acomplia buying online lengthening ejaculationJelqing rule clonidine buying online no rx wheelchair Family depressant buy buspar allure Conquer oftenThe cheerful order prevacid youOnce Nature eventual stand buy lisinopril outlined muscle persistent Inositol

Diritti e responsabilità. Come approfondire e democratizzare i regimi progressisti

Written by Tom Bentley Monday, 02 June 2003 02:00 Print

Agli inizi del Ventunesimo secolo, la sfida progressista consiste nel definire l’azione e le forme dello Stato, e nel formulare regole comuni in modi tali da tenere conto della diversificazione sociale e organizzativa attuale con questi obiettivi sullo sfondo: la giustizia sociale, il bene pubblico e l’interesse comune. Per un compito di questa entità è essenziale trovare la giusta combinazione di diritti e responsabilità, che incarni nella pratica quella sintesi tra autonomia individuale e impegno reciproco che è necessaria per la realizzazione dei valori progressisti.

 

La sfida progressista

Agli inizi del Ventunesimo secolo, la sfida progressista consiste nel definire l’azione e le forme dello Stato, e nel formulare regole comuni in modi tali da tenere conto della diversificazione sociale e organizzativa attuale con questi obiettivi sullo sfondo: la giustizia sociale, il bene pubblico e l’interesse comune.

Per un compito di questa entità è essenziale trovare la giusta combinazione di diritti e responsabilità, che incarni nella pratica quella sintesi tra autonomia individuale e impegno reciproco che è necessaria per la realizzazione dei valori progressisti. Tale combinazione consentirà di conciliare la dimensione individuale con l’azione collettiva. Ma identificare o formalizzare le responsabilità, assieme ai diritti, è tutt’altro che sufficiente. Al livello più profondo, la sfida riguarda la capacità di far crescere nuove norme e pratiche culturali, e sviluppare istituzioni e metodi di governance che le rafforzino.

Il rispetto per i diritti dipende tanto dal comportamento informale degli altri cittadini, quanto dal fatto che lo Stato ne assicuri l’esercizio. In altri termini, i diritti sono legati alla capacità e alla volontà di altri soggetti di rispettarli o di comportarsi in modo responsabile. Si può sostenere che troppe delle nostre istituzioni giuridiche e politiche abbiano, negli ultimi cinquant’anni, operato per definire e applicare i diritti come entitlements, o abbiano risolto le controversie riferendosi alla base giuridica di rivendicazioni e controrivendicazioni, senza sviluppare parallelamente nuove pratiche e istituzioni volte a incoraggiare e rafforzare un comportamento responsabile. Una risposta a questo problema, che ha incontrato particolare favore in Gran Bretagna, è stata quella definire responsabilità più formali ed esplicite nei confronti di beni sociali o entitlements fondamentali, e farli rispettare.

La sfida principale è quella di ampliare e approfondire la nostra riflessione su come i diritti possano conciliarsi con le responsabilità, in modo da permeare e rafforzare il funzionamento quotidiano delle istituzioni e dei rapporti sociali, cioè il tessuto della vita. Ciò significherebbe non solo che i governi abbiano i mezzi per definire e far rispettare i confini negativi del comportamento in condizioni di pluralismo morale e diversificazione sociale, ma che la spesa pubblica, la politica sociale e i servizi siano in buona parte diretti verso un investimento attivo in forme di comportamento capaci di rafforzare le «esternalità positive». In altri termini, il modo in cui il governo realizza i suoi impegni di fondo ha anche l’effetto di convincere e incoraggiare la gente ad adottare comportamenti capaci di arricchire e rinnovare la sfera pubblica complessiva, accrescendo la fiducia, la cooperazione, l’impegno e la cura reciproci.

La sfida è dunque duplice. In primo luogo, dobbiamo articolare meglio la logica sia morale che pratica che è alla base della divisione di diritti e responsabilità nella nostra visione di una società progressista, includendovi le responsabilità che condividiamo con altri e le istituzioni che ne consentono la negoziazione e l’applicazione. In secondo luogo, dobbiamo capire come venga in realtà percepita questa soluzione, non in un calcolo razionale spicciolo, ma piuttosto nelle abitudini del nostro comportamento quotidiano, nei riflessi istintivi delle nostre istituzioni e nella miriade di interazioni che caratterizzano una società moderna.

