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Sidney Blumenthal e il fantasma di Bill Clinton

Written by Amy Rosenthal Saturday, 01 November 2003 02:00 Print
 
Eminente giornalista, Sidney Blumenthal ha ricoperto l’incarico di assistente e primo consulente del presidente Clinton dall’agosto 1997 al gennaio 2001. Nel suo recente libro, a metà tra autobiografia e storia, intitolato «The Clinton Wars» ha descritto gli anni dei suoi incontri con Bill Clinton e il lavoro al suo fianco. Oltre a esserne il cronista, è anche il più importante avvocato di un’era che fa ormai parte del passato: quella di un Partito democratico giovane e progressista, che nel 1992 vinse le elezioni all’insegna dello slogan «Happy days are here again» (i giorni felici stanno tornando).

 

 

Eminente giornalista, Sidney Blumenthal ha ricoperto l’incarico di assistente e primo consulente del presidente Clinton dall’agosto 1997 al gennaio 2001. Nel suo recente libro, a metà tra autobiografia e storia, intitolato «The Clinton Wars» ha descritto gli anni dei suoi incontri con Bill Clinton e il lavoro al suo fianco.1 Oltre a esserne il cronista, è anche il più importante avvocato di un’era che fa ormai parte del passato: quella di un Partito democratico giovane e progressista, che nel 1992 vinse le elezioni all’insegna dello slogan «Happy days are here again» (i giorni felici stanno tornando). Nel decennio della presidenza di Clinton, l’America registrò tassi elevati di crescita e riuscì a eliminare l’imponente deficit di bilancio accumulato sotto Reagan e Bush senior. Bill Clinton diede spazio a numerose iniziative nel segno della terza via, suscitando, nel contesto mondiale del dopo 1989, un dialogo internazionale fondato su ideali progressisti. Con l’avvento del presidente George W. Bush tutto questo è stato azzerato. Ma se l’eredità di Clinton ha continuato a vivere e a valorizzarsi, è indubbiamente anche grazie all’opera di Sidney Blumenthal: un attore di primo piano delle vicende di quel periodo, che sono tuttora oggetto di studio, ma di cui nessuno meglio di lui può dare testimonianza.

Nel corso di un’intervista esclusiva concessa da Sidney Blumenthal a «Italianieuropei», abbiamo chiesto la sua opinione su Bill Clinton, George W. Bush e il suo governo, l’11 settembre, la guerra in Iraq e la politica internazionale. Ora più che mai, in vista delle elezioni presidenziali americane del 2004, queste tematiche si impongono all’attenzione. Abbiamo chiesto a Blumenthal quali sono, a suo parere, i temi cruciali sui quali il Partito democratico dovrebbe puntare per sconfiggere Bush e i neoconservatori. Nell’intervista si delinea infine una connessione tra il centrosinistra italiano e i democratici USA, e in particolare la comune esigenza di combattere una forte concentrazione di potere in mano agli attuali leader e di puntare sempre più su una prospettiva di collaborazione internazionale. Queste idee conservano tutta la loro vitalità e corrispondono alle istanze di un’ampia percentuale dell’elettorato italiano come di quello statunitense.

 

Perché, a suo parere, la destra repubblicana insiste nell’accusare l’Amministrazione Clinton di essere stata troppo morbida verso il terrorismo?

Posso solo rispondere che l’odio verso Clinton è oramai il tema principale, il pezzo forte della politica della destra e del Partito repubblicano. Per loro, prendersela con Clinton è un modo per mobilitare la base evitando di dar conto dell’operato dell’Amministrazione Bush e del Congresso controllato dai repubblicani. Ma di fatto, i traumatici eventi dell’11 settembre 2001 si sono verificati sotto gli occhi di Bush, che all’epoca era presidente già da nove mesi. Nel periodo del suo insediamento, i responsabili della sicurezza nazionale dell’Amministrazione uscente trasmisero ampie informazioni ai loro successori e al vicepresidente Dick Cheney, nel corso di una serie di tre incontri. Ma i nuovi arrivati sottovalutarono il problema, declassandolo insieme ad altre tematiche che erano state al centro dell’attenzione del governo Clinton. Difatti, il governo Bush ha invertito la rotta anche sul Medio Oriente: il processo di pace è stato totalmente abbandonato, così come i colloqui con la Corea del Nord sulla proliferazione nucleare. Quanto al terrorismo, l’intera questione è stata affidata a un Comitato: un modo per evitare di occuparsene. Bush ha ignorato le proteste e i pressanti avvertimenti di Richard Clark, capo dell’antiterrorismo presso il National Security Council (un organismo, sia detto per inciso, creato dal Bill Clinton). Attualmente, le lacune e gli errori che hanno consentito il verificarsi degli eventi dell’11 settembre sono allo studio di una commissione nazionale bipartisan presieduta da un repubblicano, Tom Kean, governatore del New Jersey. Ma l’Amministrazione Bush osteggia questa commissione e rifiuta di trasmetterle la documentazione richiesta. A mio parere, questo atteggiamento si spiega con il fatto che quei documenti dimostrano non solo le negligenze e gli errori dell’intelligence (e in particolare dell’FBI), ma anche quelli dell’Amministrazione Bush e dello stesso presidente.

