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Il crocevia della pace più difficile

Written by Luigi Sandri Monday, 01 September 2003 02:00 Print

Quello di Gerusalemme appare il nodo più complicato, tra gli altri pur intricati, da sciogliere per giungere alla pace tra lo Stato d’Israele e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Cercherò qui, per flash, di esaminarlo partendo da un lontano passato che incombe sull’oggi. Tremila anni fa David scelse Gerusalemme – città gebusea da lui conquistata – come capitale del regno d’Israele. Una scelta ben motivata: la città sorgeva su un colle (espandendosi poi su altri; e Sion, il nome di uno di questi colli, finirà per diventare sinonimo di Gerusalemme); quindi la rocca, potenziata, poteva garantire una valida difesa. Inoltre, la città era situata a metà strada, tra nord e sud del regno.

 

Quello di Gerusalemme appare il nodo più complicato, tra gli altri pur intricati, da sciogliere per giungere alla pace tra lo Stato d’Israele e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Cercherò qui, per flash, di esaminarlo partendo da un lontano passato che incombe sull’oggi.1

 

DALLA PARTE DEGLI EBREI

Il Tempio di Gerusalemme, la distruzione, il ricordo

Tremila anni fa David scelse Gerusalemme – città gebusea da lui conquistata – come capitale del regno d’Israele. Una scelta ben motivata: la città sorgeva su un colle (espandendosi poi su altri; e Sion, il nome di uno di questi colli, finirà per diventare sinonimo di Gerusalemme); quindi la rocca, potenziata, poteva garantire una valida difesa. Inoltre, la città era situata a metà strada, tra nord e sud del regno.

All’epoca, l’Arca dell’alleanza (che si riteneva contenesse le tavole della legge date da Dio a Mosè sul Sinai) veniva spostata di luogo in luogo. Il figlio di David, Salomone – siamo verso il 960 a.C. – costruisce uno splendente tempio per custodire l’Arca. Questo tempio fu distrutto nel 586 (o 587) dalle armate del re caldaico Nabu-kudur-usur, Nabucco, che anche deportò migliaia di ebrei, come schiavi, in Babilonia. Il salmo 137 esprime il loro tormento: «Sui fiumi di Babilonia / Là sedevamo piangendo / al ricordo di Sion. / Ai salici di quella terra / Appendemmo le nostre cetre. / Là ci chiedevano parole di canto / Coloro che ci avevano deportato, / Canzoni di gioia / i nostri oppressori: / ‘Cantateci i canti di Sion’. / Come cantare i canti del Signore / In terra straniera? / Se ti dimentico, Gerusalemme, / Si paralizzi la mia destra; / Mi si attacchi la lingua al palato, / Se lascio cadere il tuo ricordo, / Se non metto Gerusalemme / Al di sopra di ogni mia gioia».

Nel 539 il persiano Ciro entra vittorioso in Babilonia; l’anno seguente permette agli ebrei che lo vogliano di tornare in patria. Qui verso il 520 viene ricostruito il santuario, sulle rovine del precedente. Il tempio era il cuore religioso, sociale, politico, economico di Gerusalemme, e del paese di Giuda, e punto di riferimento spirituale degli ebrei della diaspora.

Nel 63 a.C. Pompeo conquista Gerusalemme, ponendo fine a ogni parvenza di indipendenza del regno giudaico. Erode il Grande, vassallo di Roma, verso il 10-15 a.C. inizia ad abbellire il secondo tempio con portici, scalinate, cortili. Nel 70 d.C. i romani piegano la prima grande rivolta ebraica iniziata nel 66: il 9 del mese di Av (corrispondente al 29 luglio) Tito prende il tempio, ultima difesa dei rivoltosi, infine arso dal fuoco. L’imperatore – come ancor oggi documenta nel Foro l’arco di Tito – nel trionfo a Roma fa portare anche la Menorah, il grande candelabro d’oro a sette braccia che ardeva nel tempio.

Guidata da Bar kokba (il figlio della stella), nel 132 scoppia la seconda grande rivolta ebraica contro i romani, domata nel 135 dall’imperatore Adriano. Questi, per cancellarne anche il ricordo, fa demolire Gerusalemme, sconvolgendone il tessuto urbano, e costruendovi sopra una città pagana, Aelia Capitolina. Viene comminata la pena di morte agli ebrei che avessero osato tornare in città. Ma gruppi di ebrei rimasero sempre in Palestina.

