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Crescita americana, declino europeo?

Written by Pietro Reichlin e Aldo Rustichini Saturday, 01 November 2003 02:00 Print

Da più di un decennio l’economia europea cresce poco e il divario rispetto agli Stati Uniti, che non accenna a diminuire da almeno vent’anni, si è ulteriormente ampliato. Questo problema è al centro delle preoccupazioni dei governanti europei ed è stato recentemente esaminato in un documento redatto da un gruppo di studiosi su incarico del presidente della Commissione europea Romano Prodi.

 

Da più di un decennio l’economia europea cresce poco e il divario rispetto agli Stati Uniti, che non accenna a diminuire da almeno vent’anni, si è ulteriormente ampliato. Questo problema è al centro delle preoccupazioni dei governanti europei ed è stato recentemente esaminato in un documento redatto da un gruppo di studiosi su incarico del presidente della Commissione europea Romano Prodi.1

Gli Stati Uniti, fin dalla loro costituzione, hanno tratto vantaggio dal fatto di essere una grande area economica di libero scambio, aperta ai flussi migratori e dotata di una notevole coesione politica. La costituzione dell’Unione europea fu, in parte, motivata dall’idea di dare maggiore impulso alla crescita economica grazie alla completa integrazione commerciale e al superamento delle barriere alla libera circolazione del capitale, del lavoro e delle idee. Negli ultimi anni sono stati compiuti enormi passi avanti nel processo di unificazione del continente. Perché allora, nonostante ciò, l’economia europea si è bloccata? Come mai non riusciamo a stare al passo con gli Stati Uniti sul piano dell’innovazione tecnologica?

Le opinioni dei commentatori sulle due sponde dell’Atlantico sono radicalmente divergenti. Alcuni (generalmente a destra) sostengono che l’Europa è destinata a soccombere a causa del peso eccessivo dello Stato sociale. Altri (generalmente a sinistra) sostengono che, invece, gli Stati Uniti sfruttano solo una congiuntura favorevole e sono avviati verso un declino inesorabile a causa degli squilibri economici e sociali generati dal liberismo. Comune a queste visioni è l’idea che i due sistemi abbiano una natura fondamentalmente diversa.

Imposteremo il confronto fra queste due esperienze sul fronte dei fatti e dei risultati raggiunti, piuttosto che su quello della filosofia e delle idee. Questo non significa che siamo pragmatisti, o economicisti, ma piuttosto che guardiamo con sospetto le contrapposizioni fra grandi eredità di pensiero, come quelle che contrappongono Kant ai founding fathers della democrazia americana. In primo luogo crediamo che queste due esperienze abbiano molto in comune nella loro progenitura ideale e filosofica e in particolare: la difesa costituzionale di diritti politici e di proprietà; il bilanciamento e il controllo reciproco dei poteri; la neutralità dello Stato rispetto alle ideologie e le fedi religiose; un livello significativo di protezione sociale esercitata dalle amministrazioni pubbliche. In secondo luogo, crediamo che in Europa e negli USA siano stati condotti, negli ultimi duecentotrenta anni, due grandi esperimenti sociali «in parallelo». Per ragioni storiche, economiche, e anche di pensiero, queste due esperienze hanno avuto un cammino diverso, caratterizzato da momenti catastrofici: la guerra civile e la schiavitù negli Stati Uniti, il lungo periodo di conflitti culminato con le due guerre mondiali in Europa. Due esperienze che, pur con variazioni significative, hanno messo alla prova lo stesso modello di società e le stesse idee. Sappiamo che queste affermazioni incontrano molte obiezioni e resistenze all’interno della sinistra, spesso frutto solo di un pregiudizio. Una parte della sinistra europea tende a costituire la propria identità sull’antiamericanismo (quasi che Europa significhi sinistra e America significhi destra), piuttosto che proporre rimedi per risollevare le sorti dell’Europa. Quest’ultima può attingere dall’esperienza americana per dare maggiore impulso alla crescita e gli Stati Uniti, a loro volta, potrebbero risolvere molte carenze del loro sistema sociale, importando alcuni elementi del welfare europeo, com’è spesso auspicato da diversi esponenti del Partito democratico. In sintesi, siamo convinti che né l’esperienza europea, né quella degli Stati Uniti siano superiori sotto ogni profilo. Gli Stati Uniti sono più produttivi e gli europei hanno uno Stato sociale più generoso. La conservazione di benefici, garanzie e protezioni dello Stato sociale europeo contribuisce, tuttavia, a rendere il cittadino medio del nostro continente nettamente più povero di quello americano (una differenza compresa tra 1/3 e 1/4 del reddito pro capite degli Stati Uniti). Correggere questa tendenza dovrebbe essere, a nostro avviso, l’obiettivo principale della sinistra. Un obiettivo che può essere raggiunto senza tradire una moderna e corretta interpretazione dei principi di equità.

La gran parte della sinistra europea si è resa conto della necessità di dipanare i nodi che impediscono al nostro continente di tornare a crescere, ma essa stenta a trovare l’unità necessaria per definire un programma avanzato. Le politiche utili ad affrontare questi problemi toccano gli interessi e le convenienze di tutti, anche dei gruppi sociali che hanno sempre fornito forza elettorale e sostegno politico ai partiti del centrosinistra. Queste difficoltà si riflettono ampiamente sulla discussione riguardante le alleanze elettorali, la forma dei partiti e il Partito democratico (o riformista). Ma la questione sarebbe mal posta, o di scarsa importanza, se questa discussione si limitasse a esaminare i vantaggi o gli svantaggi tattici delle diverse soluzioni. È necessario, piuttosto, comprendere se esistono ancora, in questo nuovo secolo, ragioni sufficienti per mantenere una separazione tra la tradizione socialdemocratica e le altre componenti del centrosinistra europeo e se possiamo trarre vantaggio dal superamento di queste tradizioni. Un esame obiettivo dei sistemi economici e politici sperimentati in occidente e delle ragioni del ritardo europeo può essere il modo giusto di impostare la discussione su questi temi.

