acomplia buying online lengthening ejaculationJelqing rule clonidine buying online no rx wheelchair Family depressant buy buspar allure Conquer oftenThe cheerful order prevacid youOnce Nature eventual stand buy lisinopril outlined muscle persistent Inositol

La nuova globalizzazione è sostenibile? Riflessioni sul ruolo dell'Europa

Written by Pier Carlo Padoan Thursday, 26 June 2008 18:48 Print
La nuova globalizzazione presenta nuove sfide, dalle pressioni competitive da parte dei nuovi attori a quelle sulle risorse e sui beni pubblici globali, di cui il contenimento del cambiamento climatico rappresenta un caso rilevante. Per far fronte alle nuove sfide è necessario un adeguamento significativo della governance del sistema internazionale. L’Europa può e deve assumere un ruolo di leadership in questo processo, sia direttamente, come attore globale, sia indirettamente, in quanto azionista di prima grandezza delle istituzioni internazionali.

Dalla crescita alle crisi

La globalizzazione è entrata in una nuova fase. Fino a dodici mesi fa, parlare di globalizzazione significava sopratutto chiedersi entro quanto tempo i grandi paesi emergenti dell’Asia e dell’America Latina avrebbero superato, per livello di PIL, i grandi paesi industriali, da quelli europei fino agli Stati Uniti. Oggi la globalizzazione si associa piuttosto all’idea di crisi. E con qualche ragione. Negli ultimi dodici mesi abbiamo assistito allo scoppio della crisi dei mutui negli USA, che si è poi rivelata essere una crisi dell’intero sistema bancario, americano e non solo. Abbiamo visto le conseguenze della crisi finanziaria in termini di recessione e di arresto della crescita e ora assistiamo agli effetti della seconda sulla prima. Abbiamo visto esplodere la crisi delle materie prime, alimentari e non, e l’emergere di una nuova minaccia inflazionistica, pur in un periodo di recessione. Abbiamo visto crescere le preoccupazioni per il cambiamento climatico e quelle generate dalle attività dei fondi sovrani dei paesi emergenti (Sovereign Wealth Funds, SWF).

La crisi finanziaria, che ha trovato la sua origine nel mercato dei mutui subprime, ha rovesciato le prospettive di crescita globale dopo un periodo di espansione prolungata e sostenuta. La crisi si è manifestata con una serie di episodi successivi e concatenati, ancora non del tutto esauriti, che segnalano la compresenza di fallimenti di mercato e di fallimenti della politica che si sono cumulati. Le conseguenze si protrarranno per un periodo non breve e finiranno per colpire sopratutto i più deboli, dalle famiglie che dovranno rinunciare alla propria casa per riuscire (forse) a far fronte alla crisi dei mutui a quelle che avranno perso l’occupazione in conseguenza della recessione. La pressione sulle risorse naturali, dalle materie prime al cibo, all’energia, al di là del ruolo, sia pur importante, dei fattori speculativi, indica che stiamo entrando in una nuova fase di scarsità che riguarda i beni primari e le cui conseguenze non sono ancora del tutto immaginabili. Lo stesso si deve dire della pressione sui “beni pubblici globali”, dal clima all’ambiente, agli stock di fauna marittima. Anche in questi casi sono i più poveri e deboli a subire le conseguenze maggiori.

Nello scenario globale sono presenti anche nuovi attori, come i fondi sovrani dei paesi emergenti, la cui entrata in campo ha suscitato reazioni contrapposte. Da una parte i SWF sono stati visti come salvatori della patria grazie alla possibilità che le loro ingenti risorse potessero arrivare in soccorso delle molte istituzioni finanziarie colpite dalla crisi dei mutui. Non solo: come ha suggerito il presidente della Banca mondiale, se solo una minima parte delle risorse dei SWF fosse indirizzata verso i paesi poveri, ne deriverebbe un significativo aumento degli investimenti per combattere il sottosviluppo. Dall’altra, i SWF sono stati considerati una minaccia alla sicurezza nazionale dei paesi riceventi nella misura in cui, attraverso i loro investimenti, i paesi di origine avessero potuto assumere posizioni di controllo in imprese o settori ritenuti strategici. Questo atteggiamento ne riflette uno più generale, ossia il timore che, nel nuovo quadro globale, possano trovare più spazio imprese e soggetti pubblici con sede in paesi (come alcuni dei BRICs) in cui la politica governativa segue una linea interventista e statalista.