Dispersi nel mondo, nel primo e nel secondo millennio, e in mezzo a tante tribolazioni, gli ebrei manterranno vivo il ricordo di Gerusalemme. Il Seder (la Pasqua ebraica) delle comunità della diaspora terminerà sempre con l’auspicio: «L’anno prossimo a Gerusalemme». E il pensiero correrà al «muro occidentale» (più comunemente in Europa chiamato «Muro del pianto»): il muro di contenimento della spianata del tempio, a ovest, l’unica parte – seppure esterna – del complesso erodiano rimasta in piedi.

 

DALLA PARTE DEI CRISTIANI

Da Costantino alle Crociate

Complessi e dialettici furono i rapporti tra l’ebreo Gesù e il tempio di Gerusalemme (là il Nazzareno va a pregare, ma anche relativizza il tempio e il sacerdozio), e poi tra la Chiesa nascente e l’Ebraismo. Ma non ci addentriamo qui, in tale argomento teologico.

Nel 313, con Costantino, il Cristianesimo diventa «religione lecita» e, a fine secolo, con Teodosio, «religione obbligatoria» in tutto l’impero romano. Perciò nel «mondo cristiano» essere ebrei costituisce un problema, aggravato dalla colpa, loro attribuita dai teologi e dal popolino, di «deicidio»: tutti gli ebrei sarebbero responsabili di aver ucciso Gesù figlio di Dio. L’accusa tremenda fa da sfondo alle legislazioni civili degli imperatori e re cristiani in genere punitive contro gli ebrei.

Costantino fa erigere l’Anastasis – il complesso che racchiudeva il luogo del Calvario e la tomba nella roccia in cui, secondo la tradizione, Gesù era stato deposto e dalla quale era creduto risorto – e anche la basilica della Natività a Betlemme. Ma l’imperatore – e, dopo di lui, i basileus bizantini da cui dipendeva la Palestina – disprezzeranno il luogo (le rovine) su cui un giorno sorgeva il tempio di Gerusalemme, trasformandolo in pattumiera. Nel sistema ecclesiastico del primo millennio, che vede spesso tensioni tra Roma e Costantinopoli, in Oriente si formano dei patriarcati – raggruppamenti di diocesi guidate da una diocesi più importante – che là hanno grande peso: Costantinopoli, la nuova Roma; Antiochia; Alessandria; e, infine, Gerusalemme.

Nel VII secolo, rovesciato il potere bizantino, gli arabi prendono Gerusalemme. Un poco alla volta si fa strada in Occidente l’idea di andare a «liberare il Santo sepolcro dagli infedeli», cioè dai musulmani. In tale contesto nel 1095 papa Urbano II indice quella che con il senno di poi sarà chiamata «Crociata», cioè una spedizione militare occidentale per riconquistare la Città santa. I crociati prendono Gerusalemme il 15 luglio 1099: al grido di Deus lo vult (Dio lo vuole) i militari cristiani fanno una strage di civili arabi (ed ebrei). A Gerusalemme i crociati regneranno fino al 1187, quando il musulmano Saladino riconquisterà la città; essi dovranno ritirarsi a nord della Palestina, e infine nel 1291 saranno cacciati per sempre da San Giovanni d’Acri, ultima loro fortezza in Terra santa.