 

Due candidati democratici, Wesley Clark e Howard Dean, sostengono che Bush abbia strumentalizzato il terrorismo e gli attacchi dell’11 settembre per giustificare la guerra in Iraq, e più in generale tutta la sua agenda politica. A suo parere, si tratta solo di retorica da campagna elettorale o ritiene invece che Bush abbia veramente usato l’11 settembre a proprio vantaggio?

Nella sua corsa alla guerra contro l’Iraq, l’Amministrazione Bush ha fatto ogni sforzo per creare l’impressione, del tutto ingannevole, che esistesse un collegamento tra Saddam e Al Qaeda, e che dietro gli eventi dell’11 settembre ci fosse la mano di entrambi. Di fatto, è stata questa la ragione principale del sostegno dato dall’opinione pubblica americana alla guerra in Iraq. La maggioranza degli americani ha effettivamente creduto a una responsabilità di Saddam nell’attacco alle torri gemelle: un’idea del tutto infondata, che è stata in qualche modo istillata nella popolazione americana. In quale modo? Attraverso un’intensa azione di propaganda interna condotta dall’Amministrazione Bush.

 

Ma la decisione di attaccare l’Iraq era già stata presa prima dell’11 settembre? È vero che fin dai tempi di Clinton questo paese era considerato come uno dei maggiori problemi di sicurezza?

Sì, c’era il grave problema delle armi di distruzione di massa, della necessità di contenere Saddam e la sua capacità di usarle. Nel dicembre 1998 lanciammo con i britannici l’operazione «Volpe nel deserto»: una campagna di bombardamenti di tre giorni contro le strutture che, in base alle nostre informazioni, contenevano armi di distruzione di massa, o gli elementi per la loro fabbricazione. All’epoca, Saddam non consentì l’accesso agli ispettori dell’ONU e respinse tutti gli sforzi delle Nazioni Unite per avviare una collaborazione. Clinton gli diede un preavviso di un mese (un lasso di tempo ragionevole) prima di decidere l’attacco. In altri termini, è vero che da tempo Saddam costituiva un problema serio. Peraltro, assai prima dell’elezione di Bush, molti dei neoconservatori che oggi occupano posizioni di potere nell’Amministrazione, ad esempio il vice-segretario alla difesa Paul Wolfowitz, postulavano il rovesciamento del dittatore iracheno. Molto tempo prima dell’11 settembre 2001, preconizzavano l’idea di imporre un cambio di regime in Iraq nell’ambito di un gruppo denominato «The project for the new american century» (Progetto per il nuovo secolo americano). In un suo documento interno, questo gruppo constatava con rammarico la difficoltà di convincere il paese a lanciarsi in una guerra per raggiungere un obiettivo del genere, a meno di un forte trauma esterno. Ed ecco verificarsi il trauma, l’11 settembre: l’evento che fornì il pretesto per la guerra all’Iraq. Fin dai giorni immediatamente successivi, Rumsfeld lanciò l’idea di colpire senza indugio l’Iraq, ma prevalsero le pressioni del segretario di Stato Colin Powell, che riteneva prioritario un attacco contro l’Afghanistan.

 

In genere sono contraria alle domande che iniziano con un se, ma non posso fare a meno di chiederle: a suo parere, avremmo subito l’attacco dell’11 settembre se alla Casa Bianca ci fosse stato Al Gore?

