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Etica della ricerca biomedica: per una visione ebraica

Written by Gianfranco Di Segni Tuesday, 01 April 2003 02:00 Print

Negli ultimi tempi sono sempre più frequenti i convegni in cui scienziati, uomini di religione, politici di diverse tendenze si confrontano gli uni con gli altri, soprattutto sui problemi della bioetica. Così è stato nel recente convegno «Dialogo sulla vita umana – un seminario bioetico tra laici e credenti», organizzato ad Assisi dalla Fondazione Italianieuropei. Il convegno era diviso in tre sessioni: «La Scienza», «La Fede e la Morale» e «La Politica». In ciascuna delle tre erano presenti rappresentanti delle religioni monoteistiche (cristianesimo – nelle sue varie correnti, islam, ebraismo), oltre a rappresentanti dei laici.

 

Negli ultimi tempi sono sempre più frequenti i convegni in cui scienziati, uomini di religione, politici di diverse tendenze si confrontano gli uni con gli altri, soprattutto sui problemi della bioetica. Così è stato nel recente convegno «Dialogo sulla vita umana – un seminario bioetico tra laici e credenti», organizzato ad Assisi dalla Fondazione Italianieuropei. Il convegno era diviso in tre sessioni: «La Scienza», «La Fede e la Morale» e «La Politica». In ciascuna delle tre erano presenti rappresentanti delle religioni monoteistiche (cristianesimo – nelle sue varie correnti, islam, ebraismo), oltre a rappresentanti dei laici. Si potrebbe contestare l’uso del termine «laico», come in effetti è stato fatto da alcuni degli intervenuti, poiché anche un credente può essere laico (e viceversa): dipende dal senso che si dà al termine. Per semplicità, uso anch’io il termine «laico» come sinonimo di «non credente», così com’è stato utilizzato nel convegno, pur consapevole della sua inappropriatezza.

 

Scienziati laici e scienziati credenti

Il fatto che anche nella sessione «La Scienza» fossero stati invitati scienziati credenti e scienziati laici presuppone due cose: che l’essere allo stesso tempo scienziato e credente non è considerato una contraddizione; che si ritiene ci sia una differenza fra scienziati laici e scienziati credenti. Mi sembra interessante riflettere in particolare sul secondo punto, sulla diversificazione – la chiamerei così, piuttosto che contrapposizione – fra scienziato laico e scienziato credente. Aggiungo che, nel mio caso, sono stato invitato al convegno come ricercatore in biologia e rappresentante della comunità ebraica. In cosa si distingue uno scienziato credente da uno laico? È ovvio che le premesse scientifiche sono le stesse per l’uno come per l’altro: le equazioni della fisica o la struttura del DNA non variano a seconda che il ricercatore sia più o meno religioso. Ugualmente, non varia il modo di impostare una ricerca scientifica, di eseguire gli esperimenti o di interpretarne i risultati. Dopo quattro secoli di scienza sperimentale, esiste ormai uno standard che è comune per tutti i ricercatori, nelle scienze fisiche come in quelle della vita e della psiche. Non adeguarsi a tali canoni significa porsi al di fuori del mondo scientifico, non tanto nel senso che se ne sarebbe automaticamente estromessi quanto che ci si priverebbe di un linguaggio comune con gli altri scienziati. In che cosa, dunque, è possibile identificare una differenza fra il ricercatore credente e quello laico? Ed esiste veramente una diversità? Credo che la risposta alla seconda domanda sia affermativa, come del resto è tacitamente ammesso dai promotori di convegni in cui scienziati credenti e laici vengono messi a confronto. Non c’è dubbio che ci siano differenze nel comportamento riguardo ad alcune questioni fra i due tipi di ricercatore, e ne parlerò più avanti. Prima, però, mi sembra interessante individuare la differenza fra di loro – se in effetti esiste – non tanto nell’azione quanto nel pensiero.

