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Venezuela-Cuba, dalla fratellanza all'odio

Written by Marisa Bafile Monday, 01 September 2003 02:00 Print

Sogni che si intrecciano. I popoli dei due paesi sudamericani, oppressi da brutali dittature, tessono, nell’ombra, la difficile trama della resistenza. Marcos Pérez Jiménez in Venezuela e Fulgencio Batista a Cuba sono arrivati al potere con le armi e lo mantengono con la violenza e la corruzione. Le carceri trasudano terrore. Gli altoparlanti gracchiano musiche latinoamericane per mimetizzare le urla dei torturati. Basta poco per finire in galera o in esilio. Nonostante ciò la resistenza assorbe i colpi e si ricostruisce.

 

Venezuela-Cuba, anni Cinquanta

Sogni che si intrecciano. I popoli dei due paesi sudamericani, oppressi da brutali dittature, tessono, nell’ombra, la difficile trama della resistenza. Marcos Pérez Jiménez in Venezuela e Fulgencio Batista a Cuba sono arrivati al potere con le armi e lo mantengono con la violenza e la corruzione. Le carceri trasudano terrore. Gli altoparlanti gracchiano musiche latinoamericane per mimetizzare le urla dei torturati. Basta poco per finire in galera o in esilio. Nonostante ciò la resistenza assorbe i colpi e si ricostruisce. Venezuelani, esiliati a Cuba dai tempi della tirannia di Juan Vicente Gómez, lottano a fianco dei cubani per la libertà di quella che considerano una seconda patria. Tra i fondatori del Partito Comunista Cubano troviamo Eduardo Machado, fratello di Gonzalo Machado, che invece è tra i dirigenti di quello venezuelano. Le gesta del giovane Fidel Castro Ruz, leader prima del gruppo «Movimento» e poi, insieme al fratello Raúl e al Che Guevara, di quello denominato «26 de Julio», sono seguite con attenzione e speranza dai venezuelani. Sentono come proprio il fallimento dell’assalto alla caserma Moncada nel 1953 e piangono i morti dello sbarco fatto con la nave Granma nel 1956.

Anche i cubani vivono come proprie le lotte venezuelane. Esultano il primo gennaio del 1958 quando una rivoluzione che accomuna partiti diversi, militari e chiesa riesce ad abbattere la dittatura. Pérez Jiménez, in fuga con la valigia che sbrodola dollari, segna per il Venezuela la fine del caudillismo selvaggio e l’inizio difficile, traballante, della democrazia. La vittoria del popolo venezuelano infonde rinnovato vigore alla lotta clandestina cubana che, dalla Sierra Maestra, portano avanti Fidel Castro, Camilo Cienfuegos, Che Guevara, Raúl Castro e tanti altri. La Giunta Patriottica capeggiata dall’ammiraglio Wolfang Larrazabal, che assume ad interim il potere in Venezuela, dichiara apertamente la sua solidarietà con la rivoluzione cubana. Sorgono in tutto il paese comitati «26 de julio». Raccolgono fondi con una campagna il cui slogan è «un Bolívar para la Sierra Maestra». Sono gli anni della grande emigrazione italiana e anche il giornale in lingua italiana «La Voce d’Italia», fondato tra il 1949 e il 1950, esce per mesi in prima pagina con una striscia che chiede «un Bolívar para la Sierra Maestra». Alejo Carpentier, che in quel tempo vive in Venezuela, è tra i più attivi agenti della rivoluzione cubana. Raccoglie fondi tra i suoi amici benestanti che poi fa recapitare alle truppe di Fidel.

Finalmente anche nell’isola caraibica crolla la dittatura. Il popolo venezuelano festeggia. E Fidel, dopo pochi giorni dal suo ingresso a La Habana, visita Caracas. In una delle piazze più importanti della capitale rivolge un discorso alla folla che lo acclama, esprimendo il suo ringraziamento al popolo venezuelano che tanto aveva aiutato la causa cubana. La letteratura politica dell’epoca si riferisce ai due paesi parlando di «ondata democratica».

Ma l’idillio a livello di governi è destinato a cambiare in poco tempo. In Venezuela ha vinto le elezioni il candidato del partito socialdemocratico Acción Democrática, Rómulo Betancourt. Prima ammiccava alla sinistra. Poi, in un mondo diviso in blocchi, sceglie quello degli Stati Uniti. Allontanandosi da Cuba e Fidel, che invece si dichiara ben presto di tendenza marxista-leninista e si schiera con l’Unione Sovietica. Scelta che spaventa i nordamericani e frena il loro aiuto all’«ondata democratica» con conseguenze drammatiche per il cammino verso la democrazia di tutta l’America Latina.

