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Iraq, il fallimento e la svolta

Written by Vojtech Mastny Monday, 01 September 2003 02:00 Print

L’intervento statunitense in Iraq e il suo penoso strascico saranno utili se potranno aiutare a chiarire i rischi e le possibilità dell’impiego della forza militare in un mondo in via di globalizzazione. L’esperienza dell’Unione Europea potrebbe indicare la strada, formando un nuovo consenso nella comunità internazionale. Resta, però, poco probabile che tale consenso emerga finché a Washington rimarrà al potere l’amministrazione Bush.

 

L’intervento statunitense in Iraq e il suo penoso strascico saranno utili se potranno aiutare a chiarire i rischi e le possibilità dell’impiego della forza militare in un mondo in via di globalizzazione. L’esperienza dell’Unione Europea potrebbe indicare la strada, formando un nuovo consenso nella comunità internazionale. Resta, però, poco probabile che tale consenso emerga finché a Washington rimarrà al potere l’amministrazione Bush.

La guerra in Iraq ha messo a fuoco le domande a cui va data risposta. Quando si può considerare legittimo l’uso della forza contro uno Stato sovrano? Il cosiddetto «intervento umanitario», volto a prevenire enormi abusi nel campo dei diritti umani, rientra in tale categoria? La forza può essere impiegata unilateralmente, o necessita una qualche legittimazione a livello più elevato e multilaterale? E una volta intervenuti, che cosa deve essere ricostituito e come? Esistono regole guida che possano essere stabilite per il futuro?

Da un punto di vista strettamente giuridico, pare che non vi possa essere alcun dubbio sulla legittimità dell’uso della forza contro Saddam Hussein, considerando il suo evidente disprezzo per gli obblighi internazionali da lui assunti, senza ricordare le ancora più flagranti violazioni degli atti dell’ONU sottoscritti dal suo paese, come la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Se la legge ha un senso, chi la infrange dovrebbe essere punito, privandolo con la forza, se necessario, della sua capacità di perseverare nei suoi crimini. Tuttavia, ciò non significa necessariamente che l’uso specifico della forza in Iraq sia stato una decisione saggia, oppure che tale decisione sia stata eseguita dall’organismo giusto al momento giusto. In realtà, è vero il contrario. Si tratta, però, di un giudizio più politico che giuridico.

La questione dell’intervento umanitario è diventata d’attualità dopo le atrocità commesse nei Balcani, per cui la Commissione internazionale sull’intervento e la sovranità nazionale, nella sua relazione del dicembre 2001 al Segretario generale delle Nazioni Unite, trattò la questione del «diritto di intervenire», concentrandosi sulla «responsabilità di proteggere». Nelle sue motivazioni, ha attribuito alla comunità internazionale la «responsabilità di prevenire», la «responsabilità di reagire» e la «responsabilità di ricostruire». Quest’ultima è volta a offrire, in particolare dopo un intervento militare, piena assistenza per il recupero, la ricostruzione e la riconciliazione. La Commissione tende a sottolineare la «prevenzione». Il caso Iraq, tuttavia, mette in risalto l’estrema importanza della gestione delle conseguenze di un intervento, inclusa la ricostruzione.

Si tratta di orientamenti sensati ma che è poco probabile abbiano un uso pratico in una situazione specifica. Sono stati preparati prima della guerra in Iraq, tenendo principalmente a mente l’esperienza dei Balcani, dimostrando, in tal modo, quanto sia difficile elaborare dei principi che possano adattarsi a situazioni imprevedibili. Vale comunque la pena continuare a provarci, soprattutto se si vuole migliorare l’efficacia delle Nazioni Unite.

Le Nazioni Unite sono strutturalmente inadatte ad agire in modo efficace in questioni relative all’intervento umanitario che comportino l’uso della forza militare per «prevenire» o persino per «reagire», com’è stato dimostrato, ad esempio, dalla sua penosa performance in Bosnia, in Ruanda, o in Somalia. Specchio reale di un mondo imperfetto, l’organizzazione consiste di un insieme di Stati, che vanno da democrazie umane a sanguinose dittature, e, tra questi due estremi, comprende tutte le variazioni, inclusi i cosiddetti failed States, ovvero quegli Stati in cui ogni forma di governo si è disintegrata.