 

Perché l’Europa cresce poco

L’evidenza sul ritardo economico dell’Europa è ampia. Gli Stati Uniti l’hanno superata in termini di prodotto e di produttività pro capite dalla metà del XIX secolo e il divario, che ha subito alcune importanti oscillazioni, permane tuttora.

Tabella 1

Gli Stati Uniti emergono dal secondo conflitto mondiale come la potenza dominante e l’Europa subisce un pesante arretramento dovuto alla distruzione del suo apparato industriale e alla perdita delle colonie. Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, con l’avvio della ricostruzione, l’Europa recupera una buona parte del divario, realizzando elevati tassi di crescita del reddito e della produttività. Negli anni Settanta e Ottanta la distanza in termini di livelli di reddito pro capite e di produttività sembra destinata a scomparire definitivamente. Viceversa, alla fine del secolo, l’Europa raggiunge uno stadio di maturità caratterizzata da bassi tassi di crescita e da un divario economico non trascurabile rispetto agli Stati Uniti. Nel 2000, il prodotto pro capite dell’Europa dei quindici è pari al 70% di quello degli USA, mentre la produttività oraria, cioè il prodotto per ora di lavoro, è circa il 91%. Solo il Belgio, la Francia, l’Italia e l’Olanda hanno avuto, nello stesso anno, una produttività oraria maggiore di quella degli Stati Uniti. In aggiunta, la crescita del prodotto pro capite e della produttività americani è sistematica dal 1995.

Secondo alcuni, questi dati sono solamente il prodotto di una fase transitoria, caratterizzata da un’eccessiva euforia dei consumatori e degli imprenditori americani di fronte alla fine della guerra fredda e alla rapida diffusione delle tecnologie di informazione e comunicazione. Altri commentatori ritengono invece che il sistema economico americano sia affetto da gravi debolezze che, nel lungo periodo, possono rovesciare i risultati finora conseguiti. Le debolezze sarebbero denunciate dai livelli particolarmente elevati di debito estero e di deficit commerciale, dalla struttura di comando delle imprese, dalla volatilità dei corsi azionari e dall’alto indebitamento delle famiglie. Si dice che gli americani hanno costruito un modello economico basato sulla miopia degli imprenditori, sulla dissipazione delle risorse, su alti consumi e bassi risparmi e che essi sfruttano la posizione del dollaro come moneta di riserva internazionale per attirare capitali dall’estero. In realtà, ci sono pochi elementi che consentono di scorgere i segni di un declino economico americano sulla base di questi argomenti.

 

Il quadro macroeconomico

Il crescente deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti americana è il risultato di due fenomeni congiunti. Da una parte, l’aumento dei consumi e la caduta del risparmio, che hanno contribuito all’eccezionale fase di crescita dell’ultimo decennio. Un fenomeno di cui hanno largamente beneficiato l’Europa e i paesi emergenti. Si stima che il contributo degli Stati Uniti alla crescita mondiale tra il 1995 e il 2002 sia stato di circa il 60%. D’altra parte, nel corso dell’ultimo decennio, gli USA hanno importato un flusso ingente di capitali dall’estero che, a sua volta, ha consentito di sostenere elevati livelli di investimento. Almeno fino al 2000 tali flussi sono stati principalmente generati da alti rendimenti e aspettative di guadagno in conto capitale offerti da un mercato in espansione e dalla rivoluzione tecnologica degli anni Novanta. In particolare, l’investimento negli Stati Uniti è passato dal 5,5% all’8,6% del prodotto interno dal 1996 al 2000, nonostante la caduta del risparmio privato. La fiducia nel dollaro ha inoltre contribuito a mantenere elevato il suo valore di scambio generando un ampio deficit commerciale. Nel medio periodo, il meccanismo funziona sia perché agisce positivamente sulla crescita economica, sia perché riduce la volatilità del ciclo, trasferendo fuori dagli Stati Uniti una parte dei rischi degli investimenti finanziari.

È noto, tuttavia, che gli investitori hanno sopravvalutato i benefici immediati della rivoluzione tecnologica, determinando, alla fine degli anni Novanta, un fenomeno speculativo che ha portato gli indici azionari sopra i valori «fondamentali» e provocando una brusca frenata degli investimenti. Eppure, la flessione è stata relativamente modesta. L’attrazione degli investitori internazionali per i mercati finanziari americani è un fenomeno che difficilmente si concluderà nel breve periodo. Il mercato negli Stati Uniti è ampio e molto liquido (quindi, relativamente poco rischioso) e una gran parte dei flussi finanziari prende la forma di investimenti diretti e di capitale di rischio. I flussi derivanti dal servizio del debito sono, quindi, relativamente scarsi e poco soggetti a rischi valutari. Fino al 2001 gli Stati Uniti hanno ricavato più reddito dai propri investimenti esteri di quanto ne abbiano sborsato per pagare gli interessi sul debito.

Ciò non significa che vada tutto bene: la dinamica del deficit commerciale degli Stati Uniti può avere effetti negativi sulla congiuntura se l’Europa e il Giappone non riescono a entrare in una fase espansiva. Negli ultimi due anni gli USA non hanno generato aumenti della produttività e dei profitti tali da rendere giustificabili ulteriori aumenti del debito estero e ciò si riflette sulla disponibilità a investire da parte degli operatori finanziari. Tuttavia, è difficile che questo cambio di prospettive possa avere effetti devastanti. Il dollaro si deprezza nonostante la sua caratteristica di valuta di riserva internazionale (sempre più insidiata dall’euro) e i mercati finanziari non sembrano registrare fenomeni di panico. In questa fase della congiuntura, un’ulteriore caduta del dollaro potrebbe contribuire alla stabilità dell’economia mondiale ed è fortemente auspicata dall’amministrazione degli Stati Uniti. Eppure, il dollaro forte conviene principalmente ai paesi esportatori, primi fra tutti la Cina e gli altri paesi dell’est asiatico, le cui banche centrali continuano ad accumulare attività finanziarie emesse dagli Stati Uniti.

