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L'Ulivo come soggetto politico del riformismo italiano

Written by Massimo D'Alema Monday, 02 June 2003 02:00 Print

È prassi che il significato politico di un’elezione amministrativa venga esaltato da chi le elezioni le vince e depresso da coloro che le perdono. Casomai si tratta di evitare gli eccessi che nella scorsa legislatura hanno spinto ripetutamente l’onorevole Berlusconi a parlare di un governo abusivo dopo la sconfitta dell’Ulivo in alcune tornate elettorali parziali. È bene non incorrere nello stesso errore. Il centrosinistra ha vinto, e bene, le elezioni del 25 e 26 maggio e quelle dell’8 e 9 giugno. Una vittoria netta, inequivoca, di quelle che non consentono agli sconfitti molti artifizi retorici.

 

È prassi che il significato politico di un’elezione amministrativa venga esaltato da chi le elezioni le vince e depresso da coloro che le perdono. Casomai si tratta di evitare gli eccessi che nella scorsa legislatura hanno spinto ripetutamente l’onorevole Berlusconi a parlare di un governo abusivo dopo la sconfitta dell’Ulivo in alcune tornate elettorali parziali. È bene non incorrere nello stesso errore. Il centrosinistra ha vinto, e bene, le elezioni del 25 e 26 maggio e quelle dell’8 e 9 giugno. Una vittoria netta, inequivoca, di quelle che non consentono agli sconfitti molti artifizi retorici. Dal Friuli alla provincia di Roma e fino alla Sicilia, passando per Pescara, il voto ci consegna una geografia politica da esaminare con attenzione, evitando letture semplificate. A partire dal dato forse più rilevante che coincide, in particolare al Nord, con lo spostamento di una quota d’opinione pubblica dai partiti della maggioranza ai candidati e alle liste del centrosinistra. Il fenomeno, per molte ragioni, non rappresenta una novità. Già alle politiche del 2001 – come si legge nella ricerca Itanes sul voto1 – la Casa delle Libertà aveva ottenuto al Nord il 48,2 per cento dei voti (pari però al 73,9 per cento dei seggi della Camera). Una percentuale cioè assai distante dal 60,1 per cento conseguito nel ‘96 da Polo e Lega, all’epoca divisi, e anche dal 56,9 conseguito da Polo delle libertà e Alleanza Nazionale nel lontano 1994. Viceversa, sempre al Nord, l’Ulivo nel 2001 ha conquistato poco più del 40% dei voti, realizzando un recupero significativo, ma insufficiente a colmare il fortissimo gap iniziale. Resta il fatto che da qualche anno oramai, le regioni sopra il Po sembrano svincolate da una blindatura elettorale che le voleva riserva di caccia della destra e lo stesso voto amministrativo di un anno fa, con il risultato straordinario di Verona, Monza o Gorizia, aveva confermato l’inversione di una vocazione consolidata. I risultati del 25 maggio e soprattutto la vittoria di Illy in Friuli e la conferma di Corsini a Brescia accentuano questa tendenza sino al punto d’incrinare quel blocco sociale di media borghesia produttiva e piccola impresa diffusa sul quale Bossi e Tremonti hanno fondato il loro personalissimo patto di sangue.

La novità del voto di quest’anno, però, va oltre la conferma della sola nostra ripresa al Nord. Il risultato, infatti, assume un carattere molto più diffuso e omogeneo. La vittoria di Gasbarra a Roma, il successo al primo turno nelle province di Benevento, Foggia, Enna, l’affermazione nei turni di ballottaggio a Ragusa, Siracusa, Caltanissetta, descrivono una situazione che si è messa in moto anche al Centro e nel Mezzogiorno. Vale a dire le aree dove, concretamente, l’Ulivo ha perso le elezioni politiche del 2001. Né si può giustificare tutto questo – come banalmente hanno tentato di fare i nostri avversari – con la crescita dell’astensione e dell’area del non voto. Innanzitutto perché, come è del tutto naturale, anche questi fenomeni riflettono lo stato di salute di uno schieramento e di un campo di forze. In secondo luogo perché in molte situazioni – prima tra tutte il Friuli – non vi è stato rispetto alle precedenti regionali un calo significativo della partecipazione, a conferma che siamo di fronte a un fenomeno di vera e propria erosione dei consensi della destra.

