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I volti del terrorismo islamico

Written by Aldo Torchiaro Saturday, 01 November 2003 02:00 Print

La strage di Nassiriya ha cambiato, per noi italiani, un po’ tutto. Non siamo più gli spettatori di un grande tramestìo internazionale: ne siamo parte in causa. Forse proprio per questo dobbiamo affilare, prima tra le armi, quella della ragione. E prendere la lente di ingrandimento, con maggiore attenzione rispetto a ieri, quando guardiamo a un terrorismo che pretende di muoversi come soggetto della politica.

 

«Se il nemico cerca la pace, fate altrettanto, ed abbiate fiducia in Dio»

Corano (Sura VIII, v. 61)

 

La strage di Nassiriya ha cambiato, per noi italiani, un po’ tutto. Non siamo più gli spettatori di un grande tramestìo internazionale: ne siamo parte in causa. Forse proprio per questo dobbiamo affilare, prima tra le armi, quella della ragione. E prendere la lente di ingrandimento, con maggiore attenzione rispetto a ieri, quando guardiamo a un terrorismo che pretende di muoversi come soggetto della politica.

Si ricorre al generico epiteto di «terrorista islamico» per ogni attentatore di cui si sente parlare; si evoca continuamente l’«ombra» di Al Qaeda per la quasi totalità dei terrorismi islamici. Sono due espressioni emblematiche della nebulosità del nostro tempo. Disconoscere le esatte identità in gioco significa prestare ai terroristi un passaporto per l’immunità: ed essendo la minaccia del terrorismo internazionale quella che nella maniera più diretta riguarda potenzialmente ciascuno di noi, sorprende l’approssimazione con cui sia i media che i governi affrontano il fenomeno.

Non esiste un terrorismo islamico solo ma una pluralità di terrorismi islamici. Molto diversi tra loro per matrice, cultura, finalità. Sarebbe un grave errore non sottolinearne i tratti distintivi, tanto più oggi che l’Italia stessa è vittima di un carnefice dai contorni ancora sfumati.

Intanto sarà utile accennare ad alcune tra le leve che muovono le diverse anime di quei terrorismi. Fanatismo islamico, islamismo radicale, integralismo musulmano sono sinonimi del medesimo fenomeno. Che non ha nulla a che fare con il nazionalismo laico professato, ad esempio, dal FPLP in Palestina o dal Baath in Siria o in Iraq.

Se il neo-fondamentalismo prospera ovunque è perché risponde a una domanda presente sul «mercato religioso». I grandi movimenti radicali classici – il Refah turco, il Fis algerino, la rivoluzione iraniana, l’Hezbollah libanese, Hamas in Palestina e anche una parte dei Fratelli Musulmani – sono stati nel tempo o repressi o normalizzati, e avvicinati così al potere. Essi sono divenuti, come il Refah o Hamas, più patriottici che religiosi.1 Processo circolare, che porta a identificare nei nazionalisti di ieri alcuni tra i combattenti delle guerre sante di oggi. Frutto avvelenato della mancata realizzazione di un modello di Stato islamico moderno: la delusione suscitata dai regimi autoritari nazionalisti come l’Iran, l’Iraq, l’Arabia Saudita e forse anche il Pakistan, ha finito per rendere la religione «soggettivamente più convincente» rispetto a qualunque altra motivazione politica secolare.2

Il complesso rapporto che gli arabo-musulmani hanno con la loro stessa identità è all’origine della instabilità che i loro terrorismi trasmettono al pianeta. Per alcuni, la rivendicazione territoriale è una autentica raison d’être. Per altri la umma islamica non può avere velleità nazionali definite. Per i primi il vero Islam risiede nella difesa del proprio apparato statale. Per i secondi nel suo abbattimento. Dalle domande non risposte dell’Islam del nostro tempo, e soprattutto nel suo rapporto con la modernità, come contraltare della storica identità islamica, si materializza quel culture clash che, prima di essere conflittuale con il mondo occidentale, lo è verso se stesso: «La cultura di un occidentale è pienamente in armonia con la sua civiltà, quindi la sua personalità non subisce traumi; invece le nostre difficoltà si moltiplicano quando da un lato la nostra vita, individuale e sociale, subisce in misura forte e intensa l’influenza esercitata dall’occidente, senza che noi abbiamo acquisito e fatto nostri i fondamenti della civiltà occidentale; e dall’altro lato la nostra cultura, che in tutto o in parte predomina sulla nostra anima, sul nostro cuore e sul nostro pensiero, appartiene a una civiltà il cui tempo è finito».3