Il deficit commerciale americano è elevato (il 4,3% del PIL nel 2001) e potrebbe continuare a esserlo nonostante il deprezzamento del dollaro. Tuttavia, i parametri fondamentali dell’economia americana rimangono solidi e la sostenibilità della dinamica del deficit o del debito estero deve essere valutata in rapporto alla crescita del prodotto interno (che quest’anno appare sostenuta) e all’andamento dei tassi di interesse (che rimangono ai minimi storici). Nel 2000 il deficit delle partite correnti in rapporto al prodotto interno degli Stati Uniti (4,5%) non era superiore a quello della Nuova Zelanda (5,4%), della Grecia (8,7%) ed era di poco superiore a quello di Australia (4,1%) e Brasile (4,1%). Il valore delle merci importate dai paesi a bassomedio reddito dagli Stati Uniti è pari a 334 miliardi di dollari, contro i 269 dell’UE (dati World Bank del 2001). È molto dubbio, tuttavia, che l’Europa possa evitare ulteriori e consistenti aumenti delle importazioni dai paesi emergenti (specialmente Cina, Messico e India), i cui tassi di crescita nel settore manifatturiero sono tumultuosi e inarrestabili. La caduta nella competitività delle merci prodotte in occidente è un fenomeno che accomuna Stati Uniti ed Europa. Se quest’ultima tornerà a crescere e l’Occidente accetterà di eliminare le rimanenti barriere tariffarie che impediscono al resto del mondo di esportare merci a basso contenuto tecnologico e prodotti agricoli, la gara tra Europa e Stati Uniti si concentrerà sulla conquista di quote di mercato nei settori dei servizi, delle conoscenze e delle merci a elevato contenuto tecnologico. Con la crescita della globalizzazione e delle economie dei paesi emergenti, questi settori avranno un peso economico sempre maggiore (basti pensare all’incremento del settore dei servizi registrato nelle economie occidentali negli ultimi 50 anni) e, in questa gara, gli Stati Uniti hanno un vantaggio relativo nei confronti dell’Europa. Infatti, pur avendo un deficit commerciale elevato, essi investono molto più di noi in ricerca e sviluppo e hanno un attivo tendenzialmente crescente nel settore dei servizi e delle conoscenze (vedi le statistiche riportate più avanti).

In buona sostanza, le difficoltà americane sembrano fondamentalmente legate alla congiuntura e ai processi di internazionalizzazione delle economie, cioè a fattori ugualmente importanti per gli Stati Uniti e per l’Europa. Tuttavia, quest’ultima incontra difficoltà di carattere più strutturale. Principalmente, in Europa da un lato è più scarso sia il numero di ore di lavoro per occupato che il tasso di occupazione e dall’altro esiste una minore propensione all’innovazione tecnologica e alla ricerca.

 

In Europa si lavora meno

Dagli ultimi vent’anni, gli Stati Uniti superano l’Europa in termini di ore lavorate e livelli di occupazione, oltre ad avere tassi di disoccupazione nettamente inferiori. Il tasso di occupazione (numero di occupati sulla popolazione in età da lavoro) dell’Europa e degli Stati Uniti era circa lo stesso nel 1973. Da allora il dato europeo è andato calando e quello americano è andato aumentando fino a raggiungere un divario di sei punti percentuali nel 2001. I dati OCSE del 2001 sul tasso di occupazione, il tasso di disoccupazione e il numero medio di ore lavorate per un numero selezionato di paesi è riportato nella tabella che segue.

Tabella 2

Il minore tasso di occupazione europeo può essere spiegato da una maggiore propensione per il tempo libero, dalle caratteristiche del sistema fiscale e dello Stato sociale (tassazione, generosità dei sussidi di disoccupazione e delle pensioni) e da un elevato tasso di disoccupazione. Si osserva spesso che il tempo libero dovrebbe essere incluso nel calcolo del benessere complessivo di un paese e, quindi, la differenza tra il prodotto pro capite degli Stati Uniti e quello dell’UE calcolato dalle statistiche OCSE (che non tengono conto di tale fattore) potrebbe essere maggiore di quello effettivo. Questo è probabile, ma lo scarto è troppo grande per essere colmato ricorrendo a tale criterio di valutazione. La minore partecipazione al lavoro degli europei è largamente il frutto di scelte «obbligate» o di disincentivi. In particolare, pesa molto la bassa partecipazione delle donne (il 57% è la media di Francia, Germania e Italia e il 70,8% è la media degli Stati Uniti, secondo i dati OCSE del 2000), dei giovani e degli individui in età compresa tra i 55 e i 64 anni.

Nonostante ciò che è spesso affermato, un abbandono prematuro del lavoro da parte degli individui prossimi alla pensione di vecchiaia non determina un più facile accesso al lavoro dei giovani. Il tasso di disoccupazione tra i giovani che non studiano, in età compresa tra i 20 e i 24 anni, è del 20,4% in Francia, del 10,4% in Germania, del 24,9% in Italia e del 7,1% negli Stati Uniti. In questi stessi quattro paesi, il tasso di occupazione degli uomini tra i 55 e i 64 anni è, rispettivamente, del 43,8%, del 50,6%, del 57,8% e del 68,1%.

Non è neanche vero che gli USA hanno generato maggiore occupazione grazie alla diffusione di lavori precari o atipici. La percentuale di individui che svolgono lavoro autonomo, part-time o che hanno un impiego temporaneo (occupazione «non standard») è rimasta pressoché costante (e leggermente diminuita) negli Stati Uniti nel corso degli anni Novanta, mentre è aumentata nell’UE. Tale percentuale è attualmente circa pari al 21% negli Stati Uniti e al 35% in Europa.2