Difficile a dirsi. L’FBI funziona male e ha trascurato di trasmettere informazioni di importanza cruciale, che avrebbero potuto permettere di evitarlo. Al Gore era certamente molto più attento ai problemi di questo tipo e, se quelle informazioni fossero arrivate in porto, avrebbe forse cercato di sollecitare uno sforzo di prevenzione più mirato. Certo, sotto l’Amministrazione Bush la negligenza ha raggiunto il colmo!

 

Quale degli attuali candidati democratici alla presidenza ha maggiori possibilità di sconfiggere Bush nel 2004?

Non mi schiero con nessun candidato. Sono un democratico, e sosterrò il candidato del mio partito. A mio parere, la campagna dovrebbe essere condotta chiedendo conto a Bush della sua politica e delle conseguenze che ne derivano: lo ritengo vulnerabile in questo senso.

 

Perché il Democratic Leadership Council si è spostato a sinistra? E come mai il concetto di sinistra spaventa gli americani, tanto che negli USA quest’etichetta è vista come una sorta di suicidio politico?

Io non la penso così. A mio parere, in questo momento il paese è profondamente diviso, e la spaccatura si approfondisce ogni giorno di più. L’America sta diventando a un tempo più liberale e più conservatrice. Sono certo che se Bush sarà rieletto per altri quattro anni e avrà modo di sviluppare ulteriormente i suoi programmi, il paese reagirà contro di lui e contro la destra. Al punto in cui siamo, il suo programma politico non ha ancora avuto piena attuazione; e per ora la popolazione non si rende pienamente conto di dove potrebbe condurci se questo governo avesse altri quattro anni di tempo. In altri termini, oggi la crisi non è ancora arrivata al grado di intensa conflittualità che rischia di raggiungere.

 

Per l’economista Paul Krugman, l’Amministrazione Bush è «radicalmente di destra». Non crede che i democratici avrebbero tutto da guadagnare a presentarsi come moderati o «conservatori con la c minuscola»?

Non attribuisco molto peso a queste etichette. A mio parere è importante far comprendere che la posizione dei democratici coincide in pieno con il solco della grande tradizione americana; ed è questa tradizione a subire oggi l’assalto dell’Amministrazione Bush e della destra: un assalto sistematico e a tutto campo. Questa destra non crede in nessun tipo di regole, che si tratti dei rapporti internazionali o della politica interna. 

 

In base alla sua esperienza personale nel periodo dell’inchiesta di Kenneth Starr, e a fronte della tattica adottata dall’Amministrazione Bush dopo l’11 settembre, ritiene che l’America sia tuttora una terra di libertà?

È una lotta costante. E grazie a questa lotta, in America esistono tuttora le libertà di cui godiamo e che dobbiamo preservare ed estendere.

 

Nel suo libro «The Clinton Wars», lei ha descritto la vasta pubblicità data a uno pseudo-scandalo e il modo in cui «una serie di false accuse sono state utilizzate contro un avversario politico, giocando sul gusto del vizio dei mass media». Ma il pubblico statunitense è tanto ingenuo da abboccare a questo genere di pseudo-scandali?

L’opinione pubblica americana ha sostenuto Clinton durante tutta questa vicenda, contro l’irrazionalità di una parte delle élite, compresa quella mediatica, e ovviamente contro l’establishment e il Congresso dominati dai repubblicani. La gente ha visto questo pseudo-scandalo per quello che era: non solo falso, ma soprattutto irrilevante ai fini delle condizioni di vita della popolazione e di tutti i problemi che la toccano da vicino.

 

Qual è la sua opinione su Silvio Berlusconi?

Conosco Silvio Berlusconi e lo considero il più sgradevole tra i leader europei. Il suo conflitto di interessi è un esempio inquietante di ciò che la concentrazione della proprietà in questo campo può comportare per un paese, e di come il potere mediatico può essere usato come una leva ai fini del potere politico. Il caso italiano è forse premonitore di problemi anche più gravi che potrebbero sorgere altrove, se l’esempio di Berlusconi facesse scuola.

 

Qual è oggi il rapporto tra la sinistra italiana e il Partito democratico USA? Si può tracciare un parallelo tra loro, o dire che sono nella stessa barca?