I crociati avevano posto fine al patriarcato greco di Gerusalemme, creandovi quello latino. Crollato il regno latino, ritornerà il patriarcato greco, e andrà rafforzandosi anche un altro patriarcato, quello armeno. Il patriarca latino – non essendo più il suo titolare a Gerusalemme – rimarrà per secoli solo un titolo onorifico, che i papi daranno a qualche prelato che non ha mai posto piede in Terra santa. Sarà Pio IX, nel 1847, a ripristinare realmente il patriarcato, che da allora per 140 anni sarà sempre affidato a italiani (francescani e sacerdoti secolari). Nel 1219 Francesco di Assisi si era recato in Egitto – ai tempi della quinta Crociata – per tentare di sedare contese sorte all’interno delle stesse schiere cristiane che assediavano Damietta, alle foci del Nilo. Non riuscendo nell’intento, il Poverello, inerme, decise di «passare il campo» ed incontrare il sultano Melek al Kamel. Questo incontro, del tutto atipico e pacifico, colpì molto i contemporanei. Nel 1333 il re di Napoli Roberto d’Angiò acquistò dal Sultano – a peso d’oro – il Cenacolo (il palazzotto di Gerusalemme in cui, secondo la tradizione, Gesù consumò l’ultima Cena). In memoria di Francesco, il compito di vigilare su questi luoghi, e su altri in seguito acquistati, fu affidato, consenzienti i Sultani, ai francescani. Perciò papa Clemente VI, nel 1342, istituì la «Custodia di Terra santa». Nel Medio Evo la Città santa era vista come centro del mondo: così la raffigurano alcune carte geografiche, così l’immagina Dante. A Gerusalemme si riteneva fosse sepolto Adamo, il primo uomo; e sulla sua tomba, là sul Golgotha, fu messo a morte il secondo Adamo, il Cristo redentore del mondo.

 

La questione dello status quo

Nel 1054 avviene l’irreparabile divisione, con reciproca scomunica, tra Roma e Costantinopoli; nel 1099 arriva la prima Crociata, quando viene meno il patriarca greco e viene creato il patriarca latino. Nel 1187 la città torna in mano musulmana; si complica la questione della «proprietà» dei luoghi santi. Che – tra greco-ortodossi, armeni e latini – si intorbida ulteriormente dopo che nel 1517 la Palestina finisce in mano agli Ottomani. Ciascun gruppo, basandosi su eredità, legislazioni, concessioni passate, rivendica diritti su questo o quel Luogo santo. In tale contesto, la Sublime Porta favorirà il patriarcato greco di Gerusalemme, collegato con quello di Costantinopoli. Vi è da aggiungere che, nell’Ottocento, Russia, Gran Bretagna, Prussia otterranno dai Sultani qualche Luogo santo o, almeno, la possibilità di costruirsi chiese o edifici in Gerusalemme.

Continuando le liti tra le Chiese, nel 1852, con un firmano (decreto) il Sultano fissa uno status quo, particolarmente punitivo verso i latini, che di fatto rimarrà immutato. Esso verrà assunto da Londra, quando nel 1917 gli inglesi occuperanno la Palestina; e, successivamente, adottato dallo Stato d’Israele, dalla Giordania e dall’OLP. A tutt’oggi, dunque, i problemi giuridici e patrimoniali legati ai luoghi santi (ebraici, musulmani, cristiani) sono regolati da un decreto della Sublime Porta di 150 anni fa.

Malgrado il firmano, nell’ultimo secolo e mezzo sono stati frequenti le contese – talora accompagnate da violenze fisiche – tra greco-ortodossi, latini e armeni, soprattutto per il possesso e l’uso della basilica della Natività di Betlemme e della basilica del Santo sepolcro a Gerusalemme. Il «condominio» in questa chiesa – la più sacra della Cristianità – è retto da un minuziosissimo regolamento, pretesto a volte di defatiganti discussioni. Gli armeni, appartenendo alla stessa famiglia ecclesiale, tengono sotto la loro protezione siri ed etiopi che hanno anch’essi, in uso o in possesso, qualche parte della basilica e dell’adiacente complesso. Nell’ultimo decennio sono sensibilmente migliorati i rapporti tra le varie Chiese di Gerusalemme, e quindi, salvo negative eccezioni (da agosto 2003 è in atto un’aspra disputa per la basilica di Betlemme), è stato in generale più facile ai cristiani regolare le questioni legate allo status quo e alla sua interpretazione.