Tra le diverse cause degli elevati tassi di partecipazione negli Stati Uniti, c’è la flessibilità dei mercati (che consente ai giovani un rapido accesso al lavoro), l’assenza di incentivi al pensionamento anticipato e le caratteristiche delle politiche sociali e fiscali. Il mercato del lavoro americano è più competitivo, è più facile licenziare e i disoccupati hanno minore assistenza e sussidi che in Europa. I dati OCSE del 2000 indicano che negli Stati Uniti il cuneo fiscale (la differenza tra quanto costa al datore di lavoro un’unità di lavoro e quanto entra nelle tasche del lavoratore) è pari al 31%, mentre in Germania, Francia e Italia è, rispettivamente, pari al 51%, 48% e 47%. È naturale aspettarsi, quindi, che in Europa vi sia una pressione negativa sulla domanda e sull’offerta di lavoro. Ma non è solo questo il motivo della maggiore partecipazione. L’amministrazione federale ha scelto di puntare su sgravi fiscali e sussidi condizionati all’occupazione. L’Earned Income Tax Credit è un credito d’imposta rimborsabile cui hanno diritto le famiglie di lavoratori con redditi bassi. Un lavoratore a tempo pieno con una famiglia di quattro persone (due figli) che percepisce un salario di 7 dollari l’ora può aumentare il proprio reddito netto del 38% grazie a questa misura fiscale. Il programma Temporary Assistance for Needy Families (creato nel 1996 sotto la presidenza Clinton) è un sussidio temporaneo alle famiglie condizionato alla partecipazione alla forza lavoro del capo famiglia. Si stima che i beneficiari abbiano avuto mediamente un incremento di salario del 49% dal 1996 al 2001. Queste misure hanno fortemente contribuito a ridurre i tassi di disoccupazione e all’inserimento sul mercato delle donne (il tasso di partecipazione delle donne nubili con prole negli Stati Uniti è aumentato del 10% tra il 1994 e il 1999). Il numero di individui assistiti in base ai programmi di sostegno alle famiglie povere con figli a carico (Federal Aid to Families with Dependent Children Program e Temporary Assistance for Needy Families) si è ridotto del 56,5% tra il 1994 e il 2000.3 Misure analoghe (denominate «programmi di workfare») sono state adottate in Gran Bretagna e nei paesi scandinavi, dove la partecipazione alla forza lavoro è nettamente più elevata che nel resto dell’UE. L’idea è sostanzialmente quella di condizionare il diritto di beneficiare di alcuni elementi del welfare al «dovere» di lavorare, allo scopo di ridurre la cultura della «dipendenza».

Queste politiche possono essere criticate da diversi punti di vista. Puntare sugli incentivi provoca una compressione eccessiva delle risorse disponibili per l’assistenza ai disoccupati. L’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro potrebbe avere effetti negativi sull’educazione e l’inserimento sociale dei figli. D’altra parte, alla luce dei risultati raggiunti negli Stati Uniti e nei paesi scandinavi nel campo dell’occupazione, è difficile negare che l’Europa dovrebbe preoccuparsi di rivedere alcune caratteristiche del proprio sistema di protezione sociale, passando dai tradizionali sistemi di assistenza «passivi» a nuovi sistemi «attivi» (politiche attive del lavoro e workfare). In Germania, ad esempio, a causa dei vari tipi di sussidi per i redditi bassi e per i disoccupati e del sistema di tassazione, il salario netto di un individuo che accetta un impiego scarsamente retribuito non è superiore al reddito che egli otterrebbe se rinunciasse all’impiego.4

 

Negli Stati Uniti si producono più conoscenze e più idee

Possiamo spiegare il minore reddito pro capite dell’UE rispetto agli Stati Uniti solamente in base alla minore partecipazione al lavoro? È opinione comune degli studiosi che la gran parte delle differenze nei livelli del prodotto pro capite tra i paesi non sono spiegate né dall’intensità di capitale, né dall’intensità di lavoro ma, piuttosto, dalla specializzazione dei lavoratori («capitale umano») e dalla «produttività generale dell’economia».5 Questa sarebbe determinata, a sua volta, dal livello delle «infrastrutture sociali», cioè istituzioni, politiche economiche, incentivi, inventiva, ricerca, trasferimento di tecnologie. Da almeno venti anni il progresso economico dei paesi molto industrializzati si basa sull’adozione e sullo  sviluppo di tecnologie ad alto contenuto tecnologico (science-based entrepreneurship) e sull’associazione tra ricerca industriale e ricerca universitaria. L’Europa e gli Stati Uniti non hanno altra scelta che puntare sulle industrie che richiedono un livello elevato di conoscenze e di capitale umano (biotecnologie, computer, telecomunicazioni) per sopravvivere alla concorrenza con i paesi emergenti.

Lo sviluppo di un’industria competitiva ad alto contenuto tecnologico richiede la presenza di almeno quattro fattori decisivi: livello elevato della formazione, qualità della ricerca scientifica, spesa per ricerca e sviluppo nell’industria e sinergie tra industria e università. In base ai dati disponibili, gli Stati Uniti ottengono migliori risultati dell’Europa in ognuno di questi diversi aspetti. Per verificare questa tesi, passiamo brevemente in rassegna i dati più significativi.

 

 

Competitività e leadership tecnologica

Gli Stati Uniti sono primi in base al technology index elaborato dal World Economic Forum, che si basa sul numero di brevetti, la scolarizzazione terziaria, il ruolo dell’innovazione tecnologica e la spesa per ricerca e sviluppo (R&S) nelle imprese e la collaborazione tra imprese e università. Ad esempio, il numero di brevetti per milione di individui nel 2001 è stato di 314 negli Stati Uniti, 135 in Germania, 68 in Francia e solo 29 in Italia. Nel campo della sanità, gli Stati Uniti sono titolari del 55,75% dei brevetti, contro il 27% dell’Europa. In questo campo il divario è in aumento. Il numero di brevetti attribuiti a ricercatori americani in proporzione ai brevetti complessivamente attribuiti a ricercatori residenti negli Stati Uniti e in Europa era il 63% nel biennio 1988-1989, il 64% nel biennio 1990-1992 e il 71% nel biennio 1993-1995.6 Per quanto riguarda le biotecnologie, i brevetti degli Stati Uniti erano il 56,6% del totale nel 1990 e il 65,5% nel 2000. L’UE, viceversa, si attesta sul 18% circa, con una leggera diminuzione della quota nel corso dell’ultimo decennio del secolo scorso.7

Secondo elaborazioni delle Nazioni Unite (Commissione economica per l’Europa), nel 1999 gli Stati Uniti sono al secondo posto, dopo l’Irlanda, nella graduatoria dei paesi in base alla quota di esportazioni ad alto livello tecnologico sull’export totale. In particolare, la quota americana è circa il 35%, mentre le quote di Francia, Germania, Svezia e Danimarca si collocano in una fascia compresa tra il 18 e il 22%. L’Italia, con una quota al di sotto del 10%, è nel gruppo di paesi dell’UE con i valori più bassi. Una misura del vantaggio tecnologico delle nazioni è data dal valore netto delle somme incassate per royalties e licenze relative all’uso di prodotti brevettati, che potremmo definire come le esportazioni nette di conoscenza tecnologica. Nel 2000 questo valore era pari a circa 22 miliardi di dollari per gli Stati Uniti. La cifra cumulata per Francia, Germania e Italia nello stesso anno è circa uguale a -3 miliardi di dollari. Nell’UE, solo la Finlandia (591 milioni), la Francia (630 milioni), la Svezia (375 milioni) e la Gran Bretagna (1210 milioni) sono stati esportatori netti di conoscenze nel 2000 (Commissione economica per l’Europa).