Crisi interconnesse e con una matrice comune

Le crisi che stiamo attraversando sono interconnesse, se non altro perché hanno una radice comune: l’emergere rapido e tumultuoso dei nuo- vi attori sulla scena mondiale. La crisi finanziaria è (anche) conseguenza della mancata soluzione degli squilibri nei pagamenti internazionali, contrassegnati dal crescente surplus commerciale dei BRICs, dal simmetrico peggioramento del deficit corrente degli Stati Uniti e dell’accumularsi di ingenti volumi di liquidità nel mercato americano, che hanno fornito le basi per la crescita tumultuosa e la successiva crisi del mercato immobiliare e hanno anche contribuito ad alimentare la speculazione sui mercati delle materie prime. L’esplosione dei prezzi di queste ultime è però dovuta principalmente alla crescita strutturale della domanda proveniente dai BRICs, oltre che alla crescente produzione di biocarburanti. Similmente, anche il riscaldamento climatico è, in parte, dovuto all’aumentata pressione sulle risorse globali a seguito della crescita di tali paesi. Infine, gli stessi fondi sovrani sono in gran parte provenienti da essi. Per dirla in altri termini, gli avvenimenti degli ultimi dodici mesi possono essere visti come il rovescio della medaglia degli avvenimenti degli anni precedenti, la conseguenza dell’ingresso nel sistema globale dei nuovi paesi emergenti. In sostanza, il nuovo quadro globale comporta anche profondi, e a volte repentini, aggiustamenti dei prezzi relativi.

Tutto ciò ha alimentato spinte di forte reazione alla liberalizzazione che ha caratterizzato gli anni passati. Dal protezionismo, sia contro le importazioni che contro le esportazioni (per cercare di difendere le risorse alimentari nazionali), al ritorno dello Stato negli interventi di sostegno diretto (come, ad esempio, la “nazionalizzazione” delle banche dopo la crisi dei mutui), alla reazione di rigetto degli investimenti di fronte al crescente peso dei SWF e, in generale, delle imprese pubbliche dei BRICs. Allo stesso tempo è tuttora molto incerto l’esito del Doha Development Round, proprio in un momento in cui, paradossalmente, la pressione strutturale sui prezzi delle materie prime fornirebbe un’occasione ghiotta per liberalizzare ulteriormente i mercati dei prodotti agricoli. Ci troviamo di fronte a un movimento del pendolo che si è osservato spesso nella storia delle relazioni internazionali. Dopo un periodo di forte liberalizzazione, che ha portato, non dimentichiamolo, all’esplosione della crescita dei BRICs, ora molto, se non tutto, sembra portare in direzione di una fase di arretramento nella apertura dei mercati, una fase in cui la prote- zione può prevalere sulla liberalizzazione e il nazionalismo sul multilateralismo.

