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Berlusconi e il consenso infedele

Written by Paolo Natale Monday, 01 September 2003 02:00 Print

Il Berlusconi II si avvicina ormai al giro di boa; è allora il caso di verificare se si stia avverando o meno l’ultima profezia di Montanelli. Se, cioè, il giornalista avesse ragione nel pensare che, alla prova dei fatti, le promesse del centrodestra non potessero essere realizzate. E che i cittadini italiani sarebbero stati sempre più insoddisfatti sia del nuovo governo che del suo leader. Cosa è accaduto dunque in Italia, dal punto di vista degli orientamenti di voto e del clima politico-elettorale, dopo la vittoria della Casa delle Libertà?

 

Il primo anno di legislatura (2001-2002)

Il Berlusconi II si avvicina ormai al giro di boa; è allora il caso di verificare se si stia avverando o meno l’ultima profezia di Montanelli. Se, cioè, il giornalista avesse ragione nel pensare che, alla prova dei fatti, le promesse del centrodestra non potessero essere realizzate. E che i cittadini italiani sarebbero stati sempre più insoddisfatti sia del nuovo governo che del suo leader. Cosa è accaduto dunque in Italia, dal punto di vista degli orientamenti di voto e del clima politico-elettorale, dopo la vittoria della Casa delle Libertà?

I sondaggi e le analisi effettuate durante il periodo immediatamente seguente la formazione del secondo governo Berlusconi hanno evidenziato un tipico effetto da «luna di miele»: incremento di fiducia nel nuovo corso, indici di soddisfazione e di gradimento in costante ascesa, tenuta della popolarità dello stesso leader della coalizione vincente.1 Questo accadeva nonostante i principali quotidiani e le opposizioni sottolineassero alcune dubbie scelte politico-legislative da parte della nuova maggioranza.

Dopo aver scelto Berlusconi, le opinioni prevalenti degli italiani indicavano dunque, coerentemente, un’elevata apertura di credito nei suoi confronti, la volontà cioè di consentire al nuovo premier di operare quel rinnovamento politico e legislativo che era stato il suo proposito (vincente) durante la lunga campagna elettorale. Almeno fin verso la fine del 2001, l’indice di fiducia nel governo Berlusconi vede prevalere le polarità positive, seppur in lieve ma costante declino.

Nel periodo a cavallo del capodanno 2002 qualcosa, però, comincia a incrinarsi nel buon rapporto tra governo e cittadini. Molteplici sono gli elementi che in qualche modo possono aver generato questa svolta nella percezione dell’elettorato. A seguito in particolare della recessione economica internazionale (post «Twin towers»), l’economia italiana peggiora, impedendo la promessa riduzione della pressione fiscale. Iniziano a farsi sentire i problemi occupazionali legati alla grande industria (crisi FIAT). Gli effetti inflattivi dell’euro riducono sensibilmente il potere d’acquisto delle famiglie. Nella percezione di gran parte degli elettori, i molti problemi di fondo della società italiana permangono irrisolti, o non affrontati con decisione. Vengono promulgate leggi che nell’immaginario collettivo appaiono di dubbia finalità. I movimenti di opposizione (più che i partiti), infine, fanno sentire la propria voce in modo sempre più insistente, coinvolgendo nelle proprie manifestazioni pubbliche un numero crescente di cittadini, anche di centrodestra.

Qualsiasi sia il peso specifico di ciascuno di questi elementi, resta il fatto che la «luna di miele» sembra essere terminata e l’elettorato, quando interrogato, comincia a denunciare una delusione sempre più evidente. In dicembre, per la prima volta (e in maniera costante nei mesi successivi) la percentuale di coloro che manifestano sfiducia nei confronti dell’esecutivo supera quella dei fiduciosi. Il trend della fiducia nel governo Berlusconi, nei primi sei mesi di legislatura, appare configurarsi secondo modalità speculari rispetto all’omologo periodo del governo D’Alema (Cfr. figura 1): mentre l’attuale presidente dei DS ribalta in positivo una bassa apertura di credito iniziale, Berlusconi sembra compromettere in pochi mesi il credito elevatissimo che godeva tra gli italiani.