 

Formazione, scolarizzazione e ricerca

Una misura un po’ rozza della qualità della forza lavoro, cioè del capitale umano impiegato nell’economia, è data dalla percentuale di lavoratori diplomati in rapporto al totale degli occupati.

Tabella 3

I dati dimostrano che, in questo campo, gli Stati Uniti sopravanzano l’UE. Ad esempio in termini di percentuale di lavoratori con diploma scolastico.

Inoltre, la spesa in istruzione (pubblica e privata) per studente è pari a 10.240 dollari negli Stati Uniti, 6.708 in Francia, 6.849 in Germania e 6.928 in Italia (dati OCSE del 2000 relativi a tutte le istituzioni formative che operano nella formazione primaria, secondaria e terziaria). Il maggiore impegno degli Stati Uniti in questo settore non dipende dal differenziale di ricchezza. La seguente tabella riporta i dati della spesa per le istituzioni educative in rapporto al PIL.

Tabella 4

Gli Stati Uniti superano la generalità dei paesi europei per ciò che riguarda la scolarizzazione terziaria, mentre sono leggermente sotto la media europea nel caso della scuola secondaria. Il rapporto tra il numero di «diplomi di laurea» (bachelor-level degree) su cento individui con 24 anni di età è tra i più alti del mondo. Nel 1997 tale rapporto era 32 negli Stati Uniti, 35 in Gran Bretagna, 24 in Germania e 13 in Francia e Italia.

La superiorità degli Stati Uniti riguardo alla scolarizzazione di livello superiore dipende molto dalla struttura degli incentivi e dalla qualità delle istituzioni educative (generata, a sua volta, da concorrenza tra istituzioni, mobilità dei ricercatori, decentramento delle decisioni in tema di assunzioni e retribuzioni ecc.). In generale, le caratteristiche dell’economia e del mercato del lavoro negli Stati Uniti sono tali da premiare fortemente le conoscenze e la specializzazione. La seguente tabella può essere usata per illustrare questa circostanza. In essa sono riportati i tassi di rendimento privati dei diplomi di scuola «secondaria superiore» e «terziaria» (la differenza tra il salario che ci si può aspettare di avere una volta conseguito il diploma e il salario senza diploma, tenendo conto dei costi necessari per conseguirlo, della probabilità di essere disoccupati al termine del diploma e dei sussidi statali).

Tabella 5

Un’altra statistica significativa è data dal college wage premium, cioè dal rapporto tra il salario orario percepito da chi dispone di un diploma universitario e il salario percepito da chi dispone della sola licenza liceale. Tra il 1973 e il 2001, negli Stati Uniti questo rapporto è salito dal 37,7% al 47,9% per gli uomini e dal 25,3% al 42,7% per le donne.8 Una crescita che non ha uguali negli altri principali paesi OCSE.

Per valutare la produttività dei sistemi educativi possiamo prendere in considerazione gli indici relativi alla performance degli studenti nei test relativi alla conoscenza delle principali materie di insegnamento nella scuola secondaria. Il Program for International Student Assessment (PISA) dell’OCSE fornisce dati campionari sui principali paesi OCSE in base a test attitudinali. Per quanto riguarda i risultati medi sulla comprensione dei testi, gli Stati Uniti si classificano circa come la Francia (in un intervallo di confidenza compreso tra il decimo e il ventesimo posto) e ben al di sopra di Italia (tra 19 e 24) e Germania (tra 21 e 25). Per quanto riguarda la comprensione matematica, la Francia si colloca in intervallo compreso tra 10 e 15, gli Stati Uniti tra 16 e 23, la Germania è tra 20 e 22 e l’Italia tra 26 e 28. Classificazioni analoghe si hanno per i test relativi alla comprensione scientifica. Non sembra, dunque, che questi dati possano ribaltare le valutazioni comparative tra Stati Uniti ed Europa fatte in base alla spesa per l’educazione e alla scolarizzazione complessiva.

Per quanto riguarda la formazione e la ricerca di tipo accademico, i risultati sono impressionanti. Secondo la National Science Foundation, nel periodo 1995-1997, cinque nazioni hanno prodotto circa il 62% degli articoli sulle principali 5.000 riviste scientifiche del mondo: gli Stati Uniti con il 34%, il Giappone con il 9%, la Gran Bretagna con l’8%, la Germania con il 7% e la Francia con il 5%. Ogni altro paese ha una percentuale inferiore al 5% (l’Italia totalizza il 3%). Ciò avviene nonostante il numero di individui che posseggono un dottorato in Europa sia superiore agli Stati Uniti (73.306 contro 50.710 per tutti i dottorati e 40.454 contro 31.610 per i dottorati in materie scientifiche e ingegneria).

 

Ricerca e sviluppo

I dati relativi alla spesa per ricerca e sviluppo e alla quota di ricercatori sul totale della forza lavoro sono altrettanto penalizzanti per l’Europa, come si vede dalla tabella che segue.

Colpisce il fatto che la spesa complessiva per R&S negli Stati Uniti sia cresciuta più del prodotto nazionale, almeno dal 1994. Essa costituiva il 2,43% del prodotto nel 1994 ed è il 2,76% nel 2000. In questo stesso anno gli Stati Uniti hanno speso per ricerca e sviluppo circa il 43% della spesa mondiale.

