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Dopo la Strategia di Lisbona, un programma di riforme democratiche e progressiste

Written by Stefan Collignon Thursday, 26 June 2008 18:39 Print
Gli obiettivi fissati a Lisbona nel 2000 non sono stati e non saranno raggiunti a breve. Inoltre, la performance economica dell’Unione europea negli ultimi anni è stata piuttosto deludente. Per aumentare la produttività e allo stesso tempo incentivare l’occupazione è necessario sviluppare una strategia progressista che vada oltre Lisbona e definisca nuove forme di coordinamento macroeconomico vincolanti
per gli Stati membri. Al contempo sarà necessario che questa nuova governance economica venga legittimata attraverso la creazione di una democrazia europea.

Diventare «l’economia più competitiva e dinamica del mondo» in dieci anni: è stato questo l’impegno assunto dal Consiglio europeo a Lisbona nel 2000. A otto anni di distanza, è evidente che l’obiettivo non verrà raggiunto. La cosiddetta Strategia di Lisbona intendeva risolvere il problema più urgente della fine degli anni Novanta, ossia la disoccupazione, ma mirava anche a rinnovare il Modello sociale europeo e accelerare la crescita. Sul primo punto alcuni progressi sono stati compiuti, mentre ben poco è stato fatto per quanto concerne il secondo. Una strategia progressista per la crescita e l’occupazione in Europa, successiva a quella di Lisbona, deve concentrarsi su un quadro vincolante di coordinamento macroeconomico, così come sulla creazione e su un’equa raccolta di vantaggi in termini di produttività.

Gli esiti deludenti della Strategia di Lisbona

Nel 2000 la Strategia di Lisbona tentò di realizzare le riforme strutturali mediante la creazione di una società della conoscenza, per aumentare la produttività e rivedere a fondo il Modello sociale europeo. La gestione macroeconomica puntava a un mix di politiche monetarie, fiscali e dei redditi che aveva lo scopo di combinare la stabilità dei prezzi con un alto livello di investimenti, con la crescita economica e la rapida creazione di posti di lavoro. Questi obiettivi erano collegati a una nuova forma di direzione: il metodo di coordinamento aperto. L’influenza esercitata dai propri pari, la pressione morale, il pubblico encomio o, al contrario, il biasimo, dovevano concorrere alla formazione di governi nazionali collaborativi.

Tuttavia, le realtà istituzionali, unitamente a testarde valutazioni politiche al servizio di interessi parziali anziché del bene comune, hanno spesso impedito la realizzazione di riforme auspicabili. Nel 2005, inoltre, la Commissione Barroso ha impresso una svolta in senso neoliberista e conservatore all’interpretazione della Strategia di Lisbona. La riforma del modello sociale si è limitata a rendere più flessibili i mercati del lavoro, mentre la dimensione macroeconomica è stata in gran parte eliminata. La riforma del Patto di stabilità e crescita ha aumentato l’autonomia degli Stati-nazione e ha reso ancor più improbabile di prima l’elaborazione di un insieme di politiche macroeconomiche orientate alla crescita.

Il risultato è stata una performance economica dell’Unione europea piuttosto deludente. I tassi di crescita, paragonati a quelli degli Stati Uniti, restano al di sotto delle proprie potenzialità e non del tutto espressi. Se sul versante dell’occupazione vi è stato qualche miglioramento (nell’ultimo decennio questo capitolo ha dato un contributo positivo alle dinamiche di crescita), si è anche registrato un rallentamento significativo della produttività del lavoro.

Poiché i mercati del lavoro sono diventati più flessibili per quanto riguarda le occupazioni meno qualificate, le aziende hanno assunto personale la cui produttività era più bassa alla media. Sul lungo periodo, è la produttività a determinare il livello dei salari reali. È anche necessario assicurare il Modello sociale europeo e il welfare. Ne deriva che, per il prossimo decennio, imprimere un’accelerazione alla crescita della produttività diventa per l’Europa, e specialmente per l’Italia che ha avuto i risultati peggiori, la maggiore sfida sul piano economico. L’Europa deve conquistare en- trambi i risultati: un più alto tasso di occupazione e una maggiore produttività. La domanda è: come?

