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Per una bioetica non difensiva

Written by Gilberto Corbellini Tuesday, 01 April 2003 02:00 Print

Sono trascorsi circa trent’anni da quando, a metà degli anni Settanta, la bioetica trovava i primi riconoscimenti istituzionali negli Stati Uniti, proponendosi come ambito di riflessione interdisciplinare sulle dimensioni morali della ricerca biomedica, della pratica clinica e più in generale sui conflitti tra valori etici, norme giuridiche e aspettative sociali intorno alla vita (incluse le forme di vita non umane), alla morte e alla malattia. Che cosa ha prodotto sinora la bioetica?

 

Sono trascorsi circa trent’anni da quando, a metà degli anni Settanta, la bioetica trovava i primi riconoscimenti istituzionali negli Stati Uniti, proponendosi come ambito di riflessione interdisciplinare sulle dimensioni morali della ricerca biomedica, della pratica clinica e più in generale sui conflitti tra valori etici, norme giuridiche e aspettative sociali intorno alla vita (incluse le forme di vita non umane), alla morte e alla malattia. Che cosa ha prodotto sinora la bioetica?

Arthur Caplan, il più intervistato bioeticista statunitense, ha affermato che «la bioetica gode di molta autorità, ma non ha alcun potere effettivo».1 Albert Jonsen, uno dei protagonisti dell’istituzionalizzazione della bioetica negli Stati Uniti e autore di una delle migliori ricostruzioni storiche sulle origini della bioetica2 si è chiesto recentemente «Why has bioethics become so boring?» (Perché la bioetica è diventata così noiosa?).3 Secondo Jonsen la bioetica avrebbe smarrito gli stimoli intellettuali e il coraggio morale delle prime battaglie contro il paternalismo medico e in difesa del riconoscimento dell’autonomia decisionale dei pazienti; ovvero si sarebbe troppo addomesticata, diventando una disciplina autoreferenziale e concentrata sulla realtà locale (ovviamente egli si riferiva agli Stati Uniti, ma credo sia difficile negare che lo stesso fenomeno stia accadendo un po’ ovunque). Jonsen ha invitato i bioeticisti ad esplorare al di fuori, in senso disciplinare e geografico, delle dimensioni etico-politiche, economico-sociali e giuridiche in cui sembrano ormai racchiudersi, un po’ provincialisticamente, tutti i problemi della bioetica. Domandarsi quale ruolo ha svolto la riflessione bioetica nell’ampio conteso del dibattito culturale e politico sulla scienza negli ultimi decenni ha particolarmente senso in un momento in cui l’agenda politica nazionale e internazionale riconosce, comunque, ai temi della bioetica una posizione rilevante. E forse è anche necessario a fronte del fatto che in Italia una parte significativa di bioeticisti, soprattutto cattolici ma non solo, sembra aver scelto di abbracciare un’interpretazione della bioetica come presidio a difesa dell’uomo dalle minacce della scienza.