Tabella 6

I dati sopra esposti non spiegano del tutto la superiorità tecnologica americana. Ad esempio, ci sono paesi europei che spendono molto per R&S (come la Svezia e la Germania). Perché in questi paesi non si verifica un grande avanzamento tecnologico? Perché non fanno altrettanti brevetti? Per rispondere a questa domanda bisogna tenere conto delle distorsioni fiscali, dell’ambiente istituzionale in cui operano le imprese (mercati, concorrenza, regolamentazione), della qualità delle istituzioni universitarie e del sistema di incentivi che induce i ricercatori a fare ricerca avanzata e le imprese a cercare usi commerciali della ricerca di base.

È importante notare che negli Stati Uniti il 74,7% della spesa per R&S è realizzata dall’industria, mentre nell’UE il dato si ferma al 62%. Il dinamismo dell’industria americana nel campo dell’innovazione si deve a una maggiore flessibilità dei mercati (capacità di ristrutturare e riallocare le risorse) ed efficienza del sistema finanziario (diversificazione dei rischi sul mercato, venture capital ecc.). Questi fattori sembrano avere acquisito particolare importanza nel quadro del nuovo modello industriale, dello sviluppo dei servizi e della concorrenza internazionale. Non si può escludere, quindi, che il ritardo delle imprese europee nel campo delle nuove tecnologie sia da attribuire all’eccessiva regolamentazione dei mercati del lavoro e dei prodotti,9 oltre che alle distorsioni fiscali.

Tuttavia, non è solo nell’ambito del mercato che si gioca la partita. La gran parte dei paesi europei si è dotata di un sistema accademico in cui la selezione dei docenti, i livelli degli stipendi, le tasse di iscrizione e l’orientamento della ricerca sono molto centralizzati e uniformi. Le carriere sono prevalentemente definite dall’anzianità di servizio e la concorrenza tra istituzioni è scoraggiata. Tutto ciò ha penalizzato il settore universitario e la ricerca avanzata. I giovani hanno pochi incentivi ad affrontare la carriera accademica, perché in tal modo dovrebbero rinunciare a prospettive economiche e di carriera più vantaggiose in altri settori.

Il sistema universitario degli Stati Uniti, al contrario, è basato sulla concorrenza e sugli incentivi. I salari dei ricercatori sono notevolmente differenziati e proporzionali alla produttività, le università migliori riescono a monetizzare la loro superiorità mediante donazioni, tasse di iscrizione e profitti derivanti da collaborazioni con l’industria privata. Uno studio della National Scienze Foundation (NSF) rivela che il reddito lordo incassato dalle università degli Stati Uniti dal conseguimento di brevetti e dalla vendita di licenze ha raggiunto, nel 1997, 483 milioni di dollari. Inoltre, se all’inizio degli anni Settanta la percentuale di brevetti assegnati alle università era negli Stati Uniti lo 0,5%, nel 1998 si è arrivati al 5%. Il sistema industriale si serve moltissimo del lavoro accademico. Sempre secondo la NSF, la percentuale di brevetti negli Stati Uniti che citano lavori accademici come fonte principale è cresciuta dall’11% al 23% tra il 1987 e il 1998.

L’importanza della concorrenza e degli incentivi nel sistema accademico ha anche un altro risultato importante: l’importazione sempre crescente di ricercatori e studenti dal resto del mondo. Il brain drain è uno dei punti di forza del sistema americano. Nel 1992 circa un terzo degli studenti iscritti nei corsi di dottorato in ingegneria, matematica e informatica erano stranieri e più del 50% degli studenti stranieri che hanno conseguito un dottorato in queste materie tra il 1992 e il 1993 è rimasto a lavorare negli Stati Uniti nel 1997.

 

I sistemi a confronto

Il sistema americano si è rivelato più adatto di quello europeo ad affrontare la globalizzazione e i mutamenti produttivi che si sono verificati in questi ultimi dieciquindici anni. L’Europa sconta un grave ritardo sul piano degli investimenti in nuove tecnologie e nella qualità di tutte quelle istituzioni che svolgono un ruolo vitale nella promozione dello sviluppo: principalmente la ricerca e la formazione del capitale umano. Volendo riassumere sinteticamente i principali motivi di questo evento, potremmo dire che negli Stati Uniti: è stata molto incoraggiata la partecipazione alla forza lavoro, grazie a una maggiore flessibilità del mercato, a un sistema di sussidi e incentivi fiscali condizionati all’impiego e all’impossibilità di pensionamento anticipato; le istituzioni pubbliche e private si basano su meccanismi contrattuali e sistemi organizzativi che incentivano la produttività; l’accumulazione di capitale umano è fortemente remunerata dal mercato, specialmente per ciò che riguarda la formazione superiore e l’alta specializzazione; le imprese investono di più in ricerca e sviluppo perché esistono minori ostacoli (di tipo burocratico o contrattuale) alla riconversione delle strutture produttive e alla riallocazione del lavoro e del capitale necessari per realizzare le innovazioni tecnologiche.

Tutto ciò ha comportato costi sociali: una maggiore dispersione dei redditi da lavoro e più elevati indici di povertà. Tuttavia, questi dati sono solo in parte da attribuire alla crescita della competitività. La scarsa propensione degli americani per l’assistenza e la redistribuzione delle risorse deriva da molteplici fattori storici e politici, la cui analisi ci porterebbe oltre gli scopi di questo lavoro. La spiegazione che più ci convince è legata a fattori culturali e alla scarsa omogeneità sociale e razziale del continente americano. In particolare, come anche enfatizzato da Alesina e altri,10 da un lato la classe media americana ritiene di avere concrete possibilità di avanzamento nella scala sociale e dall’altro le minoranze razziali sono sovrarappresentate tra i poveri, i lavoratori non qualificati e gli autori di reati penali. Sia la prima che la seconda circostanza frenano la disponibilità dell’elettore medio a votare per estesi programmi sociali che favoriscano una maggiore uguaglianza dei redditi. Bisogna aggiungere che, principalmente a causa della disomogeneità sociale e della forte presenza di immigrati nella classe operaia, i sindacati negli Stati Uniti hanno avuto un’influenza ridotta sulla determinazione dello Stato sociale e sulla definizione dei diritti dei lavoratori. Gli Stati Uniti figurano agli ultimi posti nelle classifiche OCSE per quanto riguarda la legislazione a protezione degli occupati, il livello del salario minimo e la copertura della contrattazione collettiva.