Non si tratta, dunque, di un problema nuovo. Le relazioni internazionali sono sempre state caratterizzate da un movimento tra i poli della liberalizzazione, da un lato, e dell’interventismo, dall’altro. Ma quando il movimento si fa troppo rapido, quando i mercati producono crisi invece che sviluppo, quando la reazione tende rapidamente e intensamente al protezionismo e alla chiusura, emerge con forza un altro segnale. Accanto ai fallimenti di mercato emergono i fallimenti della governance globale. La sfida che ci si trova di fronte è dunque questa: come costruire un sistema di governance globale che permetta di mantenere e consolidare i benefici dell’integrazione e dell’apertura evitando i contraccolpi della crisi, le cui conseguenze, come sappiamo, finiscono per abbattersi sui paesi più deboli e, all’interno dei singoli paesi (compresi quelli avanzati), sugli strati più deboli della popolazione. Si tratta di un tipico problema di political economy: come ottenere il consenso su riforme che comportano benefici per i più, ma che sono spesso differiti, tenendo conto che i costi, in termini di equità e distribuzione del reddito, emergono prima dei benefici e colpiscono gruppi che non hanno protezione, e che inoltre gruppi che godono di posizioni di privilegio (o singoli governi) sono in grado di impedire le riforme che ritengono possano danneggiarli. La political economy delle riforme a livello internazionale è poi complicata da un ulteriore aspetto. La riforma della governance non può essere portata avanti da un governo mondiale, che non esiste, ma deve basarsi sul consenso e sull’azione congiunta di governi e istituzioni internazionali. Si tratta, in altri termini, di affrontare anche un rilevante problema di azione collettiva.

Come ricostruire la governance? Il ruolo dell’Europa

In questo quadro il ruolo dell’Europa deve essere duplice. In primo luogo, un ruolo diretto: come attore primario sulla scena globale, l’Unione europea può e deve contribuire a creare consenso per la governance e contribuire a gestirla. In secondo luogo, un ruolo indiretto, come azionista di prima fila nelle istituzioni internazionali, delle quali vanno ridefinite priorità e divisione del lavoro. Nel dare contenuto al primo ruolo, l’Europa si deve porre il duplice obiettivo di ridefinire il proprio modello sociale per adeguarlo alle nuove sfide globali e di aprire ulteriormente l’economia al mercato globale. Il compito è a dir poco complesso. Anche perché identificare e governare un modello di sviluppo socialmente ed economicamente sostenibile richiede di tener conto di molti aspetti nuovi, che si aggiungono a quelli relativi alla riforma dei modelli di welfare. Nel definire il suo secondo ruolo, relativo all’azione delle e nelle istituzioni internazionali, l’Europa (e non solo essa) deve evitare la tentazione di proporre una ridefinizione radicale del quadro di governance globale (un “governo mondiale”) che difficilmente sarebbe realizzabile in tempi e modalità adeguate. Sarebbe invece necessario identificare e cercare di colmare i vuoti della governance globale, il che rappresenterebbe già di per sé una sfida assai rilevante. Si tratterebbe infatti di identificare per quali problemi globali non esiste un meccanismo di governance, o per quali tale meccanismo sia da rivedere, laddove per meccanismo si deve intendere una strategia e una architettura istituzionale in grado di attuarla, basate, oltre che sull’azione collettiva dei governi, su una istituzione o sulla collaborazione tra istituzioni internazionali. Tale collaborazione, inoltre, dovrebbe essere definita in base a una divisione del lavoro basata sui rispettivi vantaggi comparati, cercando di eliminare i numerosi casi di sovrapposizione e duplicazione. Tutto ciò richiede un approfondimento ampio e meditato che non è possibile sviluppare in questa sede. Ci si limiterà, a titolo di esempio, ad alcune riflessioni molto generali relative a tre casi rilevanti della fase attuale: il quadro macroeconomico e finanziario, i prezzi dei prodotti agricoli, il cambiamento climatico.