Figura 1 

All’inizio della primavera 2002, la maggioranza parlamentare sembra dunque vivere un autunno precoce: tutti i sondaggi (anche quelli più favorevoli) denunciano una crisi di consensi per la Casa delle Libertà, rispetto ai risultati delle ultime elezioni politiche del 2001, e le stesse amministrative (parziali) di maggio evidenziano un arretramento elettorale del centrodestra. La situazione non è particolarmente mutata alla fine dell’estate 2002, il nostro primo punto di riferimento, che ci consente di verificare e approfondire alcune di queste sensazioni.

Nelle analisi qui presentate non si farà riferimento tanto (o non soltanto) ai «saldi» delle dichiarazioni di voto ai partiti o alle coalizioni, quanto principalmente al confronto tra il voto del 2001 e il possibile voto degli intervistati al momento delle diverse rilevazioni, ovvero al mutamento negli orientamenti di voto. L’obiettivo prioritario è infatti quello di comprendere quale sia l’attitudine dei diversi elettorati delle ultime elezioni politiche verso il partito o la coalizione scelta in quel momento. Come si sentono, a poco più di un anno di distanza, gli elettori che nel 2001 avevano votato centrodestra, nei confronti della propria coalizione di riferimento? E quelli che avevano votato centrosinistra, o qualcuna delle terze forze? E come si evolve nel tempo il loro rapporto con la parte politica scelta?

Riusciremo meglio in questo modo a comprendere il «clima elettorale» che sta attraversando l’Italia nel periodo analizzato, a capire in che misura gli italiani tendono (o meno) a ribadire le scelte effettuate, a monitorare infine l’appeal delle diverse coalizioni potenziali e dei singoli partiti presenti nell’arena politica.

Per analizzare gli orientamenti di voto (paragonandoli ai risultati elettorali), adottiamo qui l’ottica di considerare tre tipi di coalizione più una: il centrodestra (CD), il centrosinistra (CS), le terze forze (TF) e l’area del non-voto (NV), la somma cioè di tutti coloro che non esprimono un voto valido (astenuti, schede bianche e nulle). Nel proporzionale vengono analogamente sommati i risultati dei partiti afferenti a ciascun «blocco».2 Dal punto di vista elettorale, si tratta ovviamente di adesioni o di defezioni «virtuali», cioè di dichiarazioni di voto potenziale da parte di campioni rappresentativi di popolazione italiana.

Vediamo dunque qual era la situazione in Italia dopo poco più di un anno di governo del centrodestra. Prendiamo in considerazione innanzitutto il voto di coalizione. Nella tabella 1 sono presentati appunto gli orientamenti di voto del periodo di riferimento per ciascuno dei quattro elettorati 2001 (CS, CD, TF e NV), relativamente alla media dei due tipi di metodo di rilevazione adottati.3

Tabella 1

Come si può notare, l’elettorato di centrodestra (CD) vive, nel periodo analizzato, un momento di crisi identificativa abbastanza evidente, soprattutto se paragonato a quello di centrosinistra. Il suo tasso di fedeltà si situa poco oltre il 70%, contro livelli di quindici punti superiori del centrosinistra (CS). Il tradimento diretto di area raggiunge quote significativamente più elevate per il CD che per il CS. Tra le terze forze (TF) e il non voto (NV) l’appeal del CS è pari a circa il doppio, in termini percentuali, di quello del CD (rispettivamente: 40% a 19% tra le TF; e 20% a 11% tra il NV). Tutti gli indicatori mostrano in definitiva, per quanto concerne le coalizioni, un momento di difficile tenuta del centrodestra e buoni risultati viceversa per il polo opposto.