 

DALLA PARTE DEI MUSULMANI

Muhammad e Gerusalemme

Il Corano chiama gli ebrei e i cristiani «genti del libro» (la Bibbia), e ritiene vera la loro rivelazione, però completata dalla terza e definitiva, quella coranica. Ora, poiché i profeti degli ebrei e dei cristiani operarono a Gerusalemme, massimo è il rispetto dell’Islam per questa città. Ma Gerusalemme è legata direttamente anche alla missione di Muhammad (Maometto). «Osanna a colui che una notte lanciò in viaggio il suo servo dal tempio sacro al tempio remoto»: il primo versetto della sura (capitolo) XVII del Corano – secondo l’interpretazione islamica – afferma che una notte Allah trasportò Muhammad dalla Mecca («il tempio sacro») alla Spianata («tempio remoto») ove un giorno sorgeva il tempio di Gerusalemme. Da qui, poi, con un viaggio mistico il Profeta fu fatto ascendere in cielo, ove vide il trono di Allah, e infine tornò sulla terra. Perciò Gerusalemme è la terza Città santa dell’Islam (dopo La Mecca e Medina) e in arabo si chiama appunto al-Quds «la [città] santa»; e la «Spianata» – ove sostò Muhammad nel suo mistico viaggio – è ritenuta «incedibile» a non-musulmani. La stessa Bibbia (Genesi) afferma che Abramo da una schiava ebbe il figlio Ismaele; e, dopo, dalla moglie Sara, Isacco, dal quale discendono gli ebrei. Gli arabi dicono di discendere da Abramo, attraverso Ismaele. Come la Bibbia, anche il Corano parla di Abramo che, in obbedienza a Dio, è disposto a sacrificargli il figlio (poi l’Onnipotente interverrà per risparmiare il sacrificio umano); di cui tuttavia non dice il nome. Attualmente, la grande maggioranza degli esegeti musulmani ritiene che il figlio innominato fosse Ismaele, e non Isacco. Il luogo del possibile sacrificio viene localizzato presso la Mecca, e visitato dai musulmani che compiono il hajj (il pellegrinaggio, richiesto all’islamita almeno una volta in vita). Ma una tradizione musulmana gerosolimitana afferma che il luogo in cui Allah mandò Abramo per sacrificare il figlio era proprio a Gerusalemme, ed esattamente su quello spuntone sopra il quale ora si erge la «Cupola della roccia». Vi è da aggiungere che – in questo concordando – ebrei e musulmani ritengono che la tomba di Abramo si trovi a Hebron, oggi città cisgiordana a una trentina di chilometri a sud di Gerusalemme. La sala dell’edificio (il basamento è erodiano) è divisa in due settori: uno è una sinagoga, l’altro una moschea, e proprio aderente a questa si trova l’asserita tomba di Abramo.

 

La conquista araba di Gerusalemme

Sconfitti i bizantini, gli arabi, guidati dal califfo Omar, nel 638 entrano in Gerusalemme. I conquistatori garantiscono ai cristiani – ormai dimmi, «protetti» ma obbligati a pagare un tributo – la libertà di culto. Anche gli ebrei sono invitati, alle stesse condizioni, a vivere in città, come del resto in tutta la Palestina. Rispettando quelli cristiani, come sito in cui costruire i loro luoghi santi gli arabi scelgono la Spianata ove sorgeva il tempio ebraico. Così, come attuando quanto affermava la sura XVII, alla fine del settimo secolo gli arabi costruiscono la «Cupola della roccia», popolarmente detta moschea di Omar; e, il secolo successivo, la moschea al-Aqsa (la remota). Ma quando i crociati conquistarono Gerusalemme, la «Cupola della roccia» fu trasformata in chiesa, e la moschea di al-Aqsa in dimora regale: affronto che i musulmani non dimenticheranno.

All’inizio del secondo millennio la situazione dei cristiani, a Gerusalemme, peggiora, perché il califfo fatimida d’Egitto, Amr al-Hakim, avvia una politica di violenta islamizzazione della città, rendendo precaria la vita dei cristiani. Fatti come questi favoriranno, in Occidente, quel clima di battaglia contro gli «infedeli» che poi sboccerà nella prima Crociata. Questa a parte, le successive dominazioni su Gerusalemme – una, breve, dei turchi Selgiuchidi, poi quella più lunga dei Mamelucchi e, infine, dal 1517 al 1917, degli Ottomani – saranno tutte musulmane, seppure non tutte arabe. Dunque, per quattordici secoli la Città santa è stata in mano islamica.

