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La fatica più grande. Torino e la rappresentazione di sé

Written by Fiorenzo Alfieri Monday, 01 September 2003 02:00 Print

La fatica più grande che oggi i torinesi sono chiamati ad affrontare non riguarda tanto l’organizzazione delle migliori olimpiadi invernali della storia che si terranno nel 2006, e neppure il completamento della trasformazione urbana prevista per le celebrazioni del centocinquantenario dell’unità d’Italia nel 2011, quanto il cambiamento profondo di quella che la scienza cognitiva chiamerebbe «rappresentazione di sé». Si tratta dell’obiettivo più difficile perché per raggiungerlo i torinesi, e in particolare i maggiori decisori, dovrebbero modificare il loro punto di vista sulla città e sui suoi cittadini partendo però necessariamente dalla visione di cui dispongono al momento, che è appunto quella che dovrebbe essere cambiata: una questione piuttosto complicata.

 

La fatica più grande che oggi i torinesi sono chiamati ad affrontare non riguarda tanto l’organizzazione delle migliori olimpiadi invernali della storia che si terranno nel 2006, e neppure il completamento della trasformazione urbana prevista per le celebrazioni del centocinquantenario dell’unità d’Italia nel 2011, quanto il cambiamento profondo di quella che la scienza cognitiva chiamerebbe «rappresentazione di sé». Si tratta dell’obiettivo più difficile perché per raggiungerlo i torinesi, e in particolare i maggiori decisori, dovrebbero modificare il loro punto di vista sulla città e sui suoi cittadini partendo però necessariamente dalla visione di cui dispongono al momento, che è appunto quella che dovrebbe essere cambiata: una questione piuttosto complicata. A causa di un groviglio del genere Kant si convinse che la psicologia non sarebbe mai potuta diventare una scienza. Si chiedeva infatti come si possa fare scienza sulla mente avendo per unico strumento d’indagine la mente stessa.

Mi ha sempre profondamente irritato lo stereotipo del torinese che per sua natura vola basso, teme sempre di esagerare, si fa rubare le idee e quindi anche la scena dagli altri. L’ho sempre considerato un trabocchetto in cui sarebbe risultato tragico per noi cadere; ma soprattutto l’ho sempre ritenuto un dato falso dal punto di vista storico e un atteggiamento particolarmente dannoso per i tempi che stiamo oggi attraversando. Infatti, per oltre tre secoli, quelli in cui Torino fu capitale di ducato e poi di regno, lo stile mentale e comportamentale dei torinesi non fu certamente l’understatement e, comunque sia, oggi non possiamo assolutamente più permetterci un simile stucchevole snobismo. Si è trattato di uno stereotipo strumentale, inventato ad hoc al momento opportuno da chi aveva un interesse diretto a che diventasse senso comune; questo però non giustifica che lo si consideri una caratteristica genetica della nostra comunità.

Capita molto di frequente che il viaggiatore giunto per la prima volta a Torino pronunci le due seguenti espressioni in questo medesimo ordine: «per me Torino è stata una vera sorpresa: mi aspettavo una specie di Detroit e invece mi sono trovato in una delle più belle città d’Europa» e «chissà perché i torinesi non lo fanno sapere in giro?». Si tratta davvero di un caso di studio. Mentre molto spesso l’immagine di un luogo risulta al momento della verifica diretta meno bella di quella propagandata, nel caso di Torino succede l’inverso: la realtà è infinitamente migliore dell’immagine che se ne ha all’esterno. Un caso di studio appunto, un raro esempio di marketing al contrario.

La questione per tanto tempo è stata trattata con un misto di fatalismo e di masochistico compiacimento. Quando nel 1980, durante la seconda tornata del sindaco Novelli, mi toccò di assumere anche la competenza di assessore al turismo (mai dal dopoguerra in poi si era pensato che per Torino si potesse parlare di…turismo), il mio sindaco, che pure era un grande estimatore della sua città, mi raccomandò: «Non montarti la testa. Torino non è mica Venezia. Loro hanno il Canal Grande, noi di canale abbiamo la Ceronda». Pur di sminuire Torino, il suo stesso popolarissimo sindaco era portato a scherzare facendo riferimento a un torrentello che passa vicino a Venaria, dimenticando che a Torino scorrono tre grandi fiumi, il maggiore dei quali è il più lungo d’Italia e produce con il suo delta proprio il miracolo di Venezia e del Canal Grande.