I padri fondatori delle Nazioni Unite, che non erano degli idealisti inguaribilmente ottimisti, concepirono l’organizzazione pensando principalmente alla Realpolitik, non ai diritti dell’uomo. La loro esperienza formativa erano state le due guerre mondiali, con la loro enorme carica distruttiva, e la loro finalità principale era piuttosto di prevenire le guerre tra gli Stati e non di raddrizzare i torti all’interno degli Stati. Creando il Consiglio di sicurezza e attribuendo ai suoi membri il diritto di veto, essi diedero speciali prerogative a cinque paesi, scelti in modo arbitrario, secondo una presunta costellazione internazionale che non si è mai materializzata.

I paesi coinvolti – che inclusero in momenti diversi mostruosità come l’Unione Sovietica di Stalin e la Cina di Mao – non sono stati i migliori guardiani dell’ordine internazionale, per cui l’ONU ha avuto un ruolo decisamente secondario nel tutelare quell’ordine per gran parte della sua esistenza. Queste stesse carenze, però, hanno permesso alle Nazioni Unite di sopravvivere e di rendersi disponibili ad assumere un ruolo più importante in tempi migliori, grazie alla fine della Guerra fredda e al crollo del comunismo. L’organizzazione, con tutte le sue pecche, è diventata preziosa, perché è rimasta l’unica in grado di coinvolgere tutti i paesi del mondo, impresa non trascurabile. Per questo unico motivo, non dovrebbe essere gratuitamente sminuita o ignorata, ma neppure considerata una panacea universale.

È giusto rammentare che esistono situazioni in cui soltanto l’uso unilaterale della forza militare può avere risultati positivi, indipendentemente dall’ONU. Così è stato, ad esempio quando Israele, in palese violazione della sovranità dell’Iraq, eliminò il suo reattore nucleare con un bombardamento aereo, impedendo al dittatore, in tal modo, di acquisire armi nucleari, indipendentemente da quanto tenacemente abbia continuato a provarci. Lo stesso non può dirsi, però, quando il presidente Bush decise di non inviare quei pochi bombardieri che sarebbero stati sufficienti per eliminare le postazioni di artiglieria serbe, e quegli ubriaconi di soldati che le servivano, che stavano bombardando Dubrovnik, distruggendo l’imperialismo serbo sul nascere e salvando le vite di decine di migliaia delle sue future vittime, oltre a risparmiare indicibili sofferenze. E, naturalmente, se gli Stati Uniti non avessero invaso l’Afghanistan, Stato sovrano, e rovesciato il governo dei talibani, i terroristi di Al–Qaeda si starebbero ancora addestrando nei campi lì situati, sotto l’occhio vigile di Osama Bin Laden.

Come sappiamo fin troppo bene, il caso Iraq è stato diverso. Il paese è stato invaso con falsi pretesti e senza un piano chiaro su cosa fare dopo aver rovesciato il vecchio regime. La distruzione del regime di Saddam Hussein risulta ora essere stata, così com’è avvenuta, un «effetto collaterale» di ciò che, altrimenti, è stata un’azione oltremodo dannosa, tanto più che tale danno poteva essere evitato.

L’insuccesso della diplomazia statunitense nel conseguire il sostegno da parte di alleati che avevano ampiamente condiviso le stesse preoccupazioni sul pericolo rappresentato dall’Iraq, è stato ancora più deplorevole perché autoinflitto. Al momento dell’inizio dell’invasione, tuttavia, l’Amministrazione Bush si era mossa in modo da ritrovarsi in una posizione tale da non poter più evitare l’invasione dell’Iraq senza una disastrosa perdita di credibilità per gli Stati Uniti, incoraggiando, in tal modo, il disprezzo di Saddam Hussein per l’ONU. Una volta deposto il dittatore con una rapida azione militare, gli USA avrebbero potuto riacquistare rapidamente credibilità e rispetto, se fossero stati pronti ad affrontare in modo efficace la situazione post–bellica. In fin dei conti, nulla ha successo come il successo. E, viceversa, nulla fallisce come il fallimento.