Produttività e occupazione

La produttività è determinata in larga parte dal versante dell’economia caratterizzato dall’offerta, mentre la creazione di posti di lavoro dipende dalla crescita della domanda aggregata e del PIL. I due aspetti, in ogni caso, interagiscono tra loro. La produttività del lavoro non può essere analizzata indipendentemente dagli investimenti. L’occupazione aumenta solo se lo stock totale di capitale cresce più velocemente del rapporto capitale/lavoro, chiamato anche intensità di capitale. Perciò, sia la produttività del lavoro sia la crescita dell’occupazione dipendono dalle condizioni di accumulazione del capitale. Focalizzare l’attenzione sulle riforme strutturali, senza prendere in considerazione l’ambiente macroeconomico, come fa l’agenda neoliberista, non produrrà un’economia dinamica.

La produttività del lavoro è determinata dalla produttività totale dei fattori (Total Factor Productivity, TFP) e dall’intensità di capitale (IC). La TFP cresce in conseguenza di un uso più efficiente del capitale e del lavoro nell’economia, e dipende dalla politica industriale, dalle riforme strutturali e dai sistemi sociali.

La Strategia di Lisbona puntava a migliorare la TFP, ma i risultati sono insoddisfacenti. Invece, se l’intensità di capitale (ossia la quantità di capitale per persona occupata) è alta, è altrettanto alta la capacità produttiva dei lavoratori. Mentre la TFP misura la qualità dello stock di capitale e della forza lavoro, l’intensità di capitale è un indicatore della quantità di capitale impiegato per ogni lavoratore. Una maggiore accumulazione di capitale migliorerebbe anche la qualità dello stock di capitale, dal momento che le nuove tecnologie favoriscono la preservazione delle risorse naturali, proteggono il clima del pianeta, migliorano la salute della popolazione e la sua aspettativa di vita.

In uno studio recente (2007) la Commissione europea ha affermato che la ragione principale della debolezza della produttività del lavoro in Europa è dovuta al rallentamento della produttività totale dei fattori e non all’intensità di capitale. La Commissione pertanto raccomanda di andare avanti con le riforme strutturali, che non hanno ancora avuto l’impatto desiderato sulla TFP, ma che si spera l’abbiano in futuro. Questo è solo un pio desiderio. La Commisisone non prende in esame gli ostacoli macroeconomici e istituzionali che si frappongono a una prestazione più dinamica dell’economia europea. Questi ostacoli non possono essere superati solo con la collaborazione intergovernativa. Nel caso di numerose politiche, il raggiungimento di buoni risultati viene inficiato da incentivi istituzionali al free-riding che creano problemi di azione collettiva.

Inoltre, per la crescita della produttività del lavoro l’intensità di capitale è altrettanto importante, se non più, delle riforme sul lato dell’offerta. Per questa ragione, far fronte al problema del rallentamento della produttività in Europa richiede ben più che l’inseguimento delle riforme strutturali. Se l’Europa vuole vincere la sfida del prossimo decennio, deve innalzare in assoluto l’indice di accumulazione di capitale e allo stesso tempo aumentare l’accumulazione di capitale in rapporto al singolo lavoratore. Per fare ciò, è necessario elaborare un pensiero politico nuovo, che vada in direzione di una più salda gestione macroeconomica.

Guidare l’economia europea

Nel prossimo decennio la gestione macroeconomica dovrà aumentare il potere d’acquisto delle famiglie, mantenendo al contempo bassi i tassi di interesse. Per realizzare questi obiettivi, è necessario coniugare le politiche fiscali e dei redditi con l’orientamento alla stabilità della politica monetaria.

La politica monetaria Il mantenimento della stabilità dei prezzi è indispensabile per una crescita economica di lungo periodo. Non si possono mettere in discussione l’indipendenza della Banca centrale europea e il suo mandato. Tuttavia, ciò non significa che si debbano ignorare altre variabili o politiche macroeconomiche. I tassi di interesse sono la variabile più importante, dato che il 90% del PIL dell’eurozona è frutto dei rapporti commerciali fra i paesi membri dell’unione monetaria e solo il 10% è toccato dai tassi di cambio. Il debito pubblico può competere con gli investimenti privati per l’allocazione di capitale, o può integrarlo; un deficit eccessivo potrebbe innescare una spirale tra prezzi e sa- lari o stimolare la domanda. Quando le trattative sui salari arrivano a un accordo sui salari nominali che supera l’ammontare degli aumenti di produttività, sommato all’obiettivo inflazionistico fissato dalla banca centrale, potrebbe verificarsi una pressione inflazionistica. La BCE, allora, è obbligata ad aumentare i tassi di interesse, il che conduce a un rallentamento dell’accumulazione di capitale e dell’aumento dell’occupazione. Ciò di cui ha bisogno l’Europa è la concertazione di politiche differenti che sostengano per almeno un decennio una crescita stabile e l’accumulazione di capitale.