La sinistra italiana è molto più divisa, più scissionista, e perennemente confrontata con il problema di riformare se stessa. Ma c’è una cosa che l’accomuna ai democratici USA: la necessità di affrontare lo stesso tipo di ostacoli politici, e in particolare la concentrazione del potere e l’insipienza di uno Stato-azienda in via di formazione, a opera delle destre e di leader quali Bush e Berlusconi, candidati alla rielezione. Inoltre, gli uni e gli altri sono chiamati a portare avanti una prospettiva internazionalista, in un periodo in cui l’unilateralismo di Bush ha squassato l’alleanza occidentale. Questo è stato uno degli eventi più dannosi del nostro tempo, con conseguenze di vasta portata; ma Berlusconi, nella sua infatuazione per la forza e il potere, è tanto sconsiderato da favorirlo.

 

Sul Partito democratico aleggia il fantasma di Bill Clinton?

A mio parere, la sua eredità è un fattore importante nella politica di oggi. Innanzitutto, i risultati che ha ottenuto sono un parametro su cui misurare quelli di Bush. E non soltanto sul piano del progresso interno conseguito in quegli anni – a fronte del regresso dell’attuale Amministrazione – ma anche nell’arena internazionale, dove Clinton aveva contribuito a creare, dopo la fine della guerra fredda, un nuovo internazionalismo. Anche questo risultato è stato vanificato da Bush. Per i democratici, il riferimento all’operato di Clinton sta diventando un elemento politico importante. E ritengo che se saranno in grado di farne buon uso, potranno accrescere il loro peso politico.

 

Ma perché i democratici trovano così difficile aggregarsi su questi punti?

È veramente arduo, perché Bush sta manipolando i temi della sicurezza nazionale per tacciare i democratici di scarso patriottismo. Ed è difficile anche perché Bush ha raccolto, per la campagna elettorale del 2004, una provvista di denaro gigantesca, senza precedenti nella storia, dell’ordine di oltre 250 milioni di dollari. Altra difficoltà: le intimidazioni dei repubblicani nei confronti dei media. Recentemente il Comitato nazionale repubblicano ha intimato a un’emittente indipendente quale la CBS di non mandare in onda un telefilm sulla famiglia Reagan, perché in quel filmato l’ex presidente non figura come un santo da canonizzare. Di fatto, i democratici devono affrontare ostacoli imponenti.

 

Cosa prevede riguardo all’Iraq?

Stiamo tutti pagando un prezzo, non solo per la diplomazia controproducente che ha condotto alla guerra, ma per l’incapacità dell’Amministrazione Bush di prevedere gli sviluppi postbellici in Iraq. Bush e la sua Amministrazione hanno rifiutato di prendere atto delle segnalazioni molto chiare, fornite dalla CIA e dal dipartimento di Stato, su ciò che sarebbe accaduto e sulle esigenze della ricostruzione. Avevano idee del tutto diverse, ma nessuna delle loro previsioni si è avverata. La loro politica era costruita su una serie di fandonie e mistificazioni per le quali oggi stiamo pagando tutti un prezzo molto elevato; e in particolare gli uomini e le donne che prestano servizio nell’esercito USA. Ovviamente, Bush rifiuta di riconoscere questi errori, e si agita disperatamente per cercare in qualche modo di ricostruire la sua ricostruzione. Non si riesce ancora a vedere se possieda o meno la lucidità e l’abilità necessarie per riuscire in quest’intento. Ma è chiaro che oramai, nel contesto in cui si muove, si è alienato l’appoggio della comunità internazionale e di quasi tutti i nostri alleati, i quali non si assumeranno alcun ruolo, mentre il loro contributo sarebbe essenziale per arrivare a una soluzione. Il mondo, e l’America in particolare, sta pagando un altissimo prezzo per gli errori di Bush. E quando lo sento proclamare: «Il fallimento non fa parte delle nostre opzioni», io dico: «Ma è proprio questa l’opzione che si profila».

 

Per l’America, l’Iraq è un secondo Vietnam?

No: l’Iraq è l’Iraq. Oggi questo paese ha più analogie con il proprio passato che con il Vietnam. Ma una cosa accomuna l’Iraq al Vietnam: il tessuto di menzogne costruito da un governo per perseguire una politica che si sta dimostrando fallimentare.

 

 

 

Bibliografia

1 S. Blumenthal, The Clinton Wars, Farrar, Straus&Giroux, 2003.

 

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