Ma da dove origina un fenomeno di tale ampiezza e portata? La mia opinione è che la risposta non possa essere univoca. Siamo davvero alle prese con un risultato privo di un’esclusiva paternità. E dunque sarebbe sbagliato voler cercare a tutti i costi il king maker di un successo «collettaneo». Ha pesato ad esempio – e nessuno può negarlo – una visibile ripresa del profilo dell’opposizione, nel Parlamento e nel paese. Così come hanno svolto una funzione preziosa quei neo-movimenti che con passione e radicalità hanno sensibilizzato e mobilitato il «ceto medio riflessivo» caro a Paul Ginsborg. Ma soprattutto, credo, ha pagato la vocazione riformista del nostro campo. La scelta ostinata di incalzare Berlusconi e la sua maggioranza sul terreno della politica e della qualità effettiva dell’azione di governo. Insomma, non siamo caduti nel tranello che pure era stato teso: incardinare lo scontro politico e parlamentare non sui problemi del paese, ma sulle magagne giudiziarie del Premier. Gli avremmo offerto ancora una volta l’opportunità di un vittimismo tanto fruttuoso sotto il profilo elettorale quanto dissanguante per la nostra democrazia. Aver scelto, al contrario, un tono diverso, fondato sulla difesa intransigente dei principi dello Stato di diritto, sulla critica al Capo del governo e non sulla criminalizzazione del Berlusconi imputato, credo abbia rassicurato una quota di elettori moderati, turbata dall’arroganza e dall’insipienza dell’esecutivo, ma ancora dubbiosa sull’affidabilità di uno schieramento alternativo. La stessa furia ideologica, quell’anticomunismo un po’ ridicolo che in altri momenti aveva premiato il pittoresco delirio berlusconiano pare essersi notevolmente spuntato, riducendosi a fenomeno di costume più che di sostanza.

Certo, la dimensione locale del confronto si è confermata particolarmente favorevole, avendo pesato in questo il giudizio negativo sull’operato della destra a livello locale insieme alla qualità, mediamente superiore, dei nostri candidati con vere e proprie punte di eccellenza. E tuttavia quel che emerge in modo abbastanza netto è una difficoltà «politica» nella tenuta nazionale del centrodestra. Qualcosa che solo in parte si spiega col logoramento, per altro dopo soli due anni, dell’esecutivo e che potrebbe alludere a fattori di crisi più seri e profondi. Da questo punto di vista, la performance di Forza Italia colpisce per dimensione e qualità del colpo subìto. In molte realtà il partito del premier dimezza seccamente i suoi consensi, evidenziando una fragilità d’impianto e di radicamento piuttosto clamorosa. Non meno grave la crisi di Alleanza nazionale, umiliata anche in roccaforti tradizionali come la capitale e dove – a differenza di Forza Italia – pare essersi aperto uno scontro duro e dall’esito incerto. A questi segnali, fa da contraltare un risultato dell’UDC, soprattutto in Sicilia, da leggere non solo come recupero, interno alla coalizione, di una tendenza moderata, ma come voto di «difesa meridionale» contro l’asse «nordista» tra Bossi e Tremonti. A destra, dunque, si è aperta la prima crisi seria dopo i fasti elettorali del passato recente e queste nuove tensioni, con ogni probabilità, renderanno più complessa la gestione di una compagine condannata a far convivere sotto lo stesso tetto approcci culturali e priorità di governo quasi incompatibili.

Di qua, invece, dall’altra parte del campo, le cose finalmente sembrano mettersi nel verso giusto. Il voto è la testimonianza di un Ulivo e di un centrosinistra rafforzati, in primo luogo nella convinzione delle loro potenzialità. Ci siamo lasciati alle spalle definitivamente lo shock della sconfitta, mentre vacilla per la seconda volta in due anni il mito dell’imbattibilità di Berlusconi. Ovunque abbiamo costruito alleanze larghe, quasi sempre comprensive di Rifondazione e dell’Italia dei Valori, e gli elettori – come accade ormai da un decennio – hanno premiato la maggiore capacità coalizionale di uno degli schieramenti. I Democratici di Sinistra, in questa cornice, hanno rafforzato la propria centralità, senza arroganza, ed anzi con l’umiltà di porsi in ogni luogo «al servizio» della coalizione. A conferma che, in politica e nel maggioritario, una più larga «generosità» nei comportamenti è quasi sempre sinonimo di maggiore stabilità dell’alleanza. E che ridurre la concorrenza «interna» alla coalizione, come effetto dell’indicazione di Romano Prodi quale candidato naturale dell’Ulivo, ha favorito la capacità competitiva verso «l’esterno», e dunque verso la conquista di nuovi elettori.