 

Differenza nel pensiero

Vorrei illustrare una possibile differenza nel «pensiero» fra lo scienziato credente e quello laico partendo da una riflessione basata sulla mia esperienza personale. Quando ero ragazzo, avido lettore di libri scientifici, mi ero convinto che l’esistenza di mondi abitati da civiltà intelligenti e tecnologicamente evolute al di fuori della Terra fosse un fatto talmente probabile (dato l’altissimo numero di galassie e di presumibili sistemi planetari) da essere praticamente sicuro. Ed ero altresì certo (o così speravo) che – se avessi avuto il merito di vivere abbastanza a lungo – avrei assistito, prima o poi, al contatto con gli extra-terrestri. Divenuto «grande», questa convinzione si è trasformata nel suo opposto. Spero ancora in un contatto, ma non sono più così sicuro che riuscirò ad assistervi. Questo cambio di prospettiva non è dovuto tanto a un diverso atteggiamento maturato in me, quanto al fatto che molti autori di libri scientifici non sostengono più le idee che erano comuni trenta o più anni fa e, soprattutto, che le conoscenze scientifiche sono in parte mutate. Molte certezze di un tempo sono state messe in discussione e la probabilità che l’umanità si possa incontrare con civiltà extra-terrestri, anche solo attraverso segnali radio, viene oggi considerata assai bassa.

 

Siamo soli nell’universo?

Molti scienziati affermano che è alquanto verosimile che noi siamo l’unica specie intelligente dell’universo. Questa idea si basa sulla consapevolezza della casualità nella formazione dell’universo e nell’evoluzione della vita sulla Terra. Per far sì che su un pianeta la vita possa aver origine sono richieste numerose condizioni. Ad esempio, il pianeta deve avere una certa grandezza (né troppo grande né troppo piccola) per permettere una forza di gravità adeguata; deve possedere acqua; deve stare a una certa distanza dalla stella attorno a cui ruota, affinché la temperatura superficiale sia tale da mantenere l’acqua allo stato liquido; deve avere un certo tipo di atmosfera che permetta la formazione dei composti principali della vita; e così via. C’è chi ritiene che neanche sulla Terra queste condizioni fossero tutte presenti e che non è possibile che la vita abbia avuto origine qui (o che non c’è stato abbastanza tempo affinché succedesse). La vita – secondo questa opinione – sarebbe piuttosto nata altrove e sarebbe poi arrivata sulla Terra attraverso una sorta di «inseminazione» dall’esterno, forse per mezzo di una cometa (questa non è fantascienza, è l’idea – fra gli altri – di F. Crick, premio Nobel insieme a J. Watson per la scoperta della struttura della doppia elica del DNA, di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario). In ogni caso, una volta che la vita iniziò a svilupparsi sulla Terra, circa 3,5 miliardi di anni fa (si ricordi che la Terra ha un’età stimata in circa 4,5 miliardi di anni), ci vollero un altro miliardo e mezzo di anni per passare dalla cellula procariotica (il tipo di cellula, relativamente semplice, caratteristico dei batteri) alla cellula eucariotica (quella più complessa, tipica degli organismi superiori). Successivamente, per passare dal primo organismo eucariotico uni-cellulare a uno pluri-cellulare ci sono voluti un altro miliardo e mezzo di anni. In altre parole, dalla prima cellula batterica al primo (e assai semplice) organismo pluri-cellulare sono stati necessari ben tre miliardi di anni. Evidentemente, non è stata un’evoluzione così facile e scontata. Da allora, le cose sono andate relativamente più spedite e in circa cinquecento milioni di anni si è arrivati all’uomo. Secondo la teoria oggi più accettata, ci sono state fasi stazionarie intervallate da fasi di rapida evoluzione, in coincidenza con numerose estinzioni di massa. Senza entrare nei dettagli, vorrei citare solo il caso dei dinosauri. Oggi la maggior parte degli scienziati è d’accordo che l’estinzione di quei grandi animali sia stata causata dall’impatto di un meteorite caduto sessantacinque milioni di anni fa (è stato anche individuato il luogo esatto, nella penisola dello Yucatan, in Messico). Come conseguenza indiretta dell’impatto, i dinosauri si estinsero in poco tempo, lasciando ai mammiferi la possibilità di evolversi e di dominare il mondo dei vertebrati. Se quel meteorite non fosse caduto sulla terra, se avesse deviato anche di un poco dalla sua traiettoria, oggi probabilmente il mondo sarebbe ancora in mano ai dinosauri. Questa idea è stata efficacemente illustrata da J. Monod (uno dei fondatori della biologia molecolare, premio Nobel nel 1971 insieme a F. Jacob e A. Lwoff ), che così ha scritto: «L’universo non era gravido di vita, né la biosfera era gravida dell’uomo. Il nostro numero è uscito alla roulette».1 Un altro illustre biologo, G. Simpson, ha scritto: «La supposizione – fatta così a cuor leggero dagli astronomi, dai fisici e da qualche biochimico – che ovunque nasca la vita compariranno infine inevitabilmente essere umanoidi è chiaramente falsa».2 Il famoso biologo E. Mayr, in un dibattito con C. Sagan, acceso sostenitore della possibilità di vita extraterrestre, così ha affermato: «Sulla Terra, tra i milioni di linee di discendenza, solo uno ha portato all’intelligenza superiore e tanto basta per convincermi della sua assoluta improbabilità».3 E così scrive S.J. Gould, uno dei massimi studiosi dell’evoluzione, recentemente scomparso: «La storia della vita sulla Terra è una gigantesca lotteria. Essa è segnata da tanti accidenti del fato, tanti capricci arbitrari, che lo schema secondo cui si evolve è essenzialmente casuale»; se si ritornasse indietro e si ricominciasse da capo, «i milioni di eventi fortuiti che hanno creato la nostra linea di discendenza non si ripeterebbero mai e poi mai; la possibilità che si ottenga qualcosa di lontanamente simile a un essere umano deve ritenersi nulla».4