 

IL CONFLITTO DEL SECOLO VENTESIMO

Il Mandato britannico a Gerusalemme

Dal 1917, nel 1922 gli inglesi ottengono dalla Società delle Nazioni il «Mandato» (il potere civile e militare) sulla Palestina. I britannici rassicurano arabi ed ebrei di voler mantenere lo status quo dei luoghi santi. Nei fatti, nasceranno spesso contese, in particolare per l’uso dello spazio adiacente al «Muro del pianto». La Encyclopedia of the United Nations2 (nel 1917 – fine della dominazione ottomana, inizio di quella britannica – gli ebrei in Palestina erano 57.000, il 3% della popolazione)3 riporta queste cifre totali per gli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento (si noti che i «non ebrei» sono quasi tutti arabi):

 

La «spartizione» decisa dalle Nazioni Unite

Dopo molte discussioni (sullo sfondo la tragedia della seconda guerra mondiale e della Shoah), il 29 novembre 1947, con la risoluzione 181/II, l’ONU decide la «spartizione» della Palestina in tre parti: Stato ebraico, Stato arabo, e Gerusalemme con la vicina Betlemme Corpus separatum amministrato direttamente dalle Nazioni Unite. Gli ebrei accettano, gli arabi respingono la risoluzione 181; ne segue una guerra che si conclude nel 1949 con una serie di armistizi. Gerusalemme rimane divisa in due: agli israeliani la parte Ovest, ai giordani la parte Est (che comprende tutta la «città vecchia», quella dentro le mura turche, e che racchiude i massimi luoghi santi ebraici, cristiani e musulmani).

Pio XII e i leader delle altre Chiese, orientali e occidentali, accettano la risoluzione dell’ONU sulla «internazionalizzazione» di Gerusalemme, e la riaffermata conferma dello status quo in tutta la Terra santa. Paolo VI, primo papa nella storia a compiere questo gesto, nel gennaio 1964 si reca pellegrino in Terra santa: ma arriva e riparte da Amman, e dalla Giordania si reca a Gerusalemme, ma solo nella parte Est. Nel giugno 1967 scoppia la «guerra dei sei giorni», al termine della quale Israele occupa Sinai egiziano, Striscia di Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme-est, Golan siriano. Con la risoluzione 242 il Consiglio di sicurezza, il 22 novembre del 1967, chiede che le forze israeliane si ritirino «da territori occupati» e riafferma il diritto di tutti gli Stati della regione mediorientale a vivere in pace e sicurezza. Analoga risoluzione (338) viene adottata il 22 ottobre 1973, dopo la «guerra del Kippur».

Paolo VI, tenendo conto della mutata situazione, non chiede più la «internazionalizzazione» di Gerusalemme, ma che sia «internazionalmente garantito» l’accordo che le parti in causa fossero riuscite a raggiungere circa lo status della città.

 

1980-2001: Gerusalemme, pomo della discordia

Il 30 luglio 1980 la Knesset, il parlamento israeliano, proclama l’intera Gerusalemme capitale «eterna» e «indivisibile» d’Israele. Atto unilaterale respinto come inammissibile non solo dai paesi arabi e dall’OLP, ma anche dalle Nazioni Unite e da quasi tutti i paesi del mondo. Protestano anche il Vaticano e, a Ginevra, il Consiglio ecumenico delle Chiese. Nel 1987 Giovanni Paolo II nomina come patriarca latino di Gerusalemme monsignor Michel Sabbah. È la prima volta che un palestinese ha un tale ruolo.

A proposito di cristiani, va ricordato che oggi, su una popolazione complessiva di 6,4 milioni di abitanti in Israele e di 3,2 milioni nei Territori, i fedeli delle varie Chiese – la greco-ortodossa, la cattolica (con i riti latino, melkita, maronita, siro, armeno, caldeo), l’armena gregoriana, la sira, l’anglicana, la luterana – sono circa il 2,5%. Essi, concentrati soprattutto nella zona di Nazareth (Israele), a Gerusalemme-Est e a Betlemme (Cisgiordania), continuano a subire una emorragia, dovuta all’emigrazione indotta dall’aspra situazione politica e sociale, che molto preoccupa le autorità delle Chiese, le quali temono, con questo trend che pare inarrestabile, che tra una ventina d’anni i luoghi santi rimarranno vuoti delle «pietre sante», cioè dei loro fedeli, e quindi nudi musei. Nella Palestina turca di inizio Novecento i cristiani erano il 13,3% della popolazione complessiva; scesero al 9,5% durante il Mandato e al 5,2% nel 1949.

