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Ad est del PSE. Il socialismo europeo dopo l'allargamento

Written by Marco Piantini Saturday, 01 November 2003 02:00 Print

Il dibattito sulla futura collocazione in Europa della cosiddetta lista unitaria del centrosinistra si svolge mentre il Parlamento europeo si appresta a mutare la propria configurazione con l’allargamento a dieci nuovi paesi membri. Le famiglie politiche al Parlamento europeo dopo le elezioni del 2004 vivranno infatti nuovi scenari e nuove dinamiche con dieci delegazioni nazionali in più, senza parlare della preparazione all’arrivo di Romania e Bulgaria e probabilmente anche della Croazia in un futuro assai prossimo.

 

Il dibattito sulla futura collocazione in Europa della cosiddetta lista unitaria del centrosinistra si svolge mentre il Parlamento europeo si appresta a mutare la propria configurazione con l’allargamento a dieci nuovi paesi membri. Le famiglie politiche al Parlamento europeo dopo le elezioni del 2004 vivranno infatti nuovi scenari e nuove dinamiche con dieci delegazioni nazionali in più, senza parlare della preparazione all’arrivo di Romania e Bulgaria e probabilmente anche della Croazia in un futuro assai prossimo.

In primo luogo, occorre richiamare un dato essenziale: il regolamento del Parlamento che entrerà in vigore dal 1 luglio 2004 prevede (art.29) che un gruppo potrà essere costituito da un minimo di 16 deputati, provenienti da almeno un quinto dei paesi membri.

In secondo luogo, con l’allargamento muterà il peso specifico delle delegazioni nazionali all’interno dei diversi gruppi. Quelle medie e medio piccole si troveranno a «competere» o almeno interagire con eurodeputati di un paese «grande» come la Polonia, di paesi «medio grandi» come Repubblica Ceca e Ungheria, e di molte nuove piccole delegazioni nazionali.

Queste e altre trasformazioni incideranno inevitabilmente sugli orientamenti complessivi della famiglia socialista europea e sulle sue capacità di attrarre nuove forze e nuovi soggetti politici. Il Trattato di Nizza impone una riduzione del numero degli attuali eurodeputati di ogni paese membro eccetto della Germania (e del Lussemburgo). Non è difficile prevedere una crescita del ruolo centrale dei tedeschi all’interno delle due grandi famiglie del PPE e del PSE. I tedeschi probabilmente non resteranno soltanto la componente numericamente più forte di PPE e PSE, ma continueranno a essere, anche per motivi storico culturali, degli interlocutori fondamentali per diversi partiti dell’Europa centrale e orientale. Questo non riduce ovviamente la possibilità di altre dinamiche all’interno di PSE e PPE. Anzi, l’accrescere del numero di delegazioni nazionali potrebbe in qualche misura favorire anche meccanismi di ulteriore integrazione all’interno dei gruppi parlamentari. Del resto i gruppi parlamentari già oggi di fatto costituiscono l’esperienza più avanzata di integrazione nelle famiglie politiche europee. L’alternativa a una maggiore integrazione sarebbe infatti quella di una caduta sempre più frequente in chiusure nazionali all’interno dei gruppi, con un complessivo rallentamento delle capacità di scelta e di orientamento degli stessi gruppi all’interno del Parlamento europeo.

In generale cambieranno alcuni equilibri, con risultati che sono ancora da scoprire. È interessante notare come il gruppo socialista abbia appena riveduto il proprio regolamento, svincolando le cariche dei vice presidenti del gruppo dall’appartenenza alle delegazioni nazionali e rafforzando l’elezione diretta del presidente da parte dei membri del gruppo. La carica di presidente del gruppo è svincolata inoltre dal pacchetto di negoziazioni che si svolge a inizio legislatura tra i diversi partiti membri del PSE su varie nomine (tra cui quella relativa alla presidenza del PSE). L’idea di fondo del nuovo regolamento del gruppo è quella di favorire l’elezione di personalità riconosciute dall’insieme del gruppo stesso piuttosto che candidature anche prestigiose provenienti però da accordi esterni al gruppo.

