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Alle fonti dell'euroscetticismo scandinavo

Written by Paolo Borioni Saturday, 01 November 2003 02:00 Print

Nel recente congresso dei socialisti popolari danesi – formazione rosso-verde alla sinistra dei socialdemocratici fondata nei tardi anni Cinquanta da alcuni scissionisti in fuga dal filosovietismo del partito comunista – si è verificato un evento di significativa importanza. Le assise di quel partito erano state convocate per rivederne la posizione negativa in vista di un prossimo referendum che elimini o ammorbidisca le eccezioni danesi nei confronti dell’Unione europea (sulla moneta e la cooperazione di polizia e giudiziaria, fra le altre cose). Ormai si tratta di una revisione matura, cui molti socialisti popolari si preparano sentendo la necessità, di fronte all’unilateralismo USA, di rafforzare l’Europa.

 

Nel recente congresso dei socialisti popolari danesi – formazione rosso-verde alla sinistra dei socialdemocratici fondata nei tardi anni Cinquanta da alcuni scissionisti in fuga dal filosovietismo del partito comunista – si è verificato un evento di significativa importanza. Le assise di quel partito erano state convocate per rivederne la posizione negativa in vista di un prossimo referendum che elimini o ammorbidisca le eccezioni danesi nei confronti dell’Unione europea (sulla moneta e la cooperazione di polizia e giudiziaria, fra le altre cose). Ormai si tratta di una revisione matura, cui molti socialisti popolari si preparano sentendo la necessità, di fronte all’unilateralismo USA, di rafforzare l’Europa. Ma il giovane deputato Morten Homann ha espresso la posizione di classico euroscetticismo di sinistra, affermando: «Non credo che l’UE, come superpotenza, sarebbe più o meno progressista degli USA. Non credo alla sincerità di Chirac, Berlusconi o Schröder. Anziché discutere quale superpotenza vogliamo, dovremmo discutere se vogliamo superpotenze o meno». Significativa è stata la reazione del padre nobile (e unico cofondatore in vita) del partito, Gert Petersen, che dallo scranno degli oratori ha così duramente apostrofato Homann: «Mai in vita mia ho sentito una sciocchezza simile. Le superpotenze esistono. Sarebbe bello vivere nel giardino dell’Eden, ma la realtà non è questa».

Così può essere introdotto e illustrato almeno un segmento dell’euroscetticismo scandinavo, quello progressista, che ha origine in ciò che chiameremo il mito della sovranità nazionale virtuosa. E così può essere introdotta anche la revisione a cui questo mito va incontro nell’ambito stesso della sinistra nordica. Nonostante le obiettive differenze fra Svezia, Danimarca e Norvegia (la Finlandia ha accolto l’euro, e ha infatti vissuto una storia travagliata e meno virtuosa riguardo alla propria sovranità) questo è un sentimento di fondo che ha operato sicuramente in tutte e tre i paesi. Esso ha frenato e fatto vacillare i successivi passi della Danimarca, che ha aderito nel 1972, soprattutto per seguire nella CEE la Gran Bretagna, mercato di sbocco fondamentale dei suoi prodotti agricoli, e per utilizzare la politica agricola comune (PAC). Ha ritardato molto l’adesione della Svezia, avvenuta nel 1994 come soluzione a una crisi valutaria e/o di fuga di capitali, oltre che per la fine della guerra fredda. E ha, nonostante i ripetuti e anche precoci tentativi, impedito l’adesione della Norvegia, paese in cui il mito scandinavo della sovranità nazionale virtuosa è stato rafforzato da ragioni particolarmente potenti di protezionismo. Mentre, infatti, Svezia, Finlandia e Danimarca hanno scarsità di materie prime e, come economie da sempre molto aperte ed export-led, hanno bisogno di sbocchi per produzioni agricole, ma perlopiù anche molto avanzate ad alto valore aggiunto, la situazione norvegese è diversa. L’economia norvegese è fondata sulle ingenti risorse petrolifere, la cui gestione i norvegesi non vogliono vedere esposta a scalate di altri europei, e i cui proventi sussidiano un’agricoltura in prevalenza poco competitiva, in un modo che sostituisce soddisfacentemente la PAC. Non solo: anche se l’ultimo referendum svedese è troppo recente per arrivare a conclusioni comprovate nel tempo, l’esperienza trentennale dei danesi ci dice che il mito della sovranità virtuosa ha indotto i politici a presentare ogni successiva tappa dell’integrazione europea come puramente economicocommerciale, e promettendo ogni volta che sarebbe stata l’ultima e definitiva («l’Unione è morta stecchita», disse il premier conservatore Schlüter nel 1986 per convincere i danesi ad aderire all’Atto unico). Nell’ultimo decennio, di fronte al Trattato di Maastricht e ai lavori della Convenzione queste mezze bugie sono emerse in tutta la loro evidenza, provocando un’inedita crisi di fiducia fra cittadini e classi dirigenti.