Tabella 2

Nell’analisi per blocchi (tabella 2), effettuata con il metodo «tradizionale»,4 viene ribadita anche per l’insieme dei partiti la peggior performance del centrodestra rispetto al centrosinistra: la fedeltà del CS è infatti pari al 78%, mentre il CD presenta valori intorno al 72%. E, di nuovo, il CS mostra maggior capacità attrattiva tra le due rimanenti aree (TF e NV). Trova, d’altra parte, parziale conferma l’anomalia rappresentata, per gli elettori italiani, dalla scelta del partito rispetto a quella coalizionale. Il gap di fedeltà, tra CS e CD, si riduce infatti in maniera significativa passando dall’analisi per coalizione a quella per blocchi (cfr. tabella 3). La fedeltà di blocco appare più prossima, con una diminuzione di due terzi del differenziale di fedeltà CS-CD, pari a circa 10 punti percentuali (dal 15% al 5%).

Tabella 3

Pur nella sostanziale caduta di appeal complessivo della Casa delle Libertà, rispetto alle elezioni politiche, l’analisi relativa al doppio orientamento di voto (coalizione e partito) individua quindi una maggior tenuta del suo elettorato di partito, rispetto a quello di coalizione. È questa una nuova conferma indiretta di quanto hanno sottolineato le analisi di questi ultimi anni: la tendenza, cioè, al progressivo miglioramento negli anni del rendimento coalizionale del centrosinistra (rispetto alla somma dei partiti al proporzionale) e quella al progressivo incremento della differenza di rendimento complessivo delle coalizioni tra i due tipi di voto.5

La situazione relativa al periodo considerato evidenzia, quindi, un significativo calo di appeal dei partiti e, soprattutto, della coalizione di centrodestra. In termini generali, il microclima negativo verso l’esecutivo viene ben puntualizzato dalle valutazioni espresse dagli intervistati sulla congiuntura attuale: soltanto il 35% esprime infatti giudizi positivi sull’efficienza del governo. Il miglioramento della qualità della vita in Italia da quando Berlusconi è al governo viene indicato solo dal 13% (contro un 42% che registra viceversa un peggioramento). Se il giudizio poco lusinghiero poteva in qualche modo essere preventivato in relazione all’elettorato di opposizione, molto più grave per il CD appare la quantità di giudizi negativi, sull’efficienza del governo e la qualità della vita, provenienti direttamente dagli elettori che l’avevano votato (rispettivamente pari al 25% e al 13%; i più critici provengono dalle fila leghiste e centriste).

Tabella 4

Come si nota chiaramente dall’analisi presentata nella tabella 4, è molto probabile, in definitiva, che proprio la percezione dell’inefficienza del governo (in prima istanza) e del deterioramento della vita italiana (in seconda istanza) siano i fattori che più direttamente incidono sul mutamento della ipotetica scelta di voto tra gli elettori di centrodestra. Se questo orientamento si consoliderà ovvero rimarrà soltanto una disaffezione passeggera è quanto si vedrà nel corso del tempo.

 

Il secondo anno di legislatura (2002-2003)

Le evidenze dell’analisi del primo anno post-elettorale hanno indicato, dopo un inizio favorevole, una tendenziale caduta della fiducia degli italiani nel governo di centrodestra. Cosa è accaduto nell’anno successivo? Si possono distinguere segnali di miglioramento del trend rilevato nei mesi precedenti, oppure la situazione non appare registrare sostanziali mutamenti? Ci concentriamo dunque ora sul periodo che va dall’autunno del 2002 a giugno 2003.6

In generale, gli indicatori che avevamo preso precedentemente in considerazione non sembrano variare in maniera significativa. Il giudizio sull’efficienza del governo Berlusconi rimane quasi identico (si passa dal 35% al 36% di giudizi positivi). Dello stesso ordine di grandezza (35%) è la quota di coloro che esprimono valutazioni positive sull’operato del governo di centrodestra (cfr. tabella 5).

Tabella 5

I flussi di voto, da quelli 2001 a quelli (virtuali) del giugno 2003, non segnalano inoltre mutamenti complessivi in favore del CD. Sia nell’analisi per coalizione che in quella per blocco i livelli di fedeltà all’opzione di voto precedente permangono più elevati nell’area di centrosinistra, che beneficia altresì di un più marcato (possibile) passaggio di elettori provenienti dalle altre aree. Questi dati sembrano denunciare un ulteriore, seppur lieve, peggioramento nella «tenuta» dell’elettorato di centrodestra rispetto a quanto rilevato nel periodo precedente. Nulla di particolarmente significativo, ovviamente, ma comunque una conferma di come il microclima politico-elettorale, dopo il secondo anno dall’insediamento del governo Berlusconi, non appaia in generale discostarsi in maniera evidente dalla situazione relativa all’anno precedente.