Torino è stata capitale di Stato per oltre tre secoli; di uno Stato che ha sempre avuto bisogno di farsi rispettare in Europa sia grazie alla forza del suo esercito sia attraverso la bellezza della sua zona di comando, lo splendore delle residenze reali extra-urbane, l’eleganza raffinata e il buon gusto delle sue classi dirigenti ma anche dei normali cittadini, la squisitezza dei suoi vini, dei suoi tartufi bianchi, della sua cioccolata. Per tre secoli lo stile dei torinesi è stato necessariamente esibizionista, sicuro di sé, cortesemente prepotente. Basti pensare a quale dose di presunzione si sia resa necessaria non solo per mettersi alla testa del processo di unificazione politico-militare del paese, ma anche per diventare la culla di industrie nuove come quella dell’automobile, della moda, del cinema, o per lanciarsi in avventure come quella della radio e poi della televisione. La rappresentazione di sé dei torinesi era prevalentemente dominata dall’orgoglio di essere coraggiosi e molto civili, di avere «le mani che pensano», di amare il bello e di ricercarlo sia nel modo di gestire lo straordinario paesaggio naturale in cui la città è collocata sia di progettare i nuovi spazi urbani, di sapere nel contempo essere solidali e caritatevoli sull’esempio dei grandi santi sociali operanti nella città e nella regione, i più grandi e progettuali che il cattolicesimo abbia mai avuto. Altro che understatement!

Così si espresse nella seduta di primavera del 1865 del consiglio comunale di Torino il sindaco di allora, Emanuele Lucerna di Rorà, dopo la decisione del governo dell’Italia unita, con sede a Torino, di spostare la capitale a Firenze. «Signori, non abuserò del vostro tempo ad annoverare i danni che tutte le classi dei cittadini avranno a soffrire per l’allontanamento della sede del governo da Torino e specialmente dalla perdita della popolazione mobile che quella vi tratteneva. Ognuno li vede, anzi dico, li sente, poiché non vi è forse cittadino che non ne soffra nei suoi privati interessi. Ma piacemi constatare che in presenza d’un fatto simile la popolazione sente istintivamente quello che le conviene fare onde scongiurare le conseguenze, e non si sta inoperosa a piangere sui danni sofferti o temibili, locché sarebbe la morte della nostra città, ma si agita animosa e tende a sviluppare vieppiù la sua vitalità con estendere la sfera dell’attività sua e ad andare a conquistare nella nuova sede e nelle altre parti d’Italia que’vantaggi che lo andamento delle cose avevale per lo addietro messo a sua portata. Per annoverarvi le risorse nelle quali noi dobbiamo confidare onde provvedere all’avvenire non posso fare a meno che ripetervi quanto già vi dissi nelle mie precedenti relazioni, poiché le mie convinzioni non sono punto mutate anzi si rafforzarono. Le risorse principali per l’avvenire della nostra città sono, a mio credere, l’industria ed il commercio, l’istruzione e gli stabilimenti educativi, gli stabilimenti militari, le attrattive del soggiorno. (…) Spero riusciremo, perché confido nel carattere dei nostri concittadini, nel loro coraggio, nella loro fede nell’avvenire e nella loro operosità che, se poco può fare da sé adoperata parzialmente, può tutto qualora sia riunita in associazione. Nella potente leva dell’associazione stanno il nostro presente, il nostro avvenire, ed il municipio deve favorirla, aiutarla e promuoverla nei limiti della sua competenza».

Straordinario discorso: un vero piano strategico ante litteram. Una città vissuta per tre secoli di grande politica e di amministrazione statale non doveva stare a piangere sul latte versato ma scegliere «in associazione» le linee strategiche del suo nuovo destino facendo leva sui punti di forza di cui disponeva. Avendo dovuto continuamente aggiornare le tecniche di difesa militare, nel 1865 si trovava nelle condizioni di poter fondare sulla cultura scientifico-tecnologica accumulata lo sviluppo delle nuove industrie, ma anche il fiorire delle grandi istituzioni formative. Avendo dovuto diventare una città bella, ricca di spazi urbani piacevoli e di opere d’arte, si trovava nelle condizioni di sviluppare i commerci e le «attrattive del soggiorno» rivolgendosi intenzionalmente sia a chi intendeva stabilirsi in città sia a chi voleva visitarla per diletto.

