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Il «metodo Illy» Le ragioni del voto in Friuli Venezia Giulia

Written by Paolo Segatti Monday, 02 June 2003 02:00 Print

In Friuli Venezia Giulia nelle elezioni politiche del 2001 tra l’insieme dei voti ai partiti dell’Ulivo, più Rifondazione e la lista Di Pietro, e i voti ai partiti della Casa delle Libertà vi erano dieci punti percentuali di differenza (percentuali calcolate sui voti validi). Un dato, questo, che vale la pena fissare come riferimento prospettico per capire il significato di quanto accaduto l’8 e 9 giugno scorso. Dieci punti di differenza sono un’enormità sul piano dei comportamenti di voto. Averli superati rappresenta un successo non scontato.

In Friuli Venezia Giulia nelle elezioni politiche del 2001 tra l’insieme dei voti ai partiti dell’Ulivo, più Rifondazione e la lista Di Pietro, e i voti ai partiti della Casa delle Libertà vi erano dieci punti percentuali di differenza (percentuali calcolate sui voti validi).1 Un dato, questo, che vale la pena fissare come riferimento prospettico per capire il significato di quanto accaduto l’8 e 9 giugno scorso. Dieci punti di differenza sono un’enormità sul piano dei comportamenti di voto. Averli superati rappresenta un successo non scontato. Tanto più che i dieci punti in questione rappresentano il sedimento della storia politica e sociale del Friuli Venezia Giulia del secolo scorso. Ricordo solo due suoi capitoli. Di recente sul Mulino Michele Salvati ha sostenuto che le circostanze (guerra fredda, in particolare) nelle quali è avvenuta la costruzione della politica di massa nel secondo dopoguerra hanno favorito la sopravvivenza dei conflitti ideologici della prima metà del Novecento.2 Sotto questo profilo il Friuli Venezia Giulia rappresenta un caso esemplare. Un parte significativa della sua popolazione fu l’unica in Italia a subire un’esperienza diretta, ancorché breve, di comunismo reale. Per altro dopo avere sperimentato per due anni non l’occupazione tedesca, come nel resto del Nord, ma l’inclusione nel Terzo Reich. In seguito divenne oggetto di un conflitto nazionalistico con la Jugoslavia, un conflitto nel quale il partito comunista locale si schierò a favore delle tesi annessionistiche titine. Da ciò derivarono divisioni profonde e radicali conflitti di identità, che attribuirono, forse più che altrove, alla frattura comunismo/anticomunismo il carattere di una contrapposizione esistenziale tra amico e nemico.

Ma a sancire la debolezza di gran parte della sinistra in regione, si è aggiunto anche il modello di sviluppo che ha reso prospero il Friuli negli ultimi trenta anni. Distretti industriali di piccole imprese, confini sociali incerti tra datori di lavoro e dipendenti, forti identità locali: tutti fattori che, come sappiamo bene, in assenza di una cultura locale «rossa» e in presenza di una «bianca», non hanno favorito il radicamento elettorale della sinistra. Beninteso, questi fattori non hanno avuto gli stessi effetti ovunque e in misura costante nel tempo. Vi sono aree nelle quali la sinistra non era debole (l’Isontino, certe valli della Carnia, aree della Bassa Friulana ad esempio). Inoltre i dieci punti di differenza tra centrodestra e centrosinistra nel 2001 sono meglio dei 26 punti percentuali (su voti validi) delle elezioni del 1998 o degli oltre 27 punti nel 1996 (parte maggioritaria, sempre su voti validi). Nonostante il miglioramento relativo, resta comunque il fatto che se c’era un posto in Italia nel quale era improbabile che il centrosinistra vincesse in una competizione regionale questo era il Friuli Venezia Giulia. Come allora è stata possibile la vittoria? Ma è stata veramente un vittoria delle forze politiche del centrosinistra, per come le conosciamo a livello nazionale? Vediamo meglio, distinguendo nell’analisi della vittoria i fattori attribuibili all’offerta, quelli relativi al tipo di campagna e quelli imputabili alla risposta degli elettori.