La famiglia socialista europea ha festeggiato di recente i cinquanta anni del suo gruppo parlamentare, nato nel 1953. Ricordo qui che il gruppo parlamentare si chiama ufficialmente gruppo del Partito del socialismo europeo. Meno attenzione ha avuto il decennale del PSE nel 2002. Prima del PSE esisteva la Confederazione dei partiti socialisti europei, creata nel 1974.

Dalla sua nascita in seguito all’entrata in vigore del Trattato di Maastricht, il PSE si è sviluppato non come «partito» secondo i canoni conosciuti dei partiti nazionali ma come rete e forma organizzativa sui generis. Questa rete purtroppo non ha svolto funzioni di mobilitazione dei cittadini intorno a temi europei. Al contrario ha spesso mostrato una debole capacità propositiva su vari temi, in particolare su quelli istituzionali. Su questi ultimi ha talvolta pesato negativamente la diversità delle sensibilità interne al PSE, anche se è innegabile che mentre all’interno del PPE sono venute crescendo divergenze di fondo sul modello istituzionale e su come interpretare lo sviluppo dell’Unione, nel PSE si sono delineate piuttosto delle convergenze. La realtà del PSE ha riflettuto quella di una rete di partiti con una loro forte fisionomia e tradizione storico-politica, confluiti nel PSE in seguito a un percorso non improvvisato ma segnato dal rapporto con l’Internazionale socialista e con l’adesione alla Comunità europea. In sede di Convenzione il PSE ha seguito un lavoro di coordinamento molto intenso, guidato da Giuliano Amato. Tale lavoro ha portato alcuni risultati importanti, ad esempio la nomina dei portavoce della famiglia socialista e l’elaborazione di documenti comuni, ma anche l’approfondimento di punti centrali del dibattito istituzionale in corso, sulla base delle priorità individuate dal PSE come temi fondamentali da inserire nel progetto di Costituzione.

Se il PSE non ha saputo agire con forza attiva e riconosciuta verso la società civile europea, esso ha tuttavia giocato un ruolo importante come motore inclusivo dei partiti socialdemocratici delle nuove democrazie uscite dal crollo del Muro di Berlino. Allo stesso tempo il PSE ha funzionato come coordinamento su alcuni temi strategici e come centro di scambio di informazioni tra i partiti membri. Per quanto talvolta la circolazione di idee e di esperienze sia rimasta troppo limitata a livello di parti dei gruppi dirigenti, dei leader o dipartimenti esteri, tale opera di coordinamento e informazione non è da sottovalutare specialmente in una ottica di valutazione di lungo periodo.

Gli anni Novanta hanno visto un ciclo di vittorie dei socialisti europei che si è aperto con la vittoria dell’Ulivo nel 1996 ed è culminato con ben 13 governi su 15 nell’Unione a partecipazione socialista. Ma non solo. Nel corso di questo decennio è emerso un nuovo, ampio gruppo dirigente socialista, con esponenti di spicco come Antonio Guterres, Lionel Jospin, Tony Blair, Gerhard Schroeder, Massimo D’Alema e Walter Veltroni, che ha senza dubbio contribuito a rilanciare i socialisti europei, rovesciando le maggioranze all’interno del Consiglio europeo e quindi al livello di indirizzo politico dell’Unione. È inevitabile che le esperienze di governo dei socialisti europei abbiano anche trovato grande attenzione e fatto da riferimento alle esperienze dei nuovi partiti socialdemocratici dei paesi candidati, che in questi anni hanno affrontato le difficoltà delle transizioni verso l’economia di mercato e la democrazia. Possono essere considerati esempi di successo del coordinamento socialista i modi con cui il PSE ha accompagnato e aiutato lo sviluppo, con numerose riunioni informali e gruppi di lavoro, del cosiddetto «processo di Lisbona». La strategia di Lisbona ha rappresentato forse il segno più visibile di una idea condivisa di governo in Europa da parte dei socialisti europei. Essa ha ispirato linee di azioni per l’innovazione e la competitività, per la crescita e l’occupazione, a seguito in particolare del vertice di Lussemburgo sull’occupazione nel 1997. Uguale contributo è stato dato al «processo di Bologna», per la realizzazione di uno spazio europeo del sapere, segnato dalla mobilità universitaria e dal pieno riconoscimento dei titoli di studio.

