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Legge elettorale, partiti leggeri e selezione della classe politica

Written by Ottavio Lavaggi Thursday, 26 June 2008 19:11 Print
Il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica ha avuto effetti molto profondi, non sempre positivi,
nella vita politica del nostro paese: il passaggio da un sistema politico bloccato a una sorta di bipolarismo
imperfetto; il superamento di un certo modo di intendere i partiti e il loro ruolo nella vita politica del
paese; un radicale cambiamento nei meccanismi di selezione delle classi politiche. Non ha però favorito
il superamento del sentimento di sfiducia dell’opinione pubblica verso la politica e i partiti, determinando
l’acuirsi del rischio di una ulteriore delegittimazione delle istituzioni e della politica stessa.

«La meilleure loi électorale (…) est celle qui nous fait gagner les élections». Questa battuta, pronunciata tra il serio e il faceto da un liberale conservatore francese, Michel Poniatowski, uomo lucido e spregiudicato fino a rasentare il cinismo, ben riassume le tentazioni che solleticano i partiti quando si discute di cambiare le regole del gioco politico.

Mettere mano alla legge elettorale con frequenza, per ricavarne un vantaggio tattico, si rivela, tuttavia, quasi sempre un errore nel lungo periodo, e a volte anche nel breve termine: se non avesse introdotto il premio di maggioranza e i seggi destinati agli italiani all’estero, probabilmente il centrodestra italiano nel 2006 non avrebbe perso le elezioni, ma, nel peggiore dei casi, pareggiato.

Se Giuseppe Tatarella e Domenico Nania nel 1993 fossero riusciti a convincere la Commissione affari costituzionali della Camera a non approvare il Mattarellum, probabilmente il loro partito, AN, sarebbe rimasto ancora per lustri in una sorta di “ghetto” e lo stesso Tatarella non sarebbe mai diventato ministro della Repubblica.

Prendendo in considerazione gli interessi del paese piuttosto che quelli tattici dei partiti, sembra facile convenire che la migliore legge elettorale è quella che consente al vincitore di governare, che consente al perdente di candidarsi credibilmente a sostituire l’avversario alla guida del governo nelle elezioni successive, rendendo l’alternanza al potere una caratteristica fisiologica del sistema politico, e che favorisce una selezione efficace della classe politica e il continuo ricambio all’interno della medesima.

Prima della riforma elettorale del 1993, il sistema politico italiano era chiaramente un sistema bloccato: in cinquant’anni non vi era mai stata effettiva alternanza alla guida del paese, la classe politica si rinnovava essenzialmente per cooptazione, e i governi avevano vita breve, sottoposti com’erano al logorio di una infinita e defatigante mediazione tra le forze che li appoggiavano. Dalla riforma e dalle successive modificazioni è scaturito una sorta di bipolarismo imperfetto che presenta miglioramenti rispetto alla situazione precedente, ma anche innegabili difetti.

Il primo errore è stato forse quello di pensare che un cambiamento, anche radicale, della sola legge elettorale fosse sufficiente per passare ad una seconda Repubblica. La cosiddetta prima Repubblica era caratterizzata da istituzioni deboli, quasi concepite come un antidoto al precedente autoritarismo fascista, e da un ruolo forte, quasi istituzionale, dei partiti democratici. Le prese di posizione da parte delle singole forze politiche erano assunte a livello degli organi direttivi dei partiti: un sistema non a caso definito partitocratico dai suoi critici.

In un certo senso, la riforma del 1993 è stata “anti-partitocratica”. Quasi tutti sono diventati come d’incanto “liberali” e favorevoli ai partiti leggeri. Il termine partito ha finito con l’assumere un connotato dispregiativo.