La facile vittoria militare degli Stati Uniti in Iraq, subito dopo l’altrettanto facile vittoria in Afghanistan, ha sollevato preoccupazione – oppure speranza, a seconda della prospettiva di ognuno – sull’emergere di un nuovo impero americano, fondato sull’ineguagliato potere militare dell’unica superpotenza e sulla sua prontezza – se la nuova dottrina in materia di sicurezza di Condoleezza Rice debba essere presa sul serio – nell’agire preventivamente per sgominare un nemico. La discussione più pertinente dovrebbe, tuttavia, essere sul pericolo – oppure sulla speranza, di nuovo a seconda del punto di vista di ognuno – di una manifesta incompetenza di un governo che ha fallito non soltanto in Iraq, ma, come sta diventando sempre più chiaro, anche in casa propria. E, in questo caso, a causa della sua irresponsabilità in ambito fiscale.

L’imperialismo può avere aspetti positivi e negativi, ce lo ricorda lo storico britannico Nial Ferguson, ma un imperialismo incompetente può essere soltanto negativo. Comunque, per il proprio bene e per quello del pianeta, gli Stati Uniti non intendono presiedere alla reincarnazione dell’impero romano o di quello britannico, gli americani non sono portati per l’impero. Mancano loro quelle caratteristiche indispensabili come la dedizione all’ideale di un impero, l’interesse profondo per le culture straniere, necessario per ispirare tale ideale, l’attenzione durevole per sostenerlo e lo spirito di sacrificio richiesto per poi scontarlo. Il motto è «strategia di uscita» piuttosto che «il fardello dell’uomo bianco». E l’appello a uscire diventerà, per il meglio o per il peggio, sempre più forte man mano che il costo della permanenza aumenta.

Spingendo oltre lo sguardo, il rischio reale del trastullarsi con l’idea d’imperialismo è di produrre, infine, una controreazione troppo radicale. Fra qualche anno, un elettorato disilluso rappresentato da un Congresso miope potrebbe benissimo ridurre il sostegno alla difesa in modo così drastico da pregiudicare la capacità degli Stati Uniti di utilizzare la forza militare – in modo unilaterale o altro – quando si presentano situazioni che inevitabilmente lo richiedano. Tali cambiamenti sono già avvenuti in passato. E nessun paese o gruppo di paesi potrebbe essere in grado di prenderne il posto. Tagliare i fondi vitali può fare in modo che una moderna forza militare, in particolare una così dipendente dalla tecnologia, crolli come un castello di carte, come ha dimostrato l’esercito sovietico con grande clamore.

Ora che l’amministrazione Bush è stata costretta a tornare all’ONU, con la coda tra le gambe, per chiedere aiuto ad alleati che aveva così ostentatamente ignorato e gratuitamente insultato, potrebbero emergere alcuni compromessi e la situazione in Iraq potrebbe iniziare a migliorare. È difficile, però, che si assista a un cambiamento significativo per il meglio, sino a quando non sarà stato ristabilito un nuovo consenso tra le nazioni più influenti del mondo, cosa difficile finché l’attuale amministrazione Bush resterà al potere. Non si tratta soltanto degli Stati Uniti e dei suoi alleati tradizionali europei e giapponesi, ma anche della Cina e della Russia, la seconda più per la sua abilità diplomatica che per una qualsiasi influenza confrontabile con quella degli altri.

Nel formare questo nuovo consenso, si potrebbe beneficiare dell’esempio della costruzione dell’Unione europea. L’UE è stata costruita da politici intelligenti e da burocrati competenti, dediti a un ideale, ma, al tempo stesso, perfettamente a conoscenza degli aspetti pratici della politica. Tramite un costante e spesso esasperante processo di riconciliazione di una moltitudine di interessi diversi, hanno presieduto alla costruzione di un’Europa pacifica e prospera, il cui ordine internazionale è invidiato da tutti. Ci sono riusciti in stretta interazione personale tra di loro, ben al di fuori dalla scena pubblica, ma con un acuto senso di quanto avrebbero potuto tollerare i loro diversi elettori. Il successo dell’euro è l’ultimo esempio in proposito.