Particolarmente interessante è, in tutto questo, il comportamento dei settori progressisti e illuminati dell’euroscetticismo, e ciò per tre ragioni fondamentali: a) perché esso costituisce la particolarità della Scandinavia, mentre l’euroscetticismo più nazionalista esiste e resiste ormai ovunque, anche in Italia; b) perché quelli socialdemocratici sono i partiti pro-UE e pro-euro maggiormente in difficoltà nel convincere i propri elettori, per cui sono questi elettori a essere strategici per un ipotetico nuovo corso dei paesi scandinavi; c) perché la parte più matura di questo segmento elettorale potrebbe cambiare atteggiamento se l’Unione prospettasse in modo convincente politiche di proiezione internazionale (PESC e PESD) e di promozione strategica dell’innovazione socio-economica (Metodo aperto di coordinamento di Lisbona).

L’esempio più puro e affermato di «sovranità nazionale virtuosa» è con tutta probabilità la politica estera di Olof Palme, più o meno consciamente presente anche nell’immaginario di chi, come i progressisti danesi e norvegesi, si è trovato sempre a operare in paesi membri della NATO. Non è difficile leggere questa eredità nelle frasi di Homann riportate all’inizio. E non sarà difficile, come implicava anche la dura replica di Gert Petersen, che una breve contestualizzazione storica della politica di Palme evidenzi l’irrazionalità di certe nostalgie.

La prima valutazione storica da fare è che, innanzitutto, la storia ha provato che i paesi nordici, nonostante una certa carsica inclinazione allo scandinavismo, e nonostante l’omogeneità politico-sociale ed etnico-culturale che (senza esagerare) li ha caratterizzati, non sono mai riusciti a produrre un’unitarietà di indirizzi (nella neutralità come nella proiezione economica esterna) davvero apprezzabile, e ciò a causa delle diverse priorità geopolitiche ed economiche che sempre hanno perseguito.

Altra valutazione essenziale è che la neutralità nella versione di Palme era, è vero, caratterizzata da particolare impegno «etico» sulla scena mondiale, ma essa era anche, contemporaneamente, senza dubbio una visione molto concreta dell’interesse nazionale svedese in un particolare momento storico. L’ascesa politica di Palme, infatti, avvenne in un periodo di sempre più grande ed evidente decolonizzazione, che a suo avviso creava degli spazi nuovi per un paese, come la Svezia, dotato di un modello sociale di riconosciuto prestigio, produttore di alta tecnologia preziosa per i paesi in via di sviluppo e, infine, munito di una credibilità internazionale dovuta anche al fatto che, nel corso dei decenni, politici e diplomatici come Dag Hammarskjöld in Congo e Folke Bernadotte in Palestina si erano immolati per la causa del diritto internazionale.

Mai sancita da trattati internazionali o da scelte costituzionali, la neutralità svedese in tempo di guerra era stata, in tempo di pace, piuttosto una alliansfrihet, cioè una «libertà da alleanze» come scelta politica, e in quanto tale, quindi, compatibile (anzi funzionale) rispetto a una condotta attiva e determinata per la pace, la democrazia e il diritto internazionale. Oltreché, come abbiamo detto, per l’interesse nazionale. Palme, per così dire, utilizzò al massimo questa distinzione sottile fra neutralità e alliansfrihet. Politicamente la giocò, in casa, come una particolare applicazione svedese della socialdemocrazia che mirava a mostrare nel terzo mondo una diversa versione dei sistemi occidentali. Questa opportunità da molti scandinavi (e da Palme per primo) era vista anche come offerta di un modello non sovietico, almeno in prospettiva, a quelle classi dirigenti che, uscite dal colonialismo, dovevano costruire un sistema politico per il loro paese. Inoltre, proprio la consuetudine e l’amicizia con le classi dirigenti del terzo mondo coltivata da Palme fin dai tempi in cui era dirigente delle organizzazioni studentesche di sinistra, garantì alla Svezia notevoli vantaggi commerciali. Si tratta di risultati tuttora e più che mai concreti se si pensa a come in un paese grande e oggi in rapido sviluppo come il Vietnam la Svezia conservi posizioni commerciali molto superiori al proprio peso economico effettivo. E, per quanto concerne la proiezione e il prestigio internazionale in genere, è difficile pensare, storicamente, a paesi di circa pari grandezza capaci di fare altrettanto.

Il paradigma-Palme, comunque, e questo è certo uno dei suoi limiti, ha prodotto in genere un’abitudine mentale, particolarmente fresca fra gli svedesi, che da meno tempo hanno aderito all’Unione, a pensare soprattutto al terzo mondo come oggetto degno di sforzi diplomatici e politici generosi, con grave pregiudizio di una cultura europeista «alta» e interiorizzata. Altra ragione, questa, del modo utilitarista, o almeno asfittico, in cui è stato approcciato il progetto di Unione europea.