La tesi che la bioetica sia nata per proteggere l’umanità dalla scienza è esplicitamente sostenuta dai principali esponenti della bioetica cattolica italiana. La bioetica è ritenuta per esempio una «disciplina difensiva», che sarebbe nata con il compito di salvaguardare l’umanità contro l’utilizzazione delle nuove tecnologie. In tal senso, l’idea che possa esistere una bioetica «promozionale» è vista come il subdolo e ingannevole tentativo di cercare di travalicare i limiti naturali della morale. Come si vedrà la tesi è del tutto discutibile sotto il profilo storiografico, ma forse merita di essere contrastata anche per le conseguenze che può implicare su un piano politico. Ovviamente non sono solo i bioeticisti italiani cattolici a sostenere una funzione difensiva per la bioetica. Anche negli ambienti laici sono state pronunciate parole di pesante condanna morale contro gli avanzamenti della ricerca scientifica, soprattutto per quanto riguarda gli sviluppi nel campo delle biotecnologie agroalimentari e la tecnologia della clonazione. Negli ambienti politici verdi e no global gli argomenti per un’applicazione estensiva del principio di precauzione alla sperimentazione con organismi geneticamente modificati sono fortemente connotati in senso etico. All’origine dell’idea che l’umanità debba proteggersi dalla scienza vi sono una serie di fraintendimenti, a cominciare dalla confusione che si tende sempre più a fare tra scienza e tecnologia. Anche se è ormai difficile separare ricerca di base e sistema dell’innovazione tecnologica, tuttavia quella tra scienza e tecnologia è una distinzione che ha un senso epistemologico ed è importante sul piano educativo, cioè per l’apprendimento delle scienze e nella comunicazione scientifica. È necessario, infatti, avere chiara proprio oggi, quando la tecnologia è sempre più parte integrante della ricerca di base, che vi è differenza tra l’indagine volta a conoscere e spiegare la realtà naturale, inclusa la natura umana, e le modalità pratiche o le ricadute applicative di questa indagine. Ebbene, la scienza in quanto forma di conoscenza controllata e continuamente rielaborata attraverso un metodo trasparente e socialmente aperto non rappresenta affatto un pericolo per l’uomo. In realtà, rappresenta il sistema più efficace ed efficiente di categorizzazione dell’ambiente dell’adattamento e per la soluzione di problemi che l’evoluzione biologica e quella culturale siano riuscite a produrre nella lunga storia della vita sulla terra. Difficilmente si può sostenere che la scienza abbia prodotto dei danni all’umanità. A meno che qualcuno non voglia dire che è stato un danno scoprire che la Terra non è al centro del cosmo, che le malattie infettive non sono una punizione divina e si possono curare o prevenire, che siamo una specie che si è evoluta per selezione naturale da forme animali preesistenti, che il DNA contiene l’informazione ereditaria specie-specifica e che l’esperienza cosciente, il linguaggio e il pensiero sono prodotti da strutture e processi del nostro cervello. Anche se per quel che riguarda le applicazioni è legittimo fare un rapporto tra i rischi o le eventuali conseguenze avverse e i benefici, si può tranquillamente affermare che non ebbero ragione coloro che avversarono una serie di sviluppi tecnici in biologia e medicina, come le vaccinazioni, l’anestesia, l’antisepsi, i trapianti, il DNA ricombinante. E non è difficile prevedere che al massimo tra una generazione questo elenco potrà entrare anche la cosiddetta clonazione, intesa come tecnologia per il trasferimento del nucleo cellulare.

Qualcuno dice dunque che la bioetica sarebbe nata, storicamente, per riportare la scienza sotto il controllo dell’etica. Questa sarebbe un’affermazione plausibile se significasse che ciò che trent’anni fa si voleva riportare sotto il controllo dell’etica non era la scienza ma il comportamento dei ricercatori che progettavano esperimenti su soggetti umani. Inoltre, la bioetica raccoglieva le istanze di preoccupazione per l’incremento demografico e il degrado ambientale, che erano percepiti per esempio da Van Rensselaer Potter che inventò la parola bioetica, come minacce per la vita in quanto tale sul pianeta Terra. Andrebbe comunque aggiunto che la bioetica, negli Stati Uniti, ha svolto l’importante funzione di promuovere la discussione pubblica e il confronto politico per garantire il rispetto dell’autonomia individuale e il pluralismo. In altre parole, per contribuire alla definizione delle condizioni culturali e giuridiche utili a superare la tradizione paternalistica e la tendenza tecnocratica che ispirava l’atteggiamento di medici e scienziati. A cominciare, innanzitutto, dal riconoscimento della libertà di ciascuno di partecipare e infine decidere autonomamente di scelte che lo riguardano personalmente.