Tale azione di sostegno da parte del PSE si è svolta soprattutto tramite riunoni informali dei socialisti europei alla vigilia dei Consigli dei ministri europei, sia dei vertici dei capi di governo e di Stato, sia e forse ancora più produttivamente, dei Consigli ministeriali di settore. In tali occasioni la partecipazione del gruppo parlamentare spesso ha rappresentato un valore aggiunto in termini di elaborazioni comuni sul piano europeo, oltre ai singoli contributi nazionali. Il PSE non è riuscito ancora a formulare una sistematica elaborazione politica condivisa da tutti i partiti membri, sia al governo che all’opposizione, ma ha almeno ottenuto un risultato minimo di consultazione e coordinamento regolari.

Si potrebbe forse considerare la stessa designazione di Romano Prodi a capo della Commissione europea in occasione del vertice di Berlino del 1999 un atto importante di apertura della famiglia socialista europea a una personalità non proveniente dalla tradizione socialdemocratica, e una indicazione eloquente per il futuro, sebbene non richiamata in seguito a sufficienza. A Berlino sono ben dodici i premier socialisti, ed è solo dopo un lungo lavoro interno al PSE, in particolare sui più scettici leader scandinavi, che passa l’idea della nomina di Prodi.

Il congresso di Milano dello stesso anno celebra il culmine del ciclo vittorioso dei socialisti europei. Le forze socialdemocratiche dei paesi candidati si avvicinano ed entrano nelle prassi di lavoro del PSE in questo quadro. Diversi di questi partiti si muovono anche nell’ottica della ricerca di una maggiore legittimità e di una nuova immagine, proveniendo in parte dalle trasformazioni dei partiti del sistema socialista. La maggior parte di essi passa comunque rapidamente dallo status di partito osservatore a quello di associato al PSE, in seguito al riconoscimento conferito dall’Internazionale socialista che negli anni Novanta si delinea chiaramente come la più estesa famiglia politica.

Nel Parlamento europeo, il gruppo ha storicamente rivestito un ruolo di integrazione nei successivi allargamenti della Comunità europea, ed è stato una scuola quotidiana di quell’attività parlamentare che vive di una spinta integrativa e inclusiva attraverso prassi e solidarietà di lavoro. Ma tale spinta integrativa resta tuttavia condizionata dalla capacita di continuare a nutrire il meccanismo parlamentare di idee positive di integrazione, pena altrimenti il girare a vuoto della macchina parlamentare stessa. In tal senso, l’ingresso nel gruppo socialista dell’allora PDS ha indubbiamente portato un valore aggiunto come tradizione politica e come impegno europeista sviluppato anche tramite l’esperienza del gruppo della Sinistra Unitaria che aveva preceduto il passaggio nel gruppo del PSE.

È necessario richiamare questi precedenti alla vigilia di nuove mutazioni, quantitaviamente e qualitativamente diverse di quelle avvenute fino ad ora. Già oggi i paesi candidati sono presenti al Parlamento europeo con osservatori nominati dai parlamenti nazionali, che partecipano a tutte le attività del PE, pur senza diritto di voto, familiarizzando con le pratiche e la routine di lavoro. Essi costituiscono probabilmente il nucleo essenziale dei deputati che saranno eletti direttamente nel 2004 dai cittadini dei paesi candidati. Gli osservatori partecipano in particolare alle attività dei gruppi politici, che svolgono già da adesso una significativa funzione di inclusione nei loro confronti. È evidente che se gli osservatori intervengono ancora poco nei dibattiti di attualità generale, il Parlamento sta comunque iniziando a funzionare come istituzione allargata dove i gruppi svolgono funzioni di filtro e raccolta di domande e input diversi.