Quasi nessuno si è preso la briga di ricordare che, in assenza di istituzioni forti, un sistema di partiti deboli rischiava di produrre un monstrum politico. E una vera riforma costituzionale, necessaria se si fosse voluto veramente uscire dalla prima Repubblica, non vi è stata se non nell’introduzione di elementi di federalismo che possono anch’essi produrre risultati pericolosi in assenza di istituzioni centrali forti. Se si esclude il tentativo portato avanti dalla Commissione bicamerale nel 1997, il problema è stato via via demandato e mai affrontato in modo organico e concreto (e i motivi del fallimento di quell’esperienza non sono mai stati approfonditi con attenzione “istituzionale”, ma solo per entrare a far parte del gioco della contrapposizione politica).

Abbiamo oggi, nei fatti, un sistema sui generis di elezione diretta del capo dell’esecutivo, senza che l’eletto abbia tutti i poteri costituzionali che si addicono di norma ad una figura siffatta. Nel vuoto di potere creatosi a seguito della crisi dei partiti tradizionali e della debolezza della politica, si è inserita la magistratura, il che costituisce innegabilmente un fatto anomalo in una democrazia sana, reso ancor più grave dal fatto che in Italia la giustizia funziona con una lentezza incompatibile con i tempi e le dinamiche della società contemporanea. Di questi argomenti discutono da anni in Italia politici e politologi, e nella migliore delle ipotesi si finisce per ripetere cose già dette, e meglio dette, da altri. Vorremmo invece qui soffermarci su un aspetto meno di- battuto ma non irrilevante delle conseguenze delle leggi elettorali, e cioè la “forma partito” e i meccanismi di selezione della classe politica. Nella prima Repubblica si accedeva quasi sempre al cursus honorum della carriera politica dall’interno dei partiti. I vivai della classe politica erano le federazioni giovanili dei partiti. Si avanzava di norma per anzianità, a volte (ma non spesso) per abilità. Più spesso per cooptazione diretta dai vertici. I partiti erano una delle sedi essenziali del dibattito politico. I governi cadevano assai più spesso a seguito di contrasti interni ai partiti che li sostenevano che a seguito di una sconfitta in un voto parlamentare. La mediazione tra gli interessi delle categorie e forze economiche e sociali avveniva in seno ai partiti ancor prima che nelle sedi istituzionali. I partiti organizzavano il loro rapporto con le forze sociali anche tramite una presenza nelle organizzazioni sindacali e di categoria. La presenza attiva dello Stato nell’economia era forte, e la presenza dei partiti nel settore pubblico dell’economia molto marcata.

L’elettorato, inteso come opinione pubblica, aveva certamente voce in capitolo, sia indirettamente, agendo all’interno dei partiti, sia direttamente tramite l’esercizio del voto di preferenza. Ma il sistema restava comunque essenzialmente chiuso, fondato su partiti forti e su un ricambio lento della classe politica. Il progressivo accrescimento del potere dei partiti rischiava, nello stesso tempo, di svuotare le sedi parlamentari e quelle delle amministrazioni locali del loro potere decisionale. Alcune caratteristiche identificavano la fisionomia di quella classe politica: la tendenza gerontocratica conseguente all’iter che bisognava percorrere per avere un ruolo di primo piano, la presenza permanente di un notabilato politico che aveva la forza di raggruppare intorno a sé molti interessi e di mobilitare molte energie. Nell’Inghilterra superpotenza mondiale, William Pitt il Giovane divenne primo ministro a ventiquattro anni. John F. Kennedy fu eletto presidente degli Stati Uniti a quatantadue. Nell’Italia della prima Repubblica anche l’enfant prodige della DC, Giulio Andreotti, dovette attendere di averne cinquantatrè per diventare presidente del Consiglio.

Entrati in crisi i partiti forti e reintrodotto, seppure in forma effimera, il collegio uninominale, la scelta sembrava tornare nelle mani del popolo. Il fatto che la riforma delle leggi elettorali fosse stata frutto di iniziative referendarie rafforzava questa impressione. Ma in realtà, in assenza di un vero e autentico meccanismo di primarie come quello americano, la scelta dei candidati restava prerogativa dei vertici dei partiti, e l’attribuzione dei collegi ai vari candidati diveniva il fattore determinante dell’elezione o della sconfitta dei medesimi, mentre l’indebolirsi dei partiti stessi, divenuti leggeri, rendeva spesso ancor più verticistico il meccanismo di selezione.