Betancourt si barcamena tra i tentativi di golpe della destra e il terrorismo della guerriglia. Partiti e movimenti di sinistra si considerano traditi da chi, mesi addietro, era stato considerato un loro leader a livello latinoamericano e si organizzano alla macchia. Anche Acción Democrática si spacca. I dissidenti escono e costituiscono il Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR). Cuba aiuta la guerriglia con armi, uomini e soldi. Militari cubani, in una nave cubana, tentano perfino uno sbarco nella spiaggia di Machurucuto. Scende il gelo nelle relazioni tra i due paesi. Betancourt viene portato a esempio di democrazia dall’America di Kennedy mentre Cuba conta sulla protezione dell’Unione Sovietica. L’amicizia tra i due governi è minata per sempre. «Persiste, però, tra le due popolazioni. L’amicizia tra il popolo cubano e quello venezuelano camminerà negli anni nonostante i governi e i partiti». Lo racconta Aléxis Márquez, uno dei protagonisti di quel tempo. Lo scrittore, giornalista e linguista di risonanza internazionale non ha mai rinnegato le sue idee marxiste leniniste. L’amicizia con il popolo cubano persiste ancora oggi, anche se non risparmia critiche ad alcune prese di posizione del regime.

«La relazione tra Cuba e Venezuela – dice ancora Márquez – prosegue, negli anni, su tre piani paralleli: quello dei governi, quello dei partiti comunisti e quello della gente comune e degli intellettuali. E quest’ultima non si è incrinata neanche quando fu imprigionato il poeta Heberto Padilla. In quell’occasione non mancarono le critiche, anche aspre, ma la relazione tra gli intellettuali dei due paesi è rimasta intatta». Il partito comunista venezuelano e quello cubano si allontanano quando il primo decide di abbandonare le armi. È il 1965. La guerriglia sfilacciata tra le montagne diventa sempre più anarchica. Il Frente de Liberación Nacional ha perso il potere di guida. Nel 1963, in occasione delle elezioni, il PCV aveva chiamato all’astensione con lo slogan «balas si, votos no» (proiettili si, voti no). Inutilmente. I venezuelani avevano preferito la via elettorale e in massa avevano votato a favore del candidato di Acción Democrática Raúl Leoni. La decisione di abbandonare la lotta armata e intraprendere quella politica, presa dal Comitato centrale del PCV, non piace alle frange di estrema sinistra capeggiate da Douglas Bravo, guerrigliero di spicco. Il governo cubano si schiera a fianco dei dissidenti. Radio Habana e Granma pubblicano note a loro favore. L’11 giugno del 1966 esce su Granma una lettera firmata da Douglas Bravo, Fabricio Ojeda e Américo Martín in cui si annuncia la ricostruzione dell’FLN – Frente de Liberación Nacional – FALN – Fuerzas Armadas de Liberación Nacional – e la decisione di continuare con la lotta armata. La frattura appare ormai insanabile. Il PCV si avvia verso il cammino democratico e alle elezioni del 1968 partecipa mimetizzato con il nome di UPA (Unión Para Avanzar).

Il nuovo presidente Rafael Caldera, democristiano, imbocca la strada della pacificazione. Il Partito comunista venezuelano torna alla legalità. Caldera ricuce anche la relazione con il governo cubano e con la guerriglia venezuelana. «Con Caldera si conclude la tappa della dissidenza guerrigliera – ricorda Aléxis Márquez – le relazioni con Cuba migliorano notevolmente e il Venezuela riprende rapporti diplomatici con l’Unione Sovietica. Alle elezioni seguenti io ero a La Habana. La vittoria del candidato di Acción Democrática Carlos Andrés Pérez è vissuta quasi come una tragedia». E invece Carlos Andrés, contro tutti i pronostici negativi, sviluppa una politica di grossa apertura non soltanto verso Cuba ma anche verso l’Unione Sovietica. «Basta dire – ricorda ancora Márquez – che Pérez la sua prima visita ufficiale l’ha fatta all’Unione Sovietica. Prima ancora che agli Stati Uniti. A dicembre dell’anno seguente ero di nuovo a Cuba e tutti festeggiavano con grande allegria la sua politica».