La politica fiscale Mentre la politica monetaria dispone di un quadro istituzionale coerente, lo stesso non può dirsi per la politica di bilancio. All’interno delle restrizioni previste dalla procedura per i disavanzi eccessivi, i governi nazionali godono di autonomia e solo occasionalmente si raggiunge una posizione fiscale comune. Questo fatto rappresenta uno dei maggiori ostacoli a una crescita sostenuta e accelerata. Se il deficit di bilancio complessivo dell’area euro eccede l’output potenziale, emergono le pressioni inflazionistiche. In questo caso la Banca centrale deve innalzare i tassi di interesse e assorbire così la domanda in eccesso. Pertanto, bilanci ben equilibrati fanno da sostegno all’accumulazione di capitale.

Tuttavia, poiché in Europa i governi nazionali determinano in modo autonomo le proprie politiche fiscali, l’architettura istituzionale europea non contribuisce a elaborare un simile insieme di politiche. Se il Patto di stabilità e crescita fosse stato adeguatamente messo in atto, gli attuali deficit degli Stati membri graviterebbero ora intorno allo zero. Ma non è questo il caso. Fin dalla costituzione dell’Unione economica e monetaria, il deficit aggregato dell’eurozona si è mantenuto sulla media dell’1,7%.

La politica dei redditi La politica dei redditi è il terzo pilastro della gestione macroeconomica. Il costo unitario medio del lavoro interagisce con la politica monetaria. Se i salari nominali crescono più velocemente della produttività del lavoro, il costo unitario del lavoro aumenta e la BCE dovrà innalzare gli interessi per contenere l’inflazione. Un complesso di politiche basate su bassi tassi di interesse che abbia una speranza di successo deve, perciò, ancorare il costo unitario del lavoro all’obiettivo di prezzo fissato dalla BCE.

Il livello di inflazione del costo unitario medio del lavoro nella zona euro è rimasto nettamente al di sotto dell’obiettivo del 2%, tranne che in Grecia, Spagna e Italia, dove esso è superiore al tasso di inflazione previsto. La dinamica dei salari in questi paesi contribuisce alla pressione inflazionistica dell’eurozona. Comunque essa viene mitigata dagli accordi salariali al ribasso in Germania, Austria, Belgio e Finlandia. È il forte peso specifico della Germania a impedire l’aumento del costo unitario del lavoro a livello europeo. Ciò implica che, se i salari tedeschi dovessero crescere più velocemente, gli aumenti salariali in Spagna o Italia dovrebbero rallentare e/o dovrebbe aumentare la produttività del lavoro.

Queste dinamiche salariali divergenti hanno alcune conseguenze sulla competitività relativa dei costi per le imprese che operano negli Stati membri. Per esempio, quando esordì l’Unione economica e monetaria, il costo unitario del lavoro in Germania era vicino alla media di eurolandia. Oggi, esso è il più basso di tutta la zona euro. Al contrario, Spagna e Portogallo hanno visto il costo unitario del lavoro innalzarsi del 15-20% sopra la media dell’eurozona. L’Italia ha perso il vantaggio competitivo con il quale era entrata nell’Unione. Questi sviluppi aumentano le tensioni sociali ed economiche in eurolandia, e potrebbero diventare politicamente destabilizzanti. I politici e i cittadini dovrebbero essere seriamente preoccupati per questa situazione. Se queste tendenze restassero incontrollate, l’Unione monetaria potrebbe disgregarsi. Ecco perché l’elaborazione delle politiche dei redditi è una questione urgente da inserire nell’agenda europea. Una politica europea dei redditi dovrebbe affrontare contemporaneamente due problemi. Dovrebbe avvicinare il complesso degli accordi salariali all’obiettivo fissato per l’inflazione, sommato alla produttività, in modo che il potere di acquisto dei consumatori aumenti (questione particolarmente acuta in Germania) senza accelerare l’inflazione. Allo stesso tempo dovrebbe fermare e correggere la persistente divergenza fra i livelli nazionali del costo unitario del lavoro. Ciò richiede un grado di coordinamento significativamente più elevato in Europa tra coloro che sono preposti alla contrattazione dei salari, e richiede una crescita più veloce della produttività, specie in Italia.

