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Misure commerciali difensive e politiche europee positive

Written by Salvatore Biasco Thursday, 26 June 2008 18:50 Print
Se è lecito che un paese protegga in una certa misura le produzioni che considera importanti dalla concorrenza internazionale, è tuttavia impensabile che un paese piccolo come l’Italia possa permettersi di isolarsi dal contesto della concorrenza mondiale. Bisogna inoltre considerare che i dazi non sono strumento a disposizione del nostro paese, bensì di competenza comunitaria. Esiste comunque tutta una serie di strumenti che un paese può attuare per favorire l’internazionalizzazione delle imprese e proteggere
la qualità dei suoi prodotti, prima di ricorrere a misure drastiche di protezione.

Èopportuno anzitutto sgombrare il terreno da posizioni di principio avverse ai dazi sulle importazioni dalla Cina, anche se chi scrive non consiglia a Tremonti di insistervi. In sé non è un argomento scandaloso, da respingere sul piano della pura opzione di campo e del bon ton liberista, o da liquidare con l’argomento (ovvio) che il punto centrale sono le politiche che mantengono il sistema Italia competitivo.

C’è una componente di nominalismo nella questione, se coloro che mostrano una forte avversione ai dazi (si intende: europei) sono pronti a sostenere che lo yuan è sottovalutato e dovrebbe rivalutarsi. Quando un cambio amministrato porta un paese a catturare sistematicamente più quote di mercato mondiale di quante ne crea, qualche aggiustamento è necessario, pur concedendo al paese economicamente meno avanzato il diritto a preservare la sua export-led growth e ad accumulare riserve. La sottovalutazione (artificiale) del cambio equivale infatti a un sussidio alle proprie esportazioni e a un dazio posto sulle importazioni dall’estero.

I dazi che la Cina può subire possono allora configurarsi come un elemento di pressione (e di compensazione) affinché elimini (cioè, rivaluti) i suoi. Di solito la dissuasione viene attuata dal mercato, quando – come è avvenuto con il marco all’inizio degli anni Settanta e con lo yen all’inizio del decennio successivo – un ingente flusso speculativo contro la moneta sottovalutata renda impossibile il mantenimento della gestione dei cambi senza perdere il controllo monetario all’interno. Ma questo è vero in un mercato libero e non nel caso della Cina, dove il sistema bancario e quello finanziario sono anch’essi largamente amministrati e sotto stretto controllo statale. Può essere il mercato del lavoro che si congestiona e fa lievitare i salari a produrre il risultato – come è avvenuto in Europa alla fine degli anni Sessanta – ma per riaggiustare lo squilibrio commerciale attraverso questo processo possono essere necessari, nella situazione della Cina, vent’anni, che oggi appaiono un’eternità. E quando questo avverrà, toccherà a qualche altra area, oggi lontana dallo sviluppo, diventare la Cina di oggi. Tenere da parte mezzi di pressione per impedire che lo yuan permanga ai livelli esistenti può non essere eterodosso per la Comunità europea (e per gli Stati Uniti), anche considerando che la Cina applica anche dazi veri e propri, talvolta molto elevati. Detto questo, siamo in un campo di extrema ratio, che può essere percorso per via concordata e periodi limitati di tempo, ma che altrimenti può innescare una serie di reazioni a catena da cui nasce un mercantilismo in cui nessuno vince. Se l’economia internazionale è afflitta da squilibri, è bene che questi siano risolti multilateralmente e che quello commerciale sia affrontato come uno fra i tanti, senza che esso assurga al ruolo del problema per antonomasia: il governo dell’economia mondiale deve riguardare la finanza, la povertà, l’ambiente, lo sviluppo, gli investimenti esteri ecc. L’economia mondiale è troppo intrecciata perché i paesi occidentali possano pensare a interventi unilaterali salvifici e risolutori. È sufficiente portare ad esempio due dati emblematici per capire quanto sia scarsa la semplificazione che può essere apportata in tema di commercio. Essi riguardano i telefoni finlandesi Nokia, che hanno componenti che provengono da quaranta paesi del mondo, e l’i-Pod che, prodotto in Cina, lascia in questo paese solo 4 dei 299 dollari ai quali è commercializzato su scala mondiale. Rimane, tuttavia, la domanda implicita che pone Tremonti: un paese ha diritto di governare il suo inserimento nel sistema commerciale interna- zionale o deve piuttosto lasciare che l’aggiustamento alle condizioni esterne sia l’esito (qualunque esso sia) del mercato? È lecito che protegga le produzioni (e l’occupazione interna) che considera importanti nella sua specializzazione e che rischiano di essere travolte, per la sola velocità con cui avanza la concorrenza, prima di aver avuto il tempo di reagire e adattarsi? Riteniamo che la risposta sia affermativa, e per questo non è escluso che un paese possa richiedere dall’Unione europea il ricorso a dazi temporanei e contingentamenti (strumenti dei quali si è fatto, in definitiva, un largo uso), orientati alle sue esigenze. Ma senza illusioni. Sarebbe deleterio infatti inventare scenari fantasiosi, nei quali un paese come l’Italia (con il 4% del commercio mondiale – che è comunque un’enormità per un paese piccolo e privo di materie prime) possa permettersi di isolarsi dal contesto della concorrenza mondiale o pensare che la concorrenza non lo travolgerebbe comunque a lungo andare se puntasse su imprese deboli incapaci di competere sul mercato aperto. Il tempo e gli strumenti affinché le imprese si trasformino sono certo fondamentali. Ma trasformarsi vuol dire anche internazionalizzarsi, decentrare le produzioni, elaborare strategie che coinvolgano scacchieri mondiali di produzione, marketing e finanza, indipendentemente dalla scala delle imprese.