Questo non significa che il problema dell’Europa sia solo la mancata liberalizzazione dei mercati e che il problema degli Stati Uniti sia solo la scarsità di protezione sociale. Ad esempio, contrariamente a ciò che si sostiene comunemente, la spesa pubblica degli Stati Uniti in alcuni settori chiave, come la formazione e la sanità, non è inferiore a quella europea. La scuola pubblica (elementare e secondaria) assorbe il 90% degli studenti, come nei principali paesi europei. Il successo degli Stati Uniti nel campo dell’innovazione tecnologica non dipende solo da leggi e regolamenti, ma neanche solo dalla spontaneità del mercato nel creare incentivi e concorrenza virtuosa. I governi degli Stati Uniti, sin dall’immediato dopoguerra, hanno avuto un ruolo fondamentale nella promozione della ricerca scientifica e dell’innovazione mediante la formazione di agenzie indipendenti (impegnate in attività di monitoraggio e distribuzione di fondi) e nella costituzione di università pubbliche di eccellenza. Tuttavia, questa attività non avrebbe consentito di conseguire risultati importanti se non fosse stato per il decentramento delle funzioni e delle decisioni, il ruolo autonomo dei centri di formazione e ricerca, la concorrenza (anche in termini pecuniari) tra le istituzioni, la libera collaborazione tra università e imprese, l’assenza di rigidità nelle retribuzioni e la mobilità di docenti e ricercatori.

 

La sinistra e il modello europeo

La forza del movimento operaio e l’omogeneità sociale dei paesi del nostro continente sono all’origine dell’estensione e delle caratteristiche del welfare europeo. Ciò ha contribuito all’eccezionale crescita economica e culturale dell’Europa fino alla fine degli anni Settanta. Grazie alla diffusione delle tecnologie e alla qualità della forza lavoro, fino a oggi l’Europa è riuscita a mantenersi a una distanza limitata dagli Stati Uniti in relazione al reddito e alla produttività, nonostante il peso del suo Stato sociale. La sinistra, in base alla sua ispirazione egualitaria, ha buoni motivi per difendere molti elementi del modello sociale che essa ha contribuito a costruire nel nord Europa: una minima copertura sanitaria gratuita per tutti i cittadini, una minore dispersione dei redditi da lavoro, una maggiore protezione ai lavoratori occupati, salari minimi più elevati e, in alcuni paesi, maggiori sussidi di disoccupazione. Gli Stati Uniti hanno un’eccessiva fiducia nel mercato, anche quando questo non è in grado di determinare equilibri efficienti. Essi devono principalmente correggere il proprio sistema di sicurezza sociale per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori non qualificati, aumentare il sostegno ai giovani in età scolare che vivono in famiglie disagiate, ridurre le disuguaglianze e la criminalità. L’assicurazione sanitaria non obbligatoria e la scarsa regolamentazione del mercato inducono gli individui a correre rischi eccessivi, specialmente se essi appartengono alle fasce di reddito immediatamente superiori alla soglia di povertà e se cambiano spesso lavoro. Il fatto che la previdenza sia fortemente basata sul sistema a capitalizzazione (fondi pensione) implica un’insufficiente copertura dai rischi intergenerazionali, nonostante la dimensione e la liquidità del sistema finanziario. Mentre il sistema sociale europeo estende i benefici e gli oneri alla totalità dei cittadini, quello statunitense concentra i benefici sulla componente svantaggiata della popolazione (poveri e anziani).11

Tuttavia, la situazione economica non è più quella del dopoguerra. Non basta gloriarsi della qualità della vita e della generosità dello Stato sociale del nord Europa quando l’economia non cresce a sufficienza. C’è una pericolosa illusione, spesso a sinistra, che una posizione di relativa agiatezza di un paese, una volta raggiunta, possa essere mantenuta anche senza affrontare il problema della perdita di competitività. In realtà, alcune esperienze importanti (per esempio quella dell’Argentina, ma anche quella della Gran Bretagna del XX secolo) dimostrano che la perdita di una posizione di vantaggio relativo si può accompagnare a una stagnazione o addirittura a una perdita di ricchezza assoluta.

È strano che la sinistra italiana si dimostri spesso inconsapevole della dimensione europea dei problemi economici e sociali che si osservano nel nostro paese. Non vi è dubbio che ci siano molte ragioni per guardare all’Europa continentale come un «modello» da imitare. Se confrontiamo la posizione dell’Italia con i principali paesi sviluppati, vediamo che essa figura sistematicamente agli ultimi posti sia nel campo dell’innovazione e della competitività, che nel campo della partecipazione alla forza lavoro, della spesa per ricerca, sviluppo e istruzione.12 Questo ritardo si accompagna a un livello di protezione sociale nettamente inferiore a quello dei paesi del nord Europa. Il nostro welfare offre poche protezioni agli indigenti, ai disoccupati e ai malati e concentra il grosso della spesa sul sistema previdenziale. Ma non si deve dimenticare che è l’Europa nel suo insieme a perdere terreno. L’idealizzazione del «modello europeo» e la sua contrapposizione al «modello americano» potrebbe portarci decisamente fuori strada.

I cambiamenti sociali ed economici di questi ultimi due decenni impongono un ripensamento della distribuzione dei benefici e dei costi dello stato sociale. Questo  ripensamento è già in atto in Gran Bretagna e in Germania per iniziativa di governi di sinistra ed è al centro di un grande dibattito all’interno del centrosinistra italiano (che, già con i governi di Prodi, D’Alema e Amato, ha cominciato a realizzare riforme importanti). Bisogna evitare di attribuire eccessivi significati ideologici a queste tematiche. I problemi strutturali dell’Europa non sono dovuti tanto al fallimento di un «modello sociale», ma più semplicemente ad assetti istituzionali sbagliati, creati in un’epoca in cui il mondo industrializzato era relativamente ristretto, meno aperto alla concorrenza e caratterizzato da una popolazione relativamente giovane e produttiva. Le esperienze positive della Svezia, dell’Irlanda e dell’Olanda nel campo delle politiche sociali dimostrano che il sistema sociale europeo è compatibile con la crescita economica e con un’alta partecipazione alla forza lavoro.