Le cose non sono affatto migliorate con la fine del collegio uninominale e il passaggio alle liste bloccate. Il risultato, guardando in maniera disincan- tata alla nuova classe politica emersa in Italia dopo la fine della prima Repubblica, è che essa non sia qualitativamente superiore o meno distante dall’elettorato della precedente. Al contrario, se si guarda ai sondaggi di opinione, la sfiducia dell’opinione pubblica verso la politica, il Parlamento, i partiti, è oggi assai maggiore di quella di venti anni fa. I partiti sono ufficialmente tutti diventati leggeri, ma il numero di persone che in un modo o nell’altro in Italia vivono di politica è senza dubbio maggiore di quello di allora.

L’espressione “politico di professione” è divenuta un dispregiativo, forse dimenticando che grandi uomini di Stato occidentali come Winston Churchill, John F. Kennedy, Valéry Giscard d’Estaing, Bill Clinton, Tony Blair e molti altri, nei fatti, altro non sono stati che politici di professione, ma non per questo persone senza ideali, passione e qualità. Le qualità richieste ad uno statista non si improvvisano, e la politica resta un’arte molto difficile, che richiede doti in parte diverse da quelle determinanti in altre professioni. Non è detto che un grande CEO di una multinazionale si riveli un altrettanto efficace uomo di governo.

Quel che è certo, piuttosto, è che non è necessario essere uno statista per amministrare bene una comunità montana, e che una moderna democrazia postindustriale non ha bisogno di una casta di politici professionisti composta di decine di migliaia di persone. La fine delle ideologie, intese come dottrine politiche dogmatiche e autoreferenziali, è stata senza dubbio un fatto positivo, ma ha finito per lasciare un notevole vuoto di ideali e di idee nella politica, cosa questa senza dubbio esiziale per la democrazia. «Senza tensione morale (…) la politica è solo brigantaggio». Così scriveva un secolo e mezzo fa Carlo Cattaneo. La sua cruda riflessione è particolarmente attuale. I vecchi partiti della prima Repubblica avevano certamente mille difetti, ma non erano privi di tensione morale, ed erano fucine di idee. Se la politica non sa ritrovare ideali e tensione morale, se non riesce a produrre nuove fucine di idee rischia di ridursi a mero luogo di scontro per il controllo e la spartizione del potere, e dunque, nei termini di Cattaneo, «brigantaggio».

Tanto più leggere divengono le strutture dei partiti, tanto maggiore è la necessità di far sì che i meccanismi di selezione dei candidati siano aperti, democratici e trasparenti. Altrimenti si rischia di passare dalla partitocrazia all’autocrazia dei vertici dei partiti.

È necessario ricreare, sia all’interno dei partiti che in maniera trasversale ad essi, dei luoghi di dibattito e di elaborazione di idee e progetti capaci di restituire alla politica la sua naturale nobiltà. Un paese che considerasse la politica, e cioè l’arte di amministrare la res publica come una cosa essenzialmente sordida e indegna di gentiluomini, è condannato ad essere governato da briganti.

È un errore ritenere sempre opportuno limare le identità politiche e gli ideali dei contendenti fino a produr- re un sistema in cui l’alternativa posta all’elettore sembri simile «alla scelta tra la Coca Cola e la Pepsi Cola ». Il candidato costretto a nascondere le proprie idee per non inimicarsi una parte dell’elettorato finisce per non rappresentare pienamente neppure gli elettori che lo sostengono. L’esistenza di partiti animati da forti passioni ideali è la forza, e non il difetto di una democrazia. Il rischio più grave che l’Italia oggi corre è probabilmente quello di una delegittimazione ulteriore sia delle sue istituzioni che della politica. Pensare che il problema si possa risolvere indebolendo le istituzioni e facendo svanire i partiti e gli ideali politici sembra una ricetta per rendere questo rischio più grave e imminente, piuttosto che capace di eliminarlo.

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