Se in linea di principio la difesa protettiva è concepibile, alcuni dati devono renderci molto cauti nel renderla una frontiera di politica economica. La bilancia in conto merci e servizi dell’Italia, nonostante l’euro e la Cina, si è riportata verso il pareggio e ormai il saldo manifatturiero ha superato (nel 2007) 50 miliardi di euro, compensando da solo il saldo negativo dell’energia, pur gonfiato dall’esplosione dei prezzi del petrolio. Questo vuol dire che l’export/import sfavorevole nel settore del tessile-abbigliamento e in quello delle pelli-calzature è stato compensato da altri settori (in primis macchine e apparecchi il cui saldo attivo è in ascesa da dieci anni e si è impennato negli ultimi due). E va rilevato, comunque, che nei due settori critici il saldo commerciale, per quanto in calo dal 2001, è sempre stato abbondantemente positivo ed è ormai stabilizzato. Certo, tutto ciò avviene su base multilaterale, che dopotutto è quella che conta, mentre il saldo negativo con la Cina continua a deteriorasi. Ma è comunque segno evidente che l’in- dustria italiana non è interamente sopraffatta dall’urto della globalizzazione e dall’irruzione della Cina sulla scena, ma ha già mostrato capacità di trasformarsi e tenere il passo accettando la sfida della globalizzazione.

Tutto ciò è anche dimostrazione del fatto che ha finora operato, nell’impostazione di politica economica, un giusto mix tra esposizione alla pressione della concorrenza, misure di rallentamento del suo impatto e offerta di strumenti di trasformazione, malgrado tutte le imperfezioni e inadeguatezze. Si tratta quindi di dosare i pesi e l’efficacia di quel mix, maneggiandolo con cura. In quel mix, il secondo degli ingredienti è di complemento e può anche essere utilizzato senza effetti distorsivi. Dando per scontato il fatto che i dazi non sono comunque strumento a disposizione dell’Italia, la centrale decisionale che dovrebbe regolare l’intera materia è a Bruxelles. Tuttavia, trasferita su base europea, l’analisi dei trend recenti presenta dati ancora più marcati di tenuta dell’export, il che spiega perché le posizioni di Tremonti troverebbero difficoltà a essere accolte in sede europea. Tuttavia, è da rilevare che a livello europeo non sono a disposizione strumenti del tipo Section 201 in vigore negli Stati Uniti, che prevede programmi specifici a favore delle imprese (e dei lavoratori) a compensazione di temporanee conseguenze negative derivanti da un inasprimento improvviso della concorrenza internazionale e finalizzati alla riconversione e riqualificazione. In molti casi queste misure hanno consentito la flessibilità necessaria perché le imprese e i settori coinvolti superassero i momenti di crisi più acuta, anche dilatando il tempo a disposizione attraverso una sapiente gestione del contenzioso promosso in sede di WTO.