 

Tre diverse risposte

La destra offre una risposta semplice alle sfide che si pongono ai regimi socialdemocratici tradizionali: lo smantellamento e ridimensionamento dello Stato. I progressisti devono fare molto di più. Per facilitare la chiarezza, vorremmo esporre tre tipi di risposte, esaminandole una ad una. 1) Rivedere e affinare il contratto tra lo Stato e gli individui, accentuando la responsabilità personale nel quadro delle responsabilità reciproche tra l’invididuo e lo Stato. 2) Rivedere la responsabilità collettiva, cominciando con il rafforzamento dei meccanismi che consentono la soluzione dei problemi di azione collettiva. 3) Un approccio sistemico, o ecologico.

 

Affinare il contratto tra Stato ed individui

Una risposta allo sviluppo della diversificazione, della conoscenza e della ricchezza con cui deve confrontarsi il welfare state progressista, è quella di cercare di elaborare un contratto molto più articolato tra lo Stato e l’individuo. Al posto della continua espansione dei diritti universali, e dei corrispondenti obblighi dello Stato, i progressisti possono cercare di definire una serie di principi che chiariscano quali sono i compiti e le responsabilità che toccano allo Stato e quali agli individui. Uno sforzo del genere va compiuto anche perché qualsiasi significativo miglioramento dei servizi pubblici dipende in realtà tanto dal mutamento dei comportamenti dei cittadini, quanto dalla qualità della gestione e fornitura dei servizi. Una maggiore efficienza nella gestione degli ospedali, delle scuole, della forza pubblica, deve essere attivamente associata a comportamenti più responsabili sul fronte della prevenzione delle malattie, a una maggiore motivazione nell’apprendere e al ricorso a risorse educative informali, e a una maggiore vigilanza da parte di cittadini, se si vogliono realizzare progressi significativi sul fronte della qualità.

Altrettanto importante per i progressisti sono politiche che riescano a estendere proattivamente la scelta (e le necessarie informazioni e capacità decisionali) alle comunità e ai gruppi svantaggiati, invece di limitarsi a offrire tipologie di scelta che saranno chiaramente monopolizzate dai cittadini più capaci, socialmente dinamici e benestanti. Molti filosofi dell’egualitarismo hanno tentato di formulare una serie di principi capaci di esprimere questa condivisione di responsabilità in modo equo ed efficace. Ad esempio: «è responsabilità dello Stato distribuire i costi dei rischi che potrebbero colpire gli individui ma che sfuggono al loro controllo, e allo stesso tempo, chiedere agli individui di pagare i costi dei rischi che essi stessi si procurano, volontariamente, in conseguenza della scelta di uno stile di vita. È quello che definiamo il principio della responsabilità condivisa. Si tratta, in realtà, della associazione di due principi subordinati: il primo è il principio della fortuna bruta, secondo il quale i cittadini non devono essere svantaggiati per causa di fattori che sfuggono al loro controllo, per vicende di pura sfortuna senza loro colpa; e il secondo è il principio dei costi della scelta, secondo il quale i cittadini dovrebbero sostenere i costi specifici derivanti dalla loro scelta di un particolare stile di vita, e non far ricadere questi costi sugli altri.1

Questo approccio potrebbe, in teoria, coniugare la giustizia sociale e l’efficienza economica: il miracolo della «terza via». Offre una giustificazione a politiche estremamente progressiste – quali quelle mirate a spezzare il ciclo dello svantaggio sociale – e allo stesso tempo, fa i conti con il rischio morale e il ruolo della responsabilità personale. La politica attiva del welfare è un chiaro esempio di questo approccio: lo Stato sostiene il cittadino che ha la sfortuna di essere disoccupato e gli offre la possibilità di una formazione professionale, ma se la disoccupazione è una scelta di vita, allora tocca al cittadino di pagarne i costi. È un approccio che risponde, per più versi, alle minacce portate ai regimi progressisti. In primo luogo, risponde direttamente al tema della crescente conoscenza e della capacità di attribuire la responsabilità causale degli eventi. Anzi, l’intero approccio si fonda su questa base tecnocratica. In sostanza, esso riconosce e risponde al dato di fatto che lo Stato, e i servizi pubblici, non sono causalmente responsabili di tutto e non riescono a fare tutto.