La macroeconomia e la stabilità finanziaria

Il sistema internazionale continua, da alcuni anni, a essere caratterizzato da squilibri persistenti dei pagamenti: un elevato deficit di parte corrente negli Stati Uniti cui si contrappone un sur- plus di parte corrente dei paesi asiatici (sopratutto della Cina) oltre che dei paesi OPEC. In questo quadro l’Europa mantiene una posizione di sostanziale pareggio. La consistente svalutazione del dollaro sta contribuendo a ridurre lo squilibrio di parte corrente USA, ma al prezzo di un impulso recessivo sull’economia mondiale. Alla configurazione dei pagamenti corrisponde un struttura di flussi finanziari che vede un accumularsi di riserve ufficiali da parte della Cina, reinvestite in gran parte sul mercato americano. Ciò ha alimentato un cospicuo flusso di liquidità verso l’economia statunitense. Di fronte a questo stato di cose, fino allo scoppio della crisi finanziaria nell’agosto del 2007, l’atteggiamento della comunità internazionale è stato caratterizzato da una sostanziale ambiguità. Governi e istituzioni internazionali, in primo luogo il Fondo monetario internazionale, hanno ripetutamente invocato un’azione concordata per un aggiustamento ordinato degli squilibri. Tale azione prevedeva un aggiustamento fiscale negli Stati Uniti per accrescere il risparmio netto, una rivalutazione della moneta cinese, di fatto agganciata al dollaro, e una politica di aggiustamento strutturale che avrebbe sostenuto la crescita in Europa, in Giappone e nei paesi OPEC. Nei fatti non si sono verificati significativi passi avanti in questa strategia, che rappresenta un tipico caso di fallimento della cooperazione internazionale. Col senno del poi si può notare che l’assenza di azione è stata alimentata da due fattori: la scarsa disponibilità ad accettare i costi di una politica di aggiustamento senza la certezza che gli altri soggetti coinvolti avrebbero fatto lo stesso e la convinzione, più o meno dichiarata, che gli squilibri sarebbero stati sostenibili a lungo grazie alla capacità dei mercati internazionali di fornire le risorse finanziarie necessarie. Infine, vi era l’idea che la svalutazione del dollaro, che già nel 2006 si cominciava a manifestare, avrebbe permesso un sostanziale aggiustamento della bilancia corrente degli USA, come era avvenuto in episodi simili in passato. La crisi dei mutui immobiliari ha mostrato a tutti quanto fosse errata l’idea che una soluzione di mercato potesse avvenire in modo indolore e che, quindi, un aggiustamento concordato non fosse necessario. La crisi finanziaria è infatti conseguenza sia della elevata disponibilità di liquidità che gli squilibri globali hanno permesso, sia della fragilità dei mercati finanziari nei paesi avanzati. Come detto, si tratta di un clamoroso caso di fallimento del mercato e, insieme, di fallimento della politica economica. L’Europa paga un prezzo elevato alla crisi. Malgrado la crisi dei mutui si sia, finora, manifestata molto meno duramente in Europa (o almeno nell’area euro) rispetto agli Stati Uniti e malgrado la crescita europea sembri (al momento in cui si scrive) avere risentito meno della recessione di quanto non avvenga oltreoceano, l’Unione monetaria trova un freno alla propria crescita nell’effetto congiunto di una forte rivalutazione della moneta unica (nei confronti sia del dollaro che delle monete asiatiche) e della caduta della domanda negli Stati Uniti, in un contesto in cui la Banca centrale europea deve, inoltre, fronteggiare un significativo aumento del tasso di inflazione.

Il ruolo dell’Europa nella governance macroeconomica

La crisi finanziaria conferma che l’Europa ha il dovere, oltre che la possibilità, di giocare un ruolo più incisivo nel governo dell’economia internazionale. L’Europa deve aumentare il tasso di crescita di lungo periodo attraverso misure strutturali che si incentrino sulla liberalizzazione e integrazione dei mercati, in particolare quello dei servizi, oltre che sul sostegno della crescita basata sulla conoscenza. Ma la politica strutturale deve essere affiancata da un ruolo più incisivo nella gestione delle relazioni macroeconomiche e finanziarie internazionali. Due esempi vengono in mente: la politica valutaria e la regolazione dei mercati finanziari.