Un programma per la crescita e l’occupazione in Europa dopo Lisbona

Al fine di accelerare il proprio dinamismo, l’Europa ha bisogno di riforme istituzionali, di un piano di riforme strutturali e di un più coerente coordinamento delle politiche macroeconomiche.

Le riforme istituzionali La maggior parte delle difficoltà incontrate dalla Strategia di Lisbona è dovuta alla mancanza di responsabilità. L’Unione europea non è dotata di un governo in grado di mettere in pratica politiche coerenti. Nonostante la forte riluttanza ad affrontare la questione fondamentale delle riforme istituzionali, queste ultime rappresentano un elemento essenziale per il futuro dell’Unione. La via maestra è quella della costruzione di una democrazia europea, dell’Europa dei cittadini. Il primo ministro belga Guy Verhofstadt e il Partito socialdemocratico tedesco (SPD), nel suo nuovo programma fondamentale, hanno esplicitamente auspicato la creazione di un governo europeo, eletto dal Parlamento europeo. Le elezioni europee del 2009 costituicono un’opportunità per lanciare questo dibattito su scala europea. I partiti di centrodestra sosterranno l’agenda neoliberista di Barroso; i democratici e i socialisti europei dovrebbero invece formulare una nuova strategia, in grado di connettere il programma originale di Lisbona con i più ampi obiettivi di un’economia dinamica, caratterizzata da una produttività in crescita e da una piena occupazione, e di accomunare riforme strutturali e gestione macroeconomica. Dovrebbero anche delineare una politica in cui le riforme strutturali microeconomiche siano parte di una strategia macroeconomica sostenuta dalla scelta democratica dei cittadini.

Un piano di riforme strutturali Le riforme economiche che incidono sul lato dell’offerta possono migliorare la produttività complessiva del lavoro. La competizione favorisce gli interessi dei consumatori europei, in particolare di quelli delle fasce di reddito più basse, perché i cartelli locali e i monopoli mantengono i prezzi eccessivamente alti e impongono in tal modo un razionamento della domanda dei consumatori. In Italia specialmente, questa dinamica spiega l’alto livello di aumento dei prezzi al consumo.

Tuttavia, per troppo tempo l’Europa si è concentrata esclusivamente sulle riforme microeconomiche. Numerose riforme hanno cercato di incoraggiare i detentori di capitale a investire in Europa; invece è stata data scarsa attenzione alle motivazioni dei lavoratori. Eppure, gli incentivi a una partecipazione dei lavoratori finalizzata all’efficienza generale dell’azienda inciderebbe notevolmente sulla produttività in Europa. Perciò, occorrerebbe rivalutare il ruolo dei consigli di fabbrica, della cogestione e della rappresentanza dei lavoratori negli organismi dirigenti delle imprese europee.

La società della conoscenza rimane un valido obiettivo politico. La vecchia Strategia di Lisbona, inoltre, non ha portato a soddisfare i propositi enunciati nei campi della ricerca e dello sviluppo e della formazione permanente. Visto che gli Stati nazionali sembrano incapaci di realizzare i propri obiettivi, le istituzioni europee dovrebbero venire in loro aiuto. Occorre recuperare a livello europeo gli insuccessi dei governi dei singoli paesi.

La conoscenza si basa sulla comunicazione. Numerosi studi indicano che la padronanza di una lingua straniera, e in particolare dell’inglese, è un potente fattore di crescita per la produttività totale dei fattori. L’Italia, con solo il 29% della popolazione in grado di parlare inglese, è in fondo alla classifica della vecchia EU a 15. Tutti i paesi membri dell’Unione dovrebbero imporre lo studio dell’inglese fin dalla scuola primaria.1 Un programma europeo di scambi che coinvolga insegnanti e studenti, da creare ex novo, potrebbe accelerare il rafforzamento delle competenze linguistiche.