 

L’offerta

Il primo punto che va sottolineato riguarda il candidato Illy. La sua vittoria non «viene da lontano», ma non è neppure l’abbaglio di un candidato flash. Illy è stato sindaco di Trieste dal 1993 al 2001. La sua biografia, le modalità particolari della sua candidatura a sindaco e il suo comportamento negli otto anni da sindaco di Trieste gli hanno assicurato una immagine di competenza e di forte e credibile autonomia dai partiti. Dirigente dell’impresa di famiglia, nella tarda estate del 1993 la sua candidatura a sindaco di Trieste fu accettata da un comitato di saggi ai quali alcuni partiti come la Dc di Tina Anselmi, in procinto di trasformarsi in PPI, e il PDS avevano affidato il compito di selezione della candidatura. Decisione, ovviamente, non facile e rischiosa per un partito, ma con il senno di poi lungimirante, perché fondata su una scommessa vincente: per liberare la città dal passato era necessario sparigliare i giochi tradizionali della politica locale che consentivano alla destra triestina di fare continuamente scopa, da Osimo in poi. Da sindaco, i rapporti tra Illy e i partiti della sua maggioranza non sono stati facili, come ovunque in quegli anni di grandi novità istituzionali. Le asperità furono tuttavia superate. La sua amministrazione piacque alla stragrande maggioranza dei cittadini, anche di centrodestra, e l’esperienza di sindaco non intaccò la sua immagine di uomo indipendente dai partiti. Nel 2001 venne eletto in un collegio maggioritario. Tuttavia sia il giudizio sulla sua amministrazione come la sua immagine si rivelarono non trasmissibili tout court ad altri, come si dimostrò alle elezioni comunali del giugno 2001; erano dunque risorse di natura personale. Un secondo aspetto relativo all’offerta sta nella vera e propria offensiva culturale che il gruppo dirigente dei DS ha sviluppato a Trieste in tutti gli anni Novanta, affrontando di petto tutte le cicatrici del passato. Con onestà intellettuale il gruppo dirigente locale si è interrogato sulle ragioni del profondo e perdurante anti-comunismo di tanta parte della società giuliana ma anche friulana, una domanda questa che a livello nazionale è stata forse considerata, erroneamente, parte dei ricorrenti interrogativi sull’identità del comunismo italiano. La risposta triestina è stata non solo che l’anticomunismo aveva a Trieste, e lungo tutto il confine orientale, ragioni comprensibili, ma anche che l’anticomunismo democratico di matrice cattolica, socialista e repubblicana aveva avuto allora ragione. In particolare, perché difendeva contro il nazionalismo italiano e quello sloveno-croato l’alternativa civile e repubblicana dell’Italia democratica. L’impatto di questa battaglia culturale è stato forse modesto sul piano dei comportamenti di voto. Per ora il suo principale risultato è stato quello di aver tolto plausibilità all’alternativa tra italiani «al quadrato» e «traditori», sulla quale la destra nazionalista triestina (italiana e slovena3) ha campato per anni. Un secondo risultato è stato di aver riportato nel discorso pubblico l’idea di Trieste come città italiana e insieme di frontiera, plurale, un’idea che appartenne alla storia della città e che la fece prospera. Dunque gli anni Novanta sono stati per le forze di centrosinistra anni operosi, nei quali il clima culturale lentamente è cambiato, anche se tutto ciò non poteva garantire da solo la vittoria. Anzitutto perché Trieste è solo una parte di una regione molto differenziata al suo interno.

A giudicare dalle cronache locali, non dovette essere facile convincere la parte friulana dei partiti regionali della candidatura di Illy, ma neanche veramente difficile. La sua candidatura a presidente della regione bolliva da tempo e fu accelerata dalla scelta della maggioranza di centrodestra a favore di una legge elettorale regionale che non prevedeva l’elezione diretta del presidente. Il referendum abrogativo dell’ottobre 2002 rappresentò la piattaforma di lancio della candidatura di Illy. I primi sondaggi rivelarono inoltre che non rappresentava un ostacolo il suo essere triestino in una regione in cui il pregiudizio tra friulani e triestini è fonte di infinite reciproche recriminazioni, fondate e infondate. Non lo era esattamente perché nella percezione, che anche gli elettori friulani avevano della sua immagine, l’aspetto della sua diversità dai politici tradizionali prevaleva su quello della triestinità. Ancora una volta veniva percepito come un politico indipendente dalle identità politiche tradizionali ma nel contempo rispettoso di esse, competente nell’affrontare i temi del rilancio dell’economia, della riforma delle autonomie locali, dell’allargamento ad Est e delle infrastrutture, temi sui quali per altro non c’erano grandi diversità di orientamenti in seno all’opinione pubblica.4 Insomma Illy appariva credibilmente nuovo e degno di interesse anche tra coloro che ritenevano poco convincenti i sostenitori della sua candidatura. Nel corso della campagna elettorale il candidato ha coerentemente cercato di mettere in luce questi tratti, insistendo in particolare sul fatto che il voto riguardava il governo della regione e non il giudizio sul governo del paese. Illy dunque ha condotto una campagna esplicitamente volta a depotenziare, per quanto possibile, gli aspetti politici del voto regionale, intendendo con ciò due cose. Anzittuto l’enfasi sulla dimensione non nazionale del voto. Ma poi anche la scelta di non delegare alle forze politiche della sua coalizione il compito di rassicurare gli elettori potenziali, in particolare di centrodestra, ma al contrario di affidare tale compito alla sua personale credibilità di politico «nuovo» e indipendente dalle varie identità politiche.