Se le cose fossero andate come indicato dal sindaco Rorà, oggi Torino non sarebbe di nuovo nella necessità, per non dire nello sgomento, di progettare un difficile futuro radicalmente diverso rispetto al passato. Che cosa è successo invece? Lo sappiamo tutti: è successo che una sola delle linee strategiche indicate dal sindaco Rorà venne davvero sviluppata, quella relativa all’industria e in un modo tale che non poteva certamente essere previsto nel 1865. Non poteva immaginare il sindaco Rorà che l’abnorme sviluppo dell’industria manifatturiera e specialmente quella dell’automobile avrebbe di fatto fagocitato la sua giusta lungimirante visione, armonicamente distribuita tra industria, istruzione, commercio, cultura, turismo.

Quando i modi per produrre l’automobile portarono alla massima concentrazione possibile di mezzi e uomini nello stesso ristretto territorio, come avvenne al Lingotto a partire dagli anni Venti e poi a Mirafiori a partire dalla fine degli anni Trenta, i decisori economico-politici determinarono di eliminare qualsiasi altra prospettiva per la città che non fosse quella del rendere il più rapido e agevole possibile lo straordinario sviluppo di quell’unico modo di produrre ricchezza. Non bisogna dimenticare che Torino è stata una delle pochissime città della storia costrette a raddoppiare la sua popolazione in poco più di un decennio. Si è dovuta perciò costruire a tempi di record una seconda città, molto più grande di quella storica, senza alcuna possibilità di dare senso ai progetti urbanistici, scegliere tra diverse opzioni, riflettere, correggersi, evolvere gradualmente come era avvenuto in passato.

Come se non bastasse, quegli stessi decisori svilupparono la perversa convinzione che, per poter reggere l’impatto di un simile sviluppo da guinness dei primati, la popolazione si doveva subliminalmente confermare nella certezza di vivere in una città senza altri valori e senza altri sbocchi possibili: non doveva, appunto, montarsi la testa. I giovani bravi dovevano sapere che il loro destino era il politecnico e poi la fabbrica; per seguire altri interessi avrebbero dovuto emigrare. Ancora pochi mesi prima di morire, l’Avvocato ebbe modo di ribadire la sua visione di Torino e dei suoi cittadini, esprimendosi più o meno così: «Dall’alto della pista del Lingotto guardo la città e penso alla straordinaria disponibilità dei suoi abitanti a venire puntuali in fabbrica all’alba e a lasciarla soltanto quando il sole è già tramontato da molto tempo».

Non dimenticherò mai un incontro avvenuto in Sala Rossa (dove si riunisce il consiglio comunale di Torino) nel giugno del 1981 per presentare i primi progetti di turismo culturale agli opinion leaders di allora. Novelli e io annunciammo che era intenzione dell’amministrazione valorizzare, per la prima volta dal dopoguerra, quelle risorse paesaggistiche, artistiche, culturali della città che ci venivano riconosciute dai forestieri e che noi invece tenevamo ben nascoste, un po’ come succedeva quando le ricche famiglie, prima di lasciare i palazzi di città per spostarsi d’estate nelle «vigne» della collina, ricoprivano i mobili e le suppellettili con grandi teli bianchi. Era ora di togliere quei teli e di restituire all’attenzione del mondo un oggetto rimasto per fin troppo tempo quasi sconosciuto. Un grande genio dell’industria culturale dell’epoca seppe verbalizzare magistralmente il ben visibile dissenso che serpeggiava tra i presenti su questa nostra proposta: «Torino è come la cucina d’Italia. Molti parlano di laboratorio; io preferisco parlare di cucina. Questa città è il posto ideale per preparare, per provare, per sbagliare anche, comunque per confezionare con cura e concentrazione. In cucina, però, si deve poter stare comodi, si deve poter andare in ciabatte, si deve poter sporcare per terra. Perciò gli ospiti non si ricevono in cucina; si accolgono nel salotto buono e in Italia i salotti buoni sappiamo bene quali sono» Erano i tempi in cui la «Storia d’Italia» della Einaudi veniva presentata a Firenze e la FIAT lanciava la nuova Uno addirittura negli Stati Uniti, a Cape Canaveral. Torino non era degna di presentare i manicaretti da lei stessa cucinati con tanto amore e professionalità, accogliendo gli ospiti nelle sue regge, nei suoi caffè, nei suoi teatri, nei suoi parchi; no, non stava bene, non faceva fine; bisognava che gli ospiti venissero ricevuti nei salotti buoni degli altri!