Sbaglia chi pensa che una condotta di politica economica (giustamente) orientata alla competitività cancelli di per sé la necessità e l’utilità di pensare anche a barriere efficaci di allentamento della tensione competitiva, specie in presenza di concorrenza sleale e asimmetrica con effetti irreversibili sulle imprese che la subiscono. Ma sbaglia anche Tremonti a riporre nei dazi un catartico effetto risolutore prima ancora che sia stata esplorata a tutto campo l’efficacia di quei provvedimenti difensivi che non distorcono la concorrenza, ma sono anzi forieri di dinamiche positive (marchi, standard e certificazione di filiere). Il rischio è proprio che la ri- cerca di scorciatoie a effetto psicologico e di impatto comunicativo – che è un limite di Tremonti, per come lo si ricorda da ministro nella precedente esperienza – dispensi dal duro lavoro di un’arte di governo che entri nel merito delle questioni e che miri esclusivamente a sostenere imprese potenzialmente in grado di sopravvivere autonomamente una volta superata la fase di ristrutturazione. L’elenco delle strade che possono essere intraprese sul piano difensivo accompagnando le strategie di più lungo periodo è nutrito.

I terreni di azione sono due, uno europeo e uno interno. Sul primo, più che i dazi e i contingentamenti è rilevante il potenziamento della forza contrattuale dell’Unione, il che implica una delega alla Commissione in materia di politiche commerciali, che consenta all’Europa di parlare con una voce unica in questo ambito. È bene poi lavorare per la costituzione di un’Agenzia europea contro la contraffazione, con un ruolo di coordinamento operativo degli interventi nazionali. E, anche prima della sua costituzione, arrivare rapidamente alla standardizzazione dei controlli e delle sanzioni, affinché l’ingresso delle merci contraffatte non trovi punti deboli e sia contrastato uniformemente ai confini dell’Europa. Il marchio di origine, almeno per tutti i prodotti importati in Europa, dovrà essere un punto di arrivo, lasciando eventualmente alla scelta volontaria l’uso dell’etichetta “made in Europe” (e consentendo anche, per chi voglia specificarla, l’indicazione dello Stato membro produttore). E, per i prodotti per i quali la tutela comunitaria già esiste (certificazioni DOP, IGP), occorrerà agire affinché l’Unione si faccia carico di un’estensione della sua validità in tutto il mondo, attraverso una revisione dell’accordo TRIPS in sede WTO.

Le politiche pubbliche che sul terreno nazionale vanno nella stessa direzione non sono meno importanti, a partire dagli interventi a tutela del consumatore, come le norme di sicurezza che vietano la vendita di prodotti dannosi per la salute e per l’ambiente e quelle contro informazioni fallaci e false etichette, redatte con la collaborazione delle associazioni di produttori e degli istituti di certificazione per identificare le false informazioni, e, soprattutto, prevedendo il coinvolgimento degli intermediari commerciali nell’esecuzione dei controlli, imponendo loro la responsabilità di quanto dichiarato in etichetta. Vi è poi un terreno di azioni positive da compiere come prerequisito per una politica della competitività che privilegi la qualità, a sostegno dei marchi italiani all’estero e dei prodotti italiani in generale. Basti ricordare che si stima che negli Stati Uniti solo l’8% del valore dei prodotti alimentari che il consumatore pensa di acquistare come italiani arriva effettivamente dall’Italia.