Bisogna riconoscere che la fortuna gli ha anche dato una mano non piccola. Il governo infatti ha scelto la strategia opposta, quella di nazionalizzare il voto. Ma lo ha fatto nel modo peggiore. Per prima cosa ha imposto da Roma la candidatura di un leader leghista invisa alla maggioranza degli esponenti dei partiti della Casa della Libertà, Lega inclusa. Ne sono derivate lacerazioni profonde in seno alle formazioni politiche locali di centrodestra e l’opportunità per Illy di convergere elettoralmente con Cecotti, leghista anomalo e sindaco di Udine. Poi, vista la debolezza della candidata, ha deciso di attizzare il voto ideologico di appartenenza, denunciando la minaccia comunista in caso di vittoria di Illy. La reazione dell’opinione pubblica non è stata favorevole. Secondo un sondaggio dell’ultima settimana prima del voto oltre il 65% degli intervistati giudicava negativo l’intervento del governo. In particolare, la metà degli elettori dei partiti di centrodestra era di questa opinione.

Tabella 1

La tabella 1 fornisce uno sguardo d’assieme di quanto accaduto l’8 e 9 giugno. Mette a confronto i risultati delle ultime elezioni, con quelli delle politiche (parte proporzionale) e con quelli delle regionali del 1998. Il confronto è complicato dal fatto che in ogni elezione si è votato con un sistema diverso, ciascuno dei quali offriva agli elettori modalità di voto diverse. In particolare nel 2003 si è votato con il Tatarellum, in vigore nelle regioni a statuto ordinario, che offre agli elettori quattro modalità di voto: voto alla sola lista (in questo caso il voto va anche al candidato presidente a cui la lista è collegata), voto alla lista e al candidato presidente, voto al solo presidente e voto disgiunto (voto ad una lista e voto al candidato collegato ad altre liste). Leggi elettorali diverse significano anche opportunità per i politici di modulare diversamente l’offerta. E come si può vedere dalle note aggiunte alla tabellla, l’offerta è un po’ cambiata dal 1998 al 2003. Dobbiamo dunque procedere con cautela nel confrontare i risultati delle tre elezioni. A questo proposito osserviamo subito l’ultima riga della tabella. Come si può vedere, il tasso di partecipazione verificatosi nel 2003 è circa pari a quello del 1998,5 mentre scende notevolmente dal 2001 al 2003. Quindi volendo sterilizzare questa fonte di variazione abbiamo calcolato tutte le percentuali di voto e di non voto prendendo come base il numero di elettori e non di voti validi.