Credo che questo aneddoto sia in grado di dimostrare, più di tante complesse analisi storico-sociologiche, come il tentativo di far passare, contro ogni evidenza e contro ogni riscontro storico, una città quale Torino alla stregua di una specie di Detroit venisse perseguito con assoluta caparbietà da parte di chi pensava di avere tutto da guadagnare dal fatto che i torinesi e l’opinione pubblica in generale si convincessero che Torino era soltanto un dormitorio brutto e squallido, non meritevole di essere visitato dai turisti e neppure vissuto volentieri dai suoi cittadini durante il loro tempo libero.

C’è da chiedersi, però, il motivo per cui questo modo di vedere la città sia stato così condiviso anche da chi non aveva alcun interesse economico diretto e cioè da tanti professionisti, intellettuali, artisti e anche da tanti politici compresi quelli di sinistra. Se una responsabilità grave va attribuita al cinismo di chi, non solo ha sfruttato la città per accumulare capitali, ma ha anche cercato di imbrogliarla spingendola a pensare di essere diversa da quella che era, una responsabilità ancora più grande se la sono assunta i vari, più o meno consapevoli, servi sciocchi che hanno amplificato pappagallescamente le aspettative della grande industria, contribuendo in modo determinante a radicare quel senso comune da essa tanto auspicato. Io penso che sia proprio questo trasversale sottobosco salottiero il maggior responsabile del sistematico assalto alla sicurezza ontologica dei torinesi che si è verificato in modo particolare nell’ultimo mezzo secolo. Per quanto riguarda la sinistra, non va dimenticato che due personaggi come Gramsci e Gobetti non hanno mai accettato acriticamente il modello alienante della fabbrica capitalistica. Per Gramsci in particolare, l’incontro con Torino era stato decisivo per lo sforzo di appropriazione – come si legge nei Quaderni – di un modo di vivere e di pensare non più regionale e da «villaggio», ma nazionale, e tanto più nazionale (anzi nazionale appunto per ciò) in quanto cercava di inserirsi in modi di vivere e di pensare europei. Ciò che commuove è che non tutti i cittadini, nel secondo dopoguerra, si conformarono alle indicazioni del potere economico relativamente alla rappresentazione di sé. Ad esempio, quei circa 500.000 immigrati che avevano causato il raddoppio di popolazione di cui abbiamo parlato dimostrarono generalmente molto apprezzamento e molto orgoglio nei confronti della città in cui erano venuti ad abitare. È ben nota l’ammirazione per Torino che tanti immigrati diffondevano tra i loro compaesani quando li raggiungevano durante le ferie estive, fino all’eccesso di dare per scontata la superiorità di un nord disciplinato, efficiente nei servizi, regolato nello sviluppo urbanistico rispetto a un sud caotico, insofferente delle regole, inaffidabile: un nord dove valeva la pena crescere i figli rispetto a un sud dove era soltanto dolce tornare d’estate.

Il maggior freno alla possibilità di concepire Torino come una città che non fosse soltanto la capitale dell’industria manifatturiera venne proprio dagli ambienti che avrebbero dovuto disporre degli strumenti per vedere in prospettiva le esigenze della città – almeno quelle indicate dal sindaco Rorà un secolo prima! – e che invece per tanto tempo fecero a gara a chi sparlava di più di Torino e dei suoi cittadini. Lo spettacolo al quale ho assistito per decenni era davvero penoso: in qualsiasi ambiente si trovassero a confluire tanto certi borghesi conservatori quanto certi intellettuali soi-disant progressisti, dopo pochi minuti iniziava la stessa spietata analisi sul basso profilo tipico dei torinesi, esclusi i presenti ovviamente. D’altra parte lo stesso giornale cittadino non parlava mai nelle sue pagine nazionali di ciò che avveniva a Torino dal momento che, questa era la giustificazione ufficiale, non voleva apparire provinciale. Ma il gioco che piaceva di più a tutti consisteva nel trovare il maggior numero di motivi per dimostrare che Torino non avrebbe mai e poi mai potuto essere altro se non una città-fabbrica. Su questo punto le convinzioni erano davvero ferree. Sembrava trattarsi di una questione di vita o di morte: o meglio di auto o di morte.