È difficile prevedere come si articolerà la presenza dei deputati dei paesi candidati, quali gruppi usciranno rafforzati dal loro ingresso, se e quali nuovi gruppi potranno nascere. Allo stato attuale i due principali, PPE e PSE, sembrerebbero essere anche gli unici ad avere riferimenti stabili in tutti o quasi i paesi candidati. Ancora più difficile sarà prevedere quale sarà l’atteggiamento all’interno della famiglia socialista dei nuovi partiti membri rispetto a un allargamento a nuovi eletti provenienti da altre culture politiche. Questa incertezza deriva da vari fattori che incideranno in ogni caso sulla natura della composizione dei gruppi politici dopo il 2004, a prescindere dalle incertezze del dibattito sul futuro progetto di Costituzione.

In primo luogo un interrogativo viene posto dalla questione della partecipazione al voto, che fino ad ora ha riscontrato bassi livelli alle elezioni politiche in quasi tutti i paesi candidati. È facile immaginare quindi che il rischio di astensionismo alle europee sia particolarmente forte nei paesi candidati, ed è difficile poi prevederne l’incidenza negli equilibri e negli atteggiamenti post-elettorali. Esiste certamente il rischio che l’astensionismo indebolisca il primo parlamento dell’Unione allargata, gettando un’ombra sulle istituzioni europee in generale. Forse la minaccia non è esattamente quella che prevalga lo scenario britannico, dove le ultime elezioni europee hanno visto meno partecipanti al voto che alla puntata finale della trasmissione «Big Brother». Ma sicuramete i partiti più organizzati, come sono in genere quelli del PSE nei paesi candidati, sono chiamati in primo luogo a una campagna di mobilizzazione e di incoraggiamento al voto che non è scontata e neppure facile, a prescindere dal consenso fin’ora maggioritario tra i cittadini dei paesi candidati rispetto all’adesione all’Unione.

Un altro fattore dirimente è come la congiuntura e la situazione economica e sociale generale «incroceranno» le elezioni europee e il processo di adesione. Anche qui, i buoni risultati dei referendum tenuti fino ad oggi possono rapidamente passare in secondo piano una volta compiuta la scelta di fondo e una volta che arrivano al pettine i nodi di una transizione difficile. Quando i cittadini saranno chiamati a votare sui partiti e su quale tipo di messaggio fare arrivare a Bruxelles tramite il loro voto, cosa prevarrà?

È evidente che incideranno in maniera determinante delle dinamiche nazionali. Anche nei paesi candidati gli elettori e le forze politiche tenderanno a pensare alle elezioni in questa chiave, con poca mobilitazione sui temi veramente europei. Da questo punto di vista occorre tenere presente che il pendolo della politica nell’Europa centrorientale si è mosso in direzione opposta a quello dell’Unione, con le vittorie elettorali dei partiti del PSE in paesi chiave come Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia, ovvero i paesi più popolati, per non menzionare altri risultati rilevanti in paesi come la Lituania o nei paesi dei Balcani occidentali. Non è secondario il rischio di dover pagare un prezzo per essere al governo. Da questo punto di vista sono evidenti le difficoltà politiche dei governi in Polonia e nella Repubblica Ceca e, in maniera forse minore, in Ungheria. Se invece le elezioni europee confermeranno le tendenze delle politiche in questi paesi, allora il gruppo del PSE avrà qualche numero in più per modificare l’attuale prevalenza del PPE.

Allo stato attuale l’atteggiamento dei partiti del PSE dei paesi candidati verso l’Europa è comunque segnato dagli aspetti negoziali della Conferenza intergovernativa, più che da questioni attinenti alle famiglie politiche europee. Prevale in altre parole la difesa strenua dei risultati raggiunti con il Trattato di Nizza in relazione alla ponderazione dei voti al Consiglio e alla questione-simbolo del numero di commissari, laddove nessun paese candidato vuole assolutamente recedere dalla possibilità di avere almeno un commissario. È auspicabile per altro che la difesa di questa «posizione» in Europa coincida con la scelta di personalità politiche di altro profilo per la futura Commissione.