Coloro che «pragmaticamente» ritengono che soltanto il potere sia il problema o la risposta, hanno torto. Vi sono stati dei mutamenti sulla scena internazionale sin dalla fine della Guerra fredda, che l’hanno resa notevolmente diversa da ciò che era stata in passato. Uno di essi è il nuovo significato di sicurezza, in cui l’elemento militare, sebbene non sia mai assente, si è ridotto in modo inaudito. Vi sono sempre più questioni legate alla sicurezza che non sono risolvibili mediante soluzioni militari, sminuendo in tal modo il valore della forza militare, anche la più imponente, e, con ciò, l’influenza di una superpotenza che si affida troppo alla propria schiacciante superiorità militare.

Un altro storico cambiamento è stato la crescente accettazione di un principio rivoluzionario, che rimonta alla Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, per cui il modo in cui i governi trattano i propri cittadini è una questione di legittima preoccupazione in materia di sicurezza per le altre nazioni. Anche se accolto soltanto nel suo elemento di rottura, tale principio esercita un’influenza politica che non può essere ignorata, come hanno scoperto con loro sorpresa i leader sovietici. Ma qual è il tipo di governo più adatto a garantire che lo Stato da esso governato non sia una minaccia alla sicurezza di altre nazioni, sia nel modo diretto tradizionale sia indirettamente, trattando la propria cittadinanza in modo intollerabile per la comunità internazionale? Ciò è quanto si discute nella ricostruzione in Iraq.

La risposta immediata è la democrazia, per l’osservazione dettata dal buonsenso, e tante volte citata, per cui le democrazie non si fanno mai la guerra tra di loro. Ma la risposta è insufficiente in un mondo in cui le guerre non sono più le uniche o, addirittura, le principali minacce alla sicurezza. Elezioni democratiche possono portare al potere regimi non democratici, aggressivi e persino terroristici, come è accaduto in Serbia sotto Miloševič, come sarebbe successo in Algeria se non fosse intervenuto l’esercito a sottrarre le urne elettorali agli islamisti militanti, e come succederebbe molto probabilmente oggi in Iraq.

La risposta migliore è la «repubblica» nel suo significato originario di un governo in cui il potere supremo è detenuto da una massa di cittadini con diritto di voto ed è esercitato da rappresentanti eletti, responsabili di fronte ai cittadini, e che governano secondo la legge. In discussione non è la procedura ma il risultato: lo Stato di diritto. Se tutte le cose fossero uguali, una repubblica democratica sarebbe di gran lunga la migliore, ma, sfortunatamente, non è così. Vi sono diversi regimi democratici, e nessuno di loro è perfetto o facile da trasporre. La democrazia americana meno della maggior parte degli altri.

È la debolezza del processo democratico che potrebbe portare al potere non soltanto pericolosi terroristi ma anche pericolosi incompetenti. Ma una repubblica democratica, basata sullo Stato di diritto, come gli Stati Uniti e altre democrazie occidentali, possiede anche la capacità di recupero che permette di rimpiazzarli tramite ordinate procedure, volte a ristabilire il buonsenso e la competenza. Vi è un prezzo da pagare per il ritardo nel lasciare crescere la minaccia terroristica o deteriorare l’economia. Ma, con un po’ di fortuna, non è necessario che il prezzo sia eccessivamente elevato.

Una nuova amministrazione, eletta da un elettorato americano deluso, può raddrizzare il tiro molto velocemente. Le elezioni presidenziali del 2004 saranno le più importanti da quelle che portarono al governo Franklin D. Roosvelt nel mezzo della Grande depressione, soltanto che questa volta le conseguenze avranno una portata mondiale. Sarà una svolta che gli americani e i loro amici non potranno permettersi di mancare.

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