La sintesi suprema di questa mentalità è contenuta nel famoso rimbrotto che ricevetti quando, occupandomi nuovamente di turismo culturale nella seconda tornata Castellani (1997-2001), proposi di giocare, prima di ogni altra, la carta del nostro straordinario museo egizio, avanzando l’ipotesi della costruzione di un nuovo edificio di alto valore architettonico. Il via venne dato dalla massima autorità del campo, con queste parole: «Assessore si calmi; chi vuole che prenda il treno per venire a Torino a vedere delle mummie!». Questa presa di posizione fu poi appoggiata da una raccolta di circa 20.000 firme, fra cui molte eccellenti, con la quale si voleva scongiurare qualsiasi spostamento del museo egizio dall’attuale sede inadatta e soffocante.

L’accanimento con cui una simile visione della città è stata perseguita dagli stessi torinesi ha contribuito a produrre, non dimentichiamolo, l’isolamento di Torino in Italia e la quasi cancellazione della città dalla carta geografica per il resto del mondo. Non si tratta di bagattelle, specialmente se consideriamo che oggi ci servirebbe, più di ogni altra cosa, proprio una forte visibilità a livello nazionale e ancor più internazionale. Gli italiani hanno pensato a Torino, per tanto tempo, come a una città isolata, difficile da raggiungere, con un piede già all’estero, autosufficiente («avete già la FIAT, cosa volete di più?», disse lo stesso Prodi quando da presidente del Consiglio venne a trovarci in giunta), dove abitava l’uomo più ricco, dove aveva sede la squadra di calcio più scudettata: in una parola la città più antipatica d’Italia. Quando Castellani presentò Torino ai giornalisti specializzati in turismo culturale di Parigi, si sentì dire da una grande firma: «Lei mi ha convinto; è da vent’anni che, prima dell’estate, spiego ai miei lettori come fare, venendo in Italia, a tagliar fuori Torino. Le prometto che non lo farò più».

Malgrado tutto ciò, è successo che quello stesso sindaco nel 1998 abbia suonato la squilla alla classe dirigente della città e abbia proposto di elaborare insieme un vero e proprio piano strategico, sull’esempio di quanto avvenuto in altre città europee con storie non così diverse dalla nostra. In particolare l’esperienza di Barcellona fu da noi utilizzata sia dal punto di vista metodologico che da quello contenutistico (nel nostro comitato scientifico erano presenti il mitico sindaco Pasqual Maragall e il suo braccio destro Enric Truño). Come assessore alla promozione della città mi toccò seguire le fasi di elaborazione del piano fino alla sua sottoscrizione pubblica nel febbraio del 2000 e successivamente favorire la creazione dell’associazione «Torino Internazionale» che riunisce oggi circa 120 soggetti pubblici e privati (sarebbe molto piaciuta al sindaco Rorà) e che, proprio in questi giorni, sta impostando il lavoro per giungere nel 2005 a una stesura aggiornata del piano originario.

Guarda caso, le linee strategiche del piano riguardano la nuova industria, la ricerca-istruzione, la cultura e il turismo, insieme all’internazionalizzazione e all’ambiente. Il sindaco Rorà si sentirebbe finalmente capito, dopo quasi un secolo e mezzo!

Inutile dire, perché si tratta di cosa risaputa, che anche le città europee, con passato mono-industriale, che hanno saputo uscire dalla crisi e posizionarsi in modo forte nel nuovo «mercato delle città», hanno elaborato una progettazione strategica pluralista che affianca al pur sempre necessario e auspicabile futuro industriale altre prospettive che, a seconda dei casi, privilegiano i beni e gli eventi culturali, l’alta formazione, le fiere, le cure sanitarie, lo sport, il cinema e così via.

La questione che oggi noi dobbiamo affrontare molto seriamente è che cosa fare per evitare che il nostro piano strategico faccia la stessa fine di quello del sindaco Rorà. Con la differenza che la predominanza dell’industria su tutto il resto, un secolo fa, rappresentò comunque un formidabile strumento di produzione della ricchezza, mentre oggi rischierebbe di determinare un declino irreversibile, come è avvenuto d’altra parte nelle città ex industriali che non hanno voluto o saputo riprogettarsi.