Torniamo alla variazione della partecipazione e quindi dell’astensionismo dal 2001 al 2003. Se al numero di non votanti sommiamo quello dei voti non validi possiamo vedere come l’area del non voto tra il 2001 e il 2003 sia cresciuta di 12 punti percentuali.6 Per certi versi c’è da aspettarsi che nelle elezioni regionali si voti di meno di quelle politiche. Una parte dell’elettorato «sente» queste elezioni meno importanti, perché è meno interessata alla politica. Tra i poco interessati alla politica non sembra esserci una stabile concentrazione di elettori di uno o dell’altro schieramento. Il che non significa che in una particolare elezione uno schieramento possa patire una smobilitazione dei suoi elettori più grande che l’altro. Questo sembra essersi verificato tra il 2001 e il 2003. Diversi sondaggi precedenti le elezioni indicavano infatti che gli elettori della Casa delle Libertà mostravano una propensione maggiore a non votare. Per esempio, oltre un quarto degli intervistati che dicevano di aver votato nel 2001 Forza Italia dichiaravano, a pochi giorni dal voto, che erano certi o quasi certi che non sarebbero andati a votare. Dichiarazioni dello stesso tenore venivano fatte dal 24% degli elettori di Alleanza Nazionale del 2001 e dal 22% circa da chi votò allora la Lega. Questo a fronte di un’analoga inclinazione al non voto da parte del 15% degli elettori dei DS, del 9% di elettori della Margherita sempre del 2001. Tutto ciò induce a pensare che all’aumento del non voto hanno contribuito, prevalentemente ma non in misura esclusiva, gli elettori che nel 2001 votarono per un partito di centrodestra.

Perché tra gli elettori di centrodestra c’è stata questa volta un’inclinazione maggiore al non voto? Diversi possono essere stati i fattori. Non possiamo escludere che possa avere pesato l’insoddisfazione verso il governo in carica. I dati sin qui disponibili suggeriscono anche l’esistenza di motivazioni parzialmente differenti. Tra gli elettori di centrodestra inclini al non voto erano particolarmente numerosi coloro che giudicavano negativamente l’intervento del governo nella campagna elettorale regionale. In particolare questo giudizio era diffuso tra gli elettori della Lega e di AN. Quindi sembrerebbe di capire che a spingere questi elettori verso il non voto ci sia stato anche il disagio di fronte alla scelta da parte del governo di «nazionalizzare» il voto, nel modo che sappiamo. Il fatto è che il governo scegliendo di indicare da Roma il candidato di centrodestra ha inopinatamente trascurato un elemento centrale della politica regionale: il forte spirito autonomistico sia di friulani che di giuliani. Questa la ragione che forse spiega anche in parte il secondo dato da notare, relativo al consenso del centrodestra nel suo complesso. Nel passaggio dal 2001 al 2003 assistiamo ad una perdita secca di 13 punti percentuali per questo schieramento (dati in corsivo). Una catastrofe per Forza Italia e per AN che vedono dimezzati o quasi i loro voti, mentre per la Lega la perdita è pari circa ad un terzo del voto del 2001, per altro diminuito già del 42% nel 2001 rispetto al 1998. Il terzo dato riguarda il centrosinistra. Dentro questo schieramento i DS mostrano un recupero dopo le perdite del 2001. Rifondazione comunista e i Comunisti Italiani invece continuano a perdere elettori, elezione dopo elezione. Anche la Margherita perde molti voti rispetto al successo del 2001, quando però nel suo ticket proporzionale correva Riccardo Illy. Nel complesso, tra il 2001 e il 2003, i voti del centrosinistra (dati in corsivo) hanno avuto un aumento solo di un punto percentuale.

Dobbiamo a questo punto fermare l’analisi dei dati per introdurre una nota tecnica. I dati esposti in tabella mostrano i voti presi dalle varie forze politiche o dagli schieramenti. Non ci dicono nulla sulle dinamiche di flusso che hanno determinato il consenso a questo o a quel partito o a questo o a quello schieramento. In particolare, con dati di questa natura non è possibile capire quanto la stabilità del centrosinistra nel passaggio 2001-2003 sia apparente o invece reale. Nel primo caso la stabilità del consenso al centrosinistra potrebbe essere solo il risultato a saldo zero tra flussi di pari entità, alcuni in uscita da questo schieramento verso il non voto e altri in entrata provenienti dalla Casa della Libertà.7 È un’ipotesi. In futuro, disponendo di dati diversi si potrà valutarne meglio la consistenza. Ma dalle prime analisi sui dati degli exit poll sembrerebbe che una quota non insignificante di elettori della Casa delle Libertà nel 2001 avrebbe votato per le formazioni collegate ad Illy oppure per il solo presidente (senza cioè esprimere un voto di lista) nel 2003. In particolare, sembra che sia quest’ultima modalità di voto, e non il voto disgiunto, ad aver riscosso più successo. Infatti, perché ci siano indizi di un esteso ricorso al voto disgiunto, i voti presidenziali di uno dei due schieramenti dovrebbero essere inferiori a quelli di lista. Il che non è. I voti presidenziali a Illy superano di 108 mila voti quelli di lista, mentre quelli alla Guerra li superano di circa 57000. Nel voto al solo presidente sembrano trovare «rifugio» elettori, sia di centrosinistra che di centrodestra, che ormai non sanno più raccapezzarsi tra i molteplici partiti e che preferiscono votare solo per chi si propone al governo (sindaco o governatore) perché ciò semplifica il processo di decisione. Dobbiamo però aggiungere che nell’attrarre voti presidenziali Illy ha un rendimento maggiore della Guerra, come si può vedere dalla tabella 2.