Ma oltre alla CIG in corso, il cuore delle inquietudini nei paesi candidati verso Bruxelles non è tanto il discusso rapporto privilegiato con gli USA e con la visione atlantista particolarmente a cuore alla Gran Bretagna; è piuttosto lo scenario delle future politiche comunitarie nel quadro finanziario per il periodo post 2006 che l’Unione dovrà definire nei prossimi anni. In ballo ovviamente ci sono politiche fondamentali per le forze al governo nei paesi candidati, come la politica agricola e quella di coesione. Ed è questo un nucleo centrale delle attenzioni della classe politica centro-orientale anche e soprattutto di quella orientata a sinistra, poiché dal mantenimento e dalla riorganizzazione di politiche comunitarie che siano allo stesso tempo di solidarietà e di innovazione passa parte importante dell’immagine e della sostanza del «progetto europeo» in questi paesi. Solo  politiche strutturali efficaci riusciranno in qualche modo a dare qualche possibilità in più al difficile esercizio di far coincidere le passioni della sovranità riconquistata da questi paesi con una visione europeista che sia almeno aperta a opzioni di integrazione più avanzata.

Siamo ancora lontani da questo, se è vero che prevalgono talvolta toni molto duri da parte dei rappresentanti di alcuni partiti del PSE rispetto al dibattito in corso sul progetto di Costituzione europea, con varie chiusure su aspetti istituzionali importanti.

In questo quadro, il dibattito sulla possibile apertura ad altre forze politiche riformiste non è certo in cima all’agenda dei partiti del PSE nei paesi candidati. Prevale piuttosto un legame con dinamiche complessive della famiglia socialista nel suo complesso e di alcune sue «componenti geografiche». Ricordato il ruolo pivotale dei tedeschi, basta menzionare anche quello particolare degli scandinavi e dei finlandesi per i partiti dei paesi baltici, a loro molto legati per ragioni culturali, e il ruolo di altri grandi partiti come il Labour, i DS o il PSF. Da questo punto di vista potrebbe certamente prevalere un atteggiamento ultra-pragmatico.

Naturalmente il dibattito può configurarsi in maniera molto diversa a seconda del quadro nazionale. Ad esempio, in Estonia già oggi il partito membro del PSE, il Möödukaad, altro non è che un partito moderato per sua stessa definizione e nome e trae le sue origini proprio dall’intenzione di distinguersi da altre forze politiche più legate al precedente sistema sovietico.

In Polonia, il partito principale del PSE, l’Alleanza della sinistra democratica, SLD, si confronta con lo sbando dell’opposizione da parte dei partiti conservatori di ispirazione cattolica, e nonostante le gravi difficoltà del governo Miller e i suoi bassissimi indici di popolarità continua a riuscire a governare. La SLD governa in coalizione con un altro piccolo partito socialdemocratico, Unya Pracy, poco significativo elettoralmente ma contraddistinto per posizioni radicali e laiche, nonché per una maggiore distanza dal passato partito di governo in epoca socialista. Inoltre, all’inizio della legislatura il governo disponeva di una più ampia coalizione con l’appoggio di un partito agrario.

Il caso della Polonia è interessante per vari motivi, non ultima la dimensione del paese e il suo potenziale impatto anche sugli equilibri al Parlamento europeo. I successi rilevanti dei partiti del PSE che hanno sfiorato la maggioranza assoluta seguono l’ascesa di Kwasniewski come presidente della Repubblica (e come tale dimessosi dal partito). A parte gli aspetti di personalizzazione della politica, occorre sottolineare l’importanza della capacità di mostrare un rinnovamento nelle persone e nei leader. Si tratta di un tema essenziale per l’allargamento dei confini della sinistra nei paesi post-comunisti e per la capacità dei socialisti di interloquire con queste società senza suscitare sospetti di convivenza con il sistema passato. Questo è particolarmente vero in un paese come la Polonia dove esiste una società civile diversificata, ricca della forza del pensiero liberale di personalità riconosciute e di parte dell’élite intellettuale, di componenti cattoliche di varie tendenze, di associazioni sindacali, di una società laica seppure con fortissime tradizioni religiose, di un’economia e di stili di vita in rapida trasformazione