Quella di Palme, insomma, fu una visione dell’interesse nazionale ben precisa, di grande profilo in quanto al contempo etica e utile, ma è con tutta evidenza improponibile nel contesto odierno. In sostanza, comunque, il problema può essere posto così: la Svezia, e soprattutto la Svezia di Palme, rappresenta per gli scandinavi un paradigma a cui hanno in parte aspirato anche gli altri paesi nordici. Un paradigma, in sintesi, in cui una sovranità molto accentuata, perché tale fu la alliansfrihet svedese in tempo di guerra fredda, non va vissuta come isolazionismo ed egoismo (di tipo svizzero, se ci si passa il paragone) ma come una sovranità virtuosa. Se si pensa alle motivazioni che hanno portato Adenauer, Monnet, De Gasperi, Mitterrand e Kohl a edificare quella che oggi è la UE, cioè la consapevolezza di quanto poco virtuose le rispettive sovranità nazionali, finché assolute, avevano saputo essere, si capisce meglio perché il progetto europeo manchi per molti scandinavi progressisti di vera idealità, e perché, nonostante i lampanti progressi in senso europeista compiuti dalle sinistre nordiche, permangano delle evidenti difficoltà nel convincere una proporzione dell’elettorato progressista utile a vincere i referendum sull’euro.

Ma a quali argomenti potrebbe essere sensibile l’opinione pubblica progressista di Danimarca e Svezia? Innanzitutto, è chiaro che non serve (nemmeno) a questo scopo l’ideologia federalista. Difficile, cioè, che chi ha vissuto la storia (e il mito concreto) di una sovranità nazionale forte e virtuosa si faccia convincere proprio da chi vede la virtù in tutto tranne che nella sovranità nazionale. Piuttosto, va preso atto di un fatto fondamentale: i paesi scandinavi, con l’eccezione della Finlandia (che aveva fretta di sostituire un enorme mercato di riferimento come l’URSS, il cui crollo aveva causato una crisi spaventosa) si trovano oggi in una fase in cui, oltre a un deficit di idealità, si trovano anche a di fronte, nell’approfondire la loro partecipazione all’Unione, a dubbi seri sull’utilità. Infatti, quando si dice che i referendum negativi sull’euro di Svezia e Danimarca sono anche da connettersi alla tradizione, gelosamente custodita, di welfare ampio e ramificato, si descrive una parte del problema, ma non si dice tutto. Si dimentica di aggiungere che lo Stato sociale scandinavo non è solo protezione, ma anche e soprattutto una modalità (efficace) di competizione. E ciò soprattutto da quando, negli anni Novanta, si è controbattuto all’attacco liberista degli anni Ottanta accentuando quegli aspetti del welfare destinati a sostenere e incentivare la flessibilità, l’innovazione, la riqualificazione della manodopera. Si tratta di aspetti già storicamente presenti nel modello svedese detto Rehn-Meidner, ma che sono stati poi adattati, dopo un periodo di crisi, alle virtù di bilancio e di competizione globalizzata. Questo per quanto riguarda il lato schumpeteriano della questione, e il termine non è usato a caso. La revisione schumpeteriana del welfare è proprio quanto si è verificato, sul piano scientifico e politico, nella Scandinavia degli anni Novanta, e specialmente, proprio, nei paesi nordici membri dell’UE.

Ci sono poi due altri aspetti. Il livello di servizi, ma anche di trasferimenti monetari alla maternità e all’infanzia, è un fattore decisivo per i livelli occupazionali (soprattutto femminili, ma non solo, anche gli studenti lavorano spesso, part time o provvisoriamente, in questo campo), giacché consentono alle famiglie di tutti i tipi di fare figli senza entrare in crisi, con beneficio anche dei tassi demografici. Inoltre, recentemente fa spesso notare Gösta Esping Andersen, questo sistema consente, tramite il massiccio ingresso delle donne nel mondo del lavoro, di generare un’infanzia che, potendo contare su due redditi e su genitori attivi, parte comparativamente avvantaggiata nella sua vita di apprendimento e formazione continua. Si tratta insomma di risorse di competitività, non solo di preziosa coesione sociale, confermate da quasi ogni tipo di indagine e ricerca che si compia in proposito. Una fra le più recenti, a opera del World economic forum e della Bocconi di Milano, prendeva in considerazione stime macroeconomiche pubbliche e percezioni dei manager. Ebbene: la classifica vedeva tutti i paesi scandinavi, anche l’Islanda e la più protezionista Norvegia, entro i primi nove posti, con la Finlandia al primo posto, e Svezia e Danimarca a tallonare gli USA al terzo e quarto posto. Questo, peraltro, senza che l’alta tassazione e l’altissima sindacalizzazione siano di pregiudizio, e senza che i parametri di bilancio abbiano a soffrirne.