Le tesi storiografiche circa le origini della bioetica tendono a mettere in secondo piano il fatto che fino a metà degli anni Settanta il dibattito sulle implicazioni etiche della ricerca biologica e medica ha visto protagonisti anche gli scienziati. Questi, soprattutto negli anni Sessanta, discutevano con una certa frequenza il problema di come le nuove conoscenze scientifiche entrassero in conflitto con i valori diffusi nella società e come la cultura scientifica stessa poteva contribuire a superare tali conflitti. Progressivamente gli scienziati sono scomparsi come voce attiva dal dibattito. O, meglio si sono trovati a doversi prevalentemente difendere dalle accuse di minare i valori morali preesistenti, mentre temi come quello sollevato da Jacques Monod circa l’eticità della conoscenza scientifica sono diventati pura curiosità storica. Anche l’oncologo Van Potter era più vicino, come modo di ragionare oltre che per formazione, al filone degli scienziati che si interrogavano su come le scienze biologiche potevano contribuire a rinnovare la cultura e i valori morali. Seguendo percorsi politico-culturali diversificati a seconda dei diversi contesti nazionali, la riflessione bioetica è diventata una pratica per professionisti dell’etica, del diritto o della politica, e ha avuto come conseguenza principale quella di blindare culturalmente gli approcci umanistici sulla base dell’assunto che le scienze umane avrebbero per definizione un accesso privilegiato ai valori etici e alle forme del ragionamento morale. Negli ultimi trent’anni la riflessione bioetica ha di fatto alimentato la crisi sociale di fiducia nella scienza e negli scienziati. In altre parole ha enfatizzato i rischi di abusi o danni che le ricadute tecnologiche della ricerca scientifica potrebbero produrre, oscurando sistematicamente i potenziali benefici. Nei paesi con una forte tradizione scientifica e una comunità di scienziati politicamente influente è stato comunque trovato un equilibrio tra istanze bioetiche e attività scientifica. Recenti studi hanno mostrato che il dibattito bioetico ha svolto per esempio funzioni diverse in differenti contesti. Nel senso che l’istituzionalizzazione/professionalizzazione della bioetica ha contribuito in alcune situazioni a proteggere la scienza dal ricorso a leggi o regolamentazioni emanate sull’onda di risposte emotive che potrebbero condizionare la libertà di ricerca e il progresso scientifico e tecnologico. In questo senso, la bioetica ha funzionato negli Stati Uniti nonché in Gran Bretagna. Soprattutto per quanto riguarda il diffuso fenomeno di moralizzazione delle biotecnologie è del tutto evidente che la bioetica è servita, positivamente, a categorizzare le paure diffuse nella società, prendendo sul serio preoccupazioni spesso frutto di incomprensioni o enfatizzazioni dei rischi e riconducendole progressivamente nel solco di un approccio più razionale. In questo modo si possono leggere per esempio gli sviluppi del dibattito in alcuni paesi europei. Ma talvolta la bioetica ha anche funzionato come terreno di potenziale confronto e dialogo democratico tra istanze scientifiche e società. L’esperienza delle consensus conferences nei paesi nord-europei si declina in questo senso.

In Italia, la bioetica non ha invece contribuito a gettare un ponte tra scienza e società. Sfruttando le debolezze strutturali e lo scarso impatto politico-culturale della comunità scientifica, nonché alimentata dai pregiudizi antiscientifici diffusi all’interno delle tradizioni culturali cattolica e crociano-marxista, di fatto ha fomentato la paura per la scienza e la diffidenza verso gli scienziati. In questa azione è stata ed è ovviamente favorita e assecondata dai modi improvvisati, indecisi ovvero senza un background conoscitivo e progettuale che hanno caratterizzato il governo politico della ricerca e dell’istruzione in Italia negli ultimi quarant’anni. Il legame, per certi versi piuttosto inquietante, che si è andato stringendo tra una bioetica antiscientifica e una politica senza progettualità in materia, sta mettendo a rischio la libertà di ricerca, produce mostruosità normative come la legge sulla fecondazione assistita votata dalla Camera dei deputati e connota il pressappochismo moralistico della maggior parte dei documenti del nostro Comitato nazionale per la bioetica. I primi che a questo punto dovrebbero essere interessati a far chiarezza sui rapporti tra bioetica e scienza sono proprio gli scienziati. Nel senso che viene da domandarsi come mai l’idea che la scienza rappresenti un pericolo per l’umanità possa essere sostenuta in questo paese da alcuni decenni, e negli ultimi anni anche con una certa arroganza, senza che la comunità scientifica avverta l’esigenza di contrastarla. Se questa tesi e quella che giudica comunque irrilevanti sul piano culturale gli avanzamenti scientifici continueranno a passare quotidianamente nei media e anche nelle scuole, il futuro stesso della scienza è in pericolo. Gli scienziati italiani non fanno il loro dovere se non ricordano ai loro concittadini che la qualità della vita umana è largamente migliorata grazie alla scienza e alla tecnologia, e che non è certamente dalla scienza e dalla tecnologia in quanto tali che possono venire le minacce. Inoltre dovrebbe essere detto molto chiaramente che il benessere materiale sin qui conquistato sarà a rischio per molte persone, né potrà essere esportato verso paesi meno fortunati se viene ridimensionata la ricerca scientifica e il peso della scienza nell’educazione. La comunità scientifica dovrebbe denunciare ad alta voce che in un paese che il recente rapporto Busquin dichiara privo delle condizioni per concorrere allo sviluppo del sistema scientifico-tecnologico dell’Europa e dell’economia che su questo sistema si fonda, è quantomeno irresponsabile continuare ad alimentare nei cittadini la paura per la scienza e il sospetto verso chi fa ricerca scientifica. Perché le conseguenze facilmente immaginabili saranno un ulteriore diminuzione dell’interesse nei giovani per la carriera scientifica e l’indifferenza dei cittadini verso le scelte politiche che penalizzano la ricerca e l’innovazione tecnologica. Né bastano comunque gli appelli per la libertà di ricerca. Anzi, il fatto che l’unica strada che la comunità scientifica italiana riesce a percorrere siano gli appelli, mentre tacciono regolarmente o non riescono ad accedere ai media le accademie e le istituzioni scientifiche, è un sintomo preoccupante del rischio di estinzione della scienza in Italia.