I paesi arabo-musulmani, si osserva anche da parte islamica, hanno conosciuto una modernizzazione contraddittoria e incompiuta, a motivo del suo carattere tecnicista e burocratico, che non è stata accompagnata da uno sviluppo corrispettivo della società civile.

Si fa anche strada presso alcuni analisti una interpretazione «autopunitiva» secondo la quale è lo stesso Occidente che, avendo alimentato le frustrazioni e le esasperazioni del sud del mondo, ha indotto alcuni soggetti estremi a cercare una legittimazione nel confronto armato con il «nemico». Per l’islamologo francese Olivier Roy, che aderisce a questa scuola, i fondamentalisti hanno individuato nell’elemento religioso la cifra politica del loro riscatto sociale, incapaci di rivedersi nei regimi nazionali, come quelli del Maghreb, dai quali gli emigranti arabi fuggono con ogni mezzo. La religione, che qualcuno tenta di recuperare anche tardivamente, come riscoperta di sé e della propria storia collettiva, può allora diventare esaltazione, autoinvestirsi di un fervore demiurgico senza prospettiva. Ci sarebbe, in questo passaggio, la sofferta dinamica di un salto culturale incompleto, incompiuto: soprattutto nei popoli migranti, il ritorno alla religiosità ancestrale può rappresentare il rifugium peccatorum nel quale le nuove identità globalizzate possono agevolmente reinventarsi.

«La ragion d’essere più profonda dell’islamismo è il vicolo cieco nel quale si sono rinchiuse le relazioni fra i paesi occidentali – a cominciare dagli Stati Uniti – e i paesi musulmani. Il mondo arabo-musulmano intrattiene inoltre un rapporto difficile con il suo passato. Il fatto di essere l’erede di una civiltà che ha eguagliato – e talvolta superato – quella europea, gioca un ruolo considerevole nel suo immaginario. Dopo essersi iscritto alla scuola della modernità occidentale, constata di non averne ricavato ciò che sperava. Questa sensazione lo spinge a coltivare l’ideale di un impossibile ritorno alla “pura” tradizione musulmana».4 L’Islam offre ai più poveri nel contempo una compensazione, un sentimento di appartenenza collettiva e un sistema di valori condivisi. Per questo motivo l’elemento religioso e quello sociale tendono a sovrapporsi. Non può sfuggire come il terrorismo islamico jihadista si sviluppa nello stesso momento in cui l’islamismo politico continua ad accumulare fallimenti. È un processo speculare a quello che in casa sciita porta ad alternare riforme e controriforme in un ambito di continuità khomeinista.

E succede che questa reinventata ortodossia religiosa si cosparge il capo con la polvere da sparo. Le armi nel fanatismo islamico diventano parte integrante della interpretazione religiosa da loro imposta. I talebani, nella riedizione del Corano che avevano fatto stampare, avevano inserito un versetto ex post nel quale era scritto che Allah aveva dato ai suoi discepoli un kalashnikov al fine di difendere l’Islam dagli infedeli.

Il terrorismo possiede un contenuto politico solo se i suoi obiettivi politici sono realistici,5 altrimenti assume il carattere di una mera attività criminale. Dal momento che solo il futuro può giudicare se gli obiettivi sono stati o meno raggiunti, il terrorismo islamico è comunque una designazione retrospettiva. Legando lo scopo di quel terrorismo al raggiungimento dei suoi obiettivi reali si possono distinguere almeno tre tipi di attività terroristica: la guerriglia indiscriminata, la guerriglia paramilitare e il terrorismo globale.