Il sistema dei pagamenti internazionali del primo decennio di questo secolo, a volte definito Bretton Woods II, ha portato, come si è visto, a una situazione di stallo in cui l’Europa finisce per svolgere il ruolo di “paese residuale”, sul quale si scaricano gli squilibri dei pagamenti degli altri paesi. Una simile configurazione non è certo l’unica possibile. Il sistema monetario internazionale del futuro si baserà con ogni probabilità su un assetto multipolare comprendente il dollaro, l’euro e lo yuan (o un insieme di valute asiatiche). Tale sistema dovrebbe poter contare su un meccanismo di governo che, per quanto leggero e flessibile, impedisca il formarsi di squilibri insostenibili e garantisca la stabilità. Ciò richiede che l’Europa si dia una voce forte, autorevole e sopratutto unica. Una voce europea unica in un mercato globale richiede, tra l’altro, che l’area dell’euro definisca una politica macroeconomica che preveda non solo la gestione della politica monetaria, ma anche un maggior coordinamento di quella fiscale e di bilancio (nelle procedure e nei tempi oltre che nei principi guida racchiusi nel Patto di stabilità), sia pur nel mantenimento della sovranità delle politiche nazionali. Dal punto di vista istituzionale l’implicazione è immediata. L’Europa (o l’area euro) dovrebbe avere una rappresentanza unica nelle istituzioni internazionali, a cominciare dal Fondo monetario internazionale. Se ciò si verificasse, i vantaggi per la governance internazionale sarebbero sopratutto due. Una politica macroeconomica internazionale più efficace faciliterebbe il successo delle politiche di riforma e quindi l’innalzamento del tasso di crescita dell’Unione europea, con evidenti benefici per il sistema globale. Una rappresentanza unica nelle istituzioni internazionali renderebbe più credibili gli impegni europei nella gestione dell’economia internazionale, accrescerebbe il ruolo dell’Europa nella definizione e attuazione dell’agenda internazionale e permetterebbe di dare più spazio ai paesi emergenti nelle istituzioni stesse.

Un aspetto strettamente collegato al precedente è quello della regolazione dei mercati finanziari. Per quanta cautela si voglia seguire nell’evitare un eccesso di regolazione come reazione alla crisi, non vi è dubbio che la crisi del mercato immobiliare ha palesato sia un vuoto di regolazione in molti segmenti del mercato finanziario statunitense e globale – come ha chiaramente riconosciuto il rapporto del Financial Stability Forum – sia un’insufficienza di sorveglianza da parte delle autorità preposte a tale compito.

Il peso dell’UE nel sistema finanziario internazionale è assai significativo,1 ma malgrado ciò il suo peso nel plasmare il sistema di regolazione finanziario rimane modesto, anche a causa dell’assenza di una voce e di una strategia unica. Se potesse parlare con una voce sola, l’Europa avrebbe sufficiente massa critica non solo per definire standard comuni ma anche per renderli standard globali, se condivisi con gli Stati Uniti. Va ricordato in- fatti che Stati Uniti ed Europa rappresentano insieme circa il 40% del PIL globale ma producono l’80% della regolazione globale.2 La definizione di standard globali sarebbe la migliore premessa per evitare reazioni protezionistiche e atteggiamenti interventisti sia da parte dei paesi industriali che da parte dei BRICs, oltre al fatto che fornirebbe le basi per una gestione più solida del sistema finanziario internazionale.

All’attività di regolazione dovrebbe affiancarsi una sorveglianza più efficace che, in assenza di un’autorità globale, dovrebbe basarsi su di una stretta cooperazione tra le autorità di sorveglianza delle rispettive aree seguendo il modello, che si è rivelato efficace, della collaborazione tra autorità antitrust delle due economie. Ma ciò, a sua volta, richiede la creazione di un’autorità di sorveglianza europea che, contrariamente alla competenza unica per la politica della concorrenza, ancora non esiste.