Anche negli altri paesi occidentali l’immagine della scienza è in crisi. Ma all’estero i governi e le istituzioni politiche, che hanno compreso molte bene come la scienza e la sua diffusione rappresentino oggi non solo il carburante per alimentare l’innovazione e quindi lo sviluppo economico, ma anche lo sfondo culturale per promuovere scelte razionali e responsabili riguardanti la qualità della vita individuale e delle relazioni sociali, ascoltano gli scienziati e intraprendono azioni per migliorare la situazione. Per esempio, in Gran Bretagna senza rinunciare al dibattito bioetico, che peraltro si è sviluppato in modo assai concreto e con il contributo sia dei bioeticisti sia degli scienziati, si mettono prima di tutto in campo azioni politiche per recuperare credibilità e dare prospettive alla scienza. Sono stati investiti un miliardo e mezzo di euro per creare ben diciassette nuovi musei della scienza con lo scopo di migliorare i rapporti tra scienza e pubblico. Nella maggior parte di questi science centers vengono presentate ai cittadini anche le dimensioni bioetiche delle ricerche e delle innovazioni biotecnologiche con l’obiettivo di favorire l’instaurarsi di un dialogo costruttivo tra comunità scientifica e società. È infatti ormai chiaro dall’esperienza delle consensus conferences e delle attività nell’ambito della percezione pubblica della scienza (public understanding of science) che solo attraverso l’ascolto reciproco il mondo della scienza e la società in generale possono trovare le giuste sintonie per fare le scelte sensate.

Senza illudersi che in Italia possa maturare a breve uno spirito più anglosassone nei rapporti tra bioetica e scienza, che cosa si potrebbe fare? Forse, quello che servirebbe abbastanza urgentemente sarebbero indagini empiriche mirate a definire meglio i contesti e i comportamenti bioeticamente connotati, nonché i valori e le motivazioni che entrano in gioco nei giudizi e nelle scelte. Sarebbe inoltre importante riflettere sul ruolo dell’insegnamento della bioetica, cercando di valutare quanto e come incidono, rispetto agli obiettivi piuttosto ambiziosi, i corsi di bioetica sull’atteggiamento del medico e dei professionisti dell’area sanitaria. Vale a dire se migliorano la comunicazione tra il paziente e l’universo umano della sanità pubblica. Non sarebbe inoltre così insensato promuovere anche in Italia, sul modello delle consensus conferences, il confronto tra istanze politico-istituzionali e mondo della ricerca scientifica e bioetica su temi definiti e non generici. Servirebbe ad aggiornare le idee e costringerebbe tutti al confronto con la realtà. Ragionando a partire da dati concreti si potrebbero evitare le secche su cui negli ultimi anni si sono costantemente arenati i tentativi di dialogo tra laici e credenti sui temi della bioetica. Anche perché mentre i bioeticisti italiani erano presi dalle loro autoreferenziali diatribe ideologiche, il mondo è andato avanti. I cittadini si sono costruiti dei giudizi morali ben definiti e spesso non pertinenti, su diverse questioni. Per esempio, hanno sviluppato valutazioni etiche negative verso gli alimenti prodotti con organismi geneticamente modificati e un ottimismo irragionevole verso i test genetici.4 Se si riuscisse a capire che il compito della bioetica non è imporre qualche particolare visione morale, ma, più utilmente, studiare la realtà dei problemi di un paese e quindi fornire elementi conoscitivi per dare concretezza al dibattito e favorire la responsabilizzazione, forse si creerebbero anche le condizioni per un clima più costruttivo; oltre che per scelte davvero volte a promuovere il benessere delle persone. Come qualsiasi attività umana che si svolge in una società e in dato contesto la ricerca scientifica produce comportamenti e crea condizioni che devono confrontarsi con i valori etici diffusi nella società e, ovviamente, rispettare le leggi. Questo significa che gli scienziati non possono agire contro la libertà di qualsiasi altro cittadino o allo scopo di far del male a un’altra persona. Ma non significa e non può certamente significare, altrimenti non esisterebbero più le condizioni per praticare liberamente la ricerca e nemmeno per le libertà personali, istituire su basi etiche o politiche dei limiti alla conoscenza in quanto tale. Ovvero imporre per legge tesi scientificamente controverse o addirittura in conflitto con la scienza, che di fatto cancellano la libertà di ricerca.