In quella occasione (nel 2002), la quota di fedeli «virtuali» era infatti pari a circa l’82% dei vecchi elettori; l’anno successivo (nel 2003) il livello di fedeltà complessivo risulta pari all’81%. Il fatto che non si registrino sensibili variazioni, d’altra parte, può essere anche interpretato come un segnale positivo (o quanto meno non negativo) per la Casa delle Libertà. L’emorragia degli elettori che nel 2001 avevano votato per la coalizione del premier appare sì considerevole, ma sembra in qualche modo essersi arrestata intorno alla soglia dell’80%.

Questi riscontri, provenienti dagli studi demoscopici, sono stati chiaramente confermati in occasione della prima vasta consultazione elettorale, sia pur di segno amministrativo, di maggio-giugno 2003. Oltre a perdere alcune importanti amministrazioni provinciali (Roma) e comunali (Pescara e Belluno), si è assistito infatti un po’ dovunque a un significativo ridimensionamento elettorale sia della coalizione che degli stessi partiti della Casa delle Libertà. E la netta sconfitta nelle regionali del Friuli Venezia Giulia ha emblematicamente fotografato una situazione di chiara difficoltà sia nei rapporti interni alla Casa delle Libertà che in quelli con il proprio elettorato.

Anche le ultime tendenze di voto, a livello nazionale, ribadiscono un consolidamento delle posizioni di segno decisamente negativo per il centrodestra. Il confronto tra le due maggiori coalizioni mostra infatti un trend, stabile negli ultimi mesi, a favore del centrosinistra (tabella 6). L’analisi riguardante i singoli partiti tende a confermare quanto si è finora argomentato: l’attrazione esercitata sull’elettorato del complesso delle liste di CD, pur in calo rispetto alle ultime politiche, si situa a livelli maggiormente elevati rispetto a quella della coalizione.

Tra i partiti di centrodestra, si assiste in particolare a un deciso ridimensionamento di Forza Italia, che appare in netto regresso se confrontata con gli ottimi risultati delle elezioni politiche del 2001, benché si possa avvertire una ripresa nell’ultima rilevazione. Mantengono sostanzialmente immutate le proprie precedenti posizioni le altre liste.

Tabella 6

Il dettaglio relativo ai partiti di opposizione presenta un calo della Margherita (ma con un incremento della lista Di Pietro, che faceva originariamente parte dei Democratici, una delle liste costituenti la Margherita stessa), un avanzamento dei Verdi (peraltro costantemente sovradimensionati nei sondaggi) e una buona tenuta dei DS. Le forze di opposizione più dura, come l’area rappresentata dai partiti comunisti (Rifondazione e PdCI), mostrano un leggero incremento complessivo dei propri consensi.

Appare in definitiva confermata una sorta di debolezza «identificativa» degli elettori di centro che, in periodi elettoralmente poco mobilitanti, penalizzano le forze più vicine al centro dell’arena partitica. È probabile che l’incertezza di questi elettori, dovuta alla presenza di possibili alternative limitrofe, renda più complicata la formazione di un forte zoccolo di consensi per le forze politiche di centro, la cui performance elettorale rende peraltro generalmente decisiva la vittoria di una o dell’altra area politica.

 

Un indicatore profetico: “winner”

Gli italiani si dichiarano spesso disinteressati e forse un po’ annoiati dal «teatrino della politica». Ciononostante sembrano a volte ben coscienti di ciò che accade sul palcoscenico, sufficientemente competenti da registrare correttamente (e talora addirittura di anticipare) le relazioni tra le forze politiche in campo. Fino a riuscire a prevedere i vincitori e i vinti.

