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Palestina: tutte le debolezze della Road Map

Written by Zakaria Al Qaq Monday, 02 June 2003 02:00 Print

Non sono pochi i punti della Road Map che lasciano pensare ad una evidente parzialità a favore d’Israele e ad un’ingiustizia nei confronti dei palestinesi. Ed è del tutto legittimo interrogarsi sulle ragioni che spingono i palestinesi ad accettare quella prospettiva di accordo e gli israeliani a nutrire più di una riserva nei suoi confronti. Il punto di forza della Road Map è nell’indicazione di un obiettivo finale: la creazione di due Stati – Israele e Palestina – che siano sovrani, democratici e affidabili l’uno verso l’altro. Un obiettivo che equivalga alla conclusione, entro il 2005, del conflitto israelo-palestinese.

 

Non sono pochi i punti della Road Map che lasciano pensare ad una evidente parzialità a favore d’Israele e ad un’ingiustizia nei confronti dei palestinesi. Ed è del tutto legittimo interrogarsi sulle ragioni che spingono i palestinesi ad accettare quella prospettiva di accordo e gli israeliani a nutrire più di una riserva nei suoi confronti. Il punto di forza della Road Map è nell’indicazione di un obiettivo finale: la creazione di due Stati – Israele e Palestina – che siano sovrani, democratici e affidabili l’uno verso l’altro. Un obiettivo che equivalga alla conclusione, entro il 2005, del conflitto israelo-palestinese. Ma allo stesso tempo la Road Map non si propone di affrontare nell’immediato questioni fondamentali come quelle dei profughi palestinesi, di Gerusalemme e dei confini: tutte questioni che vengono rinviate alla fase conclusiva di attuazione degli accordi. Ma è proprio questo che ci spinge a pensare che la Road Map potrebbe bloccarsi – o addirittura fallire – quando dovrà occuparsi dei dettagli: perché quel documento stabilisce impegni molto precisi per i palestinesi e per gli israeliani, senza tuttavia prevedere i necessari meccanismi attuativi.

Per quanto riguarda le organizzazioni terroristiche e la necessità di eliminarle, ad esempio, nella Road Map non abbiamo una definizione del terrorismo, né sappiamo quali sono le organizzazioni terroristiche o chi sono i terroristi che andrebbero arrestati. Né siamo in grado di capire se si distingua tra l’ala politica e quella militare di una certa organizzazione, o se si giunga oltre sino ad abbracciare tutte le strutture umanitarie, sociali, educative ed economiche. Lo stesso si può dire degli insediamenti di coloni nei territori occupati. Gli israeliani considerano illegali gli insediamenti cosiddetti «selvaggi». I palestinesi hanno una visione più ampia della questione, secondo la quale tutti gli insediamenti – selvaggi o meno – sono illegali in quanto edificati su territori occupati dopo la guerra del 1967. Mentre la descrizione giuridica israeliana si limita a distinguere tra insediamenti selvaggi e insediamenti legali, dove questi ultimi non appaiono responsabili di alcuna violazione. Questa distinzione è del tutto inaccettabile per i palestinesi, in quanto blocca il progetto di pace e impedisce il raggiungimento di una soluzione politica definitiva per il futuro.

Un’attenta lettura degli impegni di parte palestinese previsti dalla Road Map nella Fase I (che avrebbe dovuto concludersi entro il maggio del 2003) mette in evidenza come gli adempimenti che devono essere ancora svolti dall’Autorità nazionale palestinese siano ormai pochi. Ma si tratta proprio degli adempimenti più importanti e rischiosi. I traguardi già raggiunti dai palestinesi sono la scelta di un presidente del consiglio dei ministri, nella persona di Mahmoud Abbàs Abu Mazen; la formazione di un governo; la creazione di una commissione elettorale indipendente in base ad un decreto presidenziale risalente a sette mesi fa. Così come è stata ultimata la redazione di una bozza della Costituzione palestinese, nell’attesa di una sua adozione dopo la proclamazione dello Stato palestinese, e sono state avviate le riforme economiche sotto il coordinamento del ministro delle Finanze Salàm Fayyàd.

Nello stesso tempo per i palestinesi è inevitabile constatare come la Road Map permetta al governo Sharon di ignorare Yasser Arafat, facendosi scudo dello slogan della riforma delle istituzioni palestinesi; si consente il trasferimento delle prerogative al presidente del consiglio dei ministri, tenendo Arafat isolato, prigioniero e trascurato da tutti. Questo fatto è vissuto dai palestinesi come una indebita ingerenza estera, inaccettabile per qualunque popolo, tanto più che anche Arafat è stato eletto (così come è stato eletto il Consiglio legislativo palestinese). L’aspetto più delicato e rischioso degli impegni palestinesi, tuttora da attuare secondo la Road Map, riguarda la fine dell’Intifada e la consegna delle armi. Ciò è difficile e pericoloso allo stesso tempo, e richiede un’intesa tra Abu Mazen, il suo ministro degli interni Muhàmmad Dahlàn e le fazioni palestinesi. Se ciò non accadrà, le conseguenze saranno gravissime.