La spesa pubblica dell’Unione europea dovrebbe focalizzarsi su tre obiettivi: 1) un Fondo per la crescita, che dovrebbe sostenere la mobilitazione di risorse private e nazionali a vantaggio del progresso scientifico e tecnologico; 2) il Fondo di coesione dovrebbe contribuire ad aumentare i livelli di crescita nelle regioni a basso reddito attraverso l’aumento della produttività e dell’intensità di capitale a livello regionale; 3) un Fondo per la ristrutturazione o la globalizzazione che allevierebbe la pressione su quanti portano il peso e soffrono delle conseguenze delle trasformazioni sociali, dovute in modo particolare alla globalizzazione. Per spingere in avanti le frontiere tecnologiche, mediante il sostegno a ricerca, sviluppo e all’innovazione tecnologica, occorre concentrare gli sforzi finanziari. L’adattamento e la modernizzazione delle competenze esistenti richiede una maggior diffusione delle nuove tecnologie in tutta Europa, da realizzarsi rendendo più semplice l’ingresso e la competizione di nuove aziende. Per liberare l’Europa dalla dannosa influenza di attori nazionali con potere di veto, il budget dovrebbe essere approvato mediante la procedura di codecisione tra il Parlamento europeo e il Consiglio, e posto in esecuzione dalla Commissione europea.

In un simile contesto il ruolo degli investimenti pubblici dovrebbe essere riponderato: decenni di finanziamenti insufficienti per le infrastrutture hanno compresso la produttività in molti Stati membri. L’UE potrebbe accrescere il proprio potenziale globale di crescita assumendosi l’onere di investimenti pubblici che vadano a beneficio dei cittadini, mobilitando le risorse locali e provocando effetti in tutti gli Stati membri. L’investimento potrebbe essere finanziato con l’emissione di bond da parte dell’Unione. Gli annuali Grandi orientamenti delle politiche economiche, così come la valutazione delle politiche di bilancio nazionali in base alle procedure previste dal Patto di stabilità e crescita, dovrebbero servire a vigilare sullo spostamento del baricentro dalla spesa pubblica agli investimenti. La politica regionale dovrebbe essere sempre più utilizzata come strumento di redistribuzione. Il modo migliore per farlo consite nel porre molta attenzione al superamento delle differenze regionali nella produttività e nell’intensità di capitale, piuttosto che alla creazione di una dipendenza dai trasferimenti effettuati dall’Unione.

Le politiche di bilancio europee pongono tuttavia un altro dilemma: in che modo debbono essere finanziate? L’Unione europea deve disporre di proprie risorse. Oggi più del 90% del budget europeo proviene dai contributi pagati dai bilanci nazionali, invece che da imposte riscosse a livello europeo. Ciò crea un classico problema di azione collettiva: il perseguimento dei beni comuni resta sottofinanziato. Ogni volta che gli Stati membri tentano di ottenere vantaggi individuali riducendo al minimo i propri contributi finanziari, mettono in pericolo gli interessi collettivi dei cittadini europei, compresi quelli che vivono all’interno della rispettiva giurisdizione. La risposta corretta a questo problema è finanziare la spesa europea attraverso tasse europee. Un’imposta europea sulle imprese sarebbe lo strumento più appropriato per finanziare il bilancio dell’UE, poiché eliminerebbe l’iniqua competizione fiscale in Europa e introdurrebbe una tassazione più giusta per le multinazionali. Una tassa europea non può però essere imposta senza un’adeguata rappresentanza democratica. Essa pertanto deve essere approvata congiuntamente dal Consiglio e dal Parlamento europeo, dopo una proposta iniziale avanzata dalla Commissione.

La gestione macroeconomica La gestione macroeconomica deve creare un ambiente economico dove tassi d’interesse persistentemente bassi possano contribuire all’accelerazione dell’accumulazione del capitale. Essa necessita di strumenti e di politiche idonei. Tutti i consessi di confronto e gli strumenti esistenti, come l’Eurogruppo, i Grandi orientamenti delle politiche economiche o il Dialogo sulla politica macroeconomica non consentono impegni politici vincolanti. Se la gestione macroeconomica deve diventare più efficiente, i meccanismi istituzionali, specie nella zona euro, devono farsi più coerenti, e le decisioni devono vincolare e obbligare tutti i contraenti. Tutto ciò può essere realizzato solo da un’istituzione che possa disporre di una piena legittimità democratica a livello europeo.