In un recente convegno sulla comunicazione politica, Giorgio Grossi ripropose (prendendo spunto dalle analisi di Noelle-Neumann7 degli anni Sessanta) lo studio del «clima di opinione» come strumento analitico per comprendere in profondità le dinamiche politiche ed elettorali. L’idea si basava sulla considerazione che, per capire cosa bollisse nella pentola del cittadino-elettore, fosse indispensabile guardare non soltanto alle sue dichiarazioni di voto presunto, ma anche alla sua specifica «percezione» dell’ambiente che lo circondava, del clima preelettorale in cui era inserito. Riuscimmo a mettere a punto un indicatore forte e semplice nello stesso tempo, che consisteva nella pura richiesta all’intervistato di cosa, a suo parere, sarebbe successo nelle elezioni considerate, cioè di chi avrebbe vinto. Insomma: l’elettore come oracolo. O meglio, l’insieme delle previsioni individuali come «predittore» del vincitore (e la specifica domanda venne appunto etichettata col termine di «winner»).

Ebbene, l’utilizzo di questo indicatore si è dimostrato negli anni altamente attendibile: sia applicandolo a elezioni locali che a elezioni nazionali, il campione di intervistati ha evidenziato capacità predittive talora superiori a quelle dei più valenti politologi, che spesso si trinceravano dietro a un facile «dipende da molti fattori…». Cosa ci dicono allora gli italiani, intervistati periodicamente dal 2000 a oggi, sul rapporto di forza tra centrodestra e centrosinistra nel nostro paese? Dalle elezioni regionali del 2000 alle politiche del 2001, lo scarto tra le due coalizioni ha fatto registrare punte di 30-35 punti percentuali a favore della Casa delle Libertà. Il trend di «winner» (Cfr. figura 2) si è confermato positivo per il centrodestra anche nei primi mesi del governo Berlusconi; fino alla primavera dello scorso anno, quando il distacco è stato il più elevato di sempre (40 punti). Poi, lentamente, poco per volta è cominciato a scendere. Si è ridotto a 15 punti nel gennaio di quest’anno, a 10 poco prima delle ultime amministrative; fino a pochi giorni fa, quando per la prima volta da quando esiste l’indicatore, si è verificata la grande svolta.

Figura 2 

L’opinione pubblica, anche a seguito dei risultati delle amministrative di giugno, sembra essere meno convinta dello strapotere elettorale della coalizione di Berlusconi. I riscontri di «winner» parlano in questi giorni di un gap estremamente contenuto tra le due coalizioni: 1 o 2 punti di scarto, un sostanziale pareggio. Qualcosa si è dunque incrinato nella percezione dell’invincibilità del centrodestra. Sia a livello locale, come si è visto dai risultati delle recenti amministrative, sia a livello nazionale, come testimonia la rilevazione legata a questo indicatore.

Ma anche gli altri indicatori analizzati in precedenza ci raccontavano di una crisi del governo della Casa delle Libertà. La costante crescita della sfiducia degli italiani nei suoi confronti (oggi al 54%, contro il 41% che permane fiducioso), con una significativa quota anche di elettori di centrodestra (uno su cinque). L’idea di un peggioramento della qualità della vita da quando Berlusconi è premier. Il giudizio sull’efficienza del governo, anch’esso molto negativo.

Anche a livello dei rapporti politici, all’interno della maggioranza, le crepe si sono fatte negli ultimi tempi più evidenti. Le tensioni tra i partner, già presenti da tempo e a fatica contenute o mascherate, sono sfociate in litigi e contrapposizioni aperte in occasione di vari episodi: lo scontro Berlusconi-Schulz al parlamento di Strasburgo, la mancata attuazione della «cabina di regia», la spaccatura in Parlamento sull’indultino, le incertezze sul DPEF, la discussione sulle pensioni, sulle rogatorie e altro ancora. Alle temporanee fasi di riconciliazione si sono poi succeduti altri momenti di scontro, prima stigmatizzati e poi ricuciti a fatica dallo stesso Presidente del Consiglio.