Il primo tipo di terrorismo è ben delineato dal terrorismo palestinese, nel quale spesso l’assassino è un militante suicida, e le organizzazioni che concorrono all’arruolamento sono numerose e in lotta tra loro. L’azione mira a conquiste territoriali ex novo, e in definitiva ad acquistare una identità nazionale ancora in gestazione. Il modello della guerriglia paramilitare è invece tipico di organizzazioni clandestine assimilabili agli eserciti, operanti all’interno di una entità nazionale costituita, il cui potere si vuole rovesciare, di cui abbiamo un esempio nell’Iraq di oggi. Il terzo, il terrorismo globale, non sembra avere degli obiettivi realistici se non quello di sfruttare la vulnerabilità di sistemi complessi con ingerenze violente. In questo senso, il terrorismo globale ha probabilità minori di venire retrospettivamente riconosciuto come portatore di istanze genuinamente politiche.

Jürgen Habermas si è fatto carico di operare un discrimine evidente per questa categoria dell’azione terroristica. Scrive Habermas: «Il terrorismo globale, culminato con l’11 settembre, ha i tratti anarchici di una rivolta impotente, in quanto si rivolge contro un nemico che non può comunque essere sconfitto nel senso pragmatico del termine. L’unico effetto possibile è quello di allarmare il governo e la popolazione”.6 Al Qaeda, è ormai conosciuto, non è una singola struttura terroristica ma una sorta di «Internazionale del terrore» che ha il compito precipuo di creare tensione – siglando, rivendicando, sponsorizzando eventi terroristici antioccidentali nel mondo – ma che non indica alcuna soluzione in alternativa alla paura stessa, e assume una veste politica solo quando si colora delle tinte prese a prestito dagli altri terrorismi islamici. Cellule terroristiche locali possono aggregarsi e disaggregarsi dinamicamente dalla rete, autodefinendosi di volta in volta in modo nuovo, richiamandosi a Bin Laden solo se e quando questo conviene.

Forte della sua leggerezza, e della vacuità del suo corpus, il terzo tipo di terrorismo islamico ingloba e include facilmente gli altri due. Ma quando lo fa, non opera che un falsato sdoppiamento. Prendiamo ad esempio uno dei messaggi di Bin Laden, nel quale il portavoce del terrorismo globale difende le rivendicazioni palestinesi: compie un atto squisitamente politico, solidarizzando con la locale questione territoriale, scende nel particolare rispetto all’impianto universalistico del suo delirante disegno, ma non fa che ammantare la vaghezza del suo progetto di lotta al demone occidentale con la specificità della lotta armata, locale e unidimensionale, delle fazioni palestinesi. Quando lo stesso Bin Laden ha lanciato, in un recente videomessaggio, nuove minacce al mondo, includendo la sventurata profezia dell’Italia tra i paesi da colpire, ha sposato la causa baathista del ritorno al potere di Saddam Hussein in Iraq. Una sponsorizzazione posticcia e pasticciata, un richiamo al terrorismo del secondo tipo, alla cui buona fede non si può dare credito: Al Qaeda, ad oggi, non risulta implicata in azioni sul territorio iracheno. In Iraq agirebbe invece, stando alla ricostruzione proposta dal servizio di intelligence francese, un vasto esercito clandestino predisposto da tempo da Saddam Hussein, del quale le cellule «Feddayn Saddam» non sarebbero che le avanguardie, la punta dell’iceberg.

Affermare con certezza chi fa cosa in quel quadrante – operazione non proprio facilissima – è preliminare a qualunque ipotesi di interazione, e quindi doverosamente prioritario. Le identità dei soggetti devono essere distinte nettamente, come al microscopio fa il biologo con microrganismi diversi, al fine di isolarli, studiarne le caratteristiche e neutralizzare quelli negativi.