C’è poi un’altra questione, stavolta non schumpeteriana ma keynesiana. Persson, con il fine di vincere il referendum sull’euro, aveva cercato l’appoggio aperto del sindacato LO, che invece ha potuto garantire solo la sua neutralità allorché si è visto rifiutare la richiesta dei buffertfonder. Si trattava di un sistema di accantonamenti monetari, 12 miliardi di corone annuali presi da un avanzo di bilancio che ci si sarebbe dovuti impegnare a conseguire, e utilizzabili solo per i casi in cui, a giudizio di una commissione formata da economisti di nomina sindacale e confindustriale, fosse stato necessario stimolare la domanda. Al di là del giudizio sulla proposta in sé, essa è comunque rivelatrice di una tradizione che ha sempre cercato di cogliere il nesso fra innovazione, produzioni ad alto valore aggiunto e politica della domanda, ma anche di una sostanziale diffidenza verso le rigidità presenti dei parametri di gestione monetaria della BCE. Inutile dire che un sindacato potentissimo come quello svedese sarebbe stato strategico nel convincere quella parte dell’elettorato socialdemocratico che non ha seguito le indicazioni di Persson, e che un sì della Svezia sarebbe stato poi particolarmente significativo, considerato tutto quanto detto fin qui, per poi trascinare anche la Danimarca nell’euro (e forse la Norvegia nell’Unione).

Al mito della «sovranità virtuosa», dunque, si somma ormai la concreta consapevolezza di aver costruito sistemi che competono bene, combinazione questa che, in alcune componenti sociali potenzialmente progressiste, provoca riottosità dal momento che l’integrazione monetaria conduce verso grandi paesi, afflitti sia da problemi di competitività sia da problemi di bilancio che non permetterebbero loro nemmeno di concepire, tanto per fare un esempio, una politica di crescita virtuosa come quella dei buffertfonder. La confutazione della porzione progressista, cioè più illuminata, e quindi dal voto più reversibile, dell’euroscetticismo scandinavo pare soprattutto affidata alla capacità di realizzare delle politiche di crescita innovative, più ancora che di garantire un modello istituzionale che salvaguardi gli spazi dei piccoli paesi.

Gli scandinavi potrebbero essere convinti di avere nell’Unione una nuova missione nazionale, e non solo degli interessi economici, se l’Unione svilupperà in modo consono alle particolarità sociali dei modelli europei delle politiche di innovazione fortemente basate sulla flexicurity (incrocio di welfare e flessibilità) e sulla riqualificazione delle risorse umane. Si tratta, insomma, di valorizzare e potenziare con grande determinazione il Metodo di coordinamento aperto varato a Lisbona, anche, per esempio, affidando proprio a uno scandinavo una particolare authority per l’incentivazione (cioè il cofinanziamento) delle migliori pratiche nei diversi paesi membri.

Inoltre, occorre che l’UE realizzi se stessa come Unione regionale di sovranità condivise, in cui la politica estera e comune si traduca in quella forza equilibratrice delle relazioni internazionali globali che oggi manca. Dimostrando insomma nei fatti quanto sia vuota la retorica dell’Europa-nuova superpotenza, e dimostrando che oggi l’affermazione del diritto internazionale esige un multilateralismo e una gestione armonica dei rapporti con gli USA di cui un’Unione capace di proiezione esterna è la componente essenziale.

Le maggiori forze politiche nordiche, e tra di esse soprattutto i socialdemocratici, hanno compreso che i paesi scandinavi sono oggi, per le mutate condizioni della scena internazionale e per i successi ottenuti nella nuova economia globalizzata, in grado di (e costretti a) passare da un atteggiamento di protezione dei propri modelli socioeconomici, a uno più estroverso, aperto alla reciproca fecondazione. Si tratta ora di vincere un vecchio mix scandinavo fra complesso di inferiorità e complesso di superiorità, e, cioè, di fiducia nell’efficacia delle proprie soluzioni, e di sfiducia nella propria capacità di renderle feconde per gli altri. È chiaro che per paesi relativamente piccoli proprio novità come il Metodo di coordinamento aperto e la condivisione delle sovranità costituiscono, in tal senso, delle chances che la sovranità nazionale di un tempo non avrebbe mai consentito, tantomeno in un’Europa divisa fra paesi NATO, EFTA e comunisti. Ma i retaggi storici di cui qui si è parlato implicano che l’Europa dovrà facilitare ai paesi nordici la comprensione di tutto ciò, e cioè dovrà, facendo il proprio bene, fare anche quello degli scandinavi.

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