Il caso Di Bella, che ha visto addirittura il parlamento italiano votare una mozione favorevole alla sperimentazione della pseudoterapia del fisiologo modenese, e le censure politiche esercitate dagli ultimi due ministri delle Politiche Agricole sulla ricerca nel settore delle agrobiotecnologie sono indicatori preoccupanti del fatto che la classe politica e di governo di questo paese ha idee piuttosto confuse su come funziona la scienza e sui rapporti tra scienza e politica.

Per oltre due secoli, vale a dire dalla tradizione illuminista settecentesca e con qualche momento di crisi in coincidenza con le applicazioni militari della ricerca sia durante la prima guerra mondiale sia durante la seconda, la scienza è stata in generale percepita come mezzo di progresso civile. A partire dagli anni Sessanta, si sono determinate progressivamente le condizioni per cui la scienza e le sue prospettive applicative hanno cominciato a essere viste come minacce per la democrazia. Particolarmente le scienze biomediche. E non è probabilmente un caso che la contraddizione tra scienza e democrazia abbia cominciato a essere teorizzata sistematicamente in concomitanza con l’emergere, negli anni Settanta, della bioetica quale spazio di dibattito pubblico sugli scopi e i limiti della ricerca biomedica e delle sue applicazioni. Anche se la situazione di crisi nei rapporti tra scienza e società interessa tutto il mondo occidentale, nei diversi contesti geopolitici si sono determinate differenti dinamiche anche in relazione a come la riflessione bioetica ha giocato nell’elaborazione delle istanze politico-sociali. Per quanto riguarda l’Italia è urgente ragionare sui rischi che potrebbe comportare la deriva intrapresa dalla bioetica italiana, che alimentandosi di una serie di equivoci culturali sembra aver identificato la propria funzione quale istanza di difesa dell’uomo dalle minacce della scienza. E che otterrà quale unico risultato quello di compromettere definitivamente le prospettive di crescita culturale, civile ed economica del Paese.

 

 

Bibliografia

1 M. Wadman, Business booms for guides to biology’s moral maze, in «Nature», 389/1997, pp. 658-659.

2 A. Jonsen, The birth of bioethics, Oxford University Press, Oxford 1998.

3 A. Jonsen, Why has bioethics become so boring?, in «Journal of Medicine and Philosophy», 25/2000, pp. 689-699.

4 A mio modesto giudizio dovrebbero suscitare qualche riflessione autocritica nei bioeticisti i risultati dei sondaggi eurobarometrici, da cui risulta appunto come i cittadini europei esprimano valutazioni morali estremamente definite su diverse applicazioni biotecnologiche ma a partire da livelli preoccupanti di analfabetismo scientifico. Spicca per esempio il contrasto fra le valutazioni moralmente positive in assoluto nei riguardi dei test genetici e la condanna degli OGM vegetali, a partire da una comune base di conoscenze che vede il 70% dei cittadini italiani ignorare che tutti gli organismi contengono geni.

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