In una vasta produzione saggistica pubblicata sul tema del terrorismo post 11 settembre, si mette in rilievo come per la stragrande maggioranza della popolazione degli Stati Uniti – il popolo colpito direttamente dal terrorismo globale – non sia affatto evidente la distinzione tra quest’ultimo e quello di tipo rivendicativo territoriale o dall’ultranazionalismo di Saddam Hussein. Viceversa, nel rafforzamento dell’ipotesi della saldatura tra questi diversi terrorismi ha investito ogni energia il presidente George W. Bush, insistendo nell’evidenziare una commistione tra le due entità, quella del terrorismo globale di Al Qaeda, che si ispira al salafitismo, e quella del nazionalismo laico e secolare di Saddam Hussein. Le ragioni sono evidenti, occorreva manipolare l’opinione pubblica per accreditare l’impegno militare americano nell’operazione Iraqi Freedom. E infatti un sondaggio svolto meno di un anno fa negli Stati Uniti, rivelava come oltre il 70% degli intervistati si professasse convinto che gli attentati alle Twin Towers fossero stati organizzati e perpetrati da iracheni al soldo di Saddam Hussein. Un dato inesistente, per nulla corrispondente alla realtà: nessun iracheno è risultato implicato negli attentati rivendicati da Al Qaeda. Una sfasatura dovuta ai media, ha replicato qualcuno.

Chi e perché specula su un tema così delicato come la lotta al terrorismo? Intanto lo fa chi tende a generalizzare le posizioni dell’altro, secondo la logica per cui, amplificando l’entità avversaria, si riceve la spinta necessaria a giganteggiare. Mistifica chi tende ad appropriarsi del concetto di bene universale per affibbiare al nemico il marchio del male. E lo fa perché trae da questa demonizzazione una forza, un potere, una legittimazione del tutto proditoria. Ma è in gioco una posta alta, quale l’individuazione delle cause dei terrorismi, e la mistificazione dovrebbe cedere il campo a un approccio più pragmatico ai soggetti in causa.

Il terrorismo palestinese offre un esempio eloquente di come la stessa causa venga affrontata sotto politiche diverse, e di come la trattativa tra le parti risulti inficiata proprio dalla assenza di un interlocutore in grado di riassumere in una voce unica e autorevole le varie anime di quel territorio. Le brigate dei martiri di Al Aqsa, la Jihad Islamica, Hamas, i Comitati per la liberazione della Palestina, il FPLP, Tanzim e Forza 17 non hanno altro punto in comune che la rivendicazione della assoluta titolarità palestinese sul territorio della Cisgiordania e della striscia di Gaza. Benché quella situazione costituisca indubbiamente un forte elemento di tensione regionale per il Medio Oriente, non si può certo ricondurre a essa l’intera responsabilità delle lacerazioni tra culture, e quelle intestine allo stesso Islam, di cui ho accennato. Commettono quindi una grave leggerezza quei pronunciamenti, non estranei neanche alle diplomazie più attente, che indicano come «Gran parte dei mali della nostra epoca nascono oggi in Terra Santa».7 Così come non rendono vera giustizia ai militari italiani deceduti con la strage di Nassiriya quelle omelie, ascoltate più volte in quei giorni, le quali ripetono che «lo stesso terrorismo che ha colpito le torri gemelle ha colpito l’Italia in terra irachena».8

Si possono certamente accomunare la follia della violenza e quella della cultura di morte che porta i kamikaze al gesto insensato di far esplodere se stessi e il proprio veicolo, sia esso un camion o un aereo, contro l’obiettivo avversario. Ma, retorica a parte, permane il dovere di distinzione tra le matrici terroristiche. In assenza di nuovi elementi, gli esplosivi degli shaìd secolari e jihadisti hanno provenienze diverse e obiettivi del tutto contrastanti. È mantenendo chiare le distinzioni, e avendo una obbligatoria prudenza nelle conclusioni, che rendiamo credibili le nostre indagini, le nostre accuse e le nostre condanne. In Iraq il nervo scoperto non è la supposta penetrazione di Al Qaeda, come qualcuno ha iniziato a sostenere con gratuità, ma gli errori che hanno portato a sottovalutare la struttura sotterranea dei guerriglieri di Saddam Hussein, la confusione politica e amministrativa che ha contrassegnato il governo provvisorio e la conseguente alimentazione di un rinnovato vigore nostalgico per decine di migliaia di nuovi fiancheggiatori dei terroristi saddamiti.