Tabella 2 

I dati sono relativi al voto ai due presidenti e alle liste a loro collegate nelle cinque circoscrizioni elettorali della regione. Come si può vedere Illy riceve una quota percentuale di voto superiore a quella della Guerra anche nella due circoscrizioni (Udine e Pordenone) nelle quali le liste a lui collegate ricevono meno voti delle liste di centrodestra.8 Le due ultime colonne ci mostrano le differenze tra i due tipi di voto.

Ricapitolando, il centrosinistra sembra aver vinto anzitutto grazie al fatto di aver avere avuto un candidato più forte della concorrenza. Ad Illy è riuscita un’operazione molto difficile, quella di tenere mobilitati gli elettori di centrosinistra, sulla base anche di una coalizione molto vasta che includeva anche Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani, riuscendo però ad evitare di attizzare il voto ideologico e quindi la contro mobilitazione del fronte avverso. Il che gli ha consentito di attrarre anche quote di elettori dell’altro schieramento, riuscendo efficacemente a far percepire che la scelta riguardava «esclusivamente» le competenze dei candidati ad affrontare i problemi sul tappeto. In ciò è stato favorito dal fatto che si è votato solo in Friuli Venezia Giulia e che gli avversari hanno cercato di politicizzare e nazionalizzare il voto nel modo peggiore, sfidando cioè le robuste identità locali, con il conseguente sciopero del voto di tanti loro elettori. Evidentemente non preoccupati che con Illy potessero vincere anche i comunisti.9 In questo senso la vittoria di Illy è certamente la vittoria del centrosinistra. Ma di un centrosinistra un po’ anomalo, che per vincere ha scelto di depotenziare il contenuto politico della competizione.

Il che solleva subito l’interrogativo sulla esportabilità a livello nazionale di questo modello. Da quanto detto, dovrebbe apparire chiaro che se esiste un modello Illy, esso ha molte caratteristiche così peculiari da non reggere forse il guado del Tagliamento. A cominciare dal fatto che pare difficile trovare nel centrosinistra candidati cosi «naturalmente» estranei ai cliché attuali del politico di centrosinistra. C’è invece un aspetto del modello Illy sul quale merita riflettere, perché riflette un approccio al modo di condurre campagne elettorali interessante e potenzialmente esportabile. Per descriverlo, occorre però fare due premesse. La prima di ordine teorico riguarda un modello ormai classico di spiegazione della decisione di voto. La seconda riguarda le differenze sul piano dei comportamenti di voto tra le elezioni amministrative (comunali e provinciali) e quelle di ordine superiore (regionali e politiche) degli anni novanta.

Generazioni di studenti di scienze politiche si sono formati, nel mondo più che in Italia,10 imparando che in ogni elezione esiste un voto normale che riflette l’identità politica dell’elettore e una deviazione da questo voto normale per effetto della comparsa di un candidato particolarmente attrattivo o di un tema rilevante. La deviazione dal voto normale non implica affatto una ridefinizione dell’identità politica. Questa rimane e tornerà eventualmente ad esercitare i suoi effetti normali alle prossime elezioni. Ci sono però rarissime elezioni nelle quali si assiste a veri e propri riallineamenti delle identità politiche. Negli Stati Uniti, che è la patria di questa accreditata teoria, ne è stata individuata con certezza forse solo una nel secolo scorso, la prima in cui vinse Roosevelt. Seconda premessa. Nelle elezioni amministrative dal 1993 ad oggi, e a differenza di quanto accade nelle elezioni di rango superiore, si sono verificati ampi spostamenti di elettori tra i due schieramenti. La spiegazione standard dice che ciò accade perché gli elettori percepiscono le elezioni amministrative come meno rilevanti di quelle politiche e quindi si prendono libertà che non si prenderebbero per quelle politiche. Analisi corretta, che andrebbe integrata anche con l’osservazione che la capacità di far percepire una elezione come un’occasione o meno per esprimere le proprie identità politiche è comunque una variabile che in una certa misura è anche nelle mani di chi costruisce e comunica l’offerta politica. Se guardiamo all’entità degli spostamenti di voto che si verificano nelle elezioni amministrative dobbiamo concludere che molti candidati sindaco riescono a governare quella variabile.