 

Le problematiche della sicurezza interna palestinese

La Road Map prevede la ristrutturazione degli apparati palestinesi preposti alla sicurezza, che sono più di quattordici. Le loro funzioni non sono chiaramente delineate e le loro operazioni si intersecano. Ogni apparato possiede la propria presidenza, le proprie carceri e le proprie liste di ricercati. In assenza di un regime legale, questi apparati hanno oltrepassato le proprie competenze. I capi di questi apparati hanno ignorato le leggi o le hanno addirittura sfruttate per fini propri. Questi servizi sono diventati autentici centri di potere che influenzano la politica anziché concentrarsi sulla questione della sicurezza ed essere subordinati alla politica. Occorre ridurre il numero di questi apparati. Ma questo tentativo verrà fronteggiato da una resistenza feroce e tenace da parte degli apparati di sicurezza e degli ufficiali, perché quel provvedimento cancellerà o perlomeno ridimensionerà il loro ruolo di questi ufficiali. Pertanto, il superamento di queste difficoltà e l’attuazione di questo obiettivo richiede un lasso tempo non prevedibile, ma che supera certamente il periodo immaginato dalla Road Map.

La composizione degli apparati di sicurezza palestinesi è complessa e condizionata dalla geografia della Cisgiordania e di Gaza, così come dai rapporti tra Al-Fatah e le fazioni interne ad Al-Fatah. È difficile liberarsi – con la velocità e la facilità contemplate dalla Road Map – delle polarizzazioni cresciute in questi anni e delle molte lealtà di parte. La composizione dei servizi di sicurezza palestinesi è fondamentalmente figlia dell’organizzazione Al-Fatah. La maggioranza dei membri di questi servizi proviene dai ranghi dei militanti della prima Intifada (1988-93) e dalle fila degli ex prigionieri delle carceri israeliane liberati prima o dopo gli accordi di Oslo. Pertanto, ogni singolo membro di queste strutture si sente legittimato in modo del tutto autonomo e in grado di concedere o di negare questa legittimità al presidente del consiglio, al ministro degli interni o persino a tutto il governo. I membri di questi apparati sentono, individualmente e in gruppo, che è consentito ritirarsi da queste strutture e operare in modo autonomo. Già in questo periodo molti manifestano la propria opposizione attraverso operazioni di disturbo o esprimendo il proprio veto riguardo a questo o a quel dettaglio. Gli apparati di sicurezza, dopo la loro creazione, hanno fatto a gara nel reclutare il maggior numero possibile di attivisti di Al-Fatah e di abitanti nei campi profughi, per creare consenso e per tutelare la loro influenza nelle rispettive zone.

Occorre comprendere bene qual è stata la natura dei servizi di sicurezza palestinesi fino all’esplosione della seconda Intifada il 28 settembre 2000. Essi sono intervenuti in un modo del tutto illecito nella vita economica quotidiana del popolo palestinese. I capi di quei apparati e gli alti ufficiali sono diventati soci di imprenditori palestinesi, ricevendo percentuali sugli affari realizzati. Molti ufficiali hanno ricavato guadagni materiali in cambio di formalità di routine necessarie per la vita quotidiana dei cittadini, come l’attestato di buona condotta. La ristrutturazione dei servizi, la riduzione degli effettivi (ufficiali e semplici elementi) priverà questi servizi da entrate supplementari e ridurrà la loro influenza nella società. È dunque del tutto legittimo attendersi da questi apparati un impegno attivo volto al fallimento degli sforzi politici di Abu Màzen e del ministro degli interni, con l’unico scopo di salvaguardare i propri interessi privati. Essi resisteranno anche per tutelarsi dall’eventualità di indagini sul loro operato.

La nomina di Mahmoud Dahlàn a ministro degli interni dell’Autorità nazionale palestinese è stata accompagnata da molte critiche e da altrettante riserve. Costringendo tra l’altro il capo dei servizi segreti egiziani, Omar Soleimàn, ad andare personalmente a Ramallah per ottenere il via libera di Arafat. E credo che non sia stato affatto semplice arrivare al risultato. Vi è poi un altro aspetto del problema: gli ufficiali dei servizi di sicurezza palestinesi hanno criticato il grado militare di Dahlàn, sottolineando come egli non possieda l’anzianità richiesta e che sia nominato direttamente ministro scavalcando molti ufficiali superiori negli altri servizi di sicurezza. La medesima critica viene mossa da quei dirigenti di Al-Fatah che hanno gradi più alti rispetto a Dahlàn. Di conseguenza, è prevedibile che da questi ambienti venga una serrata opposizione contro gli sforzi politici del nuovo ministro degli interni.