Di nuovo gelo con la presidenza del democristiano Luis Herrera Campino, come pure durante quella del socialdemocratico Lusinchi. Poi viene rieletto Pèrez e l’amicizia torna più forte di prima. «Fidel partecipa alla festa di insediamento del secondo Pérez e resta in Venezuela un’intera settimana» ci dice Aléxis Márquez. «Ne approfitta per incontrarsi con persone di diversi settori e con molti intellettuali. Dappertutto viene accolto con calore e simpatia».

Ma è proprio durante il secondo governo Pérez che la democrazia del Venezuela mostra le prime crepe. Le misure economiche del nuovo gabinetto provocano la violenta reazione della popolazione. È sommossa. Seguita da una brutale repressione. Poi, nella notte del 4 febbraio del 1992, il sonno dei venezuelani viene sconvolto dal rumore dei carrarmati e dalla minaccia di un golpe. Lo capeggia Hugo Chávez Frías, un tenente colonnello che fora lo schermo delle televisioni quando, guardando frontalmente le cineprese, esorta i suoi compagni ad abbandonare la lotta «por ahora», per il momento, e poi assume l’intera responsabilità dell’azione militare.

Nonostante lo shock per un fatto che riconduceva il paese agli orrori del passato, nonostante i morti che avevano insanguinato le strade nelle ore in cui le forze dei militari leali alla Costituzione si erano scontrati con quelli golpisti, Hugo Chávez assume nell’immaginario popolare i contorni dell’eroe, «macho» e spavaldo, giunto per contrapporsi alla molle corruzione dei politici di professione. Va in galera mentre molti suoi compagni cercano e trovano asilo nel Perù di Fujimori e Montesinos.

È un colpo mortale per il governo del presidente Carlos Andrés Pérez. Pochi mesi dopo è costretto a dimettersi. Le elezioni seguenti riportano al potere un altro ex presidente, il democristiano Rafael Caldera. Il capo di Stato, indebolito dall’età avanzata e da problemi di salute, non riesce a porsi come figura credibile davanti ad un paese che perde sempre piú fiducia nei partiti tradizionali. E monta il mito Chávez, che un’amnistia libera da ogni colpa. Alle elezioni successive si presenta candidato. È un cavallo vincente. I vecchi partiti corrosi dalla corruzione e dalle lotte di potere scompaiono di fronte all’uomo nuovo.

I partiti di sinistra serrano le fila attorno a lui. Si lasciano trascinare dalla speranza di maggiore giustizia sociale. La violenza verbale della campagna elettorale non spaventa nessuno. Gli eccessi elettorali sono perdonati da sempre. Né si scompone chi è abituato ad assistere con annoiata noncuranza al succedersi dei presidenti. Devono trascorrere due anni, due anni in cui si passa da un’elezione all’altra, per scuotere la popolazione dalla tradizionale indifferenza e portarla ad una belligeranza politica prima impensabile.

In politica interna Chávez non abbandona mai i toni da campagna elettorale. In politica estera sogna di trasformarsi nel grande leader del Terzo Mondo. Visita nazioni proibite come Libia e Iraq, lancia dichiarazioni di fuoco contro il neoliberalismo e gli Stati Uniti, flirta con le FARC colombiane, si schiera a fianco dei no global. E, soprattutto, si dichiara apertamente amico di Cuba e di Fidel. Amicizia che si traduce in fiumi di petrolio che annacquano gli effetti dell’embargo americano. Il 30 ottobre del 2000 Venezuela e Cuba firmano il «Convenio Integral de Cooperación». Il Venezuela si impegna a fornire petrolio (fino ad un massimo di 53.000 barili al giorno di crudo e prodotti derivati), Cuba assistenza nelle aree dell’agricoltura, della medicina e dello sport. Le vendite si effettueranno seguendo lo schema di un finanziamento misto a breve termine (novanta giorni) e lungo termine. Questo ultimo dipende da una scala di prezzi e oscilla tra un 5% e un 25%. Altra condizione preferenziale: due anni morti prima di iniziare l’ammortizzazione a capitale e quindici anni per pagare con un interesse del 2%. Accordo molto più conveniente di quello che prevede la fornitura di petrolio agli altri paesi del centro America. Ma non è tutto. Migliaia e migliaia di dollari escono dalle tasche dello Stato venezuelano per finanziare scambi di ogni tipo con Cuba. Senza alcun controllo. Si finanzia di tutto, da una scuola di balletto che costa in professori circa 40.000 dollari, alla consulenza, per 30.000 dollari, di tecnici cubani per analizzare la possibile riattivazione di uno zuccherificio. Mesi prima, in uno dei suoi programmi domenicali, il presidente Hugo Chávez aveva annunciato con toni trionfali che quello stesso zuccherificio aveva già ripreso ad operare. Piovono intanto le denunce di ingerenza cubana nei servizi segreti venezuelani. Si parla anche dell’arrivo di armi e dell’addottrinamento di veri e propri eserciti paralleli. L’opposizione reagisce con rabbia alla presenza nel paese di medici e maestri cubani mentre negli ospedali, per mancanza di tutto, i medici locali giocano macabre roulette russe con la vita dei pazienti. Spesso hanno medicine e apparecchiature per salvarne soltanto uno. Uno fra tanti nelle stesse condizioni.