Per cercare di contrastare il declino dell’Europa sul piano dell’innovazione e della produttività economica la sinistra deve sostenere con forza una revisione del sistema europeo lungo le linee già indicate da molti osservatori: incentivare la partecipazione alla forza lavoro di donne, giovani e anziani, impegnare maggiori risorse a favore della formazione e dell’innovazione, introdurre forme di concorrenza nel settore pubblico. Per raggiungere questi obiettivi è necessario rinunciare a una certa dose di eguaglianza delle condizioni economiche. Ciò non significa tradire i principi fondamentali della sinistra. La forma più convincente di egualitarismo è quella delle pari opportunità, perché garantisce il rispetto delle diversità tra gli individui, il principio del merito e della responsabilità e perché consente di aumentare le risorse pubbliche a sostegno dei soggetti più deboli, come i poveri e gli anziani. Contrariamente a ciò che si pensa diffusamente, un’eccessiva estensione delle protezioni sociali e il mantenimento di determinate garanzie riduce le risorse disponibili per i ceti marginali e svantaggiati. Il fatto che nell’UE solo 64 individui contribuiscano al prodotto nazionale su 100 persone in età lavorativa, non è solo uno spreco di ricchezza, ma è anche socialmente iniquo.

Si sostiene spesso che una modifica dell’assetto del welfare europeo possa aprire le porte allo smantellamento dello Stato sociale da parte dalla destra. La prova di ciò sarebbe che, proprio dove la sinistra ha perso la sua radice laburista (come negli Stati Uniti), il welfare abbia avuto minore espansione che in Europa. La nostra opinione, tuttavia, è che la differenza tra il modello sociale europeo e quello degli Stati Uniti sia sovrastimato e che esso derivi più da un tratto peculiare della società (la presenza di forti minoranze razziali e un grande senso socialmente diffuso del merito e della responsabilità) che non dalla debolezza della sinistra. Infatti, la destra europea si è sempre mostrata reticente a smantellare il welfare nelle sue componenti fondamentali. Non per debolezza, ma per convinzione o per non perdere consenso presso la sua stessa base elettorale. I governi di centrodestra tendono più spesso al populismo che alle politiche di rigore o al liberismo. Lo stesso Berlusconi, con la legge finanziaria del 2002, si è mostrato molto timido nei confronti dei sindacati centristi (CISL e UIL) e poco incline ad assecondare la Confindustria. A fronte di un modesto ritocco dell’articolo 18, ha promesso una riduzione delle tasse per i redditi medio-bassi e un piccolo aumento delle tasse per le imprese. Solo ora si è cominciata a definire una modifica delle pensioni che, a partire dal 2008, impedirà a chi ha meno di quarant’anni di contributi di andare in pensione prima dei 65 anni. La riforma può essere criticata da molti punti di vista (soprattutto per l’arbitrarietà nella distribuzione dei sacrifici), ma non si tratta di una riforma più severa di quella che il governo Schröder si accinge ad adottare in Germania (un taglio del 10% circa alle prestazioni, un graduale spostamento dell’età di pensionamento fino a 67 anni e una riduzione dei sussidi di disoccupazione). In Italia, in questi ultimi anni, i governi del centrosinistra hanno fatto molto di più del governo Berlusconi per risolvere il problema delle pensioni e per liberalizzare i mercati.

L’esperienza di questi ultimi anni dimostra che la sinistra non ha più l’esclusiva nella rappresentanza degli interessi dei lavoratori dipendenti. In Europa, come negli Stati Uniti, cresce la scolarizzazione, la mobilità sociale e l’economia dei servizi. Questi fenomeni stanno cambiando le basi sociali rappresentate dai partiti e aumentano la mobilità degli elettori. La sfida tra destra e sinistra si gioca sulla base della qualità e della credibilità dei programmi di governo.

 

 

 

Bibliografia

1 A. Sapir e altri, An Agenda for a Growing Europe, luglio 2003.

2 M. Mira D’Ercole e A. Salvini, Building Sustainable Societies: the Role of Social Protection, OCSE, 2003.

3 R. Blank, Evaluating the welfare reform in the United States, in «Journal of Economic Literature», 40/2002.

4 E. Wurzel, Consolidating Germany’s Finances: Issues in Public Sector Spending Reform, OCSE, in «Economics Department», W.P., 366/2003.

5 Si vedano, tra gli altri, G. Mankiw, P. Romer e Weil, A contribution to the empirics of economic growth, in «Quarterly Journal of Economics», 1992; R. Hall e C. Jones, Why do some countries produce so much more output per worker than others?, in «Quarterly Journal of Economics», 114/1999, pp. 83-116.

6 F. R. Lichtenberg e S. Virabhak, Using patents data to map technical change in health related areas, OCSE, STI W.P. 2002/16.

7 B. van Beuzekom, Biotechnology statistics in OCSE member countries: compendium of existing national statistics, OCSE, DSTI 2001/6.

8 Economic Policy Institute, The State of Working America: 2002-03.

9 Si veda, in proposito, G. Nicoletti e S. Scarpetta, Regulation, Productivity and Growth: OCSE Evidence, in «Economic Policy», 36/2003.

10 A. Alesina, E. Glaeser e B. Sacerdote, Why doesn’t the United States have a European-style welfare state, in «Brookings Papers on Economic Activity», 2/2001.

11 Alcuni dati significativi sono i seguenti: la proporzione dei trasferimenti ricevuti dal 10% più povero della popolazione è pari al 41,4% in USA, mentre oscilla tra il 20 ed il 30% nei paesi maggiori dell’UE; il rapporto tra benefici pensionistici e redditi da lavoro tende a scendere più marcatamente in USA che nell’UE; il 96%, cioè la quasi totalità, del gettito da imposte sul reddito negli USA deriva da contribuenti appartenenti al 50% più ricco della popolazione.

12 Fa eccezione il dato sulla produttività per ora lavorata che, però, ha smesso di crescere da alcuni anni.

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