Facciamo l’esempio della cultura, settore di cui oggi mi occupo e che quindi ho modo di vedere da vicino. Scrivere nel piano strategico che la cultura può diventare un motore di sviluppo per Torino dal momento che oggi è diventata un «prodotto» sempre più richiesto e che Torino ha delle straordinarie potenzialità non ancora sfruttate, rappresenta già qualcosa: fino a qualche tempo fa sarebbe stato considerato una follia e denunciato dagli stessi sindacati alla stregua di un pericoloso diversivo rispetto ai veri problemi della nostra area che ovviamente sono ben altri. Ma quanta ulteriore fatica dovremo profondere per trasformare questa affermazione in fatti concreti?

Innanzitutto è ancora da verificare l’avvenuta conversione delle menti dei cosiddetti opinion leaders. Sono stati proprio molti di loro a dimostrare nel recente passato cecità strategica in questa materia; come possono oggi improvvisamente riconoscere gli errori e cambiare rotta? Come possono resistere alla tentazione di cercare con cura certosina le motivazioni per dimostrare che in realtà non si poteva fare nulla di diverso e di migliore di quanto loro stessi hanno fatto?

Dopo decenni in cui la cultura è stata vista esclusivamente come ornamento per la qualità della vita dei cittadini, dove possono oggi essere reperite le persone davvero capaci di ragionare in termini di cultura come volano di sviluppo economico e bandiera del cambiamento a vantaggio non solo di se stessa ma anche di tutto il sistema sociale? Fino a poco tempo fa molti soggetti decisori in campo culturale guardavano con orrore a musei o mostre capaci di attrarre grandi quantità di pubblico, a festival in grado di competere con altri simili in Italia e all’estero: tutto ciò veniva presentato come degenerazione, commercializzazione, disneyizzazione della cultura. La qualità non era compatibile con il successo: o l’una o l’altro.

Ammesso poi che concettualmente si riesca ad accettare che la cultura possa diventare un percorso di sviluppo per Torino, come è scritto a chiare lettere nel piano strategico, bisognerà verificare se si è davvero disponibili, istituzioni pubbliche e private insieme, a investire in modo sufficiente sia nei beni culturali che negli eventi. Si sa che le risorse disponibili saranno sempre di meno: non si potranno mica ridurre i posti letto in ospedale, le mense delle scuole, i servizi per gli anziani… Chi vuole la cultura se la paghi. Devono intervenire i privati; possibile che non siate capaci di trovare degli sponsor? E tu hai un bel dire che nelle città dove i privati intervengono è perché i comuni impegnano nella cultura percentuali molto significative del loro bilancio di spesa corrente: Lione, ad esempio, destina il 20% a fronte del nostro risicato 2,5%. I privati pretendono giustamente che nella cultura credano innanzitutto le pubbliche amministrazioni, altrimenti il loro timore è che si continui a ragionare in termini di «circenses». A questo punto della discussione è facile che qualcuno tagli corto: va bene, va bene, ma se i soldi non ci sono non ci sono.

Malgrado queste incertezze di visione e queste oggettive carenze di risorse il progetto culturale dell’amministrazione Chiamparino è molto impegnativo. Per le olimpiadi si riaprirà il museo di arte antica di palazzo Madama che in futuro potrà fruire anche della meravigliosa ex Cavallerizza reale; si metteranno a disposizione della galleria d’arte moderna nuovi ampi spazi all’interno delle affascinanti ex Officine grandi riparazioni ferroviarie (dove si svolgeranno inoltre tutte le grandi mostre); si inaugurerà il nuovo museo di arti orientali; si trasformerà la zona archeologica nel raddoppio della zona aulica, creando con piazza Castello un centro cittadino di inusuale estensione e completezza storica. Se tutto andrà bene si costituirà la Fondazione museo egizio di Torino, dove opereranno alla pari lo Stato, gli enti locali, le due fondazioni ex bancarie. Successivamente si realizzerà il grande progetto di polo culturale comprendente la nuova biblioteca centrale multimediale e gli spazi per il teatro stabile. È partito un programma di grandi mostre che ci vedrà coraggiosamente impegnati nei prossimi mesi con la più importante esposizione di arte africana che si sia mai realizzata in Europa; stiamo lavorando per potenziare festival già affermati come il «Torino film festival» e «settembre musica». A tutto questo si aggiungono altri programmi pluriennali tra cui il più visibile e noto è quello che riguarda il cinema: nella città che lo ha visto nascere in Italia oggi funziona un vero e proprio «sistema» costituito da un museo nazionale del cinema che non ha eguali, dalla più attiva «film commission» italiana, da un grande parco tecnologico sulla multimedialità e sul virtuale, dal già citato film festival. Altrettanto importante è il «sistema» dell’arte contemporanea che fa parlare di Torino come di una delle città europee più impegnate e vive: al museo di Rivoli e alla galleria d’arte moderna si è aggiunta la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo; alle mostre, agli studi degli artisti e alle gallerie si affianca ogni anno l’evento «Luci d’Artista» che porta l’arte contemporanea a diretto contatto con tutti i cittadini nelle strade e nelle piazze.