Preparata nei mesi precedenti a Oslo, il 13 settembre 1993 viene firmata alla Casa Bianca la Declaration on Principles con cui Israele e OLP avviano le trattative che dovrebbero entro cinque anni portare alla pace. Per Gerusalemme il testo afferma che lo status definitivo della città dovrà essere concordato tra le due parti.

A Gerusalemme, il 30 dicembre successivo, viene firmato un Accordo fondamentale – primo del suo genere – tra Israele e la Santa Sede. Le due parti si impegnano, sulla base dell’articolo 4, a rispettare lo status quo dei luoghi santi cristiani. Lo stesso giorno la sala stampa vaticana, a proposito della questione di Gerusalemme, ribadisce che la Santa Sede «chiede che chiunque eserciti la sovranità, da solo o con altri, debba aderire a uno statuto speciale internazionalmente garantito, per quello che riguarda la tutela dei massimi valori religiosi e culturali che si trovano in quell’area».

L’Accordo apre la via, nel 1994, all’instaurazione di rapporti diplomatici tra le due parti. Il rappresentante vaticano, come Delegato apostolico di Gerusalemme e Palestina (carica istituita nel 1948) avrebbe continuato a risiedere nella Città santa; ma – pur essendo la stessa persona – come nunzio in Israele la sua residenza ufficiale sarebbe stata a Jaffa (Tel Aviv). Dopo ventisette anni di esilio, il primo luglio 1994 il capo dell’OLP, Yasser Arafat, torna a Gaza, accolto trionfalmente. Dirà alla sua gente: «Oggi abbiamo liberato Gaza. Poi sarà la volta di Betlemme, Jenin, Tulkarem, Nablus, Qalqilya, Ramallah, Hebron [città cisgiordane]. E poi liberemo al-Quds, al-Quds, al-Quds».

In realtà, già affaticati da altri problemi gravi, nelle diverse trattative Israele-OLP la questione di Gerusalemme verrà affrontata solo nel luglio 2000 e nel gennaio 2001. Negli altri anni, con affermazioni generali, la parte ebraica ribadirà la «non divisibilità» della città, mentre l’OLP ripeterà la sua richiesta di fare di Gerusalemme-Est la capitale della costituenda Palestina. Del resto, in tutte le scuole dei Territori bambini e ragazzi dipingono, come simbolo della loro patria, la dorata «Cupola della roccia».

Dalla conquista del 1967 in poi, pur considerandola parte integrante della sovranità israeliana, i vari governi d’Israele hanno sempre lasciato alle autorità religiose musulmane (al loro vertice vi è il gran mufti) il controllo ordinario della «Spianata», al suo interno, rimanendo sempre controllata dai soldati la scalinata di accesso alla stessa. Nel momento in cui tuttavia hanno ritenuto di trovarsi in grave pericolo a causa dell’Intifada (sollevazione palestinese), i soldati si sono spinti fino all’interno della «Spianata», e una volta addirittura nella moschea al-Aqsa, uccidendo alcune persone.

Il 15 febbraio 2000 Santa Sede e OLP firmano un Accordo base nel cui preambolo dichiarano: «Un’equa soluzione, per la questione di Gerusalemme, sulla base delle risoluzioni internazionali, è fondamentale per una pace giusta e duratura nel Medio Oriente, e decisioni e azioni unilaterali che alterino il carattere specifico e lo status di Gerusalemme sono moralmente e giuridicamente inaccettabili». Pertanto le due parti auspicano «uno statuto speciale per Gerusalemme, internazionalmente garantito», che salvaguardi libertà religiosa per tutti, mantenga inalterato «il carattere sacro della Città, e il suo patrimonio religioso e culturale dal significato universale», e conservi lo status quo nei luoghi santi. Questo Accordo base provoca aspre reazioni nel ministero degli Esteri israeliano.