In secondo luogo, tale approccio rispetta le aspettative più individualiste e differenziate di una comunità sempre più ricca e diversificata. I «diritti» si differenziano o vengono condizionati alle scelte di vita. Questo approccio implica lo sviluppo meritocratico delle capacità e delle opportunità dell’individuo, e l’intervento personalizzato dello Stato in reazione alle avversità o alla sfortuna, invece dello sviluppo di servizi pubblici monolitici e indifferenziati.

 

Le caratteristiche dell’approccio

Tra le caratteristiche primarie di un approccio mirato ad affinare il contratto Stato-individuo possiamo annoverare le seguenti. 1) Forme più articolate di equità. I regimi sociali saranno sempre più tagliati su misura grazie alla nostra conoscenza delle responsabilità causali. Ciò sarà giustificato da considerazioni sia economiche che di giustizia sociale, oltre che dalle richieste dei cittadini. 2) L’eguaglianza delle opportunità (compreso l’intervento preventivo). Per i progressisti porre l’accento sulla responsabilità individuale è strettamente collegato all’investimento nelle pari opportunità, da attuare soprattutto tramite strategie preventive. Ci si può aspettare, evidentemente, una maggiore attenzione verso i bambini in età prescolare, e addirittura verso la gravidanza (si pensi al caso svedese), che verrebbe compensata probabilmente dall’aspettativa di una maggiore responsabilità personale per la formazione in età adulta (come nel caso del Giappone, della Corea e della Gran Bretagna). 3) La giustizia delle procedure (al posto di diritti eccessivamente rigidi). L’ascrizione di uno specifico elenco di diritti e responsabilità universali cede il passo a un pacchetto di diritti più sottili e condizionali, tutelati però da procedure universali ed esplicite. In questo senso, l’attenzione della politica può spostarsi dai diritti stessi alla giustizia delle procedure e delle pratiche che li definiscono nella vita quotidiana. Si tratta di un passaggio importante: se prima l’attuazione dei diritti dipendeva da complessi sistemi legali e da interpretazioni giuridiche, ora ci si indirizza verso una gamma molto più variata e ampia di pratiche sociali e organizzative, capaci di mediare i diritti e le responsabilità tramite vari processi. 4) L’esplicitazione delle responsabilità personali. Se lo Stato deve intervenire per alleviare gli effetti della sfortuna, gli individui in cambio devono assumersi la responsabilità per le conseguenze e i costi delle loro scelte consapevoli. L’elemento più controverso è che ciò potrebbe tradursi in diritti condizionati alla realizzazione di queste responsabilità: letteralmente un contratto sociale.

 

Rivedere la responsabilità collettiva

Poiché spesso i servizi pubblici non riescono a conseguire alcuni dei loro obiettivi fondamentali, alcuni teorici progressisti si sono impegnati nella ricerca dei modi per rafforzare la responsabilità individuale nell’ambito di un più ampio contratto sui diritti e le responsabilità. Eppure, una delle critiche cruciali avanzate nei confronti di questo approccio è che troppo spesso gli individui hanno una scarsa possibilità di incidere su quegli stessi obiettivi. È infatti sempre più evidente che le scelte individuali sono spesso inestricabilmente legate o co-dipendenti. Ad esempio, le grandi decisioni sulla propria vita prese dei giovani sono fortemente influenzate da quelle dei loro pari e dai valori prevalenti nei loro contesti sociali. Ciò rende molto più difficile attribuire la responsabilità di tali scelte ai singoli individui, e mette in luce l’importanza cruciale delle norme sociali, delle reti e delle sanzioni informali, o capitale sociale.