In questo senso si è tornati a riflettere del cosiddetto «valore aggiunto» dell’Ulivo, vale a dire di quel bonus, o differenziale di voti tra la coalizione e la somma dei partiti che ne fanno parte, sul quale molto si discusse all’indomani del voto del 1996. In questa tornata elettorale un bonus effettivamente c’è stato. Anzi si è trattato, per molti versi, di uno dei fattori più rilevanti per la strategia che dovremo seguire da qui in avanti. Su questo piano, quale indicazione ci fornisce il risultato? Al fondo, ne indicherei due. Da un lato si conferma l’importanza di un «voto di coalizione». Quasi un milione di elettori ha scelto di esprimere una fiducia personale al candidato sindaco e al candidato presidente di una provincia o di una regione senza votare alcun partito. I due terzi abbondanti di questi elettori lo hanno fatto privilegiando i candidati del centrosinistra. Questo significa che esiste, e pesa, una percentuale di cittadini oramai votata a una dinamica squisitamente bipolare e «coalizionale» della competizione. Persone che scelgono la persona e lo schieramento, ma non il partito. Insieme a questo fenomeno, si rafforza l’esperienza dei «partiti del presidente», e cioè quelle liste create direttamente dal singolo candidato e capaci di attrarre un’area di elettori altrimenti non facilmente raggiungibile.

Personalmente considero questi segnali come indicatori preziosi di un processo di personalizzazione «virtuoso» e tale da stemperare quell’immagine dell’Ulivo come «somma di partiti» che tante difficoltà e guasti ha prodotto tra di noi in passato. La verità è che una rinnovata centralità dei candidati e dei programmi – insieme all’idea del centrosinistra come coalizione ampia di partiti, personalità, settori della società civile – è riuscita a stemperare dopo mesi di querelle procedurali e personalistiche un clima che rischiava di farsi pesante. Il voto ci dice esattamente questo: che l’Ulivo ha un futuro, una prospettiva, se non concepisce se stesso come l’aritmetica addizione di forze politiche preoccupate essenzialmente della rispettiva visibilità e rendita. Oltre che un dato di analisi, questo è un programma di lavoro. Un impegno che le diverse forze della coalizione e le relative leadership dovrebbero assumere solennemente di fronte agli elettori.

Per diverse ragioni trovo che si collochi qui – esattamente a questo livello – il salto di qualità necessario di una prospettiva non breve che ci riavvicini al governo del paese. Continuo a non credere – e d’altra parte se qualche dubbio c’era, l’esito del voto dovrebbe averlo fugato – in una chiusura anticipata e brusca della legislatura. Così come mi pare tramontata l’ipotesi di un generico Partito Democratico. Idea, per altro, «inquinata» in radice da quella componente di rancore post-sessantottino che ha sempre visto nella sinistra storica e nelle sue progressive declinazioni (singoli partiti, leadership successive e cultura politica) un ostacolo da superare. Questo pregiudizio, a mio parere, ha finito col condannare la riflessione sul partito unico dell’Ulivo a una visione minoritaria e velleitaria che non si è rivelata fruttuosa di alcunché. Non c’è in questa valutazione alcuna pregiudiziale verso un processo di ricomposizione delle diverse famiglie e sensibilità del riformismo, al punto che di questa prospettiva su scala europea abbiamo più volte parlato sia io che Giuliano Amato proprio sulle colonne di questa rivista. Ma il ragionamento era per l’appunto riferito a un progetto condiviso da tradizioni politiche radicate nei rispettivi paesi e si contrapponeva ad ogni forma di semplificazione organizzativa o di eclettismo culturale. L’unità dei riformisti – questo intendo dire – in Europa come in Italia, non può ridursi a una mossa tattica e di pura convenienza per questo o quel ceto politico. È un processo assai più complesso ed ambizioso, che esige rispetto reciproco e una grande dose di fiducia degli uni verso gli altri.