Il 12 marzo successivo papa Wojtyla presiede in San Pietro una «giornata del perdono». Con riferimento alle «sofferenze patite dal popolo d’Israele nel corso della storia», egli affermerà: «Dio dei nostri padri, tu che hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo Nome fosse portato alle genti: noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli, e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci in un’autentica fraternità con il popolo dell’alleanza». Otto giorni dopo, il pontefice parte pellegrino per la Terra santa: Giordania, Israele, Territori palestinesi. Nei suoi discorsi, il papa non menziona mai direttamente la questione dello status di Gerusalemme: ma visita la «Spianata», incunea personalmente in una fessura del «Muro del pianto» la preghiera di pentimento del 12 marzo, visita Yad Vashem (memoriale della Shoah), incontra le massime autorità civili israeliane e palestinesi, e religiose, ebraiche e musulmane. Tentando il rush finale della pace, Clinton nel luglio 2000 convoca a Camp David il premier israeliano Ehud Barak e Arafat. Si cerca un compromesso, invano, anche per Gerusalemme. Il rompicapo religioso, storico, giuridico, diplomatico della Città santa appare insuperabile.4 Il 28 settembre 2000 Ariel Sharon – allora capo del Likud, il maggior partito di opposizione al governo laburista – entra nella «Spianata» non come semplice pellegrino, ma attorniato da centinaia di soldati, per proclamare «Anche questo luogo è Israele». Il gesto è giudicato sfida intollerabile dai palestinesi che, come risposta, innescano la seconda Intifada.

A Taba (Egitto) dal 21 al 27 gennaio 2001 israeliani e palestinesi tentano, in extemis, un accordo (che favorirebbe Barak alle imminenti elezioni del 6 febbraio). Ma l’intesa, che riguardava anche Gerusalemme, sfuma. Comunque, in vista di questi negoziati, il 4 gennaio 2001, in una lettera ai rabbini-capo d’Israele, Yisrael Meir Lau (ashkenazita) e Eliyahu Baksi-Doron (sefardita), Barak aveva ribadito che non avrebbe firmato alcun documento che prevedesse il trasferimento ai palestinesi della sovranità del Monte del tempio. Le elezioni del 6 febbraio vedono la sconfitta di Barak e la vittoria di Sharon. Questi, nel discorso di «investitura», afferma: «Gerusalemme è il grande sogno per il quale gli ebrei hanno bramato e pregato in ogni generazione. Se voltiamo le nostre spalle a questa città, ai suoi simboli e ai nostri luoghi santi, noi metteremo in forse il nostro stesso futuro e destino. Gerusalemme è stata e sarà l’eterna capitale del popolo ebraico».

 

«Città di pace» o Babilonia?

Ideata dal presidente George W. Bush, e poi sostenuta anche da ONU, Unione Europea e Russia, dopo che gli Stati Uniti nel maggio 2003 hanno dichiarato conclusa la «guerra preventiva» per debellare il regime di Saddam Hussein, si è avviata concretamente la Road Map. Questa, secondo il Quartetto che la sponsorizza, in tre successive «fasi» entro il 2005 dovrebbe portare alla pace definitiva tra Israele e OLP. La «fase tre» (2004-2005) per la Città santa prevede «una soluzione negoziata dello status di Gerusalemme che tenga conto delle preoccupazioni politiche e religiose di entrambe le parti, e tuteli gli interessi religiosi degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani di tutto il mondo». All’inizio del settembre 2003, la Road Map appare però più compromessa che mai. Questi cenni teologici, storici e geopolitici suscitano un interrogativo ineludibile: sarà mai possibile che Israele e OLP trovino un accordo su Gerusalemme? Sì, è la risposta, a condizione però che le due parti accettino l’idea che quella oggi contesa è città da «condividere». L’accordo sarà (sarebbe) certo asperrimo; ma, se vi è (fosse) la volontà politica e un’adeguata fantasia giuridico-diplomatica, fattibile.