La crisi dei prezzi agricoli

La crisi dei beni alimentari esplosa negli ultimi mesi colpisce sia per la sua rapidità che per la sua dimensione. In un rapido crescendo i prezzi dei prodotti alimentari sono saliti alle stelle e, allo stesso tempo, si è verificata una scarsità fisica dei prodotti, sopratutto nei paesi e nelle regioni più povere. Si è manifestata insomma una pressione sulle risorse naturali che rischia di diventare insostenibile, a cui sono seguite reazioni spesso dettate dal panico. Di fronte alla scarsità materiale, alla minaccia della sicurezza alimentare, molti paesi in via di sviluppo hanno imposto il divieto di esportazione dei prodotti, alimentando il rischio di innescare una reazione a catena di protezione dalle conseguenze potenzialmente disastrose.

La crisi dei prodotti alimentari ha diverse cause e richiede una risposta a più dimensioni. Nell’immediato è necessaria una risposta sul piano umanitario e la fornitura di assistenza alimentare ai paesi e alle regioni più povere. È inoltre necessario contrastare i fattori speculativi che alimentano l’impennata dei prezzi e riportare questi ultimi su un sentiero più stabile, pur nella consapevolezza che una componente importante di tale aumento è di natura strutturale e quindi permanente. Nel lungo periodo occorre accrescere la produttività del setto- re agricolo tanto nei paesi poveri che in quelli avanzati.

Ciò richiede investimenti in innovazione, la liberalizzazione dei mercati agricoli e lo scoraggiamento, eliminando i relativi sussidi, di quella parte della produzione di biocarburanti che sottraggono risorse alla produzione di beni alimentari senza aggiungere significativi benefici all’ambiente.

Una simile strategia richiede un’azione concertata da parte delle istituzioni internazionali: ad esempio, la Banca mondiale può organizzare l’aiuto alimentare e sostenere lo sviluppo del settore agricolo. Il Fondo monetario internazionale può fornire sostegno alla bilancia dei pagamenti alimentare dei paesi poveri. Il WTO può accrescere gli sforzi per la liberalizzazione del settore agricolo (fermo restando l’esito, al momento ignoto, del Doha Round). L’Unione europea può a sua volta sostenere l’azione di queste istituzioni definendo una posizione comune dei paesi membri e può dare un contributo diretto alla strategia accelerando la riforma della PAC.

Il cambiamento climatico

Fronteggiare la pressione sulle risorse implica anche produrre beni pubblici globali come la lotta al cambiamento climatico, i cui costi si abbattono sopratutto su paesi e popolazioni più povere. Fornire beni pubblici in questo caso richiede l’impiego di un’ampia gamma di strumenti, dalle imposte sulle emissioni allo scambio dei diritti di emissione, dalla definizione di standard alla diffusione di ecotecnologie. Il costo del contenimento del cambiamento climatico è elevato ma sostenibile3 se lo si confronta con il costo dell’inazione e, soprattutto, se le iniziative di contenimento saranno accompagnate da una distribuzione di costi equa e accettabile da parte dei diversi paesi e tenendo conto che paesi e regioni diverse avranno bisogno di strumenti e strategie di intervento adatte alle circostanze specifiche. È su questo terreno che dovranno essere compiuti gli sforzi maggiori per raggiungere una soluzione collettiva. Ed è su questo terreno che l’Europa può giocare un ruolo decisivo. Essa ha definito la sua strategia di lotta al cambiamento climatico puntando sugli strumenti di mercato: tasse e scambio dei diritti di emissione. Nella scelta di tali strumenti, l’Europa è molto attenta alle esigenze dei settori produttivi che sarebbero particolarmente svantaggiati dalle politiche di contenimento del cambiamento climatico. Ma essa deve anche assumere un atteggiamento più attento ai bisogni globali puntando sull’introduzione di tecnologie ecosostenibili, settore in cui tra l’altro gode di una posizione di leadership, e incoraggiando l’adozione di tali tecnologie a livello globale incentivandone la diffusione. Infine, anche sfruttando questi aspetti e questi vantaggi comparati l’Europa deve puntare a costruire un regime globale di contenimento del cambiamento climatico che si basi sull’apertura del commercio.

