarebbe) la massimizzazione del profitto, vale a dire la differenza tra il ricavo e, appunto, il costo. Ma oggi è in crisi anche tale modello di impresa, il quale rischia di essere sostituito da uno nuovo e più efficiente, in cui il profitto è solo un vincolo e in cui vengono introdotti obiettivi di natura etica e sociale o, come nel caso classico e già sperimentato delle cooperative, di natura mutualistica.10 Sono le avanguardie capitalistiche, se così si può dire, ciò che indica strategie ben precise di sviluppo e a cui è dedicata la gran parte delle presenti riflessioni.

Certo, nelle imprese lucrative, se il profitto è l’obiettivo, a parità di fatturato, si può dire che il costo (la minimizzazione del costo) coincida con l’obiettivo. Ovvero che il raggiungimento di un determinato costo sia solo uno strumento abbastanza malleabile, qualora le vendite possano crescere e quindi rappresentino esse lo «strumento-obiettivo» per raggiungere il profitto. La discussione e l’approfondimento di tale argomento ci porterebbero un po’ fuori rotta,11 qui basterà osservare che, già da tempo, esistono imprese a tutti gli effetti, le cooperative, che hanno nel bilancio un mero vincolo (ovviamente da rispettare!), ma che non sono state prese a modello dai Soloni del XX secolo che volevano moralizzare la spesa pubblica e ridurre i disavanzi. A modello fu preso proprio quel tipo di impresa che poteva accettare anche una riduzione del fatturato purché quella dei costi fosse maggiore,12 così si è massacrata l’economia. Con tali logiche, ciniche, ma irrazionali, si sono rese impotenti le pubbliche amministrazioni e sterilizzate le democrazie.13

Il mondo delle associazioni, del volontariato, della cooperazione è andato avanti diversamente, non sempre con logiche condivisibili o coerenti rispetto alle premesse e, tuttavia, ha sopperito alle carenze dello Stato e ai disastri ambientali, sociali, umani, ma anche economici, delle grandi imprese lucrative. Tuttavia proprio queste ultime, di fronte alla crisi morale e politica, prima ancora che economica e finanziaria, esplosa nella prima parte del 2001, ma maturata in precedenza, hanno cominciato a porsi il tema della compatibilizzazione tra rispetto dell’ambiente e produzione, incremento delle risorse e profitto, valorizzazione del capitale e dell’uomo vivo. Sono così diventati di attualità i bilanci sociali e i programmi, ad esempio, di salvaguardia dell’ambiente, non solo come attività promozionali per l’immagine dell’azienda, ma anche come leve capaci di far crescere le risorse disponibili per tutti, in un ambito di rispetto dei vincoli finanziari delle stesse aziende.

Ecco che, in una logica di crescita delle risorse e delle cosiddette compatibilità, tutti i soggetti, portatori di obiettivi specifici, possono individuare i meccanismi che consentono alla crescita della produttività del lavoro (e a quanto le sta dietro e la determina) di sostenere il potenziamento dell’offerta, agevolando l’incontro di quest’ultima con i bisogni della popolazione.

È proprio l’aumento della produttività e l’introduzione di tecnologie sempre più efficienti a rendere l’ambiente un obiettivo invece di un vincolo,14 trasformando la mera concorrenza internazionale sui prezzi in quella sulla qualità (new globalization), la quale consentirebbe di intravedere nelle nuove e migliori condizioni dello sviluppo non più una minaccia, ma una promessa per il pianeta.

 

 

Bibliografia

1 Cfr. D. Parr, Small stuff, big questions, in «New Scientist», 26 luglio 2003, p. 23; D. Graham-Rowe, How not to give steal the creeps, in «New Scientist», 19 luglio 2003, p. 14; A. Coghlan, Magnetic monoparticles to pinpoint viruses in body scans, in «New Scientist», 23 agosto 2003, p. 20.

2 A. Sen, La minaccia della frammentazione, in Sen, Globalizzazione e libertà, pp. 51-67; J. Anderson, The International Politics of Central Asia, Manchester University Press, Manchester 1997; M. Sandel, Il liberalismo e i limiti della giustizia, Feltrinelli, Milano 1994; V.S. Naipaul, Nel sud, Mondadori, Milano 1989.

3 Non differenzia tra le due cose J. Rifkin, Entropia, Baldini e Castoldi, Milano 2000, pp. 146-149. Su posizioni opposte un altro gruppo di studiosi, sempre nordamericani: P. Hawken, A. Lovins e L. Hunter Lovins, Capitalismo naturale - La prossima rivoluzione industriale, Edizioni Ambiente, Milano 2001. Comunque i dati più recenti, a differenza di quanto è accaduto durante gli anni Settanta, Ottanta e Novanta, confermano la tendenza al rialzo della produttività proprio a partire dagli Stati Uniti d’America: Cfr. «The Economist», 13-19 settembre 2003, pp. 13-14 e pp. 65 e sgg. Fra la media del quindicennio 1982-1997 e quella dell’ultimo quadriennio essa è raddoppiata, raggiungendo incrementi del 3,5% all’anno: senza una spinta pubblica all’occupazione e agli investimenti, tutta questa forza, queste incredibili risorse aggiuntive non si confermeranno nella crescita economica!

4 Per chi volesse approfondire tale aspetto: N. Galloni, L’occupazione tradita - Come il capitalismo affossa il mercato, Editori Riuniti, Roma 1998, pp. 74-90.

5 C. Pelando e P. Savona, Sovranità e Ricchezza, Sperling e Kupfer, Milano 2001 e Savona, Inflazione, Disoccupazione e Crisi monetarie, Sperling e Kupfer, Milano 1998.

6 Per una riflessione sul fatto che la crisi abbia preceduto e non seguito i terribili attentati dell’11 settembre di quell’anno, vedi Galloni, La rivincita dei temperini (con postfazione di G. Bodrato), Accademia degli Incolti, Roma 2002, pp. 17-24.

7 Cfr. «The Economist», 20-27 settembre 2003, p.105.

8 Per tutti: N. Kaldor, Saggi sulla stabilità economica e lo sviluppo, Einaudi, Torino 1965, pp. 229-327.

9 Galloni, Dopo lo sviluppo sostenibile, l’ambiente come obiettivo, la crescita come vincolo, Palomar, Bari 2003.

10 Galloni, L’impresa sociale, Liocorno, Roma 1996 e bibliografia ivi citata.

11 Per eventuali approfondimenti, Galloni, Mercato senza padroni, Condizioni per lo sviluppo socialmente sostenibile, Ediesse, Roma 2000, pp. 13-33, 53-59 e 75-94.

12 Ibid, grafico a p.28.

13 R. Gianola, L’illusione del mercato. Il grande inganno delle privatizzazioni, Baldini e Castoldi, Milano 1996.

14 Galloni, Dopo lo sviluppo sostenibile cit., pp. 13-37.

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