Il dato che più colpisce della campagna di Illy è la coerenza con la quale ha evitato di inseguire un riallineamento delle identità politiche. Si è limitato a chiedere solo una deviazione dalle identità politiche preesistenti. È evidente che ciò è stato facilitato dal fatto che le elezioni regionali sono comunque sentite come meno importanti delle politiche dagli elettori. Ma anche per queste ultime competizioni il margine di manovra, per quanto ridotto, non è inesistente. Certo che se non lo si vede, è ben difficile servirsene. Colpisce al riguardo che lo schema prevalente di gioco nelle menti di molti leader politici sembra essere quello di chi cerca sempre e comunque riallineamenti di identità politiche, «conversioni» di anime per capirci. Con l’esito paradossale che a forza di provarci ciò che si ottiene sono solo allineamenti, cioè non cambiamento. Forse se qualcosa è esportabile nel modello di Illy è la consapevolezza che si può, date alcune circostanze e con molti limiti, convincere gli elettori che votare diversamente dal proprio voto normale non significa tradire la propria biografia. Un approccio che dovrebbe interessare la parte che è consapevole di essere in minoranza nel paese.

 

 

Bibliografia

1 Nella parte maggioritaria le cose andarono meglio. Includendo nell’Ulivo i voti di Italia dei valori la differenza con la Casa delle Libertà fu di quattro punti percentuali.

2 M. Salvati, Una società incivile, in «Il Mulino», marzo-aprile 2003.

3 Basta cambiare la definizione di «traditori» con quella di «buoni», includendo in questa categoria gli italiani amanti della «tolleranza e dell’amicizia tra i popoli» (così definiti dai nazionalisti prima jugoslavi e poi sloveni-croati gli italiani disposti a riconoscere l’equità storica e sostanziale delle annessioni jugoslave del dopoguerra) per capire che anche la destra slovena condivide quella alternativa.

4 Secondo i sondaggi solo sul tema dell’allargamento ad est si registravano preoccupazioni maggiori negli elettori di centrodestra, anche tra quelli di loro che erano disposti a votare Illy. La maggioranza però riteneva inevitabile l’allargamento.

5 In realtà se si analizza il tasso di partecipazione provincia per provincia si scopre che nel 2003 a Trieste sono aumentati di tre punti percentuali i votanti rispetto al 1998.

6 La quota relativa ai voti non validi è molto piccola e praticamente costante nel tempo.

7 Senza escludere che questa volta il centrosinistra abbia avuto una capacità di mobilitazione superiore rispetto al centrodestra, beneficiando di flussi più consistenti di voti dall’area del non voto del 2001.

8 Forse i risultati di Udine riflettono il sostegno che Illy ha ricevuto dalla convergenza elettorale con Ceccotti.

9 Quando Berlusconi e il suo ministro dell’economia si affannavano a sostenere che Illy era «comunista» o «maschera dei comunisti», nei caffè di Trieste si potevano cogliere affermazioni secondo le quali Illy si era preso il lusso di «pagare» la campagna elettorale dei «comunisti» e degli altri. Pare dunque che contro il cinismo popolare anche Berlusconi debba arrendersi.

10 Nel mondo più che in Italia perché da noi sino agli anni Novanta la forza delle appartenenze ideologiche riduceva la possibilità di deviazione dal voto normale. Diversi studi hanno mostrato che nelle ultime elezioni le appartenenze ideologiche si sono molto indebolite e quindi l’elettore potenzialmente sarebbe più mobile: cfr. G. Sani e Paolo Segatti, Fratture sociali, orientamenti politici e voto: ieri e oggi, in S. Bartolini e R. D’Alimonte (a cura di) Maggioritario finalmente? La transizione elettorale 1994-2001, Bologna, Il Mulino 2002, pp-249-282.

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