Il Modello sociale europeo

C’è da chiedersi come cambiamenti così radicali del quadro globale possano influire sul Modello sociale europeo. In linea di principio si dovrebbe stabilire un legame positivo tra una governance globale in cui l’Europa abbia una voce più forte e la sostenibilità del modello europeo. Una gestione più ordinata delle relazioni macroeconomiche e finanziarie permette infatti, a parità di condizioni, una maggiore crescita e una maggiore stabilità. Una soluzione duratura del problema della sicurezza alimentare passa per un incremento della produttività tramite l’innovazione nel settore agricolo e la liberalizzazione del commercio dei prodotti agricoli, portando forse a soluzione uno dei più annosi problemi della politica comune europea. Soluzioni di mercato e con un equo burden-sharing dei costi ambientali sfruttano i vantaggi comparati europei e sono coerenti con un modello europeo di sviluppo sostenibile. È necessario però collegare questa dimensione, esterna, della politica europea a quella interna.

Quando si parla di Modello sociale europeo un aspetto del dibattito che in qualche modo racchiude tutti gli altri è se, di fronte alle pressioni della competizione globale e alla necessità di innalzare il tasso di crescita in Europa, si renda necessario modificare il modello sociale, anche in direzione di un ridimensionamento, e ammettere quindi l’esistenza di un trade-off tra crescita e protezione sociale. Un secondo tema, strettamente collegato al primo, è se, nel tentativo di superare questo trade-off si possano identificare dei modelli di best practice tra i paesi membri dell’Unione europea, definibili sia in termini di efficienza che di protezione sociale, e immaginarne una diffusione generalizzata a tutti i paesi dell’Unione. Riguardo al primo aspetto, si può ricordare una classificazione dei paesi membri dell’UE in base al grado di protezione sociale e di competitività introdotta da Esping-Andersen,4 che divide i paesi dell’UE in quattro gruppi, come riassunti nella Tabella 1.

 

3_2008.Padoan.Tabella1


Questa classificazione mette in evidenza alcuni aspetti di rilievo. In primo luogo, essa mostra che il trade-off tra competitività e protezione sociale, se esiste, lo si dovrebbe rintracciare solo in due dei modelli considerati (continentale e anglosassone). In secondo luogo, questa classificazione indica una gerarchia di modelli, una identificazione di best practice che vede al primo posto, com’è noto, il modello scandinavo. Ci si dovrebbe allora chiedere in che misura queste best practice possano essere diffuse nei restanti paesi dell’UE e quali siano i meccanismi che potrebbero condurre a una loro diffusione o, per porla diversamente, in che misura ci si possa attendere una convergenza verso i modelli migliori. Una risposta parziale5 è che, mentre per i modelli economici si può immaginare una convergenza, sia pure molto lenta, verso i casi di best practice, spinta dalle politiche di integrazione, lo stesso non si può dire per i modelli sociali, più legati alle specificità e alle politiche nazionali. Di conseguenza, per alcuni paesi il trade-off tra competitività e protezione sociale potrebbe rimanere un vincolo non facilmente superabile. Questa conclusione, non del tutto incoraggiante, può essere parzialmente stemperata da altre considerazioni che, in varia misura, sono legate al procedere della globalizzazione.

In primo luogo, come è stato recentemente ricordato,6 non si osserva una corsa verso il basso degli standard di protezione sociale. La globalizzazione dunque non rappresenta necessariamente una minaccia allo Stato sociale. In secondo luogo, la sostenibilità del modello sociale può dipendere, in senso positivo, dalla modificazione del modello di crescita imposta dalla globalizzazione. Vi è accordo generale sul fatto che per rimanere competitiva occorre che l’Europa accresca il ruolo della conoscenza come motore della propria crescita. Si stabiliscono così importanti punti di contatto tra crescita e protezione sociale. Per esempio, la creazione di un ambiente favorevole all’innovazione – e in cui educazione e sviluppo del capitale umano siano elementi centrali – implica la costruzione di un modello di protezione sociale più efficace, perché un più elevato ammontare di educazione accresce la probabilità di ottenere un’occupazione.