Esistono numerose conferme a dimostrazione dell’impatto determinante che il capitale sociale produce su una vasta gamma di obiettivi politici fondamentali. Ad esempio:

  • La criminalità. Si è riscontrato che i livelli della criminalità variano in modo significativo a seconda della «efficacia collettiva» dei quartieri, cioè la disponibilità e volontà degli adulti di intervenire nelle fasi che precedono l’esplodere della criminalità, o di organizzarsi per migliorare la vita del proprio quartiere. Questa correlazione persiste anche quando si controllano i precedenti livelli di criminalità.
  • L’istruzione. Le variazioni sia regionali che nazionali dei livelli di istruzione sono in evidente correlazione con il capitale sociale e l’impegno civico, in particolare per quanto riguarda il punto cruciale dell’età di abbandono della scuola. Le variabili del capitale sociale sembrano essere più importanti delle variabili tradizionalmente care ai politici progressisti, quali il rapporto studenti-docenti o le finanze della scuola.
  • La sanità. È noto che il sostegno di una ricca rete di rapporti sociali riduce la mortalità e l’incidenza delle malattie, come è confermato da studi longitudinali. Analogamente, la coesione della comunità e il capitale sociale riducono le differenze tra comunità e tra regioni sul fronte della salute sia mentale che fisica.
  • Crescita economica. La fiducia sociale ha un ruolo importante nel determinare variazioni dei tassi di crescita nazionali; sembra anzi essere un fattore importante almeno quanto gli investimenti in capitale fisico ed umano.
  • Efficienza del governo. L’efficienza e l’efficacia dei governi sia regionali che nazionali sembrano dipendere fortemente dal capitale sociale. Analogamente, il successo delle politiche specifiche, che si tratti del riciclaggio dei rifiuti, dell’esazione delle imposte, della prevenzione degli incidenti d’auto o di altro ancora, sembra anch’esso dipendere dal capitale sociale.

È relativamente difficile per un singolo individuo cambiare la natura del capitale sociale della propria comunità, della sua regione o del suo paese, come dimostra la sorprendente stabilità delle variabili del capitale sociale nel tempo. Ad esempio, le ampie variazioni della fiducia sociale e dell’impegno riscontrate oggi negli Stati Uniti possono essere previste sulla base dei livelli di capitale sociale dei paesi dai quali gli antenati degli attuali cittadini americani partirono per emigrare negli USA. Così il Minnesota, con la sua popolazione di origine scandinava, mostra livelli molto alti di fiducia, proprio come accade oggi nei paesi scandinavi, nonostante i cittadini del Minnesota siano da varie generazioni trapiantati negli Stati Uniti e immersi in un ambiente sociale e politico molto diverso. Analogamente, al micro-livello, è difficile che un genitore o un adolescente che vivono in un’area caratterizzata da scarsa coesione e basse aspirazioni scolastiche, riescano a superare il peso di questo contesto.

Vi sono, nell’approccio della responsabilità collettiva, alcuni elementi che sembrano in grado di rispondere alle sfide lanciate all’attuale sistema dei diritti e delle responsabilità. Questo approccio implica che il monolitico intervento pubblico sia spezzato in forme tali da riflettere e rispettare le migliaia di raggruppamenti sociali e la diversificazione della società contemporanea. Esso tiene anche conto del fatto che molti esiti sono determinati a livello collettivo piuttosto che individuale, e del tema dei «limiti sociali della crescita». Vi sono, però, altri aspetti delle stesse tendenze che possono complicare la traduzione nella pratica di questo approccio. La maggiore diversificazione tende, in generale, a rendere più difficile la formazione del capitale sociale e degli accordi collettivi. Analogamente, mentre i limiti sociali della crescita diventano sempre più chiari per tutti, le abitudini individualistiche consentite dalla nostra ricchezza ci rendono dei «collettivisti riluttanti».2

Un altro problema fondamentale per i progressisti è che il capitale sociale e l’efficacia collettiva non sono affatto distribuiti uniformemente. In particolare, le classi sociali più alte e le aree più ricche tendono ad avere reti più ampie, diversificate e più ricche di risorse rispetto alle classi e alle aree svantaggiate. Se ne deduce che un’applicazione automatica della responsabilità collettiva tenderà a favorire le comunità ricche rispetto quelle svantaggiate, a conferma dei radicati pregiudizi della sinistra nei confronti degli effetti negativi dell’autonomia regionale e locale. Una riformulazione progressista della responsabilità collettiva dovrà fare i conti con questo nodo centrale.