L’amicizia tra i due popoli, che aveva retto a tutti i cambi di governo, si frantuma. E ne soffrono i rapporti tra larghe fasce della sinistra venezuelana e settori internazionali, che vedono in Chávez la speranza dei poveri e il paladino dell’antiamericanismo. Le parole del presidente creano una cortina di fumo nella quale si perdono gli osservatori internazionali. Chi vive nel paese sa che dietro quella cortina di belle parole c’è soltanto un governo corrotto come pochi e terribilmente inetto.

Persone al di sopra di ogni sospetto come Aléxis Márquez escono allo scoperto per parlare a nome di tutta la sinistra e in generale degli intellettuali che in larghissima maggioranza sono schierati contro Chávez. In una lunga lettera all’insigne poeta cubano Roberto Fernández Retamar l’intellettuale venezuelano, dopo aver ribadito la sua fedeltà agli ideali del marxismo-leninismo, fa un’analisi degli aspetti positivi e negativi degli anni che intercorrono tra la caduta di Pérez Jiménez e l’arrivo di Chávez. Conclude spiegando le ragioni che hanno condotto larghe fasce della sinistra venezuelana ad allontanarsi da un governo che, lungi dal risolvere i vecchi mali del paese, li ha accentuati. Per gli amici cubani e ovviamente per tutti coloro che desiderano conoscere la verità e non si lasciano irretire dalle chimere di quelli che Márquez chiama «comunisti da bar notturno», l’insigne venezuelano analizza la realtà di un paese con un’economia in ginocchio, altissimi indici di miseria, disoccupazione e delinquenza. Un paese diviso da odi feroci. Odio che si riversa con la stessa forza anche sui cubani.

«Duole vedere in Venezuela manifestazioni apertamente anticubane – sostiene Aléxis Márquez – È la prima volta che esiste un clima di belligeranza contro la rivoluzione cubana e i cubani in generale. In passato ciò era impensabile anche tra i più conservatori. Ricordo che una volta, anni addietro, l’Unione di scrittori e artisti cubani organizzò un incontro con intellettuali venezuelani e per l’occasione il presidente Lisandro Otero espresse il desiderio di invitare anche Uslar Pietri. Andammo insieme a parlare con Uslar che, dopo averci riflettuto a lungo, in un’ulteriore riunione di cui non si è mai parlato prima, disse a Otero: “Preferisco non venire perché altrimenti, quando ritorno, i giornalisti mi chiederanno un parere su ciò che ho visto ed io dovrò rispondere con sincerità. Dovrei spiegare quali sono secondo me i lati positivi e negativi della rivoluzione cubana e io non voglio farlo. Non ho mai parlato male di Cuba e non voglio iniziare adesso, alla mia età”. Uslar Pietri! Un intellettuale dichiaratamente conservatore!» Prosegue Alexis Márquez, «In passato mai nessuno si sarebbe azzardato a bruciare una bandiera cubana. L’odio verso Cuba è una conseguenza della politica di Chávez. E fa danno soprattutto al popolo cubano. Spesso mi chiedo come mai Fidel Castro, che considero un grande statista, stia alimentando una situazione di questo genere sapendo che Chávez è un fenomeno transitorio. Non c’è petrolio che valga. Due popoli fratelli oggi si odiano. Anche tra intellettuali sorgono fratture prima impensabili. Guardo tanta distruzione e mi chiedo: Quanto bisognerà lavorare per ricucire strappi tanto profondi e dolorosi?».

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