 

Caso o necessità

La rarità o unicità della vita, e in particolare della vita intelligente, può costituire un aspetto in cui si evidenzia una differenza fra una visione «laica» e una «religiosa». Per lo scienziato non credente, la vita e noi uomini siamo frutto del caso e del mero accidente. Per lo scienziato credente, la presenza della vita e di noi uomini non è un caso ma il frutto della volontà del Creatore. Per evitare di essere fraintesi, quest’ultima affermazione non ha niente a che vedere con il «creazionismo», una teoria antiscientifica presente soprattutto in alcune cerchie fondamentaliste americane che qualcuno vorrebbe introdurre anche da noi. In realtà, per tutti i ricercatori religiosi, come per quelli laici, l’evoluzione darwiniana (basata sulla mutazione e la selezione naturale) è un dato di fatto incontrovertibile e solido quanto il tavolo su cui scriviamo. Piuttosto, vorrei sostenere che ciò che nell’evoluzione è dovuto a eventi casuali su larga scala, del tutto imprevedibili (come le estinzioni di massa), forse non è stato proprio casuale. In che modo il Creatore abbia indirizzato l’evoluzione della vita e la nascita dell’intelligenza è al di là della nostra possibilità di conoscere. Se si volesse banalizzare in modo super-semplicistico, si potrebbe dire che Egli ha dato una spinta al meteorite, come fosse una gigantesca palla da biliardo. Più seriamente, ci si può accontentare di dire: «Non lo sappiamo». Come ha scritto il profeta Isaia: «i Miei pensieri non sono i vostri pensieri e le vostre vie non sono le Mie vie» (cap. 55, v. 8). Vorrei anche sottolineare che se le osservazioni scientifiche mostrassero un’elevata probabilità della presenza della vita intelligente nell’universo, ciò non sarebbe affatto una prova a favore o contro una delle due visioni del mondo, quella laica e quella religiosa. Le cosiddette «prove dell’esistenza di Dio» sono per fortuna un retaggio del passato da cui il pensiero, sia laico che religioso, si è liberato da un pezzo. La facilità della nascita ed evoluzione della vita verrebbe spiegata dal credente come conseguenza delle leggi della natura dettate dal Creatore all’origine del mondo, mentre l’improbabilità della vita presupporrebbe un intervento continuo da parte del Creatore nella conduzione dell’universo. L’uomo laico invece, in ognuna delle due possibilità, fa a meno della presenza di un Creatore, o meglio – non potendo sapere se Egli ci sia o meno – non si pronuncia e si comporta come se non ci fosse.

 

Differenza nell’azione

Abbiamo brevemente tratteggiato quella che è, a mio avviso, una possibile differenza nella concezione del mondo del credente rispetto a quella del non credente. Vorrei ora affrontare l’aspetto «pratico» del confronto fra scienziati laici e credenti. Non c’è dubbio che, riguardo al comportamento da seguire nelle applicazioni delle conquiste scientifiche, una persona praticante, a qualunque religione appartenga, può trovarsi in una situazione in cui sia richiesto un comportamento diverso rispetto a quanto farebbe uno scienziato laico. Un caso esemplare è la fecondazione assistita: oggi è possibile mettere al mondo dei figli in un modo che era impensabile fino a pochi anni fa. Alcune di queste metodiche, però, possono essere precluse allo scienziato credente, qualora i dettami della sua religione così gli impongano.