Sono molte altre ancora le linee strategiche che, ugualmente, richiedono la convinzione che l’unico futuro possibile per Torino sia un futuro pluralista, nell’interesse innanzitutto della stessa industria.

I cambiamenti già in atto sono impressionanti e fanno dire a molti osservatori che Torino è l’unica città italiana in vera, profonda trasformazione. Dal punto di vista urbanistico-architettonico la città sta cambiando volto: già in occasione delle olimpiadi, ma ancor più per l’appuntamento del 2011, diventerà una città policentrica con almeno quattro o cinque «centri» tra i quali si potrà finalmente scegliere dove trascorrere la serata o la giornata festiva. Uno stuolo di grandi architetti forestieri (dagli italiani Piano, Aulenti, Fuksas, Gregotti, Bellini agli stranieri Isozaki, Botta, Foster, Nouvell, Kipar, studio Hok, studio Arep) sta lavorando con i torinesi Isola, De Rossi, Magnaghi, De Ferrari, Camerana ecc alle decine e decine di edifici pubblici che diventeranno i nuovi simboli della città. Ma anche dal punto di vista della comunicazione si è lavorato duramente per cambiare l’immagine di Torino, soprattutto all’estero dove oggi Torino è considerata come una delle città italiane da tenere d’occhio con particolare attenzione. Segnali incoraggianti di cambiamento di mentalità, provenienti soprattutto dai giovani, provengono dalla stessa esplosione di vita notturna che si è verificata nelle centinaia di nuovi locali di tendenza (pub, ristoranti ma anche gallerie d’arte, librerie, commerci innovativi) che sono stati aperti ai Murazzi, nel quadrilatero romano, negli ex magazzini Docks-Dora, nell’area del Balôn, dove accorrono, tra gli altri, tanti giovani imprenditori e intellettuali milanesi lamentando lo stato di apnea nella quale si trova la loro città.

La cosiddetta società civile riconosce francamente che le istituzioni hanno svolto un ruolo di apripista perché hanno dimostrato di avere una visione più strategica e coraggiosa degli ambienti imprenditoriali e finanziari. Visione che ha contribuito, paradossalmente, a far sì che il tasso di disoccupazione sia passato dal quasi 13% dei periodi nei quali secondo gli industrialisti duri e puri tutto andava bene al 6% di oggi quando invece secondo gli stessi tutto va male.

Ma la «nuttata» non è ancora passata. Bisogna vincere la sindrome che per oltre un secolo ha fatto pensare a possibili sbocchi, che non fossero quello industriale, come pericolosi sottrattori di risorse e di pensieri all’unica ragione di vita per Torino. Le resistenze al cambiamento continuano a essere fortissime, anche perché qualunque cambiamento significa andare verso l’ignoto e comporta dei rischi. Come sanno bene sia le città europee che hanno riscritto il proprio destino sia le stesse imprese industriali che hanno saputo uscire dalle loro crisi, lo spirito giusto è più importante degli stessi investimenti finanziari di cui si necessita. La fatica grande, l’inquietante scommessa della Torino di oggi è tutta qui: nel sapere individuare e condividere lo spirito giusto di cui armarsi per vincere, profittando delle epocali trasformazioni in atto, una battaglia che è stata lucidamente progettata a tavolino ma che per concludersi vantaggiosamente ha bisogno di uno sforzo cognitivo/emotivo davvero impressionante.

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