Molto può essere risolto tramite l’estensione delle regole del WTO ai prodotti tipici e con il marchio ufficiale del made in Italy, specie per i prodotti (alimentari) per i quali l’identificazione della territorialità è più facilmente gestibile. Ma va valorizzato a tutto campo, in connessione con l’etichetta “made in Italy”, l’orientamento espresso dalla Corte di cassazione, secondo la quale l’origine di un prodotto è quella imprenditoriale, cioè di chi si assume la responsabilità giuridica, economica e tecnica del processo produttivo, non dell’ambito territoriale in cui il processo si svolge. Questo salvaguarda le esigenze di decentramento delle imprese. In via subordinata, si può pensare di assegnare al made in Italy una quota minima (indicativamente il 60%) di produzione in Italia, oppure che tale soglia vada comunque indicata, qualunque valore essa assuma. O, ancora, che si possa utilizzare la dizione “disegnato in Italia”. Se si tiene presente che in mancanza di una massa critica promozionale la grande distribuzione estera rifiuta i prodotti specializzati, appare evidente la necessità di una politica pubblica che indirettamente li promuova, puntando su fusioni e accordi delle imprese italiane nel settore della grande distribuzione, esercitando allo stesso tempo una moral suasion sulle imprese di distribuzione italiane perché diventino veicolo di promozione del made in Italy e di prodotti territoriali (in questo campo si potrebbe ipotizzare che i contratti di programma tra gruppi di produttori prevedano l’estensione fino alla fase di distribuzione coinvolgendo le catene di grandi imprese del settore). Sono indirizzi positivi anche quelli diretti ad aiutare le imprese italiane a depositare i brevetti in Cina e in altri paesi emergenti e sollecitare joint ventures tra studi legali italiani, cinesi e di altri paesi emergenti per contrastare in loco la contraffazione.

Vi è poi il capitolo delle azioni protettive a favore del made in Italy che passano per le dogane, dove il personale va rafforzato in quantità e qualità, va data operatività alla figura del delegato do- ganale da inviare nei punti caldi del mondo per contrastare la contraffazione in loco, va esteso al maggior numero possibile di settori il laboratorio imprese-dogane sia per la formazione reciproca, sia per la costruzione di un unico vademecum sulla sicurezza di ogni prodotto e per la conoscenza dei contenuti tecnici dei prodotti. Deve essere inoltre reso operativo l’accertamento in dogana del reato contro le disposizioni relative al made in Italy. Anche il sistema sanzionatorio contribuisce all’azione difensiva. Questa sarebbe più efficace se la materia della difesa della proprietà intellettuale fosse portata nella competenza della giustizia civile consentendo quindi di infliggere al contraffattore sanzioni civili – quali i danni punitivi, ad esempio di cinque volte il danno – che attualmente non sono previste dai nostri codici, ma che nell’esperienza americana hanno rivelato buona efficacia deterrente. Efficace sarebbe anche punire l’acquirente intervenendo all’ingresso delle merci nel paese e procedendo nei confronti dell’intermediario; e, inoltre, si può immaginare un sistema premiale di riduzione della pena – simile a quello previsto dalla legge sul diritto d’autore — per chi fornisca informazioni utili ai fini dell’individuazione dei centri di produzione dei prodotti contraffatti e dei canali di riciclaggio dei profitti. Al contempo, sarebbe bene introdurre misure che consentano all’autorità giudiziaria (anche in fase cautelare, onde permettere il sequestro conservativo dei beni) di ordinare al presunto contraffattore di fornire tutte le documentazioni bancarie, finanziarie o commerciali inerenti l’attività contestata che si trovino sotto il suo controllo (anche presso terzi), rafforzando queste misure con un apposito sistema sanzionatorio – quale quello angloamericano del contempt of the Court o quello francese delle astreintes – in caso di inosservanza.

Questo è solo un campione in uno scacchiere1 su cui si può agire prima di ricorrere a misure drastiche di protezione, ma che operano genericamente e con contraccolpi pericolosi nel lungo periodo; senza mai dimenticare che queste ultime sono misure di alleggerimento di politiche generali destinate ad accrescere la competitività del sistema Italia e di politiche specifiche più direttamente rivolte ad accompagnare lo sforzo competitivo delle imprese per l’internazionalizzazione, il credito, il trasferimento tecnologico, nel confrontarsi con il sistema burocratico, la finanza di impresa.

[1] Si veda a tal proposito il volume a cura di S. Biasco: Fondazione Italianieuropei, Il mondo laborioso e creativo di piccole e medie imprese e lo Stato, Solaris, Roma 2006, cap. 4.

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