La SLD è in realtà il risultato di un processo di fusione tra il partito socialdemocratico, erede del partito al potere nel sistema socialista, e una galassia di organizzazioni politiche, associative e sindacali riunite in una alleanza elettorale. Gradualmente l’alleanza è stata trasformata in un partito, anche per togliere potere alle organizzazioni collettive (soprattutto sindacali), spesso costruite sul modello del vecchio regime, per conferire maggiori poteri agli iscritti individuali (prima le candidature erano selezionate non dal partito ma dalle organizzazioni interne) e per attrarre militanti ed elettori. Per quanto il nucleo della SLD resti il partito socialdemocratico, avanza gradualmente un certo rinnovamento. Del resto, lo stesso successo di Kwasniewski viene da lontano. Eletto nel 1990, a soli trentasei anni, presidente del partito, il suo percorso segna non solo una ipotesi di mera trasformazione del partito erede del vecchio POUP, ma anche e soprattutto un progetto per il futuro, di apertura verso la società intorno a una prospettiva nuova per la politica polacca.

Nella Repubblica Ceca il partito socialdemocratico, CSSD, si è sviluppato unendo pochi rappresentanti della vecchia socialdemocrazia, molti attivisti dei movimenti per i diritti umani degli anni Settanta e Ottanta, riformatori del vecchio sistema. È da notare che il CSSD è il partito socialdemocratico più vecchio dell’area centro-orientale, fondato addirittura nel 1878, e storicamente anche il più forte in un paese di solide tradizioni democratiche come la Cecoslovacchia, schiacciate dal nazifascismo prima e dal comunismo poi. La popolarità del CSSD è cresciuta molto quando, a seguito di vicende tortuose della politica ceca negli anni Novanta, il partito si è caratterizzato sia per la fermezza nell’opposizione ai governi conservatori, sia per l’adesione di molte personalità del movimento dei diritti civili, da Charta 77 ai Forum dei cittadini che avevano accompagnato la «rivoluzione di velluto». Tale apertura ha permesso indubbiamente di alleggerire l’immagine di partito «erede di pezzi del regime».

Anche il caso ceco conferma senza dubbio l’importanza dell’apertura e del rinnovamento dei partiti socialdemocratici nei paesi candidati per allargare le basi del consenso. Occorre ricordare che il CSSD non solo ha vinto le elezioni del 1998 con oltre il 30% dei voti, ma ha confermato con qualche perdita il successo nel 2002, pur trovandosi con una fragile maggioranza parlamentare. La vittoria del CSSD nel 2002 è stata comunque un caso importante di conferma al governo di un partito del PSE nell’area centro orientale. Da ricordare inoltre che le elezioni del 2002 hanno visto un notevole successo (anche questo caso unico) del partito KSCM, il Partito comunista della Boemia e della Moravia, arrivato al 18% dei voti.

La Repubblica Ceca si trova così con un bipolarismo a sinistra veramente particolare. Le elezioni presidenziali non hanno invece avuto un esito positivo della sinistra, anche per la difficoltà di identificare un candidato forte, indipendente e credibile. Nonostante le richieste pressanti del presidente uscente Vaclav Havel non si è candidata Madeleine Albright. La sua candidatura avrebbe costituito un esperimento straordinario nella politica europea e mondiale, per i suoi legami con i democratici americani e il suo ruolo ponte tra cultura europea e americana. Il successo dei comunisti cechi richiama le contraddizioni tra i successi e le opportunità di una modernizzazione rapida dell’economia specialmente urbana (la regione di Praga è del resto un caso a sé nella geografia socioeconomica dei paesi dell’allargamento) e le sacche di esclusione sociale in altre aree del paese.

Il partito socialista ungherese, MSZP, è anche il partito con le radici più solide fra gli iscritti (oltre 30.000) tra quelli dei paesi candidati.1 Il MSZP è il partito che ha tratto maggior beneficio dalla rapidità con il quale il regime in Ungheria aveva avviato aperture interne verso il multipartitismo, anticipando percorsi di altri paesi del blocco sovietico. Già nel 1989 il MSZP era nato sulle ceneri del precedente partito unico. Indirettamente, il fatto che nel 1989 sia nato immediatamente anche un partito comunista che ha rivendicato l’eredità esclusiava del regime, partito poi di scarso peso elettorale, ha in qualche modo alleggerito il peso del passato sullo stesso MSZP. La riorganizzazione del partito perseguita da Gyula Horn ha permesso ai socialisti ungheresi di arrivare al governo già nel 1994 con oltre il 30% dei voti, sulla base di una alleanza con i liberali. Nonostante un calo di consenso in seguito alle politiche di privatizzazione e di rigoroso risanamento finanziario perseguite, il partito socialista ungherese è rimasto sopra il 30% dei voti anche all’opposizione (alle elezioni del 1998), tornando al governo nel 2002 con un brillante 42% dei voti e una riedizione della coalizione di centrosinistra condotta da Peter Medgyessy.