 

Ebraismo e fecondazione in vitro

Qual è la visione ebraica sulle tecniche di fecondazione assistita? Vorrei presentare il caso della «clonazione», illustrativo del punto di vista ebraico nella problematica bioetica, che è più pragmatico che dogmatico. Ho partecipato alcuni mesi fa a un convegno in Israele, a Gerusalemme, nel quale sono stati affrontati problemi di bioetica e del rapporto fra scienza e società, scienza e religione, con la partecipazione di professori universitari e ricercatori, politici, rabbini e rappresentanti delle comunità cristiane e islamiche (un po’ come il convegno di Assisi). Uno degli intervenuti è stato il Prof. Michel Revel, ebreo religioso di origine francese, da più di trent’anni in Israele all’Istituto Weizmann, uno degli scienziati più autorevoli nel campo della biologia molecolare. Revel ha parlato delle moderne tecniche della fecondazione assistita e ha fatto riferimento, fra l’altro, alla clonazione. L’ha portata come esempio di «terrorismo mediatico».

 

La clonazione va vietata ma è anche immorale?

La gente è stata spaventata dai media riguardo alle mostruosità morali insite nella clonazione. In realtà, impedimenti di ordine morale e religioso nella clonazione – o meglio, nel «trasferimento nucleare», come oggi gli scienziati preferiscono chiamarla – non è evidente quali possano essere. Si è detto che con la clonazione si interviene direttamente nella creazione dell’essere umano, sostituendosi, per così dire, a Dio: ma anche in altre tecniche di fecondazione assistita, comunemente praticate in centinaia di centri specializzati in tutto il mondo, c’è una manipolazione diretta dei gameti dai quali deriverà il nuovo essere. Le tecniche usate nella fecondazione assistita non sono sostanzialmente diverse da quelle necessarie per il trasferimento nucleare. È stato detto che con la clonazione si metteranno al mondo dei bambini «fotocopia»: quest’affermazione è priva di fondamento dal punto di vista psicologico e biologico. La personalità di un individuo è plasmata non solo dal genoma, ma anche dall’impatto ambientale. È impossibile che un clone, nato decenni dopo il suo «genitore», gli sia psicologicamente uguale. Probabilmente gli assomiglierà fisicamente, così come i figli «normali» assomigliano ai propri genitori. Ma anche i fratelli si assomigliano fra di loro, e ancor più si assomigliano i gemelli identici. Nessuno ha mai pensato che mettere al mondo dei gemelli sia un atto immorale per il fatto che essi hanno lo stesso patrimonio genetico. Anche dal punto di vista biologico il «clone» non sarà mai identico al donatore del nucleo (ossia, colui che fornisce i cromosomi), grazie all’apporto dell’eredità citoplasmatica presente nell’ovulo (denucleato) della madre. Oltre a ciò, ci sono numerosi eventi di natura stocastica nello sviluppo dell’organismo ed è impossibile che essi si ripetano in maniera identica in due individui diversi, anche se «cloni» l’uno dell’altro. Un altro problema riguardo alla clonazione è quello della paternità e maternità. Se il nucleo viene dal padre e l’ovulo de-nucleato dalla madre, è ovvio che questi sono i genitori del futuro bambino. Nessuno penserebbe mai, infatti, che dato che l’ovulo è stato privato del nucleo, la madre non sia madre. Primo, perché l’ovulo materno, anche de-nucleato, contribuisce allo sviluppo embrionale (con il suo citoplasma, il suo DNA mitocondriale ecc.) molto più di quanto si pensi; secondo, perché non si può realmente pensare che una donna che abbia tenuto in grembo e partorito un bambino non sia sua madre solo perché non gli ha fornito i suoi cromosomi. I problemi si potrebbero però porre se l’ovulo e il nucleo provengono entrambi dalla madre, ad esempio perché il padre è affetto da una malattia genetica. In questo caso il bambino non avrà un padre «biologico», ma avrà comunque un padre in senso lato (come nel caso di figli adottivi). Del resto, lo stesso caso si pone con l’inseminazione artificiale eterologa: anche lì c’è una madre e non c’è, generalmente, un padre biologico noto.