Un mix ottimale di scelte politiche richiede la definizione di una posizione sulla politica fiscale per la zona euro nel suo complesso, che interagisca con la politica monetaria nella determinazione del livello con cui tassi d’interesse equilibrati possono essere di sostegno alla crescita. La politica fiscale deve diventare più coerente nell’unire i paesi membri, e allo stesso tempo più flessibile nel gestire le crisi che li coinvolgono. Negli Stati che ancora non hanno adottato l’euro, la politica fiscale deve coordinarsi all’obiettivo della stabilità dei tassi di cambio, al fine di evitare effetti distorsivi nei singoli mercati.

Si dovrebbe definire una posizione fiscale comune a livello europeo tenendo in considerazione il ciclo economico. Ciò può essere realizzato trasformando i Grandi orientamenti delle politiche economiche in uno strumento utile al federalismo fiscale.

Agli Orientamenti spetterebbe di stabilire gli obiettivi di deficit aggregato autorizzati per tutte le autorità pubbliche (dalle municipalità alle regioni, dagli Stati al bilancio della UE), qualcosa che assomigli un po’ a un DPEF europeo. Al di là di questi limiti, alcune concessioni di indebitamento potrebbero essere autorizzate per permettere a chi li contrae di entrare nel mercato finanziario. Ciò obbligherebbe i paesi membri, nel momento in cui si trovano a formulare le proprie leggi finanziarie, a rispettare gli impegni europei. I titoli di prestito, comunque, dovrebbero essere trasferibili. Se un governo desiderasse prendere a prestito più di quanto abbia diritto, dovrebbe ottenere permessi aggiuntivi da parte di un altro Stato membro che non intende fare uso di tutta la propria quota. In questo modo si assicurerebbe il rispetto della posizione sulla politica fiscale comune complessiva. Per quanto riguarda la politica dei redditi, c’è la questione di assicurare che gli accordi sul salario medio in Europa restino pienamente compatibili con l’obiettivo fissato per l’inflazione dalla BCE e che il costo unitario nazionale del lavoro converga sulla media di quello della zona euro. Questi due obiettivi richiedono una maggiore europeizzazione delle contrattazioni salariali. Sebbene nella maggior parte dei paesi di eurolandia la contrattazione collettiva copra approssimativamente l’80% dei salari, un negoziato sui salari centralizzato a livello europeo non è né realistico, né auspicabile. Al contrario, occorre un sistema flessibile che contempli sia gli obiettivi inflazionistici fissati dalla BCE e gli avanzamenti nella produttività regionale e di settore, sia gli standard di vita nazionali.

La norma secondo la quale «la crescita dei salari nominali è uguale alla crescita della produttività nello specifico settore o regione, più l’obiettivo di inflazione fissato dalla BCE» permetterebbe ai negoziatori di rendere gli accordi decentrati coerenti e compatibili con le condizioni generali. Le Linee di orientamento integrate per la crescita e l’occupazione, adottate dal Consiglio europeo nel 2005, includevano questa regola, ma non ne è seguita nessuna azione. Ogni deviazione dalla norma dovrebbe essere discussa pubblicamente e giustificata. Tale dibattito, per favorire l’accettazione e la condivisione da parte dell’opinione pubblica, dovrebbe svolgersi in una tribuna trasparente, comune e apertamente accessibile. L’attuale Dialogo sulla politica macroeconomica non possiede tale visibilità. Le questioni politiche che riguardano tutti i cittadini dovrebbero essere discusse nel Parlamento europeo, e sarebbe quindi un notevole miglioramento legare il Dialogo sulla politica macroeconomica alle regolari audizioni del presidente della Banca centrale al Parlamento europeo.

Conclusioni

L’Unione europea ha ancora notevoli opportunità di crescita economica, a condizione che le politiche sulla domanda e sull’offerta comincino a rafforzarsi a vicenda. Per il momento non è così. L’Europa soffre di problemi di azione collettiva, che in definitiva possono trovare rimedio solo con la creazione di una democrazia europea. Tuttavia, obiettivi concreti come l’aumento della produttività e il miglioramento delle condizioni per l’accumulazione del capitale possono delineare una strategia post-Lisbona che renda più semplice affrontare con decisione le questioni istituzionali.2

[1] E di un altro idioma in Irlanda e Regno Unito.

[2] Una precedente versione di questo articolo, basata sulla ricerca del Centro Europa Ricerche-CER, Rapporto sull’Europa, 1/2008, è stata pubblicata dalla Friedrich Ebert Stiftung.

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