Di fronte a questo quadro, che vede il centrodestra in evidente difficoltà, ci si può chiedere se si tratti solo di uno dei tanti episodi di turbolenza di superficie della vita politica, con effetti limitati sopratutto alle vicende interne del «palazzo», o non si tratti piuttosto di un segnale di un disagio più profondo che investe anche i rapporti tra i partner dello schieramento di centrodestra e il corpo elettorale. Molti sono i segnali che portano a formulare infine una riposta alla domanda che ci si era posti inizialmente: è probabile che Montanelli avesse colto nel segno nei suoi dubbi sulle capacità della coalizione di centrodestra.

Ma c’è un altro lato della medaglia che occorre tenere in considerazione. Intanto, è vero che il calo di fiducia in Berlusconi è molto significativo, da due anni a questa parte; ma è anche vero che, a fronte di una politica a volte finalizzata a risolvere alcuni problemi legati alla persona del premier, permane in Italia una larghissima fetta di cittadini che credono ancora in lui. E nei prossimi anni ci dovremo aspettare certamente azioni di governo tese a tener fede a quelle promesse non (ancora) mantenute. Ancora. Se è vero che l’indice di fiducia nel governo è in discesa, è ancor più vero che l’indice di fiducia nell’opposizione si situa su posizioni ulteriormente più basse (59% circa di sfiduciati contro il 30% di fiduciosi). Infine, le tendenze di voto da due anni a questa parte parlano sì di un recupero del centrosinistra; ma rimaniamo pur sempre in una situazione soltanto di leggero vantaggio per il centrosinistra a livello nazionale. Nel proporzionale, i partiti di centrodestra, con la parziale eccezione di Forza Italia, sembrano in generale riuscire a confermare i propri consensi elettorali.

Chi sono dunque i vincitori e chi i vinti dopo due anni di governo Berlusconi, e in vista delle prime elezioni che coinvolgono tutti gli elettori, nel prossimo anno? L’impressione generale tra gli italiani è che vi siano oggi soltanto perdenti. L’operato del governo non ha soddisfatto i cittadini, mentre l’operato dell’opposizione non sembra aver soddisfatto nemmeno la metà degli elettori dell’Ulivo. Gli elettori, tranquilli, attendono una svolta.

 

 

Bibliografia

1 Per un approfondimento delle analisi e dei dati qui presentati, si veda il sito www.polena.net .

2 Per una discussione del termine di «blocco» si veda: P. Natale, Una fedeltà leggera, in R. D’Alimonte e S. Bartolini (a cura di), Maggioritario finalmente?, Il Mulino, Bologna 2002. Nelle analisi qui presentate non è tenuta in considerazione un’ultima voce residuale (altri), che si riferisce al gruppo di liste locali o anomale (non presenti omogeneamente sul territorio nazionale) e che non supera lo 0,3% degli intervistati o degli elettori.

3 Le rilevazioni telefoniche sono state effettuate da Abacus settimanalmente, nei mesi di settembre e ottobre 2002, su campioni nazionali indipendenti di 1.000 casi per settimana. Quella postale è stata effettuata dall’Osservatorio del Nord Ovest nell’ottobre 2002, su un campione (di tipo «panel») nazionale in rientro di 1.900 casi; in quest’ultima la domanda di intenzione di voto maggioritario era più articolata (con l’enfatizzazione di possibili incertezze nella scelta e l’assenza di ipotesi di non-voto). Viene qui presentato il dato medio delle due rilevazioni, che non presentano peraltro differenze significative.

4 La domanda era, in questo caso, la classica intenzione di voto.

5 Questi aspetti vengono discussi in profondità in R. D’Alimonte e S. Bartolini (a cura di), Maggioritario finalmente?, Il Mulino, Bologna 2002, e in P. Natale, op. cit.

6 Faremo anche in questo caso riferimento principalmente a due fonti: le rilevazioni telefoniche effettuate settimanalmente da Abacus, su campioni nazionali di 1.000 casi ciascuna, e le rilevazioni postali effettuate quadrimestralmente dall’Osservatorio del Nord Ovest, su un campione nazionale di tipo «panel», di circa 2.000 casi in rientro.

7 Cfr. E. Noelle-Neumann, La spirale del silenzio. Per una teoria dell’opinione pubblica, Meltemi, Roma 2002.

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