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Voglio una casa

Written by Sara Beltrame Tuesday, 01 April 2003 02:00 Print

Mi hanno rinchiusa qui dentro, in questo convento. Quando entro nella mia cella, tutto è chiaro e pulito ma sembra che sappia di nebbia, ogni gesto è carico d’acqua e odora di incenso. Odio l’incenso, mi ricorda la vita passata dentro le chiese. Oggi mi alzo e decido: mi attengo alle regole, giuro. Farò la brava, come si deve, lo giuro davanti allo specchio, lontano dagli occhi di Dio.

Mi hanno rinchiusa qui dentro, in questo convento.

Quando entro nella mia cella, tutto è chiaro e pulito ma sembra che sappia di nebbia, ogni gesto è carico d’acqua e odora di incenso.

Odio l’incenso, mi ricorda la vita passata dentro le chiese. Oggi mi alzo e decido: mi attengo alle regole, giuro. Farò la brava, come si deve, lo giuro davanti allo specchio, lontano dagli occhi di Dio.

Odio questo convento e giuro, davanti ai miei occhi, che non sarà l’ultima meta del mio viaggio verso una casa.

Mi hanno trovata con le mani sporche di sangue, il corpo di Anna appoggiato al lenzuolo. Il mio peccato? Nessuno. Ho tagliato di netto, con una forbice che sapeva di pesce, tutte le mie paure, in una notte in cui il cielo si era scordato anche solo l’idea di luna e di stelle.

Era seduta sul letto, in mano un paio di forbici, arma inconsueta.

Mi ha guardato e mi ha detto:

«Ti prego».

La malattia le era corsa verso i polmoni, aveva curvato lungo lo stomaco e si era girata sulla sinistra a raggiungere il cuore.

Anna respirava a fatica e da dentro la stanza, io che le dormivo vicino, sentivo lento il suo respiro, rimbocco di un’onda del mare lungo la spiaggia, lento e continuo, mi cullava in sogni proibiti.

Sono infermiera. Sono bulgara. Ho gli occhi celesti. Mi dicono «sembrano ghiaccio».

Assisto gli uomini nel loro ultimo viaggio, cambio sempre dimora, quando un’altra morte mi chiama.

Ho imparato il mestiere. So quando è il momento di 1) piangere, 2) abbassare lo sguardo 3) scuotere la testa 4) dire che basta 5) abbracciare e commuovermi.

Conosco le battute a memoria, compio gesti perfetti. Tiro su il cuscino, sposto il corpo da un lato, predo la spugna, la passo tra le pieghe della carne, allargo le gambe, controllo che il sangue non ristagni, massaggio e rigiro, ricopro per non permettere a nessuno di vedere lo schifo di una persona che muore.

Questo viaggio deve finire.

Voglio una casa.

Insegno alle donne di casa le tradizioni della mia terra: come si impastano acqua farina sale lievito e olio d’oliva; come si squarta una trota, la forbice ben affilata, per riempirne la pancia di uvetta pinoli pane grattato aglio e prezzemolo, poi l’ago ed il filo – momento importante – per ricucire la pancia del pesce. Il tutto va in forno.

Sorrido, mi inchino stringo la mano, studio bene l’italiano, a ogni viaggio racconto qualcosa di nuovo, ma non c’è niente da fare: nessuno mi tiene, arriva la morte e devo partire.

Me ne vado, sono fuori di nuovo, bulgara e clandestina, busso al prossimo uscio, questa volta è una donna, si chiama Anna.

Entrandole in casa mi accoglie la figlia. Appeso in corridoio c’è un quadro. È Anna, un ritratto ad olio, i capelli neri raccolti di uno chignon, sorride appena, indossa un abito color rosa pallido, al collo una collana di perle discrete, siede composta, le braccia conserte davanti, le dita infilate tra le pieghe della gonna, pronta ad alzarsi ed uscire.

Camminiamo verso la stanza, ma il quadro di Anna mi guarda, da dietro le spalle, sento i suoi occhi impastati di un verde oleoso corrermi lungo la spina dorsale come per dirmi: lascia perdere, non entrare. Ma questo è il mio viaggio, non mi posso fermare. Ho bisogno di lavorare, la morte mi dà da mangiare.

La vedo distesa in un letto nella sua posa di sempre. È buio, l’odore è dolciastro, devono averla appena lavata. Il tavolino, sul fondo, esplode di medicine siringhe e cotone. È sempre così. Che il parente inclina la testa da un lato dicendo: «Guardi come dorme, è bella vero?»

Si alza il sipario: «Come si chiama?» domando.

«Anna» risponde la donna.

«Lo stesso nome di mia figlia», dico e sorrido pensando a quanti nomi, durante il lavoro, io abbia cambiato a mia figlia.

La guardo e capisco che Anna non è ancora arrivata alla fine. Un rapido calcolo e so che ho almeno una trentina di giorni di cibo acqua calda e sonno.

La curo, la spoglio, la lavo, la asciugo, la vesto, le leggo un libro. Scopro un autore, Calvino Italo, che scrive: «Così la loro vita si rinnova di trasloco in trasloco». Mi vien da sorridere.

Voglio una casa, poi inizierò a traslocare.

Anna procede lungo il suo viaggio. Soffre, si consuma, si lamenta, è tutto dentro alle regole, so che dovrò rifare le valige, ma manca ancora del tempo, lo sento.

E invece, una notte, succede qualcosa di strano. Sento una voce chiamarmi. Mi sveglio, mi alzo e la vedo.

È seduta sul letto, ha gli occhi gonfi dal pianto, in mano un paio di forbici con una squama di trota incollata alla punta, mi dà le forbici in mano e infine, la figlia di Anna, mi guarda e mi dice:

«Ti prego».

Allora non penso. Affondo e colpisco.

Questo convento non è una prigione.

Ho un letto, ho da mangiare, questo convento è il risultato di un patto segreto tra me e la figlia di Anna.

Ho smesso di partire, ho nascosto le mie cose dentro a un baule, insieme a un cappello di casa Marconi, a un sestante dei signori Antinori, a un peluche a forma di gatto della figlia dei Turci, a un piatto disegnato di stelle, di una famiglia lontana, ricordi di viaggi passati.

Sono stata anche puttana, anche una ladra ma anche una madre di mia figlia che si chiama Vittoria.

Voglio fermarmi.

Voglio una casa.

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