Ora, per quanto attiene all’Ulivo, il punto è che una reductio forzata – come i fatti e le cifre tendono a dimostrare – si risolverebbe inevitabilmente in un restringimento delle potenzialità elettorali del centrosinistra e del suo insediamento nel paese. E, dunque, esattamente nell’opposto delle nostre ambizioni. Torna in campo, invece, e con ben altra pressione, il tema dell’Ulivo come coalizione e soggetto politico del riformismo italiano. Non il contenitore di tutti i partiti e di tutte le formazioni dell’opposizione – anche perché non funziona in politica il reclutamento coatto dei singoli – ma un soggetto, dotato di regole, programmi, personalità, aperto a convergenze e alleanze con altri. È questa, del resto, la dimensione più naturale e rispettosa del rapporto con i movimenti. Né la loro assimilazione strumentale dentro l’Ulivo, né un meccanismo di subalternità periodica nei loro confronti. Ma invece una relazione franca e matura, che consenta di sviluppare alleanze trasparenti, senza ipotecare l’autonomia di ciascuno. Saranno eventualmente i singoli movimenti, nella loro sovranità, a decidere quale relazione privilegiare con la coalizione. Se una maggiore «internità», contribuendo in quel caso a definire le regole comuni di funzionamento dell’alleanza, o con una interlocuzione più esterna che salvaguardi una maggiore autonomia dei movimenti, anche se non per questo meno responsabile e motivata.

L’Ulivo, quindi, è nella condizione di rinascere come «progetto». Di superare una discussione paralizzante su se stesso per concentrarsi sulle linee fondamentali di una nuova offerta politica che, movendo dal fallimento della destra, sappia intercettare un malessere diffuso nel paese, dando corpo a una credibile alternativa di governo. Il cammino – insisto – non sarà breve. E servono altre forze, oltre a quelle che già vi sono. L’Ulivo rinascerà sulle competenze che sarà in grado di mettere in azione, sulla generosità reciproca di una classe dirigente allargata dal contesto nazionale al piano locale, su una cornice unitaria in vista delle elezioni europee del 2004. Naturalmente, senza smarrire il senso di un radicamento nel paese attraverso la battaglia politica e di opposizione. Accantonando, forse in via  definitiva, la speranza di una spallata risolutiva, ma con la volontà tenace di cambiare in profondità l’agenda della politica e dei cittadini.

Abbiamo vinto delle elezioni importanti anche perché non ci siamo chiusi a difesa di noi stessi. Siamo riusciti a dialogare con la parte più vitale e dinamica dell’economia e della società italiana. È questo l’imperativo da seguire anche nel prossimo futuro. Discutere, confrontarsi, mantenendo ferma la barra sulle grandi questioni di principio, a partire dal capitolo tormentato della giustizia, ma con la capacità di fare emergere le mille contraddizioni della maggioranza, soprattutto alla vigilia del semestre italiano di presidenza dell’Unione. Molti indicatori – da ultimo il rapporto annuale del Governatore Fazio – trasmettono un preventivo allarmante per l’economia italiana e per la nostra futura capacità competitiva. Oggi, l’opposizione di centrosinistra è più attrezzata a svolgere la sua parte, incalzando il governo e tessendo quella rete di rapporti e relazioni col mondo del lavoro, della ricerca e dell’impresa dalla quale, in buona parte, dipendono le nostre speranze di successo. Speranze destinate ad accrescersi, anche perché siamo in campo con un umore e una formazione migliori di ieri. E soprattutto con la serenità di chi ha consapevolezza che finalmente il peggio è dietro di noi.

 

 

Bibliografia

1 R. D’Alimonte e P. Scaramozzino Le scelte di voto: elettori, liste e coalizioni, in M. Caciagli e P. Corbetta (a cura di), Le ragioni dell’elettore. Perché ha vinto il centro-destra nelle elezioni italiane del 2001, Bologna, il Mulino, 2002.

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