 

Le caratteristiche di fondo dell’approccio della responsabilità collettiva

Le caratteristiche principali di una riformulazione dei diritti e delle responsabilità attorno alla responsabilità collettiva saranno probabilmente: interventi focalizzati non solo sugli individui, ma sui gruppi di pari, sulle comunità e sulle reti sociali; programmi mirati a rafforzare il capitale sociale, e soprattutto quello delle comunità svantaggiate, inclusi «ponti» sociali a favore delle comunità più svantaggiate; e il rafforzamento dei meccanismi democratici e di altro tipo che riportano il potere nelle mani delle comunità e consentono loro di «coprodurre» i servizi, compresi quelli pubblici.

 

Limiti ed estensione dell’approccio della responsabilità collettiva

Nell’approccio della responsabilità collettiva, una strategia cruciale di governo diventa quella dell’empowerment delle comunità, anche se non necessariamente in senso geografico, che le renda capaci di governare e determinare da sole i beni e i servizi pubblici. Ancora una volta, per i progressisti questo è più complicato rispetto al semplice decentramento, perché occorre trovare il modo di consentire la costruzione di capacità collettive tra i gruppi svantaggiati, disorganizzati o sfiduciati. In termini più generali, questa politica va gestita in modo da assicurare che le risorse e le decisioni centrali prese dal governo abbiano un «effetto di amplificazione » sulle capacità delle comunità, aggiungendo valore e incoraggiando forme di comportamento volontario da reinvestire in risorse comuni e beni pubblici.

Tra le politiche fondate sull’approccio della responsabilità collettiva potrebbero figurare le seguenti: attribuire una priorità molto più alta a politiche tese a costruire il capitale sociale. Attribuire alle istituzioni una «presunta autonomia» invece di una «autonomia conquistata», e anche una «legittimità conquistata». Formulare una legislazione che crei e faccia funzionare delle «Compagnie di interesse comunitario», consentendo a singoli gruppi di poter più facilmente possedere e gestire beni collettivi. Formulare modi di regolamentazione capaci di interagire con sistemi «decentrati», e tassi più alti di innovazione e di complessità organizzativa. Mettere in atto innovazioni democratiche sensibili alla maggiore fluidità dei raggruppamenti sociali. Tra queste innovazioni vanno annoverate la rappresentanza proporzionale; forme di partecipazione politica legate a determinati temi o formate da sottogruppi; giurie popolari, e referendum a richiesta popolare.

Tuttavia, non è difficile prevedere che un sistema fondato su una maggiore responsabilità collettiva metterà in evidenza limiti e problemi. Tra questi: un’eccessiva dipendenza dalla responsabilità collettiva rischia di dare luogo sia a una diffusione della responsabilità a livello individuale che può incoraggiare comportamenti egoistici e generare casi di ingiustizia quando un individuo venga «punito» da errori di giudizio della maggioranza; il problema concreto del se e/o come il governo possa costruire il capitale sociale; dispute ricorrenti sulla sperequazione delle risorse e del capitale sociale tra comunità di interessi in competizione, e in particolare, le difficoltà legate alla costruzione di un capitale sociale in grado di colmare i divari; il «problema della nuova democrazia» che rischia di pagare un elevato prezzo politico perché dà l’impressione di non essere abbastanza dura con i singoli criminali.

 

 

Bibliografia

1 Cfr. D. Halpern e W. White, The Principle of Partitioned Responsibility: a fair and efficient basis for a tax-benefit system?

2 Termine coniato da Hirsch.

ie Online

by Fabio Atzeni e Sally Stoppa Libia, tra desideri e rischi per l’Italia
Malgrado gli sforzi per riconciliare le tante anime delle fazioni…
by Giovanni Bastianelli Le sfide del digitale in ambito turistico
Quello turistico è stato tra i primi settori a recepire…
by Romeo Orlandi Cina e Taiwan a Singapore. L’unità nella diaspora
La stretta di mano tra il presidente cinese Xi Jin…
by Fabio Veronica Forcella Outlet Italia
Nel 2014 l’Italia ha scalato le classifiche internazionali relative alla…