È utile menzionare anche il tentativo di formare in Slovacchia una piattaforma elettorale di centrosinistra anche in seguito alle sconfitte patite negli anni Novanta. Particolare interesse aveva suscitato il percorso del sindaco della città di Kosice, Schuster, fondatore di un partito moderato, forte della sua immagine di indipendente, arrivato alla carica della presidenza della Repubblica. Pari successo non ha invece avuto la lista unitaria promossa dal suo partito con alcune forze socialdemocratiche e che non ha superato il 5%.

Certamente la credibilità del rinnovamento è un fattore fondamentale per il successo e per l’attrazione di nuove forze verso i partiti socialdemocratici nati tra le macerie del comunismo. Da questo punto di vista, indubbiamente, una apertura «europea» ad altre componenti riformiste europee può fornire una sponda interessante per partiti importanti come l’SLD polacco in cerca di aperture, ma anche come il debolissimo centrosinistra slovacco. Sarà importante vedere quale coerenza riusciranno ad avere i partiti socialisti al governo in tempi duri di assestamento della transizione economica e di implementazione dell’acquis comunitario.

Non c’è dubbio che le condizioni delle vittorie conseguite fin ora dal PSE in questi paesi siano stati la difesa della coesione della società dopo alcuni eccessi delle privatizzazioni e del liberismo conservatore (in sintonia dunque con le insicurezze degli elettori rispetto ai cambiamenti in corso) e la difesa delle idee di società aperte e laiche in contrasto con le chiusure religiose o nazionaliste (in sintonia con domande di maggiori opportunità e di apertura verso l’economia di mercato). Da questo punto di vista la realtà politica dei paesi candidati non è così lontana da quella dei partiti socialisti dei paesi membri attuali. Di conseguenza allora non c’è dubbio che anche le élite di partito di questi paesi guardino all’Italia e all’Ulivo con un certo interesse. Ma se l’«ombrello» socialdemocratico ha fornito riparo e certezze nonché un forte legame all’Europa a forze ex comuniste e riformiste centro-orientali uscite dalla tempesta degli anni Novanta, è evidente che difficilmente saranno queste stesse forze a volerne uscire verso un incognito politico. Piuttosto, ci sarà grande attenzione a concertare con il resto della famiglia politica socialista europea il proprio atteggiamento verso una crescita del centrosinistra europeo nel senso di una più ampia Casa dei riformisti costruita però intorno al PSE.

I problemi politici e sociali di una economia di mercato allargata a est rendono obbligatoria una riflessione approfondita su tentativi di risposta e di strategia politica di fronte alla diversità di situazioni nazionali che presentano tuttavia alcuni elementi comuni. La domanda di maggiore apertura verso le nuove generazioni in politica e verso coloro i quali non sono riconducibili ai vecchi regimi o almeno alle loro colpe più gravi; la costruzione di uno Stato sociale e di diritto dopo il crollo del socialismo di Stato, per un welfare che non sia solo sovvenzioni ai contadini e difesa delle vecchie industrie.

Altrimenti la spirale dei costi sociali e del discredito diffuso della classe politica rischia di coinvolgere anche l’immagine dell’Unione e di diminuire così le possibilità di una più forte integrazione europea.2

 

 

 

Bibliografia

1 Si noti tuttavia che il tasso di iscritti nei paesi candidati resta molto basso, anche se rimane il peso e la forza organizzativa delle organizzazioni collaterali e associative.

2 Le opinioni espresse non impegnano l’istituzione di appartenenza dell’autore

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