Più complicata appare la vicenda dal punto di vista religioso (ma, nella Città santa, con fortissime ricadute geopolitiche). Religiosi ebrei e musulmani sapranno trovare nelle rispettive Scritture e tradizioni motivi di condivisione di un Luogo – la «Spianata» – la cui sovranità in definitiva è di Dio? Solo in un futuro lontano ed evanescente Gerusalemme sarà realtà di pace (secondo una etimologia ebraica, Yerushalayim significa appunto «città di pace»), crocevia di dialogo, fratellanza, comunione? Non potrebbe esserlo già qui e ora? Un qui e ora che purtroppo vede la Città santa piuttosto nella parte di una Babilonia devastata da lacerazioni sacrileghe, perché là – accanto a chi invoca Iddio con cuore puro – troppi usano il nome dell’Ineffabile per benedire violenze, soprusi, terrorismo. Perché, se i leader religiosi (e il popolo religioso, ovviamente) non sapranno contribuire a districare il nodo di Gerusalemme, operazione che di per sé spetta ai politici, la diplomazia dovrà imboccare strade inedite. In proposito, l’ex ministro degli Esteri israeliano Shimon Peres ha proposto che Gerusalemme divenga «capitale del mondo».5 E, in concreto, che il «sacro bacino» della «Città vecchia», e cioè il «Muro del pianto», la «Spianata», il Santo sepolcro – una superficie complessiva di circa un chilometro quadrato! – divenga «capitale del mondo». Il miniterritorio dovrebbe avere come sindaco il Segretario generale dell’ONU, affiancato da due altri sindaci, uno ebreo israeliano l’altro musulmano palestinese. Naturalmente, per i fedeli delle tre religioni monoteistiche, e per tutti, sarebbe garantita piena libertà di culto. Peres suggerisce poi di dividere in diciotto quartieri – dieci palestinesi, otto ebraici – le aree controverse della città. (Attualmente, nella «Città vecchia» i quartieri sono quattro: cristiano, armeno, musulmano, ebraico. Nel giugno 2001 – ultimi dati – nell’insieme Gerusalemme aveva 675.000 abitanti, di cui 216.000 arabi, questi tutti concentrati nella parte est, ove molti sono i nuovi quartieri ebraici [insediamenti, secondo l’OLP]. Alla stessa data, gli abitanti della «Città vecchia» erano 35.000: 2.700 ebrei, 7.000 cristiani [tra essi 2.000 armeni] e 25.300 musulmani).

«Peres continua a rivelarsi un inguaribile sognatore. Per la stragrande maggioranza degli israeliani quello di Gerusalemme, capitale unica e indivisibile del proprio Stato, è un capitolo chiuso», ha commentato il vice premier israeliano ed ex sindaco della città, Ehud Olmert. Invece Ziad Abu Ziad, già ministro dell’Autorità nazionale palestinese per Gerusalemme, ha giudicato quello di Peres «un punto di partenza condivisibile » per le trattative; e ha aggiunto: «Non potrà mai nascere uno Stato palestinese senza Gerusalemme-Est. Neanche il leader più moderato, disponibile al compromesso, potrebbe mai firmare un accordo che escluda Gerusalemme-Est».

Abbracciando tremila anni di storia, che ora come un raggrumo incombono sul mondo intero, i problemi, le asprezze, le contraddizioni, le violenze, la beatitudine, i sogni su e per Gerusalemme incutono smarrimento e speranza. Trepido e pensoso perciò è l’augurio di Shalom-Pace-Salam alla Città santa. O, forse, troppo santa.6

 

 

 

Bibliografia

1 Lo farò seguendo il filo del discorso più ampiamente esposto nel mio libro, Città santa e lacerata. Gerusalemme per ebrei, cristiani, musulmani, Editrice Monti, Saronno 2001, al quale mi permetto di rinviare per approfondimenti e per un ampio ventaglio delle fonti.

2 E. J. Osmañczyk , Encyclopedia of the United Nations, Taylor and Francis, Philadelphia-London 1985.

3 S. Hattis Rolef, Political Dictionary on the State of Israel, The Jerusalem Publishing House, Gerusalemme 1993.

4 Per i dettagli di queste trattative, cfr. C. Enderlin, Storia del fallimento della pace tra Israele e Palestina, Newton & Compton, Roma 2003, p. 334.

5 Cfr. «l’Unità», 23 luglio 2003.

6 Le cartine sono state già pubblicate in Sandri, op. cit. pp. 387-89 e in «Limes» 1/2002.

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