È opinione diffusa che Muhàmmad Dahlàn, originario della striscia di Gaza, abbia accresciuto la sua influenza in Cisgiordania in seguito all’Intifada del 2000 e alla caduta del Colonnello Gibrìl (capo della sicurezza preventiva in Cisgiordania). Alcuni osservatori ritengono che Dahlàn abbia tratto giovamento dalle difficoltà del Colonnello Al-Rajùb, tra l’altro trattenendo in carcere gli attivisti di Hamàs durante l’attacco israeliano contro il suo quartier generale a Ràmallah. Forse Dahlàn non si è reso conto delle difficoltà per il controllo della Cisgiordania, che rappresenta una realtà molto più complessa di quanto egli avesse previsto. Sono molti i fattori che confliggono con l’impostazione che Dahlàn ha voluto dare ai problemi della sicurezza: fattori geografici, i campi profughi, la particolare configurazione di alcune città come Nàblus, Hebron, e il ruolo attivo delle organizzazioni palestinesi nelle regioni del nord come Jenìn e Tulkàrem. La regione di Jenìn, ad esempio, gode di fama di grande tenacia, specie dopo la strenua resistenza contro l’attacco israeliano. E non è detto che riescano gli sforzi di Dahlàn per impiantare il proprio controllo in questa regione. Si dice che uno dei suoi collaboratori più stretti lo abbia ammonito in questi termini: «La Cisgiordania ha dato del filo a torcere al re Hussein di Giordania durante il suo regno nel periodo 1953-67, nonostante la sua astuzia e la sua lungimiranza. La Cisgiordania è rimasta indomita, e non credo che riuscirai a sottometterla».

 

La polarizzazione politica dei servizi di sicurezza

La continua lotta tra la cordata Abu Mazen–Dahlàn e Arafat ha trasformato i servizi di sicurezza in un terreno di contesa per la caccia di consenso. La presenza del duopolio Arafat-Abu Mazen offre agli apparati di sicurezza la possibilità di scegliere il proprio campo. I due poli si sono attivati per tessere contatti con gli apparati, guardando sia al sostegno finanziario che alle nomine. Questa situazione di fatto permette ai leader dei servizi e agli alti ufficiali di svolgere un ruolo significativo nella contesa per rafforzare o indebolire una delle due parti. Ma è evidente che gli alti ufficiali dei servizi di sicurezza sono convinti della posizione di forza nella quale si trova Arafat. La loro opinione è che il governo Mazen- Dahlàn sia provvisorio e destinato a breve durata, con scarse possibilità di successo. Questo, naturalmente, spinge questi apparati a non schierarsi con la parte più a rischio.

L’esperienza dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, tuttora viva nella memoria degli ufficiali, insegna che Arafat ha saputo prevalere contro i suoi rivali persino nei momenti più difficili, dimostrando la straordinaria capacità di tornare a galla più forte di prima. E si sa che Arafat non ha mai avuto pietà per coloro che lo hanno tradito o danneggiato. Sono propenso a credere che gli ufficiali e gli uomini degli apparati di sicurezza palestinesi siano riluttanti a scontrarsi militarmente o a dare la caccia ai membri delle fazioni palestinesi, specie quelle islamiche come Hamas o la Jihad Islamica, in assenza di un quadro politico certo. Gli ufficiali chiedono la sicurezza di “un obiettivo politico finale” prima di farsi coinvolgere in scontri armati, temendo un fallimento del processo di pace che possa ripercuotersi negativamente su di loro. Essi sanno bene che l’uccisione, il ferimento o l’arresto di membri delle organizzazioni islamiche potrebbe condurre a gravi rappresaglie su di loro o sui loro familiari nel caso in cui il processo di pace non avesse un esito positivo. Tutti ricordano il caso dell’ufficiale Abu-Lìhya, che ha pagato con la vita l’avere ucciso un membro di Hamàs. Nel corso degli ultimi tre anni tutti i membri degli organi di sicurezza palestinesi sono stati oggetto di una campagna di uccisioni e di repressione da parte degli israeliani. Israele è riuscita a uccidere più di 150 funzionari degli apparati di sicurezza palestinesi. Più di 350 si trovano ora nelle carceri israeliane. Sono state rase al suolo quasi tutte le sedi degli organi di sicurezza in Cisgiordania e l’ottanta per centro nella striscia di Gaza. Le incursioni israeliane hanno privato gli apparati di sicurezza di documentazione, archivi, computer e mezzi di trasporto. Sono pochi i funzionari di sicurezza che utilizzano ancora propria divisa, dopo tutte le umiliazioni subite. E per tutti loro è indispensabile un nuovo lavoro di addestramento e di training psicologico, anche per tornare a conquistare la fiducia della popolazione civile. Obiettivi che richiedono tempo e dispendio di energia. Ma che dovranno inevitabilmente essere raggiunti, se si vorrà mettere in grado gli apparati di sicurezza di garantire la protezione della popolazione, la tutela dell’ordine pubblico, la protezione dei beni dei cittadini e soprattutto la fine degli abusi a cui abbiamo assistito in questi anni proprio da parte delle forze di sicurezza. Esigenze di sicurezza quotidiana che la popolazione civile palestinese sente con non minore urgenza dell’agenda di sicurezza immaginata dalla Road Map.

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