Analogamente, un sistema di protezione sociale efficace favorisce la riallocazione della forza lavoro che può rivelarsi necessaria in un ambiente in cui la spinta all’innovazione sia sostenuta. Un simile modello di crescita richiede un sistema di formazione del capitale umano e della ricerca autenticamente integrato e deve potersi basare, tra l’altro, sull’integrazione dei mercati dei servizi che costituiscono in misura crescente il volano centrale della crescita. Infine, politiche volte ad accrescere la collaborazione internazionale nel sistema globale possono produrre benefici diretti in vista della sostenibilità dei sistemi sociali. Un caso spesso trascurato a tal proposito è quello delle politiche di lotta all’evasione fiscale. È nell’interesse dell’Europa rafforzare la lotta ai paradisi fiscali, anche perché essi sottraggono risorse agli Stati nazionali e quindi colpiscono due volte gli strati più deboli, in quanto alterano la distribuzione del reddito a favore dei più ricchi e sottraggono risorse ai sistemi di protezione sociale.

Conclusioni

La nuova globalizzazione amplifica le pressioni competitive da parte dei nuovi attori e le pressioni sulle risorse e sui beni pubblici globali, di cui il contenimento del cambiamento climatico rappresenta un caso rilevante. La nuova globalizzazione richiede quindi un adeguamento significativo della governance del sistema internazionale. L’Europa può e deve assumere un ruolo di leader- ship nella governance della nuova globalizzazione, sia direttamente, come attore globale, sia indirettamente, in quanto azionista di prima grandezza delle istituzioni internazionali. Per l’Europa un ruolo più incisivo a livello globale rappresenta anche una grande opportunità, perché richiede (e permette) di adeguare e rafforzare il suo modello economico e sociale, dando maggiore spazio a innovazione e conoscenza come motori della crescita. In definitiva le pressioni competitive globali, che sono più forti di quelle provenienti dal mercato interno, forniranno forse lo stimolo decisivo per completare le riforme dei mercati europei, che fino a ora sono state ostacolate da interessi particolari e di breve respiro. Le sfide della nuova globalizzazione possono insomma costituire un’occasione preziosa per risolvere i dilemmi della political economy delle riforme in Europa.

[1] M. Becht, L. Da Silva, External financial markets policy: Europe as a global regulator?, in A. Sapir (a cura di), Fragmented Power: Europe and the Global Economy, Bruegel, Bruxelles 2007, www.bruegel.org/4650 (13 febbraio 2008).

[2] Ibid.

[3] Si veda ad esempio: OECD Environmental Outlook to 2030, OECD, 5 marzo 2008, cap 7.

[4] G. Esping-Andersen, The Three Worlds of Welfare Capitalism, Princeton University Press, New Jersey 1990.

[5] P. C. Padoan, M. Rodano, Strategia di Lisbona e modelli sociali. C’è convergenza in Europa?, intervento al convegno “Globalizzazione, specializzazione produttiva e mercato del lavoro: verso un nuovo welfare”, Fondazione Masi-CNEL, Roma, 14 marzo 2007, in corso di pubblicazione.

[6] I. Begg, J. Draxler, J. Mortensen, Is Social Europe Fit for Globalisation? A study of the social impact of globalisation in the European Union, CEPS, Bruxelles, marzo 2008.

ie Online

by Fabio Atzeni e Sally Stoppa Libia, tra desideri e rischi per l’Italia
Malgrado gli sforzi per riconciliare le tante anime delle fazioni…
by Giovanni Bastianelli Le sfide del digitale in ambito turistico
Quello turistico è stato tra i primi settori a recepire…
by Romeo Orlandi Cina e Taiwan a Singapore. L’unità nella diaspora
La stretta di mano tra il presidente cinese Xi Jin…
by Fabio Veronica Forcella Outlet Italia
Nel 2014 l’Italia ha scalato le classifiche internazionali relative alla…