L’Iraq è diventato terra di tutti e di nessuno, e forse proprio per questo possiamo escludere che Al Qaeda possa investire su una sua ingerenza diretta in questa fase magmatica. Rispetto al conflitto tra Israele e Palestina, così come nell’Iraq di oggi, il convitato di pietra, quel Bin Laden sempre presente nei nostri incubi, potrebbe in realtà essere rimasto fuori dalla mischia. Intento a colpire dove le maglie dell’attenzione internazionale lasciano sguarniti i potenziali obiettivi, e sempre più concentrato sull’Arabia Saudita, croce e delizia dello sceicco del terrore che aspira a farne un nuovo Afganisthan.

Di Saddam Hussein sappiamo che sta bene ed è saldamente alla testa della sua organizzazione clandestina. Lo stesso Raìs non fa mistero del suo coinvolgimento in prima persona, parla frequentemente attraverso nastri, videocassette, appunti, missive. Dice di seguire personalmente «l’organizzazione della resistenza», incoraggiando i suoi sostenitori a intensificare gli attacchi. E sembra ottenere soddisfazione in maniera consequenziale a ciascun input. Bin Laden e il suo assistente, Aymane Al-Zawahri, che non lesinano messaggi in cui ribadiscono di guardare con benevolenza alla vicenda irachena, non si sono mai fatti carico personalmente di rivendicare ad Al Qaeda alcuna azione in Iraq. «Bandiera bianca», la «Gioventù Islamica» e altre sigle sconosciute, e dai nomi persino coloriti, hanno invece iniziato a sgomitare per richiamare l’attenzione, con l’invio di messaggi di posta elettronica, nei quali i sedicenti gruppi aderenti ad Al Qaeda ammetterebbero la responsabilità di alcuni attentati, tra cui quello costato la vita a diciannove italiani. Stando ai precedenti, Al Qaeda ha sempre teso a rivendicare la paternità delle proprie iniziative in altro modo, con dichiarazioni solenni dello sceicco saudita Bin Laden. Proprio laddove, come nei casi della strage di Nassiryia e delle sinagoghe di Istanbul, misteriose sigle cercano di richiamare su se stesse l’attenzione, abbiamo il dovere di vagliare con molta vigile prudenza l’apoditticità di tali affermazioni. E quindi non possiamo che prendere atto di come, basandoci sui fatti a oggi accertati, non possiamo ipotizzare alcuna saldatura tra le due anime del terrorismo islamico, quella nazionalista che in Iraq va sotto il nome di baathismo e quella jihadista dell’arcipelago di Al Qaeda. Sono al momento circa cinquemila i prigionieri politici arrestati dagli americani e sospettati di attività terroristiche in Iraq. Tra loro c’è un solo jihadista. L’autore di un fallito attentato contro una delle cinque caserme della polizia a Baghdad, arrestato il 27 ottobre, e si tratta di un cittadino yemenita entrato in terra irachena con passaporto siriano. Un altro «siriano» era stato in realtà arrestato il 23 ottobre, ma si tratterebbe in quel caso di un sostenitore iracheno di Saddam Hussein coperto da un falso passaporto.

Tanto è bastato per far gridare al signor Jalal Al-Machta, direttore del quotidiano iracheno «Al-Nahda», che secondo sue fonti ci sarebbero quattromilacinquecento jihadisti stranieri presenti in Iraq al soldo di Al Qaeda. Interrogato sulla composizione di questa brigata islamica, avrebbe parlato di una preponderanza di terroristi siriani e palestinesi inviati da quei paesi per affiancare la guerriglia. Questo sarebbe un fatto davvero curioso. Al Qaeda nella regione conta sulle roccaforti che ha in Pakistan ed in Arabia Saudita. Difficilmente attingerebbe dalle due popolazioni chiamate in causa, e altresì difficilmente la stessa situazione della Palestina consentirebbe a migliaia di aspiranti kamikaze di prendere la via di Baghdad per dedicarsi ad una sorta di «turismo del terrore». Il quotidiano «Al-Nahda» viene smentito infatti anche da quella che appare una fonte tristemente ben informata. Un Imam sunnita radicalmente antiamericano dichiara a «Le Monde» che «la vera resistenza è unicamente musulmana e irachena. E non ammette tra le sue fila alcuno straniero, anche per evitare il pericolo di infiltrazione di agenti segreti giordani, siriani o sauditi».9 Il Raìs di Baghdad, grande esperto di intelligence, non avrebbe mai acconsentito a unire le forze impiegate nel suo progetto con quelle incontrollabili dello spontaneismo terroristico jihadista, aventi per fine di imporre la sharia in casa sua, e quindi di impedire per sempre la restaurazione del suo potere.