 

Rischi per la salute

In realtà, i pericoli nella clonazione esistono e sono estremamente gravi, ma essi non sono per lo più di ordine morale; derivano piuttosto da problemi tecnico-scientifici. Infatti, sono molto più numerosi gli insuccessi che i tentativi riusciti; inoltre, gli organismi prodotti per mezzo di una clonazione nascono già «vecchi», a causa probabilmente di una particolare struttura dei cromosomi. Il rischio di mettere al mondo un essere che dopo un certo numero di anni manifesterà una malformazione è molto alto; per questo la clonazione non può essere presa in considerazione come possibile soluzione pratica ai problemi d’infertilità della coppia e deve essere assolutamente bandita dalla pratica clinica. La sperimentazione negli animali deve però essere proseguita, per vari motivi: primo, perché se e quando, fra cinque o dieci anni, saranno risolti gli attuali problemi tecnici (che sono forse insormontabili), il trasferimento nucleare potrà essere preso in considerazione come metodo per risolvere i problemi d’infertilità della coppia, qualora altri metodi dovessero rivelarsi improduttivi. Secondo, perché il trasferimento nucleare è uno strumento eccellente nelle mani dei ricercatori per studiare i problemi fondamentali dello sviluppo. Terzo, oltre alla clonazione riproduttiva, c’è la cosiddetta «clonazione terapeutica », in cui si blocca l’embrione dopo pochi giorni di sviluppo e lo si utilizza come fonte di cellule e tessuti geneticamente uguali (o molto simili) al donatore. Ciò può essere utile per curare determinate malattie del donatore del nucleo. È bene ricordare, a questo proposito, che secondo la visione ebraica lo status di «essere umano» non si acquisisce immediatamente, al solo contatto fra i gameti, ma gradualmente in un periodo successivo. C’è da aggiungere che nel trasferimento nucleare la formazione dello zigote non avviene attraverso un incontro fra due gameti; in un certo senso, lo zigote ottenuto con il trasferimento nucleare potrebbe essere considerato come in possesso di uno status diverso, più «facile» ai fini della sua utilizzazione per scopi terapeutici. Ovviamente, la clonazione terapeutica non è l’unica tecnica possibile per ottenere cellule multipotenti: un’altra metodica consiste nel ricavare cellule staminali dall’adulto. Entrambe le tecniche devono essere sviluppate perché non si può sapere a priori quale metodo sarà più utile ed efficiente.

La valutazione sulla clonazione deve essere quindi particolarmente attenta, considerando globalmente il problema. Allo stato attuale, le maggiori riserve sulla clonazione – da parte ebraica –derivano non tanto da questioni di principio o da problemi che riguardano lo status giuridico del figlio (che potrebbero forse essere superati), ma dalle incognite esistenti, a livello scientifico, sulle possibili conseguenze di tale tecnica. L’incertezza sulla potenziale pericolosità della clonazione, che non è stata ancora sperimentata a sufficienza, mette quindi in secondo piano qualsiasi altra considerazione. Non possono comunque essere sottovalutati eventuali usi impropri, come il tentativo moralmente e religiosamente aberrante di creare individui «fotocopia» (al di là della effettiva possibilità di realizzare un desiderio del genere).

 

 

Bibliografia

1 J. Monod, Il caso e la necessità, Mondadori, Milano 1970, p. 118.

2 G. G. Simpson, On the Nonprevalence of Humanoids, in «Science», 143, 1964, p. 15; cfr. anche: Simpson, Evoluzione: una visione del mondo, Sansoni, Firenze 1972.

3 Dibattito fra E. Mayr e C. Sagan, The Search for Extraterrestrial Intelligence: Scientific Quest or Hopeful Folly?, in «The Planetary Report», 16, 1996, p. 4.

4 S.J. Gould, Lifè’s Grandeur, Penguin, London 1996, pp. 175, 214, 216, e L’evoluzione della vita sulla Terra, in «Le Scienze», 316, 1994, pp. 64-72. Questa e le precedenti citazioni si possono trovare anche in un libro di P. Davies, fisico di fama mondiale, Da dove viene la vita?, Mondatori, Milano 2000, pp. 281, 306-307. Non tutti i biologi sono scettici riguardo alla presenza di vita intelligente nell’universo né sono convinti della casualità dell’evoluzione della vita. C. de Duve, anch’egli insignito del premio Nobel nel 1974, ritiene che la nascita della vita e l’evoluzione dell’intelligenza siano fenomeni altamente probabili e praticamente inevitabili. All’affermazione di Monod su citata, «l’universo non era gravido di vita, né la biosfera gravida dell’uomo», de Duve replica: «Lei sbaglia; erano gravidi»; cfr. C. de Duve, Polvere vitale, Longanesi, Milano 1998, p. 490; Davies, op. cit., p. 281-283. La maggior parte dei biologi la pensa comunque come Monod e non come De Duve. Per un altro tipo di coincidenze, a livello delle costanti fondamentali delle leggi della fisica, cfr. S. Weinberg, La vita nell’universo, in «Le Scienze», 316, 1994, pp. 20-25.

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