Benché a Washington sarebbe graditissima la prova del contrario, e cioè l’individuazione di un trait-d’union tra Saddam e Bin Laden, l’onestà intellettuale di alcuni alti ufficiali tiene fermo il punto. «I volontari stranieri rappresentano una debole, debolissima percentuale degli attivisti» secondo il generale Raymond Odierno, comandante della IV divisione di fanteria dell’esercito americano di stanza a Tikrit. Egli sostiene che «I veri attori di questa ripresa del terrorismo sono i lealisti dell’ancien régime, che beneficiano anche delle cattive informazioni circolanti al riguardo dei presunti gruppi di Al Qaeda».10 Un altro elemento da non sottovalutare: la strategia della disinformazione. Se la tattica del «confondili e vincili» vale ancora, Saddam Hussein può contare su un buon margine di vantaggio. D’altronde non il solo. Il subesercito di Saddam paga bene, in tempi di crisi come questi in Iraq non ci vuole molto ad arruolare truppe sempre nuove. Premi speciali sono messi a disposizione di chi porta a segno un attentato terroristico, a seconda dell’entità dell’obiettivo colpito e del numero di nemici uccisi. Il comandante in capo delle forze americane in Iraq, il generale Ricardo Sanchez, non cita per nome il deposto dittatore iracheno, il cui fantasma traspare però dalle sue parole quando dice che «il nemico si è evoluto, è oggi un po’ più omicida, un po’ più complesso, un po’ più sofisticato e, in certi casi, un po’ più testardo».

La testardaggine appartiene a chi proprio non vuole accettare il verdetto della storia. A questo tentativo di restaurazione, ben diverso dalle ambizioni della Jihad islamica, si oppongono oggi le forze di occupazione occidentali in Iraq. Devono farlo minando alla base il terreno sul quale si rigenera l’immagine rediviva del dittatore. E separando con maggiore chiarezza le diverse sfere della geopolitica: il processo di pace tra Israele e Palestina è una cosa, il nation building del nuovo Iraq è un’altra, il terrorismo globale dell’inafferrabile Bin Laden altra cosa ancora.

Cambiando l’ordine dei fattori, in geopolitica, il risultato cambia, eccome. Il risultato del sondaggio europeo che indica Israele quale causa dell’instabilità planetaria è frutto di questo malinteso. Quella contro i terrorismi islamici è una guerra mondiale in cui vince chi ha più informazioni sull’altro.

 

 

 

Bibliografia

1 O. Roy, Au pied de la lettre, in «Manière de voir», 64/2002, pp. 31-32.

2 G. Borradori., J. Habermas, J. Derrida, Filosofia del terrore, 2003, Laterza, Bari, p. 62.

3 M. Khatami, Religione, libertà e democrazia, Laterza, Bari 1999, p. 14.

4 A. de Benoist, 11 settembre 2001, in F. Cardini (a cura di), La Paura, Laterza, Bari 2002, p. 91.

5 Per realistici si intendono quelli ritenuti razionalmente realizzabili entro un margine di tempo definito.

6 Roy, op.cit, pag. 39.

7 Discorso ai fedeli per l’Angelus di Karol Woityla a Piazza San Pietro del 16 novembre 2003.

8 Discorso alla comunità italiana di New York del presidente della Repubblica Ciampi del 15 novembre 2003.

9 M. Naim e S. Shihab, Les responsables des attentats, in «Le Monde», 14 novembre 2003.

10 Dichiarazione del generale Raymond Odierno riportata dal «Washington Post» il 14 novembre 2003.

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